Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

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mercoledì 16 maggio 2018

Revolution OS ITA - Hackers, Programmatori e Ribelli si uniscono ! - Revolution OS 2 - Documentari sul mondo del software Open Source



Un vecchio articolo che avevo abbandonato, con materiale ancor più antico,☺non credo che al di fuori di appassionati e addetti al settore sia troppo conosciuto. L'ho trovato interessante, parla comunque di libertà, cultura, aspetti sociali e politica, per cui lo pubblico. Come tutte le storie ci sono molti risvolti, aneddoti, difficoltà e successi, sembrerebbe per esempio cosa da poco ma fondamentale e interessante la differenza tra "open source" e "free software". "The dark side of the moon" la trovate quì I Pirati di Silicon Valley (1999) - Steve Jobs, l'intervista perduta 1995 - Documentario Steve Wozniak cofondatore di Apple
Buona visione e lettura, c'è anche una parte del libro ...


Linus Torvalds e Richard Stallman, dal film Revolution OS.
Revolution OS è un documentario statunitense del 2001, girato nella Silicon Valley, diretto da J.T.S. Moore. Nel film si ripercorrono venti anni di storia di GNU, Linux, del software libero e dell'open source.

Revolution OS ITA

Il film narra la storia del sistema operativo GNU/Linux, dalle sue origini al 2000, ponendo inoltre l'accento sulla differenza tra software libero e software open source e analizzando alcuni casi di programmi rilasciati sotto licenza libera (ad esempio Apache). Nel documentario non mancano le accuse contro la Microsoft e rivelazioni di protagonisti famosi. Nel corso del documentario vengono intervistati noti hacker ed imprenditori, tra cui Richard Stallman, Linus Torvalds, Eric Raymond, Bruce Perens, Michael Tiemann, Larry Augustin, Frank Hecker e Brian Behlendorf.

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Un documentario e un libro raccontano la storia dei movimenti Open Source e Free Software, una rivoluzione nel mondo dell'Informatica che vede una comunità di hacker confrontarsi con le multinazionali del software, nel nome del codice libero.

Revolution OS è un documento importante per comprendere al meglio uno dei movimenti "dal basso" che più hanno caratterizzato il mondo dell'Informatica negli ultimi anni.
La cultura hacker, infatti, dopo anni di underground ha deciso di venire allo scoperto, rendere pubblica la propria filosofia e, addirittura, tradurla in una sfida al mercato delle grandi corporation del software, nel nome della libera circolazione del codice.


La sfida dei movimenti Open Source e Free Software e del loro fiore all'occhiello Linux è sintetizzata in un film documentario in DVD di 85 minuti, in cui Richard Stallman, Linus Torvalds, Eric Raymond e altri protagonisti della "rivoluzione" raccontano un pezzo fondamentale della storia informatica degli ultimi anni.
Il film Revolution OS cattura lo spirito costruttivo e l'hybris irriverente che ha caratterizzato l'età dell'oro della Silicon Valley ed è la chiave per comprendere il mercato del software attuale e futuro, oltre alle ragioni dietro lo scontro tecnico e "ideologico" tra Linux e Windows.

Il libro distribuito insieme al film è un perfetto vademecum per comprendere meglio il mondo dell'Open Source e per conoscere più da vicino i suoi protagonisti. Strutturato come un glossario, il testo presenta i personaggi, le aziende e i software che hanno caratterizzato la rivoluzione "free", cogliendo con precisione - ma senza tecnicismi - gli aspetti più importanti del fenomeno.

Frutto del lavoro a più mani tra hacker, giornalisti, programmatori e comunicatori italiani, sotto la supervisione di Alberto Mari e Salvatore Romagnolo, Revolution OS è dedicato a studenti, giornalisti e più in generale a chi vuole conoscere più da vicino il mondo dell'Open Source, oltre che a tutti i programmatori e i tecnici che desiderano possedere un documento unico nel suo genere.
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Il titolo ha ispirato un documentario e un libro realizzati nel 2003 dal giornalista Arturo Di Corinto dal titolo "Revolution OS II".

Arturo Di Corinto è giornalista (Rai Tre, Il Manifesto) e docente di Comunicazione mediata dal computer presso l´Università La Sapienza di Roma.

Revolution OS 2 Documentario sul mondo del software Open Source


di Arturo Di Corinto, ed. Apogeo, 2003
Coautori : Antonella Beccaria, Angelo Raffaele Meo, Vittorio Strampelli, Geert Lovink.




