In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere
Descrizione
“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”- Honorè de Balzac -
"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -
Léon Joseph Marie Ignace Degrelle alias José León Ramírez Reina
Estratto dalla lettera originale
dall'esilio a Sua Santità, Papa Giovanni Paolo II, Città del Vaticano
Santo Padre, sono Léon Degrelle, il capo del Rexisme belga prima della seconda guerra mondiale e il Comandante dei Volontari belgi del Fronte Orientale, combattente in seno alla 28° divisione armata SS "Vallonia" durante la stessa guerra. Questo non è certamente agli occhi di tutti una raccomandazione. Ma io sono un cattolico come Voi e credo, quindi, di aver il permesso di scriverVi come un fratello nella fede. Ecco si tratta, come la stampa annuncia, del vostro prossimo viaggio in Polonia tra il 2 e il 12 giugno del 1979, di andare a concelebrare la Messa con tutti i Vescovi polacchi nell'ex campo di concentramento di Auschwitz. Trovo, vi dico subito, molto edificante pregare per i morti chiunque essi siano, ovunque esso sia, anche di fronte ai nuovi forni crematori fiammeggianti, ai mattoni refrattari immacolati. Ma mi sento preoccupato comunque. Voi siete polacco. Questa appartenenza riappare costantemente, ed è umano, nel vostro comportamento pontificio. (...)
Se vi impressionano molto fortemente vecchi sentimenti di patriota, di chi partecipò da vicino, nella sua gioventù a un duro conflitto bellico, voi potreste essere tentato, divenuto Papa, prendere parte alle lotte temporali che la storia non ha ancora risolto. (...)
Temo soprattutto che le vostre preghiere, e anche semplicemente la vostra sola presenza qui (ad Auschwitz), vengano immediatamente deviate dal loro significato profondo, e servire da schermo per propagandisti senza scrupoli che le usano per riavviare immediatamente sotto la vostra copertura, campagne di odio a base di contro-verità che avvelenano tutto il caso di Auschwitz, dopo oltre un quarto di secolo. (...)
Voi siete stato, Beatissimo Padre, un resistente durante la seconda guerra mondiale. Alcuni sostengono che siete stato internato ad Auschwitz: come molti altri ne siete uscito, dal momento che siete Papa, un Papa che, ovviamente, non sente troppo il gas Zyklon B!
Santità, avendo vissuto in quei luoghi, dovreste sapere che le gasazioni di massa di milioni di persone non hanno avuto mai luogo. Come testimone sul campo avete mai visto personalmente che questi massacri di massa, propagandati da gruppi settari, siano stati mai eseguiti? (...)
Per il resto, Santo Padre, proprio perché si parla di una formale determinazione di genocidio, non esiste nessun documento ufficiale che abbia dato prova in questi 30 anni di quello che finora ci è stato raccontato sullo sterminio di milioni di ebrei. Ed ancora oggi si continua a parlare di fantomatiche camere a gas. È insensato immaginare, soprattutto di rivendicare, che avrebbero potuto essere gasati ad Auschwitz, 24.000 persone al giorno, in gruppi di 3000 ogni volta.(...)
E poi tutti i particolari: 21 ore di attesa prima di smuovere il primo cadavere e poi estrarre tutti i denti dalle mascelle dei cadaveri, quelli d'oro, quelli piombati come se fossero diamanti nascosti. (…) 24.000 gasati giornalmente al Cyclon B, che rappresentano 48.000 mascelle da svuotare, più di 760.000 denti da controllare giornalmente, se ci teniamo ai 6 milioni di ebrei morti. Parlando solo delle estrazioni, esse avrebbero assorbito ben 1875 giorni di lavoro dell'intera squadra. E poi tagliare i capelli ed esaminare ancora gli ani dei cadaveri, prima di essere passati nei forni, per vedere se nascondessero gioielli o diamanti. Potete, Santo Padre immaginare una cosa simile?
Léon Degrelle durante il secondo conflitto mondiale
Santo Padre, i potenti abusano cento volte del loro potere. Molte persone hanno perduto la testa, non uno specialmente, ma tutti. Accanto milioni di cuori puri e disinteressati che hanno offerto la loro giovinezza a un ideale, la Germania ha avuto come tutti gli altri, la sua quota di esseri detestabili colpevoli di violenza inaccettabile. Ma quale paese non ha avuto la sua? La Francia della Rivoluzione francese non ha inventato il Terrore, la ghigliottina e gli annegamenti nella Loira? E la Gran Bretagna con i suoi orrori, i suoi bombardamenti su città libere come Copenhagen, i suoi campi di concentramento di Transvaal, dove furono trucidati donne e bambini in una miseria indicibile?
Papa Giovanni Paolo II
Homo homini lupus (l'uomo lupo dell'uomo), dicono i settari. Homo homini frater (l'uomo, fratello dell'uomo), dice il cristiano, che non è ipocrita. Siamo tutti fratelli, il deportato soffre dietro il filo spinato, il soldato sparuto sul suo mitra. Noi tutti che siamo sopravvissuti al 1945, Voi il perseguitato divenuto papa, io il guerriero divenuto perseguitato e milioni di persone che hanno vissuto in un modo come l'altro, l'immensa tragedia della seconda guerra mondiale, col nostro ideale, i nostri 10 Léon Degrelle slanci, le nostre debolezze, i nostri errori, noi dobbiamo perdonare, noi dobbiamo amare. La vita non ha altro senso. Dio non ha altro senso. Quindi in sostanza che importa il resto. Il giorno in cui celebrerete la vostra messa ad Auschwitz, nonostante le crisi spirituali, che possono comportare le prese di posizione di un papa nel dibattito storico non chiuso, e malgrado i fanatici dell'odio, che senza indugio, sfrutteranno la spettacolarità del vostro gesto, unirò, dal fondo del mio esilio lontano, il mio fervore al vostro.
Santo Padre, filialmente vostro Léon Degrelle
Un altro scritto :
"E quella seconda guerra mondiale che con tanta veemenza si rimprovera a Hitler? Il cumulo di menzogne diffuse dopo il 1945 raggiunge tale enormità che esso sconcerterà tutti gli storici asssennati dell'avvenire.Lo sfruttamento colossale dell'episodio dei campi di concentramento, destinato cosi' bene allo sterminio che gli internati disputavano, ve lo immaginate?Campionati di nuoto e di boxe! Milioni di giudei dai denti d'oro strappati con la chiave inglese, gassificati, arrossiti: la pelle conciata come cuoio, montata su lumi di notte, i capelli tessuti per farne supporti di esplosivi, il grasso trasformato in saponette...Milioni di giudei, buon numero dei quali sono tuttavia riapparsi dopo d'allora freschi e gagliardi, le tasche strapiene di munifiche pensioni, protetti dovunque, mille volte più razzisti di quanto lo sia mai stato Hitler".
Leon Degrelle, tratto da "La nostra Europa"
Le sedicenti camere a gas - Léon Degrelle - la shoah è una truffa
Lettera completa in francese di Léon Degrelle al Papa:
Lettre à Jean-Paul II, par Léon Degrelle - le pape connaissait la vérité En exil, le 20 Mai 1979.
A SA SAINTETÉ LE PAPE JEAN-PAUL II Cité du Vatican.
Très Saint Père, Je suis Léon Degrelle, le Chef du Rexisme belge avant la Seconde Guerre Mondiale, et, durant celle-ci, le Commandeur des Volontaires belges du Front de l'Est, luttant au sein de la 28ème Division des Waffen S.S. «Wallonie». Ceci n'est certainement pas aux yeux de tous une recommandation. Mais je suis catholique comme vous et me crois, de ce fait, autorisé à vous écrire, comme à un frère dans la foi. Voilà de quoi il s'agit: la presse annonce que lors de votre prochain voyage en Pologne, entre le 2 et le 12 Juin 1979, vous allez concélébrer la Messe avec tous les Évêques polonais à l'ancien camp de concentration d'Auschwitz. Je trouve, je vous le dis tout de suite, très édifiant qu'on prie pour les morts quelqu'ils soient, et où que ce soit, même devant des fours crématoires flambants neufs, aux briques réfractaires immaculées. Mais j'éprouve des appréhensions tout de même. Vous êtes Polonais. Cette appartenance réapparaît sans cesse, et c'est humain, dans votre comportement pontifical. Si vous impressionnaient trop fortement d'anciens ressentiments de patriote qui participa de tout près, dans sa jeunesse, à un dur conflit belliqueux, vous pourriez être tenté de prendre parti, devenu Pape, dans des bagarres tempo[4]relles que l'Histoire n'a pas encore suffisamment décantées.
Léon Joseph Marie Ignace Degrelle (15 juin 1906 à Bouillon, Belgique – 31 mars 1994 à Malaga, Espagne)
Quelles furent les responsabilités exactes des divers belligérants dans le déclanchement de la Deuxième Guerre Mondiale? Quel fut le rôle de certains provocateurs? Votre Président du Conseil le Colonel Beck, dont tout le monde sait qu'il était un personnage plutôt douteux, agit-il, en 1939, avec toute la pondération voulue? Ne repoussa-t-il pas avec trop de hauteur certaines possibilités d'arrangement? Et après? la guerre fut-elle vraiment comme on l'a dit? Quelles furent les fautes, voire les crimes des uns et des autres? A-t-on toujours soupesé avec objec- Lettre au Pape 3 tivité les intentions ? n'a-t-on pas, à la légère ou avec mauvaise foi, parce que la propagande le réclamait, dénaturé la doctrine de l'adversaire, lui prêtant des plans, lui endossant des actes dont la réalité pouvait être sujette à caution ? Malgré qu'elle soit toujours beaucoup mieux renseignée que quiconque, l'Église, à travers deux mille ans de circonspection, a toujours évité les prises de position précipitées, n'a jamais entendu juger que sur pièces, calmement, après que le temps eut départagé le grain et l'ivraie, les fureurs et les passions. Tout spé- cialement, elle se distingua par une retenue extrême au cours de la Deuxième Guerre Mondiale. Elle se garda soigneusement de colporter les élucubrations folles qui couraient alors. Très Saint Père, sur votre sol patrial - à Auschwitz particuliè- rement -, repris, peut-être, par certaines visions incomplètes et partisanes du passé, allez-vous simplement prier ?
… Je crains surtout que vos prières, et même votre simple présence en ces lieux, soient immédiatement détournées de leur sens profond, et servent de paravent à des propagandistes sans scrupules qui les utiliseront pour relancer aussitôt, sous votre couvert, les campagnes de haine à base de contre-vérités qui empoisonnent toute l'affaire d'Auschwitz depuis plus d'un quart de siècle. Oui, des contre-vérités. Après 1945 - en abusant de la psychose collective qui avait tourneboulé, à coups de racontars incontrôlés, de nombreux déportés de la Deuxième Guerre Mondiale - la légende des exterminations massives d'Auschwitz est montée à l'assaut du monde entier. On a répété cent [5] mensonges, avec une rage de plus en plus obstinée, dans des de livres. On les réédite en couleurs, dans des films apocalyptiques qui flagellent outrageusement non seulement le vrai et le vraisemblable mais aussi le bons sens, mais l'arithmétique la plus élémentaire, mais les faits euxmêmes. Vous avez été, m'a-t-on dit, Très Saint Père, un Résistant au cours de la Seconde Guerre Mondiale, avec les risques physiques qu'un combat contraire aux Lois Internationales comporte. Certains ajoutent que vous avez été interné à Auschwitz: comme tant d'autres, vous en êtes donc sorti, puisque vous voilà Pape, un Pape qui, de toute évidence, ne sent pas trop le gaz Cyclon B! Votre Sainteté ayant vécu sur les lieux doit savoir, mieux que tout autre, que ces gazages massifs de millions de personnes n'ont jamais eu lieu. Témoin de choix, avez-vous, personnellement, vu s'effectuer un seul de ces grands massacres collectifs tant ressassés par des propagandistes sectaires ?… Certes, on a souffert à Auschwitz. Ailleurs aussi. Toutes les guerres sont cruelles.
Jean-Paul II connaissait la verité
Les centaines de milliers de femmes et de gosses atrocement carbonisés, sur ordre direct des Chefs d'États alliés, à Dresde comme à Hambourg, à Hiroshima comme à Nagasaki, ont «trinqué» au moins autant que ceux qui, déportés politiques ou résistants (25 %), objecteurs de conscience, anormaux sexuels ou criminels de droit commun (75 %) peinaient, parfois mouraient dans les camps de concentration du IIIe Reich. L'épuisement les dévorait. L'effondrement moral éliminait les forces de ré- sistance des âmes les moins trempées. Les cruautés de gardiens dénaturés, des Allemands, et, plus souvent encore, des non-Allemands, des «Kapos» et autres déportés devenus les bourreaux de leurs compagnons, ajoutaient encore à l'amertume d'une promiscuité multitudinaire.
Il y aura même eu, certainement, des hurluberlus pour procéder,dans un camp ou l'autre, à des expériences de mort inédi- 4 Léon Degrelle tes, à des tortures, à des fantaisies monstrueuses, à des assassinats précis. Néanmoins, le calvaire de la plupart des exilés eut pris fin dans l'allégresse au jour tant attendu du retour de la paix, si ne s'était pas abattue sur eux, au cours des derniè- res semaines, la catastrophe d'épidémies exterminatrices, amplifiées à l'infini par des bombardements fabuleux qui déchiquetaient les lignes de chemin de fer et les routes, [6] envoyaient à pic les bateaux chargés de réfugiés, comme ce fut le cas .à Lübeck. Ces raids anéantissaient les réseaux électriques, les conduites et les dépôts d'eau, coupaient tout ravitaillement, imposaient partout la famine, rendaient épouvantable tout transport d'évacués. Les deux tiers des déportés morts au cours de la Seconde Guene Mondiale périrent alors, victimes du typhus, de la dissenterie, de la faim, des attentes interminables sur les voies de communications broyées. Les chiffres officiels l'établissent.