Il software libero negli ultimi anni è diventato oggetto di un duro scontro commerciale e istituzionale - fra Stati Uniti e Unione Europea, fra produttori di hardware e software proprietario e gli sviluppatori di software libero, nonché fra le corporation, che detengono i diritti del software commerciale, e i governi, che invece vogliono valorizzare e incentivare l'uso di quello libero - ed è stato al centro di un acceso dibattito per la proposta europea di brevettabilità di ogni tipo di software. Questo libro inquadra gli avvenimenti degli ultimi anni e cerca di far luce sulle conseguenze della particolare natura del software, strumento produttivo e, al tempo stesso, artefatto cognitivo.

Questo libro e questo film sono idealmente il seguito di Revolution OS, che abbiamo pubblicato nel 2003. Quel film era stato realizzato negli Stati Uniti, questo è stato girato in Italia sotto la direzione di Arturo Di Corinto. Vi si possono vedere i protagonisti del mondo del software libero e dell´open source ripercorrere le tappe della "rivoluzione" negli ultimi anni, raccontare le esperienze internazionali, in Sudamerica e in Europa, le pressioni del mercato e le iniziative di valore sociale, il ruolo del software libero nella pubblica amministrazione e nell´istruzione. Accanto al film, il libro raccoglie un gruppo di saggi che approfondiscono gli stessi temi, del curatore Arturo Di Corinto, di Raffaele Meo, Richard Stallman, Lawrence Lessig, Eric Kluytens.

Il video è distribuito sotto una licenza Creative Commons 2.0 Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo, quindi download e condivisione sono legali ed incoraggiate.


Contenuti in breve
  • Richard Stallman
  • Sergio Amadeu
  • Presidente dell´Instituto Nacional de Tecnologia da Informacao del Governo Brasiliano
  • Diego Saravia
  • argentino
  • Università di Salta
  • Fiorello Cortiana
  • senatore Verdi-L´Ulivo
  • Benjiamin "Mako" Hill
  • programmatore
  • rappresentante del Debian Project international
  • Robin Gross
  • americana
  • executive director dell´associazione IpJustice
Langhe
Presentazione 1
Introduzione 5 
La storia 9 
Nella Rete, prendiamoci per mouse 12 
Un pinguino e uno gnu al bazar dei sogni 20 
Linux e Mandrake, compagni di banco 23 
La tutela del software: storia di un orientamento giuridico 31 Antonella Beccaria Origine della tutela del software 33 Concorrenza sleale, marchi e segreto industriale 35 
Brevetto e invenzioni industriali 38 
L'orientamento verso il diritto d'autore 42 
Un excursus sugli Stati Uniti 43 
Software Libero: Un'opportunità per il Paese 47 
Angelo Raffaele Meo Premessa 47 
Lo stato dell'economia italiana 47 
Un nuovo scenario mondiale 48  
Benefici economici diretti 49 
 L'alveare 50 
 Free software as a Common 53 
Arturo Di Corinto Il valore dell'autorganizzazione 54 
 L'emergenza della cooperazione 56 
Sistemi flessibili 57 
L'economia del software 61 
Vittorio Strampelli Introduzione 61 
Protezione del software 62 
 Oekonux e il modello del Free Software 71 
Geert Lovink Linux come modello di una Nuova Società 71 
Le conferenze Wizard of OS 77 
La cultura tedesca del dibattito 80 
I due Stefan 82 
I germi del post-capitalismo 86 
Donne e altri argomenti 93 
"Auto-schiudersi" 97 
I progetti oltre il software libero 102 
Strategie aperte 110 
Codici ribelli, la libertà corre sulla tastiera 119 
Intervista a Richard Stallman Un agit-prop per il bene comune della creatività 125 
Intervista a Gilberto Gil Open source: parla il numero 2 del software libero 131 
Intervista a Bruce Perens Il software libero in alcune date significative (2000-2004) 137 
Sitografia e fonti 149


Richard Stallman - Revolution OS
Pagina 1
Presentazione
Fino a circa 30 anni fa quasi tutto il software in circolazione era libero; da quando è stato messo sotto copyright, non è più stato così. Il copyright sul software ha di fatto limitato il diritto, fondamentale per lo sviluppo stesso dei programmi, di studiarne il codice, riscriverlo e distribuirlo modificato, interrompendo quella pratica ideativa e di cooperazione decentrata che era stata alla base del suo sviluppo.