A Dachau par exemple, d'après les statistiques mêmes du Comité International il était mort, en Janvier 1944, cinquantequatre déportés; en Février 1944: cent et un déportés; en Janvier 1945, il en mourut 2.888, et, en Février 1945, 3.977! Sur le total de 25.613 déportés décédés dans ce camp en 1940, 1941, 1942, 1943, 1944, 1945, 19.296 périrent durant les sept derniers mois des hostilités! Or le terrorisme aérien des Alliés n'avait même plus d'utilité militaire alors, puisque la victoire des Alliés, dès le début de 1945, était définitivement acquise. Elle ne réclamait plus, en aucune façon. cet épouvantable écrabouillage final. Sans la folie sauvage de ces pilonnages aveugles, des milliers d'internés eussent survécu, au lieu d'être convertis, en Avril et en Mai 1945, en macabres objets d'exposition, autour desquels s'affairaient des nuées de nécrophores de presse et de ciné, avides de photos et de films aux angles sensationnels et d'un rendement commercial assuré. Documents visuels qu'ils prirent encore grand soin, par la suite, de retoucher, de surcharger, de déformer, de truquer, pour en compléter l'horreur, génératrice de haines accrues. Ces voltigeurs de l'information eussent pu, tout aussi. bien, prendre des kilomètres de photographies similaires de cadavres de femmes et d'enfants allemands, mais cent fois plus nombreux, morts exactement de la même manière, de faim, de froid ou mitraillés sur les mêmes wagons-plats glacés, et sur les mêmes routes ensanglantées. Mais ces photos là, de même que celles de l'immense extermination des villes allemandes, qui recouvraient six cent mille cadavres, on se garda bien de les faire connaître! Elles eussent pu troubler, et surtout empêcher de moins haïr… Le vrai c'est que le typhus, la dissenterie, la faim, les myriades de rafales d'une aviation déchaînée frappaient indistinctement, en 1945, les déportés étrangers comme les civils du IIIe Reich, tous happés par des abominations de fin du monde. [7] Pour le reste,
Très Saint Père, pour ce qui a trait à une volonté formelle de génocide,dont aucun document n'a pu, depuis trente ans, apporter la moindre preuve officielle, et, plus spécialement, en ce qui concerne le prétendu enfournement à Auschwitz de millions de Juifs dans de fantômatiques chambres à gaz Cyclon B, les affirmations lancées et relancées depuis tant d'années, dans un fabuleux tapage, ne résistent pas à un examen scientifique un tant soit peu sérieux. Il est insensé d'imaginer, et surtout de prétendre, qu'on aurait pu gazer à Auschwitz 24.000 personnes par jour, par paquets de 3.000 chaque fois, dans une salle de 400m3, et, moins encore, à 700 ou 800 dans des locaux de 25m2, sur 1,90 Lettre au Pape 5 m de hauteur, comme on l'a proclamé à propos de Belsec: 25 m2 cela équivaut à la superficie d'une chambre à coucher! Vous, Très Saint Père, vous parviendriez à mettre 700 à 800 personnes dans votre chambre à coucher! Et 700 à 800 personnes dans 25 m2, cela fait 30 personnes au m2. Un m2, avec 1,90 m de hauteur, c'est une cabine téléphonique! Vous voyez Votre Sainteté empiler 30 personnes dans une cabine téléphonique de la Place Saint-Pierre, ou du Grand Séminaire de Varsovie? Ou, sur une simple dalle de douche? Mais si le miracle de trente corps humains plantés comme des asperges dans le bocal de la cabine téléphonique, ou celui des 800 personnes encaquées autour de votre lit de camp s'était jamais réalisé, un second miracle eut du être immédiatement indispensable, car les trois mille personnes - l'équivalent de deux régiments! - entassées aussi fantastiquement dans la chambre d'Auschwitz, ou les sept cents à huit cents personnes empilées à Belsec à raison de 30 occupants au mètre carré, eussent péri, presque aussitôt, asphyxiées, faute d'oxygène!
Il n'y eut même pas eu besoin de gaz!Avant même qu'on eut fini d'entasser les derniers arrivés, de verrouiller les portes et de répandre du gaz dans la salle - par des fentes? par des trous? par une cheminée? sous forme d'air chaud? à la vapeur? en le dé- versant sur le sol? chacun raconte le contraire de l'autre! - tous eussent déjà cessé de respirer! Le Cyclon B n'atteignant que des cadavres n'eut plus représenté la moindre utilité! [8] De toute façon, ce Cyclon B était, comme chaque homme intéressé à la science peut le savoir, un gaz d'un emploi dangereux, inflammable et adhésif. Aussi vingt et une heures d'attente eussent-elles été nécessaires, indispensables même, avant qu'on eut pu retirer le premier corps de l'étonnante chambre en question. Ensuite, seulement, on eut pu extraire - comme on s'est tellement complu à nous le raconter, avec mille détails croustillants - toutes les dents en or et toutes les dents plombées, sensées être des caches de diamants, de chaque lot de 6.000 mâchoires rigides (3.000 personnes!), contractées par le trépas, ou de 48.000 mâ- choires par jour, si on croit aux chiffres officiels de 24.000 gazés quotidiens dans le seul Auschwitz!
Très Saint Père, tout saint que vous soyez, vous devez parfois supporter le dentiste, avec plus ou moins de résignation! On vous extrait une dent? deux dents? vous êtes installé au mieux de l'opérateur, qui dispose de réflecteurs puissants, braqués sur les mâchoires, d'outils perfectionnés et d'un patient qui se prête à ses injonctions! Or l'extraction, dans ces conditions optimales, combien prendelle de temps? Un quart d'heure? Une demi-heure? A Auschwitz, selon les légendaires, les cadavres souillés gisaient au sol, il fallait distendre, avec beaucoup de difficultés les mâchoires durcies, les décontracter, les ouvrir béantes, au moyen d'outils nécessairement primitifs. Avec huit opérateurs en tout et pour tout: c'est le chiffre officiel, puis scruter, sans éclairage, au ras du ciment, non seulement un endroit malade de la denture, mais les deux mâchoires entières, arracher, vider, désosser! et cela en moins de temps que chez le spécialiste, parfaitement équipé ?… Que Sa Sainteté daigne prendre un crayon: à un quart d'heure la mâchoire, et à huit arracheurs acharnés à la dissection, cela fait 16 cadavres traités par heure, 160 en une journée de dix heures sans une minute de répit! Soyez même un staka- 6 Léon Degrelle noviste de la denture, et doublez la cadence des arrachages, ce qui est d'ailleurs matériellement impossible: cela ferait 320!
Alors, Très Saint Père, les fournées de 3.000 Juifs d'un seul coup ? Et les journées de 24.000 gazés au Cyclon B, ce qui représente 48.000 mâchoires à vider, plus de [9] 760.000 dents à scruter quotidiennement! Simplement à s'en tenir aux 6.000.000 de Juifs morts - certains ont doublé, triplé le chiffre dont la propagande nous rebat sans fin les oreilles -, ces arracheurs eussent encore été, des années après la guerre, en pleine activité ! Ces extractions, seulement ces extractions, à dix heures de labeur ininterrompu, eussent absorbé une affaire de 1.875 journées de toute l'équipe ! Mais cet arrachage n'était qu'une formalité préliminaire. Il fallait aussi tondre des millions de chevelures, paraît-il. Puis, avant de passer les cadavres au four, on procédait - selon ce que tous les historiens. d'Auschwitz vous affirment ex catedra - à l'examen de tous les anus et toutes les matrices, dans le fond desquels il s'agissait de récupérer les diamants et les. bijoux. qui auraient pu y être escamotés! Vous imaginez cela, Très Saint Père? 6 millions d'anus, 3 ou 4 millions de matrices à récurer de fond en comble. alors qu'on nous a expliqué qu'à la fin des gazages massifs les corps ruisselaient d'excréments, de sang féminin et de sanie! Dans ces organes souillés, les doigts, les mains des opérateurs devaient farfouiller, repérer les diamants cachés, les extraire, gluants, les laver, se laver, 24.000 fois par jour, (les anus), 15 ou 20.000 fois par jour (les matrices). C'est fou! c'est fou! Toute cette affaire est folle! Et nous ne parlons pas des activités complémentaires: fabriques d'engrais et fabriques de savons dont certains, tel le professeur délirant Poliakov, font état sans sourciller! Ces opérations de gazage, de tonte, d'arrachage de dents, de nettoyages d'organes, répétées sur 6.000.000 de Juifs, ou sur 7.000.000, ou sur 15 millions selon le Père Riquet, ou sur 20 millions - c'est-à-dire plus que les Juifs du monde. entier! - selon le Dictionnaire Larousse, dureraient toujours s'il fallait admettre comme exactes les affirmations. officielles. des manipulateurs de l'«Histoire» d'Auschwitz! Vous pourriez encore, Très Saint Père, vous boucher le nez près des chambres à gaz, et transpirer à la chaleur des fours d'Auschwitz, au cours de votre messe concélébrée! Si on avait multiplié le nombre de cadavres réels et normaux d'Auschwitz par dix, ou par vingt, l'escroquerie aux morts eu pu conserver un certain aspect de vraisemblance. Mais, comme pour les gazages à 700 ou 800 personnes par chambre à coucher, à trop mentir on arrive [10] à être grotesque. Il faut l'insondable, l'inimaginable. bêtise des foules pour que de pareilles sornettes aient pu être inventées, racontées, énoncées à grands coups de trompettes, filmées dans un tapage inoui, et crues. – «Je crois, déclare bravement un personnage d'Holocauste, tout ce qu'on raconte sur eux!» Aveu exemplaire! Alors, Très Saint Père, comment imaginer un instant qu'à Auschwitz, à l'heure de la concélébration de la Messe, lorsque tous les cœurs, étreints par l'amour de Dieu et des hommes, vont participer au renouvellement du Sacrifice, un prêtre, un Pape pourrait, au moment où il élèvera le calice vers le ciel, avoir l'air de couvrir sous son pallium des déferlements d'une haine si bête et de mensonges si extravagants, qui sont à l'extrême opposé de l'enseignement pathétique du Christ! Non! Certainement non! Ce n'est pas possible! Votre message, à cent pas Lettre au Pape 7 de la fausse chambre à gaz d'Auschwitz, ne peut être que celui de la charité, de la fraternité, et, également de la vérité, sans laquelle toute doctrine s'effondre.
Vous allez à Auschwitz pour vous recueillir, ému, à un des hauts-lieux de la souffrance humaine dont les causes et les responsables seront fixés objectivement avec le temps, par une Histoire sereine, et non en recourant à des témoignages extorqués et à des divagations de falsificateurs. Le Pape est au dessus de ces bagarres. Il est près des âmes qui ont souffert, qui, dans la souffrance, se sont élevées spirituellement, car il n'est point de peine, point de calvaire, point de trépas qui ne puisse devenir sublime. Sur les champs de bataille de la Seconde Guerre Mondiale où tant de soldats sont tombés après d'immenses souffrances, de même que dans les camps de travail où mouraient de nombreuses victimes de conflits qui les dé- passaient et les écrasaient, partout, chez les uns comme chez les autres, le sacrifice, la douleur physique et morale, l'angoisse ont fait jaillir, dans des vies qui eussent pu normalement rester médiocres, de grandioses floraisons d'âmes. Il en fut ainsi à Auschwitz. Il en fut ainsi au Front de l'Est tout au long des années de luttes et d'immolation [11] de millions de jeunes Européens qui, de 1941 à 1945, firent face héroïquement au déferlement du communisme. Bien sûr, à travers toute l'histoire des hommes, des atrocités ont été commises. Auschwitz, de toute façon, n'aura été ni le premier cas, ni le dernier. Nous ne le voyons que trop bien à l'heure actuelle, où sont massacrés tant de femmes et d'enfants sans défense, écrabouillés dans les camps palestiniens par l'aviation d'Israël répercutant la Loi du Talion sur des innocents, à la mémoire desquels, hé- las, on ne chantera probablement jamais de messe concélébrée…
Des puissants ont abusé cent fois de leur pouvoir.Des peuples ont perdu la tête. Pas un spécialement. Mais tous. A côté des millions de cœurs purs et désintéressés qui ont offert leur jeunesse à un idéal, l'Allemagne a eu, elle comme tout le monde, son lot d'êtres détestables, coupables de violences inadmissibles. Mais quel pays n'a pas eu les siens? La France de la Révolution Française n'a-t-elle pas inventé la Terreur, la guillotine, les noyades de la Loire? Napoléon n'a-t-il pas, non point déporté, mais enrégimenté par la force des centaines de milliers de civils des pays occupés, envoyés à la mort pour sa gloire! Cinquante et un mille, rien qu'en Belgique! C'est dire plus qu'il ne périt de Belges au cours de la Première Guerre Mondiale, ou dans les camps de concentration du IIIe Reich! Plus près de nous, un de Gaulle n'a-t-il pas, en 1944 et 1945, présidé au massacre de dizaines de milliers d'adversaires baptisés collaborateurs? Plus récemment encore, en Indochine, en Algérie, la France n'a-t-elle pas entassé des centaines de milliers d'insoumis, de réfractaires, d'otages, de simples civils raflés massivement, dans des camps de concentration extrêmement durs, où les sadiques, là non plus, ne firent pas défaut! Un général français fit même l'éloge public de la torture. Et la Grande Bretagne? avec ses bombardements de villes libres comme Copenhague? ses exécutions de Cypayes attachés à la bouche des canons, son écrasement des Boers, ses camps de concentration du Transvaal où des milliers de femmes et d'enfants périrent dans des misères indicibles?
Et Churchill, déchaî- nant ses abominables bombardements de terreur sur la population civile du Reich, la grillant au phosphore dans les caves, anéantissant en une seule nuit environ [12] deux cent mille femmes et enfants dans le gigantesque crématoire de Dresde? 8 Léon Degrelle «Environ» parce qu'on ne put faire qu'une estimation approximative en calculant le poids des cendres! Et les États-Unis? N'ont-ils pas élevé leur puissance grâce à l'esclavage affreux de millions de Noirs marqués au fer brûlant comme des bêtes et grâce à l'extermination casi intégrale des Peaux-Rouges, propriétaires des terrains convoités? N'ont-ils pas été, en 1945, les dispensateurs de la bombe atomique? Hier encore, n'ont-ils pas compté, parmi leurs troupes du Vietnam, d'indiscutables bourreaux?
Et nous n'insistons même pas sur les dizaines de millions de victimesde la tyrannie de l'URSS, ni des goulags actuels, dont nul, je le crains fort, ne soufflera mot lors de votre visite au camp reconstitué. d'Auschwitz, vidé, lui, pourtant, de tout occupant depuis des dizaines d'années! A Auschwitz, nul ne le niera, la vie a été dure, parfois très cruelle. Mais dans les camps des vainqueurs de 1945 les sadiques et les bourreaux eurent vite fait de fleurir avec une égale abondance, avec moins d'excuses toutefois, si l'on admet qu'une guerre mondiale puisse abriter des excuses… Très Saint Père, je ne voudrais pas gâter le plaisir que vous allez avoir à retrouver votre pays. Mais quand même! Votre patrie valeureuse dont vous avez tenu à mettre vous même en valeur l'élévation morale en glorifiant son admirable patron, Saint Stanislas, n'a-t-elle pas, elle aussi, connu ses heures de crimes et d'abjection? A l'heure où vous allez fouler le sol polonais d'Auschwitz qui rappelle tout spécialement la dernière tragédie juive, est.il indécent, si on veut être juste, d'évoquer d'autres juifs, innombrables, précédemment mis à mort à travers tout votre territoire, dans des pogroms horribles, torturés, égorgés, pendus pendant des siècles par vos propres compatriotes? Eux non plus n'ont pas toujours été des anges, tout catholiques qu'ils étaient! J'entends encore le Nonce Apostolique à Bruxelles, le futur Cardinal Micara, antérieurement Nonce à Varsovie, me raconter, à son excellente table, comment les paysans polonais crucifiaient les Juifs aux portes [12] de leurs granges. – «Ces cochons de Juifs !» s'exclamait assez peu évangéliquement l'onctueux prélat! Ces mots furent prononcés tels quels, croyez-moi. L'Église, elle-même, Très Saint Père, avait~elle toujours été tendre? Même en plein XVIIIe siècle, elle brûlait encore les juifs en grand apparat. En pleine ville de Madrid, notamment. Mais elle, elle les brûlait vivants!
L'Inquisition n'a pas été une bergerie.Les massacres des Albigeois se perpétrèrent sous l'égide de Saint Thomas d'Aquin. Les assassinats de la Saint-Barthélémy firent la joie du Pape, votre prédécesseur, qui se releva en pleine nuit pour fêter, par un Te Deum enthousiaste, cet heureux événement, qu'il ordonna même de commémorer par la frappe d'une médaille! Et les trente mille soi-disant sorcières, grillées pieusement à travers la Chrétienté? Même au siècle dernier, la Papauté rétablissait encore à Rome le ghetto. Au fond, Très Saint Père, nous ne valons pas lourd, que nous soyions Pape ou Ayatollah, Parisiens ou Prussiens, Soviétiques ou New-Yorkais. Il n'y a pas de quoi être exagérément fiers! Nous avons tous été, en nos mauvais moments, aussi sauvages les uns que les autres. Cette équivalence ne justifie rien d'ailleurs, ni personne. Elle incite, néanmoins, à ne pas distribuer avec trop d'impétuosité ou de «bénévolence» les excommunications et les absolutions.
On ne refoulera la sauvagerie humainequ'à force de répondre à la haine par la fraternité. La haine se désarme, comme tout se désarme, mais pas en la resser- Lettre au Pape 9 vant sans fin à des sauces toujours plus piquantes ni en l'accroissant et en l'exaspérant, comme dans le cas d'Auschwitz, à grands renforts d'exagérations folles, de mensonges et de pseudo «aveux», farcis de contradictions criardes, arrachés par la torture et la terreur dans les geôles soviétiques ou américaines, car les unes valèrent les autres aux temps hideux de Nuremberg. Certains eussent pu penser qu'enfin les forbans de l'exhibitionnisme concentrationnaire et les faussaires qui firent de l'affaire des «six millions de juifs» l'escroquerie financière la plus rémunératrice du siècle, allaient mettre enfin un terme à cette exploitation. [14] Grâce à tout l'apparat de la grandiose cérémonie religieuse qui va, en votre présence, se déployer parmi les faux décors du plateau d'Auschwitz, on va, au moyen d'un gigantesque battage de télévision et de presse, tout tenter pour vous convertir en avaliste indiscuté de ces chèques de la haine. Votre nom vaut son poids d'or, pour tous ces gangsters. On va nous sortir, dans le monde entier, comme si le premier Holocauste ne suffisait pas, un Holocauste numéro 2, qui n'aura pas coûté un milliard de dollars celui-là, puisque Votre Sainteté aura fourni absolument gratuitement, à d'indécents metteurs en scène, la plus fastueuse des figurations!
L'Holocauste numéro 1,quels qu'aient été parmi les gogos sa diffusion et son impact, n'était qu'un gigantesque tapage hollywodien, d'une rare vulgarité, destiné avant tout à vider des centaines de millions de goussets de spectateurs non avertis. Mais les dégâts ne pouvaient être que passagers; on devrait rapidement noter que les extravagances étaient bouffonnes, ne résisteraient pas à l'examen consciencieux d'un historien. Par contre, votre Holocauste, à Vous, Très Saint Père, tourné en grande pompe à Auschwitz même, par un Pape en chair et en os, revêtu de toute la majesté pontificale, et oint de véracité, en face d'un autel inviolable, surtout à l'heure du Sacrifice, cet Holocauste N° 2 risque fort d'apparaître, aux yeux d'une chrétienté bernée par des manipulateurs sacrilèges, comme une confirmation casi divine de toutes les élucubrations montées par des refoulés haineux et par des usuriers. Déjà votre évocation, devant les tombes polonaises de Monte Cassino, d'une guerre dont – à en croire à ce qu'a dit aussitôt la presse – vous paraissez n'avoir retenu que certains aspects fragmentaires et partisans, a inquiété beaucoup de fidèles. Votre comparution ostentatoire à Auschwitz ne peut qu'inquiéter davantage encore, Très Saint Père, car il n'est pas douteux qu'on va vous «posséder», comme on dit dans le peuple. Ça crève les yeux. Des flibustiers de la presse et de l'écran sont fermement décidés à vous faire plonger, mitre en avant, avec votre soutane blanche toute neuve, dans ce piège béant d'Auschwitz, alors que cette cérémonie religieuse ne peut représenter à vos yeux, certainement à l'heure de la concélébration, qu'un appel à la [15] réconciliation des hommes, succédant enfin à la haine des hommes.
Homo homini lupus, disent les sectaires. Homo homini frater, dit tout chré- tien qui n'est pas un hypocrite. Nous sommes tous des frères, le déporté souffrant derrière ses barbelés, le soldat hagard, crispé sur sa mitraillette. Nous tous qui avons survécu à 1945, vous le persécuté devenu pape, moi le guerrier devenu persécuté et des millions d'êtres humains qui avons vécu d'une façon comme de .l'autre l'immense tragédie de la Deuxième Guerre Mondiale, avec notre idéal, nos 10 Léon Degrelle élans, nos faiblesses et nos fautes, nous devons pardonner, nous devons aimer. La vie n'a pas d'autre sens. Dieu n'a pas d'autre sens. Alors, au fond, qu'importe le reste! Le jour où vous célébrerez votre messe à Auschwitz, malgré les imprudences spirituelles que peuvent comporter des prises de positions d'un Pape dans des débats historiques non clos, et malgré les fanatiques de la haine qui, sans tarder, vont exploiter la spectacularité de votre geste, je joindrai, du fond de mon exil lointain, ma ferveur à la vôtre.
Je suis, Très Saint Père, filialement vôtre, (Léon DEGRELLE).
Questa lettura unita agli articoli correlati segue una logica razionale che ha dell'incredibile e spaventosa, tre cose inesorabilmente si evincono, il carnefice che si mimetizza da vittima, che le "fortune" finanziarie giudaiche si basano su affari illegali attuati per lo più sulla pelle degli altri popoli o al limite della legalità e la manipolazione totale degli eventi storici volta a celare ogni sorta di nefandezza criminale e omicida come si nota benissimo anche nella realtà attuale che denotano anche l'assoluta incapacità dell'umanità dal sapersi difendere sopratutto dalla corruzione utilizzata per poi semplicemente cercare di distruggerla.
La madre di ogni schiavismo è giudea, dai tempi dell'impero romano sino alla dominazione USA....
Sull’industria cinematografica americana, ben lo sappiamo, domina la “Jewish Cabal”, o Cricca Ebraica, il cui lacrimoso impegno antirazzista ed antischiavista sono due paradigmi ferrei e categorici. L’intera produzione hollywoodiana, filmica e televisiva, si muove in questa precisa direzione. L'Olocausto nero
Come tutti sanno, all’interno della società americana, esiste oggi una ostilità piuttosto radicata tra le comunità ebraiche e quelle cosiddette “afro-americane”, del resto di confessione pressoché totalmente protestante, islamica o cattolica. Questa opposizione contrasta nettamente con l’impegno delle prime a favore del movimento dei diritti civili sino agli anni sessanta inoltrati, e prima ancora in senso abolizionista e nordista; e soprattutto con l’ortodossia giusumanista ed immigrazionista che, al contrario di quanto pure accade in Israele, le comunità ebraiche europee continuano a manifestare. Alcuni approfondimenti storici con riguardo all’atteggiamento verso lo schiavismo possono contribuire ad illuminare alcuni aspetti di questa complessa dialettica.
Al riguardo, taluni hanno ipotizzato che, oltre al redditizio sfruttamento di un filone «che tira» e ad una squallida operazione antirazzista a fini colpevolizzanti contro gli oppositori del Mondialismo, si possa parlare di atti di espiazione da parte dell’intellighenzia ebraica per quanto compiuto per secoli dai padri. Ciò potrebbe anche essere, perchè del tanto biasimato traffico degli schiavi, proprio gli Ebrei sono stati per secoli gli ideatori, i promotori, ed i massimi e principali beneficiari. Prove certe di ciò abbiamo per gli eletti di Roma, per i quali, in particolare all’epoca di Giustiniano, tale commercio umano è la principale fonte di guadagno, sfidando i decreti degli anni 335, 336, 384, 415, 417, 438 e 743:
«Trade in slaves constituted the main source of livelihood of the Roman Jews»,
scrive nel 1912 la Jewish Encyclopedia di Isadora Singer e Cyrus Adler.
Gli Ebrei dominano difatti parecchi settori dell’economia romana, compreso il traffico degli schiavi, le attività bancarie, il commercio interno ed estero. Essi hanno, all’epoca, ottenuto anche il monopolio di specifiche attività industriali, quali l’industria tessile dell’abbigliamento, quella dei prodotti vetrari, e la vendita degli articoli di lusso.
Già subito dopo la caduta dell’Impero Romano, i commerci continuano nella Penisola Iberica, e i mercati ebrei degli schiavi mantengono il loro vivace dinamismo, e i loro serrati ritmi di “fornitura” della preziosa merce umana, scrive Pirenne,
«alcuni ebrei erano marinai o proprietari di battelli; altri possedevano terre coltivate da contadini gojim, altri ancora erano medici. Ma l’immensa maggioranza di essi si dedicava al commercio o al prestito ad interesse, comunemente noto come “Usura”. Molti erano mercanti di schiavi, per esempio a Narbona [...] È naturalmente impossibile ammettere che i mercanti orientali, ebrei ed altri, si contentavano d’importare nel bacino del Mar Tirreno senza nulla esportarne. È evidente che i battelli riportavano carico di ritorno. Il principale carico dev’essere consistito in schiavi[...] Una gran quantità di mercanti si occupavano di questo commercio di schiavi: in massima parte ebrei, a quanto pare. Il concilio di Macon nel 583 permette ai cristiani di riscattare dagli ebrei i loro schiavi per dodici soldi, sia per dar loro la libertà, sia per prenderli al proprio servizio. Si citano mercanti di schiavi ebrei a Narbona ed a Napoli. Possiamo concludere da tutto questo che un importante commercio di schiavi esisteva sulle coste del Mar Tirreno e non sembra dubbio che i battelli che trasportavano le spezie, la seta, il papiro, li trasportassero come carico di ritorno in Oriente». Lungi dal danneggiare il Popolo Disperso, la distruzione dell’antica unità mediterranea provocata dall’irrompere dell’Islam accresce la sua importanza: «In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli arabi non li hanno cacciati né massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico [...] La loro grande specialità, come si è visto sopra, era il commercio di schiavi».
Nella Spagna Visigota, i mercanti Ebrei sono al primo posto fra coloro che procurano schiavi da vendere: Celti o Slavi; finché nel VII secolo, l’ondata crescente di antisemitismo non ne limiterà pesantemente le attività.
Sotto Carlo Magno,che ha come medici personali gli Ebrei Abul Ferradsh, e Sabattai Ben Abraham, aggiungono Henri Pirenne e Hugh Trevor-Roper, gli ebrei francesi, autorizzati da uno speciale editto imperiale e avendo a soci i confratelli spagnoli, «acquistano» in Europa e piazzano sui mercati musulmani i figli dei debitori: «traffico lecitissimo per allora», postilla l’Arruolato Guido Bedarida, benché i Monumenta Germanicae Historica ce ne segnalino il corrente divieto, rinnovato nel 779, 781 e 845.
Gli Ebrei bizantini acquistano regolarmente giovani Slavi a Praga, per venderli come Schiavi. Il «traffico lecitissimo» si espande ancor più sotto il figlio Lodovico il Pio, dominato dalla seconda moglie Judith, demi-juive figlia della «nobile sassone» Heilwich/Eigilwi e dello svevo conte Welf (capostipite della schiatta dei guelfi), coadiuvata dal gran cancelliere Elisachar, anch’egli ebreo, e dal diacono imperiale Bodo, convertito al giudaismo nell’839.
Slavery in Ottoman Empire
Con l’Ascesa ed il dilagare dell’Islam, grandi opportunità si aprono per i mercanti ebrei: fornire schiavi neri o musulmani, al mondo cristiano, e bianchi e cristiani a quello islamico. Lungi dal danneggiare gli Ebrei, l’Islam, difatti ne accresce l’importanza ed il potere, dato che a sostenere il commercio non restano che loro, che ora trafficano prevalentemente in carne umana.
Dall’804 capo della Cancelleria Imperiale d’Aquitania e poi anche di quella di Aquisgrana, questo “servo fedele” verrà ricompensato con le Abbazie di Saint Aubir, Saint Jacques, e Saint Jumeges, per poi passare, disinvoltamente, nell'830, alle schiere dei nemici del suo amato Imperatore.
Fatto della stessa pasta, lievita nella cerchia ristretta del Pio Ludovico anche il Diacono Imperiale Bodo, che, fingendo di partire in pellegrinaggio per Roma, ripara invece a Saragozza in mano agli arabi, dove il 22 maggio 838 non solo si converte al giudaismo e si fa circoncidere, ma preso il nuovo nome di Eleazar, sposa un’ebrea e diviene capo delle forze d’attacco musulmane.
Particolarmente richiesti sono i giovanissimi schiavi evirati, adatti ai molteplici usi sessuali dell’harem, e che malgrado l’esplicito divieto biblico-talmudico della castrazione, (Levitico XXI 20 e XXII 24, Deuteronomio XXII 2, Shabbat 110b-111a, Sanhedrin VII 5 tosaphot e Sanhedrin 56b)gli Ebrei – gli affari sono pur sempre affari- provvedono a consegnare già debitamente “effeminati”, in quanto l’operazione è severamente proibita in tutto l’Islam. La “Preparazione” avviene ad Arles, Lione, Narbona, su cui regna dal 768 al 900 la dinastia ebraica dei Natronai-Makhit-Aymer. Verdun è uno dei luoghi ove si elabora il “prodotto” umano grezzo, prima di esportarlo verso i ricchi mercati d’Oriente.
Ludovico è talmente Pio e filo ebraico, che, nell’817 ordina di spostare ad un altro giorno i mercati, che usualmente si tenevano il sabato. I mercanti ebrei di Francia mantengono delle strettissime relazione con i loro correligionari di Spagna, Nord Africa, ed Egitto; ed importano spezie, profumi, pietre preziose, seta indiana e cinese. La principale città della Normandia, Rouen, diventa l’insediamento più importante dei mercanti ebrei nell’Europa settentrionale.
Quello dei Carolingi è un regno in cui gli Ebrei possono viaggiare liberamente, intraprendere commerci locali ed internazionali, giungendo fino alla Cina, come fa il Consorzio dei Radaniti: mercanti ebrei che partono dalla prospera regione del Rodano. Essi prestano danaro ai nobili cristiani, ai vescovi, o ai monasteri, trafficano in schiavi, ed hanno estese proprietà vinicole nel Sud della Francia.
Nel VI Secolo, al seguito dell’invasione Franca, operano in Francia i mercanti “Levantini”, o “Siriani”. In realtà la maggior parte di loro sono degli ebrei che esportano pelli, legname, spade, e schiavi, ed agiscono anche come mediatori fra Cristiani ed Islamici. I biondi schiavi germanici sono difatti assai richiesti nelle città arabe, specie i giovinetti e le fanciulle.
Similmente, quanto all’Europa Orientale, Josef Leo Seifert, riportando le conclusioni dello storico polacco L. Niederle:
«È un ruolo interessante, quello che l’ebreo assolve all’inizio della storia slava. Non appena compaiono le prime informazioni sulla vita degli slavi e sulle loro relazioni con l’estero, già esse riguardano gli ebrei, lo judaeus mercator della Leggenda di Adalberto – e già l’ebreo media, scambia, commercia di tutto, arrivando dovunque e divenendo ricco. È disprezzato, colpito sia da cristiani che da musulmani, ma ciò non gli impedisce di tenere con mano sicura le negoziazioni persino tra questi due mondi stessi. Lo vediamo anche membro di ambascerie, ad esempio presso Carlo Magno negli anni 802 e 807, e presso Ottone I. Nel 965 i chesdaj chiesero agli ebrei di fare gli intermediari nella loro corrispondenza con il khan dei cazari. Molto contribuì a ciò il loro talento linguistico. Essi padroneggiavano l’arabo, il persiano, il greco, il francese, lo spagnolo e lo slavo; commerciavano di tutto, ma dominavano totalmente il commercio degli schiavi. Questa era la loro specialità, il commercio di uomini. Gli ebrei comperavano e vendevano ragazzi e ragazze slavi, sia in Oriente sia in Spagna, e la maggior parte delle fonti ci sottolineano espressamente che gli ebrei di Spagna procedevano alla loro castrazione, essendo i grandi fornitori di eunuchi slavi nell’intero mondo maomettano [virtuoso, sulla «terra di Esklavonia», il reportage di Benjamin da Tudela: «gli ebrei che vi abitano la chiamano Kenaan, perché la gente del posto vende i figli e le figlie ad altri popoli»]. Non stupisce che già in quel tempo nelle città slave, specialmente a Praga, Cracovia e Kiev, vivessero molti ebrei. In Polonia si trovavano persino monete con la versione ebraica del nome di Mieszko (Mesha)».
Con i Normanni, gli Ebrei entrano poi in Inghilterra, e nel 1125 essi sono presenti nella città di Londra, e nell’entroterra inglese: come prestatori ad usura. In Italia, l’Ebreo di Napoli, Basilius, dato il divieto qui imposto agli Ebrei, di trafficare in schiavi, fa battezzare i figli, per continuare la tratta, resa lecita dal loro nuovo nome cristiano.
Nei Paesi Slavi, dell’Europa Orientale, il “Judaeus Mercator” o Mercante Ebreo, scambia, commercia, fa da mediatore, presta ad usura, schiavizza e vende; e diventa quindi ricchissimo. Intermediatori diplomatici ed interpreti, fra Cristiani ed Islamici, o con il Khan dei Khazari, gli ebrei sono alla Corte di Carlo Magno e poi a quella di Ottone I, nel 965. Essi parlano l’arabo, il persiano, il greco, il francese, lo spagnolo, lo slavo, e dominano totalmente la tratta ed il commercio degli schiavi.
La loro specialità è la compravendita dell’umanità non ebraica: acquistano e piazzano sul mercato ragazzi e ragazze slavi, o germanici, sia in Oriente che in Spagna, e gli Ebrei di Spagna procedono, come si è detto, anche alla loro castrazione, per fornire preziosi eunuchi e carne da letto e piacere, agli harem ed ai postriboli del mondo islamico, e dell’Oriente. A Praga, Cracovia, e Kiev, vivono perciò moltissimi mercanti ebrei, che per l’intero Medioevo, sono i principali compratori e smerciatori di schiavi. Essi mantengono questa supremazia, internazionale, anche nel 1300 e nel 1400. In questo periodo, gli Ebrei di Maiorca, mercanti di fanciulli e d’uomini, sono in stretti rapporti d’affari con i loro consimili in Nord Africa, che hanno nel mondo arabo, un’ ampia libertà di movimento. Anche l’ebrea Lady Magnus aveva del resto rilevato già nel 1890 che per tutto il Medioevo
«i principali compratori di schiavi si trovavano fra gli ebrei [...] Questi sembravano essere presenti sempre e dovunque a portata di mano per acquistare la merce [at hand to buy] e, similmente, sembravano avere sempre a disposizione il denaro per pagare [and to have the means equally ready to pay]».
Conferma l’eccellente The Secret Relationship Between Blacks and Jews :
«Il successo di questi mercanti medioevali era accresciuto dalla loro grande conoscenza delle lingue. Essi parlavano arabo, persiano, latino, francese, spagnolo e slavo»
e scrive l'ebreo Marcus Arkin in Aspects of Jewish Economic History :
«manifestavano un abilità negli affari ben avanzata per quei tempi».
Gli Ebrei sono orefici a Fez, ed a Ceuta, dove spesso si mescolano ai berberi ed ai negri, ed egemonizzano anche il mercato dell’oro: dall’Africa Nera al sultanato di Memcen, e poi verso l’Europa. Con la scoperta del Nuovo Mondo, gli ebrei, sub specie di convertiti e marrani: Portoghesi, Francesi, Spagnoli, Olandesi, od Inglesi, nominalmente appartenenti a questi Paesi, ma pur sempre ebrei, sono i maggiori importatori di schiavi, e i più ricchi piantatori di canna da zucchero, nelle isole di Madeira e Sao Tomé. Dal 1492 essi introducono schiavi e piantagioni in Brasile, dove si trovano dal 1503, trasformandolo nel primo produttore mondiale di zucchero. A fine secolo gli Ebrei sono presenti in 200 insediamenti costieri, nominalmente “Portoghesi” od “Olandesi”, ma che, commercialmente e finanziariamente, sono completamente in mano loro. Ora hanno un ruolo egemonico e centrale nella tratta dei Negri dall’Africa sub sahariana, come l’avevano avuto, per tutto il Medio Evo ed il Rinascimento, in quella dei Bianchi dall’Est Europeo.
Con l’istituzione nel 1621 della Dutch West India Company, in cui gli Ebrei controllano fin dall’inizio, buona parte delle azioni, essi sono finanziatori, imprenditori, ed organizzatori commerciali di primo piano, nei vari traffici con e dalle Americhe. Il Brasile cede il suo primato alle zone caraibiche, e “portoghese” diviene allora, un sinonimo per indicare il “negriero ebreo”. Perno del traffico negriero è il porto brasiliano di Recife Pernambuco, occupato militarmente dalla Compagnia nel 1630.
Le rivolte degli schiavi e la conquista del territorio da parte dei portoghesi non ebrei, portano nel 1654 all’espulsione totale degli Ebrei “olandesi”, ed alla loro fuga verso Nord. Alla metà del 1600, gli Ebrei sono saldamente attestati:
Nel Surinam, la colonia ebraica per eccellenza, con per capitale Panamaribo, nota come Jöden Savane. per dirla con Werner Sombart – nel triplice ruolo di commercianti, piantatori di canna e negrieri (le cause della loro decadenza vengono descritte con franchezza dall’Encyclopaedia Judaica: «Il declino economico della comunità fu in stretto rapporto [was largely connected] con l’abolizione del commercio schiavistico nel 1819 e con l’emancipazione degli schiavi nel 1863»; in parallelo Itzhak Ben-Zvi, dopo averci informati della fondazione di città nell’interno, lontano dalla costa, a partire dal 1670, con una popolazione di 10.000 individui nel 1719, aggiunge: «Il numero [degli] schiavi fuggiaschi crebbe, ed essi costituirono una grave minaccia per la popolazione ebraica bianca presente nel cuore della giungla», minaccia che, aggravata dalla malaria e dall’isolamento dai confratelli, portarono a fine Settecento all’evacuazione delle colonie, mentre «la loro capitale veniva invasa dai negri, che la distrussero quasi totalmente. Solo un cimitero con qualche iscrizione ebraica sulle lapidi attesta l’esistenza di una colonia ebraica semi-indipendente, che fiorì in quei luoghi per oltre un secolo»,
In Guayana, dove nel 1662 giunge il vascello Monte del Cisne, che sbarca 152 ebrei livornesi.
Nelle Isole Barbados, «la cui popolazione si compone quasi unicamente di ebrei», nota Sombart.
A Curaçao, che nel 1648 è il maggior centro caraibico di smistamento degli schiavi.
A Coro, in Venezuela.
A Santo Domingo.
Nelle Isole di Giamaica e Martinica, la prima grande piantagione di canna da zucchero, con annessa distilleria, viene fondata nel 1655 da Benjamin da Costa, proveniente dal Brasile con 900 confratelli e 1100 schiavi, Nevis, Saint Eustatius e Saint Thomas.
Aaron Lopez. slave trade
Per secoli, il commercio degli schiavi costituisce, quindi, la principale fonte di sussistenza e guadagno degli Ebrei, e la loro partecipazione, nella assai lucrosa “ tratta dei negri”; che avrà luogo dal 1600 al 1850, è centrale, entusiastica, e totale. Famoso resta, fra gli altri suoi simili, il negriero ebreo settecentesco Aaron Lopez.
Quanto al Settecento e al Nordamerica, i più ricchi negrieri sono tutti di eletta ascendenza, mercanti a New York, Newport, Baltimora, Filadelfia, Boston, Norfolk, Richmond e, soprattutto, Charleston e Savannah. Impediti nell’insediamento e cacciati dalla Georgia dal fondatore di quella colonia generale James Oglethorpe, gli Arruolati si spostano infatti
nella South Carolina in misura tale che la regione intorno a Savannah diviene nota come Jewland; alla fine del Settecento Charleston non solo raccoglie 500 ebrei – la maggiore comunità degli States – ma, scrive la Judaica, nel 1775 elegge al Congresso Rivoluzionario Provinciale il primo ebreo d’America, il piantatore d’indaco e proprietario di schiavi Francis Salvador, «verosimilmente il primo ebreo del mondo moderno a ricoprire una pubblica carica [legislativa]».
Coloni ebrei si stabiliscono in tutto il Nord America; nel Neuw Nederland, nel 1621, in Virginia e nel Massachussets nel 1624, Nel 1649, Il 22 Agosto 1654, a Niuw Amsterdam, poi New York, i primi ebrei arrivano in numero di ventitré – quattro uomini, sei donne e tredici bambini che si stabiliscono nel quartiere di Manhattan– da Recife dopo la riconquista portoghese della città (tuttavia, la registrazione del primo ebreo in assoluto riferisce la presenza in Virginia di Elias Legardo nel 1621 e di Rebecca Isaake e fratello nel 1624, e di Solomon Franco nel 1649 nel Massachusetts).
Sono i primi di una lunga serie d’arrivi, che porterà l’attuale città di New York a contare più di Tre milioni e mezzo d’ebrei.
Richiamati dai confratelli Jacob Aboaf e Jacob Barsimon (quest’ultimo azionista della Compagnia delle Indie e per questo dotato del privilegio di risiedere nella capitale Nieuw Amsterdam anche contro le disposizioni delle autorità locali, che vietano l’ingresso agli ebrei), il 22 agosto 1654 i ventitré sbarcano dal vascello francese St. Catherine (Charles Segal ne riporta il nome quale St. Charles, al comando del capitano Jacques de la Motte, che li avrebbe liberati dai pirati) e si stabiliscono nel quartiere di Manhattan. L’insediamento avviene malgrado l’opposizione del governatore Peter Stuyvesant, il quale sostiene a spada tratta che
«quando si dà qualche libertà agli ebrei, ne proviene sempre gran danno», poiché, «avvezzi all’usura, maestri dell’inganno, blasfemi del nome di Cristo, questa gente non ha altro dio che il denaro, non ha altro scopo che monopolizzare le correnti di traffico, espropriando i cristiani delle loro proprietà».
Il 18 marzo 1655 è il pastore Johan Megapolensis, amico di Stuyvesant, a lamentarsi, in una lettera indirizzata alla Compagnia:
«Abbiamo accolto un certo numero di poveri ebrei [...] ora si diceche ne siano in viaggio altri. Questo fatto ha generato lamentele e disordini. Perché gli ebrei non hanno altro Dio che Mammona e nessun altro scopo che di derubare i cristiani delle loro proprietà e di occupare per sé ogni commercio. Perciò Vi preghiamo di ottenere dai direttori disposizioni affinché questi furfanti senza Dio, che non sono buoni per il paese [...] vengano fatti proseguire per altre terre».
Le risposte da Amsterdam sono però invariabilmente negative poiché, sottolineano i direttori a Stuyvesant, respingere gli ebrei
«sarebbe eccessivo e disdicevole, soprattutto avendo presenti le grandi perdite che tale nazione ha patito dalla conquista del Brasile e le rilevanti somme che essi hanno investito nella Compagnia».
Nelle Colonie Inglesi, la schiavitù resta proibita fino al 1661, i primi negri, giunti nel 1619 in Virginia, non erano schiavi, quando cinque ricchi ebrei di Filadelfia: Sanford, Lay, Woolman, Solomon, e Benezet, riescono, ovviamente con la corruzione, a fare abrogare i divieti, impiantando poi una fitta rete di propri “corrispondenti”; sulle coste africane, in Olanda e in Inghilterra.
Nel 1761, sempre a Filadelfia, David Franks, membro di una delle più stimate famiglie negriere ebree, e padre di Rebecca, moglie del generale inglese Henry Johnson, è il primo firmatario di una petizione, per l’abolizione di una tassa sull’importazione di schiavi.
In Georgia, i primi ebrei giungono nel 1733, e ripartono, in seguito al divieto di importare schiavi e liquori; poi una seconda “invasione” di "eletti" ebraici si verifica nel 1749, dopo l’abrogazione del divieto; ventidue anni dopo nel 1761 sono negri la metà dei 30.000 georgiani.
Grazie al traffico negriero e schiavistico, anche Nieuw Amsterdam, caduta sotto il dominio inglese nel 1664, e ribattezzata New York, diviene, a partire dal 1730, la più ricca città coloniale d’America, pur essendo politicamente meno importante di Boston e di Filadelfia.
Una delle fonti su tale aspetto, tenuto celato al grande pubblico, sono i Documents Illustrative of the History of Slave Trade in America conservati al Carnegie Technical Institute di Pittsburgh, Pennsylvania (consultati anche da Louis Farrakhan, docente e capo religioso della Nation of Islam, per The Secret Relationship). Sarebbe invece vano consigliare al lettore di ricorrere allo Jüdisches Lexikon, al Dictionary of American Biography (per il quale lo schiavismo è argomento innominabile), alla Jewish Universal Encyclopaedia edizione 1942, dice Aaron Lopez
«uno dei più rinomati mercanti della Nuova Inghilterra prima della Rivoluzione americana e forse l’uomo d’affari ebreo di maggiore successo dei suoi tempi negli Stati Uniti»
o al Rader Marcus, che dice Lopez «merchant-shipper, patriot, philanthropist», similmente Charles Segal lo dice semplicemente
«a merchant prince e armatore per la caccia alla balena, con trenta navi che commerciavano coi paesi europei e le Indie Occidentali»,
tralasciando il benché minimo accenno all’attività schiavistica. Nessuno infatti lo avviserebbe, ad esempio sempre in riferimento ad Aaaron Lopez, che la fortunadegli Ebrei portoghesie del Nostro, è venuta soprattutto dal traffico negriero, da lui controllato per una quota del cinquanta per cento nel ventennio 1756-74.
Difatti, gran parte del commercio di schiavi e del traffico negriero del 1500 e 1600 a Lisbona, è finanziato da Ebrei convertiti, o Marrani: i Nuovi Cristiani, o Conversos.
I Marrani vanno considerati come Ebrei a tutti gli effetti, dato che le conversioni sono per lo più un mezzo fittizio ed opportunistico per aggirare le leggi, che impediscono agli Ebrei il traffico negriero ed altri “affari”.
Diego Caballero di Sanlucar de Barrameda e di Siviglia, la famigliaJorge, Fernaò Narbonha, Antonio Fernandes Elwas, sono tutti marrani ed ebrei trafficanti di schiavi, assieme ai loro familiari e parenti. Gli Ebrei sono, nei secoli del traffico umano degli schiavi, i maggiori commercianti al dettaglio nel Brasile olandese.
Anche perché il Rader Marcus osa scrivere letteralmente, quanto al «“triangular” method of trading» (nella sua «forma classica»: schiavi dall’Africa ai Caraibi, zucchero e melassa dai Caraibi alle Colonie, rum dalle Colonie all’Africa):
«New York and Georgia Jewish shippers sometimes engaged in this business, but such voyages were exceptional for them. Isaac Da Costa of South Carolina was for a time active in slave trade; numerous transactions of Aaron Lopez of Newport in this traffic were recorded. It is difficult to determine the extent of partecipation in the trade by Jewish merchants in relation to the trade as a whole».
Talora armatori ebrei newyorkesi e georgiani si inserirono in questa attività, ma tali viaggi furono per loro un’eccezione. Isaac Da Costa della South Carolina fu attivo nel commercio schiavistico solo per un periodo; in tale traffico si registrarono [anche] numerosi interventi di Aaron Lopez di Newport [in altro passo il Rader Marcus ci parla di «frequent ventures in the slave trade», che negli anni Sessanta Lopez inviò «una nave» in Africa «pratically every year», che nel decennio seguente «the traffic was increased» e che in certi anni inviò anche tre, e «perfino» quattro, navi «on the long arduos trip, nel lungo e difficile viaggio»]. «È arduo determinare l’ampiezza della partecipazione dei mercanti ebrei in tale commercio, rispetto all’intero traffico».
Più onesta delle opere consorelle e del Rader Marcus, per quanto anch’essa altamente riduttiva, è invece la Judaica, che apre la voce Slave Trade con lo schiavismo praticato dalle Dutch & Portuguese West India companies («Jews appear to have been among the major retailers of slaves in Dutch Brazil, gli ebrei sembrano essere stati tra i maggiori trafficanti di schiavi nel Brasile olandese») e facendo i nomi di alcuni stimati «importatori».
Rimpolpando la lista, di essi ricordiamo gli «olandesi» David Israel, Abraham Querido, Abraham Cohen Brazil, Jeudah Henriquez, N. Deliaan, Jan de Lion alias Joao de Yllan e Manuel Belmonte per il Brasile, la famiglia Jessurin per Curaçao, i fratelli David e Jacob Senior alias Philipe Henriquez per il Brasile e le Antille; lo «spagnolo» Andrew Lopes alias Andreas Alvares Noguera per il Messico; i «portoghesi» Joseph Nunez de Fonseca alias David Nassi, A. Perera e Isaak de Joseph Cohen Nassy per il Surinam, (E)manuel Alvares Correa e Manuel de Pina alias Jahacob Naar per Curaçao e il Messico; per Barbados e Giamaica gli «inglesi» David Enriques, Hyman Levy e Alexander Lindo (il figlio Moses Lindo, portatosi nella South Carolina, vi svilupperà una vasta attività produttiva, in particolare nella fabbricazione dell’indaco); per Santo Domingo i «francesi» David, Benjamin, Abraham e Moses Gradis di Bordeaux, monopolisti del commercio di zucchero in Francia e approvvigionatori delle truppe francesi nel Quebec, proprietari di 26 navi, tutti partecipi dell’«infamous triangular trade» (per un approfondimento vedi The Secret Relationship, per il 95% per cento basato su fonti ebraiche e la cui validità scientifica resta semplicemente eccellente, malgrado le accuse di «antisemitismo» con le quali i più vigili ebrei tentano di screditare l’opera). Nato nel 1731 in Portogallo e immigrato nel 1752 a Newport, Rhode Island (mentre nelle altre colonie l’ingresso agli ebrei continua ad essere ostacolato, l’abolizione del divieto nel 1658 da parte della città di Providence, retta dal free-thinker Roger Williams, ha portato alla nascita di un secondo insediamento ebraico nel piccolo porto di pescatori), l’antico «Prince of the Slave Trade», oggi noto come «un grande mercante famoso per la sua bontà d’animo», al fine di aggirare le residue leggi anti-schiaviste importa negri come household servants, «domestici» (exempli gratia, 4697 individui nella sola Newport e nel solo 1756).
Infamous triangular trade
Quanto ai profitti, nel maggio del 1752 si pensi che dal brigantino La Fortuna Aaron Lopez sbarca, con un unico viaggio, 217 individui pagati 4300 dollari, viaggio compreso, rivendendoli poi a 41.438 dollari, con un ricavato lordo di 37.138 dollari. Anche calcolando le perdite, ovvero i morti durante il tragitto, che spesso sono più della metà del carico sbarcato e venduto, si tratta pur sempre di un affare assai lucroso, che moltiplica praticamente per 10 l’investimento iniziale.
Ancor più, la Nave negriera Abigail, lascia Newport carica di 9000 galloni di rum, ferro, polvere, pistole, cianfrusaglie ornamentali e catene, che scambia in Africa con merce umana; ogni schiavo, il cui valore dipende da sesso, età e stato di salute, costa 100-200 galloni di rum, diluito a metà con acqua, o anche cento libbre di polvere; di fronte ad un prezzo di acquisto di 18-20 dollari, lo schiavo viene venduto a 2000 dollari.
È in ogni caso ben vero che, a spiegare il divario tra i costi e i ricavi, si hanno “perdite in mare” e decessi che vanno dal 20 al 50% della merce umana, e, nel 1700, «secolo d’oro» dei negrieri e della tratta, si calcola che annualmente vengano rapiti e strappati alle loro terre in Africa Centinaia di migliaia di Africani addirittura cinque-nove milioni di negri.Nei Tre secoli della lucrosa Tratta ebraica dei negri, vengono deportati oltre oceano fra i 50 e i 90 milioni di negri, il che, stimata la quota minima delle perdite previste, porta ad un Olocausto degli africani, attuato dagli ebrei, e quantificabile fra i 20 ed i 45 milioni di vittime. Considerata la possibilità di trasporto dell’epoca, tali cifre sono certamente troppo elevate. nel 1969 Philip Curtin, rettore della facoltà di Storia all’Università di Madison, Wisconsin, valuta il totale generale dei negri deportati oltreoceano in una cifra posta tra 10 e 30 milioni, oltre a perdite del 20%.
Sezione Navi Negriere Giudaiche
Ma tornando a Lopez, il Nostro, dando piena conferma dei timori espressi da Megapolensis, richiama decine di confratelli: quaranta famiglie ebree e marrane danno vita in pochi anni ad una prospera comunità giudaica. Il commercio del pesce, la fabbricazione di candele (Lopez guida una catena di diciassette stabilimenti), sapone e bevande alcooliche (22 distillerie punteggiano in breve Newport) sono monopolio ebraico..Nel 1759 vengono posate le prime sei pietre (Lopez posa la prima, Isaac Elizer la quarta) della locale sinagoga Jeshuat Israel, che verrà inaugurata quattro anni dopo nel 1763.
A New York, prima in America, una sinagoga è presente dal 1682. Attive sono anche le logge massoniche: la prima, costituita nel 1749, conta 12 ebrei su 14 affiliati; la seconda, King David, viene fondata nel 1769, con affiliati tutti ebrei (al contempo, il cantor Isaac Da Costa è tesoriere della loggia King Solomon n.1, la più antica della South Carolina, e amministratore della paramassonica Palmetto Society). Fitti sono i legami coi confratelli delle altre città, solidi per rapporti commerciali e vincoli familiari, che si intrecciano e stabiliscono fra questi Confratelli. Due figlie di Lopez, Esther e Abigail, vanno in spose ai fratelli Moses e Isaac Gomez di New York, partecipi del lucroso traffico schiavistico (Lewis/Luis Gomez, patriarca della famiglia nato a Madrid nel 1660, si porta a New York nel 1703 e muore nel 1740, padre di cinque figli).
Migranti
Partecipe della ribellione contro la Corona Britannica, con i confratelli, Lopez arma navi da corsa contro i traffici inglesi, mentre Haym Salomon e Benjamin Jacobs di New York, Aaron e Simon Levy di Lancaster, Benjamin Levy, Hyman Levy e Isaac Moses di Filadelfia, Jacob Hart, Philip Minis, Michael Gratz, Abigail Minis e le cinque sorelle, e i fratelli Levi/Lewis e Mordecai Sheftall di Savannah salvano il Congresso dalla bancarotta elargendo ai rivoluzionari, a condizioni ultra-favorevoli (per i prestatori), centinaia di migliaia di dollari. Inoltre, se sono ebrei nove dei firmatari del Non Importation Act e la rivolta vede un centinaio di ebrei nelle file di Washington (taluno, accettando le cifre ufficiali della presenza ebraica nelle colonie, afferma trattarsi della quota più alta rispetto ad ogni altro gruppo nazionale), ma gli ebrei giocano, come al solito, su entrambi i fronti, non è esatto affermare che l’ebraismo americano si schieri compatto coi ribelli.
Certo, l’esercito rivoluzionario è il primo nella storia a consentire agli ebrei di astenersi da ogni servizio nel sabato, e certo gli ebrei restano defilati a compiti di intendenza dato che, durante la “Rivoluzione Americana” non risulta esservi stato nessun caduto ebreo; certo, la metà degli ebrei vengono fatti ufficiali all’atto dell’arruolamento; certo, il bisogno di sale, foraggio e merci più varie li innalza agli occhi dei capi goyim; certo, il ruolo di ufficiali pagatori permette loro altissimi guadagni e future entrature politiche, e una miriade di proficui contatti d’affari.; certo, Robert Morris può ben essere definito «il vero genio finanziario della Rivoluzione»; certo, il suo «disinteressato» socio, l’ex «polacco» Haym Salomon, è tramite col console francese di Filadelfia, finanziatore dei ribelli, e coi confratelli fanno una fortuna trafficando azioni e buoni del Tesoro francesi, spagnoli e olandesi, oltre ai sottoelencati schiavisti, ricordiamo Philipp Mines e certi Cohen e Pollock; Haym è poi sposo a Rachel, figlia del newyorkese Moses Franks, fratello del già detto filadelfiano David, imparentata con tutta una serie di altri Franks, tra i quali Jacob Franks, l’inviato delle colonie presso gli inglesi durante le guerre franco-indiane, il maggiore David Solesbury Franks, mercante di Montreal e superiore del «supremo traditore» goyish Benedict Arnold, il colonnello Isaac Franks; certo, il 1776 libera da ogni gravame gli eletti (fino al 1737 nessun ebreo può coprire una carica pubblica, è del 1737 l’elezione a deputato, per New York, del primo ebreo.
Con Solomon Medina, egli è il fondatore della Banca di Inghilterra, e informatore del nemico francese, per la Regina Anna, e per Lord Churchill di Marlborough.
Come fornitori delle truppe britanniche, in tutte le guerre, da quella dei 7 anni, alla Rivolta del Tè, passando per quella con gli Indiani, compreso il conflitto del 1763, condotto dal massone Sir Jeffrey Amherst, con la geniale strategia delle coperte infette dal vaiolo, ci sono anche altri ebrei: Joseph Bueno, Jacob Franks e figlio, Uriah Hendricks, Samuel Jacobs, Damuel Judazh, Gershom Levy, Benjamin Lyon, e una sfilza infinita d’altri Levy, Myers, Simon, Simson, e Solomon.
Aaron Lopez muore cadendo da cavallo, in una pozza di sabbie mobili, e alla sua morte per altro assai emblematica, Newport decade economicamente, al punto che gli Ebrei sciamano in pochi anni come locuste affamate, calando su New York. Tutti questi Ebrei commerciano in terre, in Immobili, e in schiavi; e se serve, si fanno senza ripensamenti ferventi Cristiani, Protestanti, Puritani, o Quaccheri, pur di poter monopolizzare, senza troppi fastidi, il commercio dei negri, delle candele, e dell’Oro Bianco: il cotone.
Certo, allo scoppio della sommossa, determinata dall’introduzione di tasse su tè, zucchero e melassa, gli ebrei sono stati i commercianti più colpiti e i protestatari più attivi, ma il nostro Aaron Lopez, tacciato di «violatore in capo» dal reverendo Ezra Stiles, ignora la protesta, traendone anzi vantaggio, coi Gratz di Filadelfia, attraverso l’importazione di merci di contrabbando. E tuttavia, in virtù dei legami coi confratelli in Europa e della fedeltà alla Corona dell’ebraismo britannico, il gioco è meno schematico di quanto appaia: Essi giocano comunque da ambo le parti in causa. Del resto, l’Ebraismo Internazionale aveva, già con Carlo I, costituito un proprio essenziale tramite spionistico, nella persona del “Grande Ebreo” Abraham Israel: il Marrano portoghese Antonio Fernando de Carvajal, immigrato negli anni ’30 del 1600, e procuratore di granaglie per l’esercito di Oliver Cromwell, e poi per Guglielmo d’Orange. Con Solomon Medina, egli è il fondatore della Banca di Inghilterra, e informatore del nemico francese, per la Regina Anna, e per Lord Churchill di Marlborough.
Certo è che la rete dello spionaggio regio, diretta dal nuovo Intelligence Office, diviene presto universalmente nota come «Jewish affaire», affaire ebraico, in virtù dell’usuale «duttilità» internazionale, già con Cromwell e con Guglielmo d’Orange l’ebraismo aveva costituito un tramite spionistico indispensabile. Fornitori delle truppe britanniche (polvere da sparo, coperte, armi, vettovaglie e foraggi) in tutte le guerre dell’epoca – da quella dei Sette Anni alla «rivolta del tè», passando per quelle contro gli indiani, compreso il conflitto del 1763, condotto da sir Jeffrey Amherst con la strategia delle coperte infette di vaiolo – sono inoltre Joseph Bueno, Jacob Franks (nominato fornitore ufficiale dell’esercito regio) e il figlio David, Uriah Hendricks, Samuel Jacobs, Samuel Judah, Gershon Levy e Hyam Myers, Hayman Levy, Levy Andrew Levy (uno degli untori di Amherst), Nathan e Simpson Levy, Benjamin Lyon, Naphtali Hart Myers, Joseph Simon, Sampson Simson, Ezekiel Solomons e Levy Solomons.
Ma indietreggiando di un passo: «Lopez possedeva 150 navi impiegate nel commercio estero ed interno», continua la Jewish Universal Encyclopaedia, pudicamente tacendo di quale tipo fosse il commercio. La sua morte per annegamento, avvenuta il 28 maggio 1782, viene sbalzato da cavallo nei pressi di Providence e precipita in un banco di sabbie mobili, (una morte infame e tremenda, affogato dalla sabbia bagnata, come può capitare ad un negriero colpevole della morte e della schiavitù di decine di milioni di persone, chiamasi Karma e non ditemi che non ti torna indietro e i miliardi li lasci quà ... NdRArturo
Navone) «was the greatest misfortune that ever had befallen Newport, fu la maggiore sventura che sia mai capitata a Newport». La città, già provata dall’occupazione britannica, va incontro ad un tale declino economico che gli ebrei sciamano in pochi anni a New York, Richmond e Charleston (a Newport nasce nel 1776 Judah Touro che, portatosi a New Orleans, sarebbe divenuto il più facoltoso mercante del primo Ottocento).
Tutti questi Ebrei commerciano in terre, in Immobili, e in schiavi; e se serve, si fanno senza ripensamenti ferventi Cristiani, Protestanti, Puritani, o Quaccheri, pur di poter monopolizzare, senza troppi fastidi, il commercio dei negri, delle candele, e dell’Oro Bianco: il cotone..
La parabola dell’esperienza ebraica newportiana, esempio tra i mille di ogni epoca, la compendiano le parole di William Stowe, speaker del parlamento californiano, pronunciate nel 1855 per mettere in guardia i concittadini dall’accogliere ulteriori eletti,
«who only came here to make money and leave as soon as they effected their object, che arrivano solo per far soldi e se ne vanno non appena raggiunto lo scopo».
Comunque, nel 1792 si chiude la sinagoga, mentre nel 1822 la morte del penultimo ebreo induce il compagno a spostarsi a New York. Ricordato e pianto per anni dai concittadini (così la JUE), Lopez resta «negli annali della Nuova Inghilterra, come nella storia dell’ebraismo americano, [...] uno dei pionieri che hanno largamente favorito il commercio americano nei confronti del commercio estero». Un giornale di Newport lo loda quale rappresentante delle «più amabili perfezioni e virtù cardinali che possano abbellire l’animo umano». Anche Stiles annota, ammirato: «Era ebreo per nascita [...] un mercante di prima grandezza [...] probabilmente non superato da nessun altro in America». Dopo La Fortuna, la più famosa delle navi di Lopez (il quale, come detto, dal 1756 al 1774 tiene sotto controllo il cinquanta per cento del traffico schiavistico), altre imbarcazioni schiavistiche, da 30 a 400 tonnellate di stazza, armate nel periodo 1702-1806 da ebrei, per la massima parte intercollegati in società, sono: Abigail e Active di Aaron Lopez, Mose Levy e Jacob Franks; Africa, Betsy, Cleopatra, Hannah, Mary e Greyhound di Jacob Rivera e Aaron Lopez (in seguito, l’ultima viene acquistata da Moses Levy); Albany e Leghorn di Rodrigo Pacheco; Ann, Betsy e Polly, appartenenti a James De Wolf, «the most active slave traders in Bristol» (che nel 1791 getta in mare una schiava colpita dal vaiolo, sfugge alla giustizia e nove anni dopo viene eletto al Senato) e ai quattro fratelli Charles, William, John e Levi, che investono i capitali ricavati dal commercio di carne umana in distillerie e tessiture; Anna di John Abraham; Anne and Eliza di Justus Bosch e John Abrams; Antigua di Abram Lyell e Nathan Marston; Barbadoes Factor, Dolphin, Charming Polly, Charming Sally, Hannah, Polly e Prince Orange di Joseph Marks; Belle, Delaware, Mars e Gloucester di Moses e David Franks (dell’ultima è comproprietario anche Isaac Levy); Betsey di Samuel Jacobs (attivo dal Canada); Charlotte, Caracoa e Duke of York di Jacob Franks (le prime anche di Moses e Sam Levey); Charming Betsey di Samuel Levy; Confirmation, Defiance, Diamond, Dolphin, General Well, General Webb, Lord Howe, Perfect Union, Rabbitt e Rising Sun di Naphtali, Isaac ed Abraham Hart; Crown Gally e New York Postillon, di Isaac Levy e Nathan Simpson (il Rader Marcus scrive: Simson); David, Jane, l’Alliance, le Parfait, le Vainqueur, Patriarch Abraham e Polly di Abraham Gradis; Deborah di Samson Levy e altri; De Vrijheid («La Libertà», sic!) e Juffr. Gerebrecht dei Senior; Drake, Myrtilla, Parthenope, Phila e Sea Flower di Nathan Levy e David Franks; Dreadnought e Orleans di Hayman Levy; Duke of Cumberland di Judah Hays; Eagle, Hiram e Union di Moses Seixas; Expedition di John e Jacob Rosevelt; Fortunate, George, Hope, Lark, New York e Royal Charlotte di Lopez; General Well e Mary and Ann di Mose Levy; Hardy, Sampson, Snow Union e Polly del newyorkese Sampson Simson; Hester ed Elizabeth di David e Mordecai Gomez (la prima verrà poi acquistata da Rodrigo Pacheco); Hetty di Mordecai Sheftall; Jane, Nancy e Rebecca di David G. Seixas (le due ultime anche di Benjamin S. Spitzer e Joseph Bueno); Joseph & Rachel dei fratelli Moses, Joseph e Samuel Frazon; Juf Gracia di Raphael Jesurun Sasportas; King George, Peggy e Shiprah di Naphtali Hart; Lydia di Rachel Marks e altri; Mary & Abigail di Abraham de Lucena e Justus Bosch; Nancy di Myer Pollack; Nassau e Four Sisters, di Isaac e Mose Levy; Pearl di Emanuel Alvares Correa e Moses Cardozo Abraham Hart; Prince George di Isaac Eli(e)zer e Samuel Moses; Prudent Betty di Jacob Phoenix ed Henry Cruger; Rebecca di Moses Lopez; Sally di Saul Brown; Santa Maria di Luis de Santagel e Juan Cabrero; Sherbo, Three Friends e Spry di Jacob Rivera (l’ultima anche di Lopez); Two Sisters di John Franks; White Horse di Jan de Sweevts; Young Catherine e Young Adrian di Mordecai Gomez e Pacheco.
Basata a Richmond è la ditta di Jacob I. Cohen ed Isaiah Isaacs, poi fornitori del vettovagliamento delle truppe rivoluzionarie, due soci i cui interessi, c’informa il Rader Marcus, «erano molteplici; essi erano in primo luogo mercanti, ma la ditta commerciava anche in terre, immobili e schiavi». Sempre con base a Newport sono invece schiavisti il «portoghese» James Lucena (cugino del «grande» Aaron Lopez, stabilitosi nel Rhode Island nei primi anni Cinquanta, viene naturalizzato dall’Assemblea Generale della colonia il 31 dicembre 1760, compiendo giuramento sulla «true faith of a Christian»; si trasferirà a Savannah pochi anni dopo), il già detto filadelfiano David Franks (che Segal ci dice sposato ad una cristiana, ardente tory e altrettanto ardente oppositore, con Samson Levy e Joseph Marks nel 1761, della proposta di introdurre un dazio sull’importazione di schiavi), il suocero di Lopez Jacob Rodriguez Rivera, Isaac Elizer, Samuel Moses e Moses Lopez, fratellastro di Aaron. Inoltre, i quattro fratelli Brown: John, Josey, Nick e Moses (questi fattosi quacchero nel 1773), che impegnano i capitali impiantando fabbriche di candele, monopolizzandone il commercio, fondendo cannoni per Washington e fondando il primo cotonificio americano.
Anche nel New England come nel Lancashire e nelle Midlands inglesi, commentano Daniel Mannix e Malcolm Cowley, «fu la tratta dei negri a fornire la maggior parte dei capitali che contribuirono alla rivoluzione industriale», mentre Henry Feingold, con ammirevole understatement quanto al ruolo dei confratelli, aggiunge:
«Il traffico in esseri umani operato da portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi costituì un elemento essenziale dell’accumulazione dei primi capitali, necessaria per lo sviluppo del sistema capitalista, e gli ebrei che si erano spesso trovati al centro delle attività commerciali non potevano avere mancato di contribuire al traffico schiavistico, direttamente o indirettamente».
Il Traffico Negriero, condotto cinicamente degli Ebrei, che nominalmente sono Portoghesi, Olandesi, Francesi, ed Inglesi, è l’elemento essenziale di un disegno d’ampio respiro, che consente l’accumulazione, in mani ebree, delle immense ricchezze che verranno poi abilmente usate per lo sviluppo del loro sistema Bancario, Economico, e Finanziario.
L’Olocausto Nero degli Africani, simultaneo a quello Rosso dei Pellirosse, con gli enormi profitti che essi ne ricavano, sono alla base del loro attuale Impero Capitalistico Mondiale.
Sulle 128 navi negriere registrate nel 1707 ben 120 sono proprietà di ebrei. Trafficanti a Charleston sono i precursori Asser Levy e suo cognato Simon Valentine (che negli ultimi anni Ottanta del Seicento si era portato da New York alla Giamaica, trafficando a Port Royal in indaco, farina, zucchero e negri, rientrando poi in South Carolina dopo il terremoto del 1692, col socio Jacob Mears), Feliz de Souza, anch’egli noto come the Prince of Slavers, Simeon Potter (zio dei De Wolf), Solomon Isaacs di New York, Moses Benjamin Franks (il figlio Isaac, 1759-1822, sarà massone, speculatore terriero, tenente colonnello approvvigionatore, giudice di pace e capo-cancelliere della Corte Suprema di Filadelfia), Isaac Da Costa («probably the most outstanding Jew of Charleston before the Revolution»), i fratelli Benjamin, Isaac, Manuel, Eleanora, Gracia e Jacob Monsanto della Louisiana, Hyman Levy col dipendente Nicholas Low (socio del goy John Jacob Astor nel traffico di pelli con gli indiani, in cambio di alcoolici), Benjamin Levy, Jacob Turk e Abraham Pereira Mendez. È costui a indirizzare, il 29 novembre 1767, alte lagnanze al «padrino»: «Questi negri che il capitano Abraham mi ha consegnato sono in condizioni così misere, dovute al cattivo trasporto, che sono stato costretto a vendere otto ragazzi e ragazze per sole 27 sterline, due altri per 45 sterline, due donne per 35 sterline ciascuna»; il capitano Abraham, protesta, lo ha imbrogliato, cheating; lui, il buon Abraham Pereira Mendez, non è un uomo avido, ma Lopez deve rimborsarlo per il denaro che non ha incassato dalla vendita dei dodici articoli, commodity.
Oltre ai detti, altri ebrei che si arricchiscono trafficando il black ivory o black gold, promuovendo la «peculiare istituzione» quali finanziatori, trafficanti, armatori e proprietari di navi sono: Abraham All (all’inizio della carriera, capitano di navi), Isaack Asher, Maurice Barnett (socio di Jean Lafitte), Jacob Barsimon, Amon Bonan, Simon «Simon the Jew» Bonane o Bonave, Saul Brown nato Pardo, Isaac Carregal, Abraham e Solomon Myers Cohen, Simja De Torres, Isaac Dias, Jacob Fonseca, Aberham Franckfort, Luis Gomas, Daniel e David Gomez, Isaac Gomez, Ephraim Hart, Harmon e Uriah Hendricks, Uriah Hyam, Abraham e Joshua Isaacs, Jacob Isaacs, Joseph Jacobs, David Jeshurum, Delancena Jew, Benjamin S. Judah, Cary Judah, Elizabeth Judah, il
Jean Lafitte
pirata «patriottico» louisianico primo-ottocentesco e massone Jean Lafitte (nato a Port-au-Prince nel 1792; la nonna Maria Zora Nadrimal e il nonno materni sono ebrei, come ebrea è la moglie Christina Levine, nata nelle Isole Vergini; nel 1812, rileva lo studioso ebreo Harold Sharfman, Lafitte è «il più grande trafficante dell’intero West»; in seguito fabbricante di polvere per cannoni, di acquavite e armatore, nel 1847-48 è a Bruxelles, ove conosce Karl Marx e Friedrich Engels cointeressandoli finanziariamente alla peculiare Istituzione del “Black Gold”; ovvero coinvolgendo questi due apostoli del proletariato, nel traffico degli schiavi neri, a Parigi, Berlino, Amsterdam, Londra ed in Svizzera), Moses Levey, Arthur Levy, Eleazar Levy, Isaac H. Levy, Jacob Levy, Joseph Israel Levy, Joshua Levy, Moses Levy, Uriah Phillips Levy, Sarah Lopez, James Lucana, Jacob Malhado, Isaac D. Markeys, Isaac R. Marques, Moses Michaels, (E)manuel Myers, Seixas Nathan, Simon Nathan, David Pardo, Isaac Pinheiro, Jacob Pinto, Rachel Pinto, la vedova di D. Roblus, Abraham Seixas, Abraham Sarzedas, Solomon Simpson, Abraham Touro, Benjamin Wolf e Alexander Zuntz.
Che talune autorità religiose ebraiche abbiano giustificato per due secoli tale commercio, lo dice oggi anche Malcolm H. Stern (Jewish Week, 14 marzo 1976):
«[Il 4 gennaio 1861] Rabbi Morris [Jacob] Raphall, nato in Svezia, capo della congregazione newyorkese B’nai Yeshurun, tenne dei sermoni, largamente riportati dalla stampa, che dimostravano l’origine e la giustificazione bibliche della schiavitù».
E che dire del grande Maimonide, la cui “Guida per i perplessi” – codice d’importanza pari al Talmud che permette agli ebrei, in nome del giudaismo, di ridurre in schiavitù i ragazzi goyish – segna dal Medioevo la strada agli Arruolati?:
«Quanto a “coloro che sono fuori dalla città”, sono tutti gli esseri umani privi di credenze religiose, di capacità di ragione, di tradizione, come gli ultimi turchi [leggi: la razza gialla] all’estremo nord, i negri all’estremo sud e quelli che somigliano a loro nelle nostre regioni. Essi sono da considerare bestie prive di ragione; io non li pongo al livello degli esseri umani, perché secondo me occupano tra i viventi un livello inferiore a quello dell’uomo e superiore a quello della scimmia, in quanto hanno la figura e i lineamenti dell’uomo e una capacità di ragione [la traduzione francese di Salomon Munk ha: discernement] superiore a quella della scimmia» (III, 51).
E che dire del paragrafo 322 del “Libro dell’Educazione” – composizione stesa da un anonimo rabbino spagnolo nel primo Trecento e che illustra e motiva i 613 comandamenti del giudaismo – il quale impone l’obbligo della schiavitù eterna per i goyim (mentre l’ebreo reso schiavo va rimesso in libertà dopo sette anni?:
«Alla base di questo comandamento religioso [è il fatto che] il popolo ebraico è il migliore della specie umana, creato per conoscere il suo Creatore e onorarLo, e degno di possedere schiavi che lo servano. E se gli ebrei non possedessero schiavi di altri popoli, dovrebbero fare schiavi i loro fratelli, i quali non sarebbero allora in grado di servire il Signore, benedetto Egli sia. Per questo motivo ci è imposto di possedere quelli per il nostro servizio, dopo che siano stati addestrati per questo e dopo che l’idolatria sia stata allontanata dai loro discorsi, cosicché non vi sia pericolo nelle nostre dimore, e questo è l’intento del versetto “ma non dominerete sui vostri fratelli, i figli di Israele, con oppressione” [Levitico XXV 46], cosicché non dovrete rendere schiavi i vostri fratelli, che sono tutti predisposti per onorare Dio».
Quanto all’America, a giustificare la schiavitù si schierano, dopo il georgiano Joseph Solomon Ottolenghe (nato a Casale Monferrato da «pious, poor, but honest people», docente e schochet a Mondovì e imparentato con alcune delle più distinte famiglie ebree d’Europa, tra le quali quella dello zio materno Gabriel Treves, facoltoso mercante londinese di tabacco, del quale ha sposato la figlia Deborah) a metà Settecento, i rabbini George Jacobs di Richmond, James Gutheim di New Orleans e Simon Tuska di Memphis, e i giornalisti Jacob Cardozo, Edwin De Leon, Isaac Harby, Solomon Heydenfeldt e David Naar. Come scrive l’insigne storico ebreo Salo Baron,
«i mercanti ebrei, i banditori d’asta e gli agenti ebrei negli Stati del Sud continuarono a comprare e vendere schiavi fino al termine della Guerra Civile [...] In nessun momento gli ebrei sudisti si sentirono disonorati dal traffico degli schiavi».
Fino al 1865 operano infatti mercanti quali Levy Jacobs di New Orleans e Mobile, i fratelli Ansley, i tre fratelli Benjamin, George e Solomon Davis di Richmond e Petersburg, B. Mordechai di Charleston, Jacob Levin di Columbia nel South Carolina, Israel Jones di Mobile, Rudolph Blumenberg, Henriques da Costa, Benjamin Isaacs, John Levy e Fred Myer.
Negli Stati del Sud, i Mercanti ebrei, i banditori d’asta, e gli agenti, anch’essi ebrei, continuano a comprare ed a vendere schiavi, fino al termine della Guerra Civile. Iniziato però il declino dell’affaire già nel primo Ottocento, l’ebraismo nordista, secondando l’allucinato candore delle più accese sette cristiane, si getta a corpo morto nella causa antischiavista coi rabbini David Einhorn di Baltimora (suocero del già detto Rabbi Kaufman Kohler), Liebman Adler e Bernhard Felsenthal di Chicago, il «livornese» Sabato Morais di Filadelfia, l’«inglese» Gustav Gottheil, in seguito rabbino newyorkese del Temple Emanu-El, e il reverendo Samuel M. Isaacs di New York (Isaac Mayer Wise e il collega Isaac Leeser restano neutrali), mentre l’industria e la grande finanza delle metropoli del Nordest si schierano compatte contro il Sud (a dar prova della singolare «affezione» ebraica alla «patria», il Rader Marcus c’informa che già nel 1740 la Comunità georgiana, per cause puramente economiche, aveva abbandonato il paese per più prosperi lidi:
«Negro slavery was prohibited, the liquor traffic was forbidden, land tenure was hedged in, the lots were often swamps, and utopia had failed to materialize. And, this was equally significant, there were just as many opportunities in other colonies and no hampering legal restrictions»,
«la schiavitù era stata proibita, il traffico di liquori egualmente, il possesso della terra limitato, i terreni si erano spesso impaludati, e l’utopia non si era materializzata. E, cosa altrettanto significativa, c’erano appunto numerose opportunità in altre colonie, senza l’ingombro di restrizioni legali».
Riassumendo alcuni aspetti della bisecolare vicenda schiavistica – troppo ardito sarebbe suggerire al lettore un parallelismo tra quella tragedia e l’attuale invasionismo terzoquartomondiale dell’Europa? – così scrive un ottimo Raimondo Luraghi :
«Sulle coste africane i negrieri acquistavano gli schiavi dagli stessi capitribù locali i quali vendevano loro i prigionieri di guerra, le vittime delle razzie, spesso gli stessi loro sudditi. La schiavitù domestica era esistita da tempo immemorabile nell’Africa nera: ma ora la richiesta pressante stimolava ad accentuare la caccia agli schiavi. Le condizioni particolari della colonizzazione delle Americhe avevano posto le premesse per lo sviluppo in piena età moderna di un commercio di schiavi su larga scala quale solo il mondo antico aveva conosciuto: giova però dire che spesso furono i negrieri (e le potenze mercantili che stavano alle spalle di costoro) a “forzare” l’introduzione di schiavi in America oltre il livello richiesto dalle esigenze produttive per aumentare i lucro loro derivante da tale traffico».
«I puritani della Nuova Inghilterra presero la schiavitù e la tratta con tutta serietà come una delle speciali benedizioni riservate da Dio ai suoi eletti; non fu quindi per motivi morali o umanitari che dopo qualche tempo la schiavitù nel Nord si estinse e scomparve. Da un lato infatti il lavoro schiavistico non era idoneo alle attività commerciali e manifatturiere di quella sezione; dall’altro i modesti lavoratori, i piccoli contadini, gli artigiani, i marinai di pelle bianca furono colà i più risoluti avversari della schiavitù poiché non volevano assolutamente aver a che fare con la concorrenza della mano d’opera servile; il clima e il terreno infine non erano adatti allo sviluppo della grande piantagione, l’unica che potesse utilizzare proficuamente il lavoro del bracciantato agricolo schiavo».
«La scomparsa della schiavitù nel Nord non significò comunque l’abbandono della tratta da parte dei mercanti e del marinai della Nuova Inghilterra e, in genere, settentrionali: essi vi facevano affari d’oro, comperando nelle Indie Occidentali la canna da zucchero o la melassa che, trasportate nei porti nordisti, vi venivano trasformate in rum. Da qui le loro navi ripartivano cariche di liquore alla volta dell’Africa, ove il rum veniva cambiato in… schiavi, in ragione di un barile di rum da quattro dollari per ogni singolo schiavo. Costoro venivano poi sbarcati nei porti del Sud, dopodiché la nave ripartiva per le Indie Occidentali, a caricare altra melassa e canna da zucchero. Ciò salvava anche la “faccia”, in quanto apparentemente il vascello, arrivato con quest’ultimo carico nei porti nordisti o europei e ripartitone carico di rum, rientrava con nuova melassa e canna da zucchero. La tratta rimaneva “invisibile”».
E quanto ai sudisti? Quanto ad essi,
«le loro navi ebbero ben piccola parte nella tratta: le statistiche mostrano che, durante gli ultimi otto anni dell’importazione legale degli schiavi dall’Africa, non più che il 6% delle navi negriere entrate nel porto di Charleston erano meridionali: il rimanente era dato da vascelli della Nuova Inghilterra e da alcuni europei. La gente del Sud seguiva con preoccupazione questo ingigantire del flusso di schiavi verso i suoi territori. Indubbiamente in quei tempi la tratta come la schiavitù non erano gravemente offensive della morale media, per cui l’ostilità dei sudisti all’infame commercio era dettata solo in piccola parte, e solo nei migliori, da preoccupazioni umanitarie. La causa reale della loro inquietudine era data dal fatto che essi assistevano alla trasformazione, loro malgrado, della propria terra in un grande paese ad economia schiavistica, con tutte le spiacevoli implicite conseguenze: pericolo di insurrezioni devastatrici, totale dipendenza della loro vita sociale dal lavoro servile, formazione di una enorme popolazione negra che avrebbe inevitabilmente generato gravi problemi di coesistenza; e, the last but not the least, crollo del prezzo degli schiavi quasi a zero (per effetto della legge della domanda e dell’offerta) sintantoché sarebbe diventato (per esempio in momenti di crisi) assai più economico liberarli che mantenerli, dando luogo ad un tale cataclisma sociale che l’intero mondo del Sud ne sarebbe stato distrutto».
«I sudisti, in sostanza, guardavano con timore l’ingigantire della schiavitù sul loro suolo perché prevedevano un giorno in cui essi avrebbero finito per trovarsi, per così dire, “schiavi della schiavitù”, con conseguenze forse tragiche per entrambi i gruppi etnici. Perciò di buon’ora le colonie del Sud emanarono provvedimenti che vietavano l’introduzione di nuovi schiavi mediante la tratta: ma il Governo britannico si affrettò ad annullarli, dichiarando che l’Inghilterra non poteva rinunciare ad un sì lucroso commercio, e il flusso continuò. I corrucciati uomini del Sud attesero la guerra d’indipendenza, ed allora si affrettarono (finita ormai ogni preoccupazione di obbedire a Sua Maestà britannica) a vietare la tratta nei loro Stati, per cui la Virginia fu la prima a proibire per legge quell’infame commercio. Nuovi sentimenti umanitari si facevano adesso strada; i capi della Rivoluzione, in gran parte meridionali come Washington e Jefferson, condannavano non solo la tratta, ma la schiavitù stessa con parole di fuoco. Ora, alla Convenzione costituente del 1787, la proposta di abolire la tratta nell’intera Unione fu avanzata formalmente; ma qui ci si trovò davanti all’ostilità degli Stati del Nord, che, prevalentemente marittimi, avevano ereditato tale odioso ma lucroso traffico dalla Gran Bretagna, e non intendevano rinunziarvi. In fin dei conti si arrivò ad una specie di compromesso e con atto del 1807, sotto la presidenza di Jefferson, la tratta fu ufficialmente abolita a decorrere dal 1â gennaio 1808.Un secondo atto del Congresso, nel 1820, la dichiarò pirateria, e punibile come tale. Tuttavia, sia pure come contrabbando, la tratta non scomparve del tutto. I meridionali non cessarono di denunciare i mercanti e le navi nordiste come responsabili di tale illecito traffico: e per la verità, ancora il 21 aprile 1861, quando l’agitazione antischiavista aveva raggiunto il culmine, e addirittura erano già state sparate le prime cannonate della guerra civile, il comandante Alfred Taylor, dell’incrociatore nord-americano Saratoga, informava di aver catturato una nave negriera della Nuova Inghilterra con un carico di 961 schiavi: si trattava della Nightingale, di Boston, diretta a New York. Dal 1808 comunque la massa degli schiavi esistenti negli Stati Uniti d’America non fu più aumentata mediante arrivi dall’Africa o da qualsiasi altro paese se non saltuariamente ad opera di contrabbandieri; rimaneva però sulle spalle del Sud e dell’intera Unione il terribile problema della schiavitù, ereditato dalle generazioni precedenti».
Analisi acute, quelle del Luraghi – ciò che importa rilevare è la demolizione dei più vieti luoghi comuni coi quali ancor oggi si tenta di infamare l’illuminato atteggiamento sudista – e tuttavia insufficienti a chiarire quella dinamica storica. Nell’opera resta infatti nell’ombra l’identità dei promotori della «peculiare istituzione», nessun nome, nessuna evidenza razziale viene data ai negrieri, talché resta alla fine l’impressione di un «gioco» giocato tra «bianchi», certamente «sudisti» ma anche «puritani della Nuova Inghilterra». Cosa però, visti i nomi in questione, del tutto inverosimile. E tuttavia, elevandosi dalla storiografia ad accenni di filosofia della storia dopo avere elencato le cause del «conflitto irreprimibile» tra i due mondi, lo storico milanese, trattando del Sud, ci apre la strada a considerazioni di più ampia portata:
«Nella nuova civiltà che si apriva energicamente il passo a nord della linea Mason e Dixon vedevano con orrore e spavento l’affermarsi di un genere di vita grigio e senza colore, l’avvento di un tipo di uomo pedestre e standardizzato. Il predominio del più energico negli affari e nell’industria sembrava loro dare inizio ad un’età infernale che avrebbe valutato gli uomini in base alla loro capacità di far denaro; nelle grandi città moderne essi osservavano piuttosto i sobborghi cupi e sterminati, l’atmosfera velenosa e pestilenziale, la standardizzazione monotona del modo di vita e degli ingegni, gli slums, l’avvento di un industrialismo distruttore della personalità umana. Se si pensa ai problemi più gravi che dovette poi e che deve ora affrontare non solo l’Unione americana, ma tutta la moderna società industriale, non si può negare lungimiranza a quei “passatisti”, difensori di un mondo rurale individualista».
«In effetti il Sud non si sentiva impegnato specificamente per la schiavitù, o per il libero scambio, o per i diritti degli Stati, o ancora per l’agricoltura o per altri motivi economici: ma per difendere una sua specifica “maniera di vita” che esso non voleva sacrificare; una “maniera di vita” in cui entrava per un verso o per l’altro tutto ciò che sopra si è elencato, ma che sarebbe inesatto ridurre all’uno o all’altro di questi suoi peculiari aspetti; una “maniera di vita” che esso temeva di veder stritolata sotto il rullo compressore dell’industrialismo avanzante. Non che i sudisti più colti e più lungimiranti non si rendessero conto che in questa “maniera di vita” c’era più di una zona d’ombra: la questione non stava qui. In realtà premeva ad essi di “non gettar via il bimbo insieme all’acqua sudicia”; e pensavano che per poter far questo (e poi pian piano eliminare l’acqua sudicia da sola) occorresse anzitutto difendere comunque il loro mondo contro le forze che parevano minacciare rovina».
Allarmate per gli sforzi che i reggitori sudisti stanno compiendo
per giungere, gradualmente, all’abolizione della «peculiare istituzione», ormai anti-economica, socialmente distruttiva e moralmente sempre meno accettabile, e
per rendersi autosufficienti contro le tariffe imposte e i ricatti economici avviando una propria industrializzazione – bramose inoltre
di non lasciarsi sfuggire quell’ampio mercato e
di impedire un suo autonomo organizzarsi per l’esportazione dei prodotti (ad esempio, per giungere sui mercati europei il cotone deve prima passare per New York e altri porti del Nord),
l’industria nordista e la grande finanza «tedesca» dei Bache, Belmont, Goldman, Guggenheim, Hallgarten, Heidelbach, Ickelheimer, Kuhn, Lehman, Lewisohn, Loeb, Sachs, Schiff, Scholle, Seligman, Speyer, Straus e Wertheim che già domina l’industria tessile e va sviluppando – interconnessa oltretutto da vincoli non solo finanziari ma anche matrimoniali – un’economia integrata di scala e nuove forme di vendita (catene di department stores, grandi magazzini; mail order, il primo catalogo di ordini per posta viene stampato in una soffitta di Chicago nel 1872; i primi shopping centers seguiranno settant’anni dopo, ideati dall’«austriaco» Victor Grün) promuove, avanzando i più alti ideali, l’annientamento di una Nazione.
Punto di svolta epocale, questo, premessa indispensabile per imporre al mondo, contemporaneo e futuro,
l’industrialismo come «scelta» di vita,
il liberismo come arma dei più forti,
la democrazia come strumento politico per la distruzione di ogni civiltà«non conforme»,
l’universalismo come obiettivo finale, prima dell’apertura del Regno. L’annientamento della Confederazione avrebbe costituito la prima tappa di tale percorso, «laico» ma in realtà religioso; la distruzione del cuore dell’Europa nella Grande Guerra, la seconda; lo scontro in terra spagnola nel 1936-39, la terza; la crociata congiunta di Democrazie e Comunismo contro l’Europa – contro nazionalsocialismo e fascismo, contro il Sistema di Valori indoeuropeo – la quarta.
Gianantonio Valli
David Duke - Lo scioccante Ruolo Ebraico nella Schiavitù : Cosa dicono gli Storici Ebrei - parte 1
Questa economia globale, quasi completamente in mani ebraiche, è completamente asservita al Capitale Ebraico Cosmopolita, e sbandiera i più elevati ideali, democratici, umanitari e sociali, ma, di fatto si è fondata, e si fonda, sull’annientamento programmato di intere Nazioni, Popoli, Razze, e Culture.
In America, l’annientamento della Confederazione degli Stati del Sud, costata la vita a 700.000 uomini, e ferite e mutilazioni ad altri 650.000, costituisce un’altra tappa del percorso apparentemente “laico”, ma in realtà confessionale ebraico, che ha visto la Rivoluzione di Cromwell, La Rivoluzione Americana, La Rivoluzione Francese, e la Sconfitta Napoleonica, come sue tappe precedenti.
Il passo ulteriore è stato il compiere la distruzione degli Imperi dell’Europa Centrale, con la Rivoluzione Russa, e con la Prima Guerra Mondiale. Poi si è avuta la Crociata Ebraica contro l’Europa ariana, e contro la Germania Nazionalsocialista, ed i vari fascismi europei: ultimi baluardi di un sistema di valori non ebraici.
Oggi, uniti in quella Hollywood Connection, che è di fatto una Congrega Ebraica, e che è stata determinante nel portare alla Casa Bianca dei Presidenti Kasher, gli Ebrei formano una cricca feroce e battagliera, di usurai mondiali senza scrupoli, e di bugiardi compulsivi, che ha costituito ovunque, nel mondo, delle strutture di potere parafeudale, completamente interdette ai non ebrei.
Gli Ebrei controllano il nuovo Establishment, ed il loro portavoce ufficiale è il New York Times. Essi gestiscono tutte le maggiori Case Cinematografiche, e pilotano la maggior parte dei Mass-media mondiali; hanno quindi, un potere ed un impatto enormi, a livello planetario, sulla genesi e sui mutamenti delle culture popolari.
Risulta attualmente impossibile, discutere apertamente sugli ebrei ed il loro essere tali, senza venire immediatamente accusati di fomentare l’ odio razziale, di antisemitismo, o di un qualche altro fantasioso delitto d’opinione, dalle attente scolte delle varie Leghe di pressione Ebraiche, pronte a portare in tribunale, a caro prezzo, chiunque urti la loro acutissima sensibilità nervosa: di vittime professionali della profanazione.
Il silenzio discrezionale, ampiamente concesso agli Ebrei ed ai loro loschi affari, è di fatto una vera e propria congiura razziale: una cospirazione degli Ebrei contro i non ebrei. Attualmente, i capi politici e culturali degli Stati Uniti sono individui la cui qualità di ebrei, con tutte le conseguenze che l’essere ebrei comporta, resta però completamente esclusa dal dibattito pubblico, e ben presto, forse, lo sarà anche da quello privato.
Il Dio dell’America è stato, è, e rimane, il Dio Danaro: e “In Gold we Trust” dovrebbe essere il suo motto reale. I suoi sacerdoti, ieri erano i negrieri ebrei, autori e profittatori dell’Olocausto Nero degli Africani, e in buona parte anche di quello Rosso dei Nativi Americani, ed oggi sono i Grandi Rabbini “Laici” delle Banche Internazionali, capaci di compiere, senza un palpiti d’orrore, ulteriori vantaggiosi Genocidi di Animali Antropomorfi o Gojim: Neri, Bianchi, o di un qualsiasi altro possibile colore.
Mauro Likar
David Duke - Lo Scioccante Ruolo Ebraico nella Schiavitù: l'Insabbiamento dei Media - parte 2
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