Tuttavia, mentre il linguaggio informatico veniva messo sotto chiave, un gruppo di hacker ha ideato un'alternativa alla potenziale sclerosi del software che tale chiusura poteva determinare. Questa alternativa è il "copyleft", il "permesso d'autore" garantito dalla General Public Licence per il free software e da licenze similiari per quello open source che utilizza peculiari forme di copyright per mantenerlo libero e nella disponibilità di tutti.

La GPL — di cui è stato annunciato a settembre del 2005 un upgrade noto come GPL Version 3 Development and Publicity Project — si basa sul principio etico e scientifico del miglioramento libero, aperto e collaborativo della conoscenza umana. Un metodo che è stato centrale per la rapida evoluzione di discipline come la matematica, la fisica o la biologia, portato al campo delle tecnologie dell'informazione, e adattato al software dalla "Free Software Foundation" di Richard Stallmanl'ultimo degli hacker.

Una reazione al copyright sul software che Stallman e i suoi colleghi della "Free Software Foundation" considerano una peste sociale che frena l'innovazione, non aiutando a promuovere il senso di comunità e un'identificazione sociale positiva che viene invece dalla condivisione e dall'uso etico e cooperativo di ciò che gli uomini inventano.

È infatti convinzione degli aderenti al movimento del Free Software che solo applicando la legge della ridondanza, insieme al diritto illimitato di copia e distribuzione l'innovazione può procedere.

Non è solo questione di idealismo, ma il modo per sortire quegli effetti che l'economia classica considera come "combinatorial innovation" oppure "indirect network effects", riferendosi al fatto che quando una tecnologia o un set di tecnologie emerge, si attiva un processo che genera tutto un nuovo insieme di innovazioni e apre nuovi mercati e nuovi orizzonti.

Per fare un esempio semplice, basti pensare al linguaggio del web, l'Html, un linguaggio "a codice aperto" per definizione, che grazie alla sua apertura ha trainato prima la grande espansione del web e poi tutte le applicazioni successive, dall'e-commerce ai blog.

Ecco, per ampliare le possibilità della conoscenza umana e per incorporarla nel software è stato creato il concetto di copyleft. Somiglia al copyright da un punto di vista legale, ma al contrario di esso dà diritto al libero uso del software con la sola restrizione di includere in ogni nuovo prodotto la libertà, incorporata nella General Public License (GPL), di adattare il software ai tuoi scopi, di distribuirlo liberamente per incentivarne l'uso da parte di tutti, di aiutare la comunità consentendo a ciascuno di migliorare il programma e, dopo averlo modificato, di distribuirlo con le stesse garanzie di libertà.

La possibilità di metterci le mani sopra – come dicono gli hacker – ovvero di guardare cosa c'è dentro la black box di un programma per computer costituisce una potente spinta al nuovo: la disponibilità del codice sorgente del software consente infatti agli utilizzatori successivi di costruire su qualcosa che già esiste, di migliorarlo e renderlo più potente e flessibile.

È una mentalità che comincia a fare la sua apparizione anche nel nostro paese dove si moltiplicano i laboratori di scrittura cooperativa del software, in quei luoghi dove funzionano lo scambio, il dono, il riuso dell'hardware e del software e dove l'atmosfera gioiosamente cooperativa crea reti pronte a rimettere in discussione il dominio proprietario dell'informazione.

Dopotutto se si può formulare una definizione condivisa dell'hacking, è che esso implica l'aumento dei gradi di libertà all'interno di un sistema dato, sociale o tecnico che sia.

Certo il mercato è in agguato, ma con il copyleft a proteggere il software libero siamo all'alba di un nuovo contratto sociale. È di questo che parla il libro che vi accingete a leggere.


Pagina 5
Introduzione
Il software libero negli ultimi anni è diventato oggetto di un duro scontro commerciale e istituzionale, fra Stati Uniti e Unione Europea, fra i produttori di hardware e software proprietario e gli sviluppatori di software libero, nonché fra le corporations che detengono i diritti del software commerciale e i governi che invece vogliono valorizzare e incentivare l'uso di quello libero. È anche stato al centro di un acceso dibattito per la proposta europea, poi rigettata definitivamente dal Parlamento, di renderlo brevettabile.

E il motivo di tanta importanza sta nel fatto che il software è alla base dell'automazione di ogni produzione tecnologicamente avanzata e di tutta la moderna industria immateriale – dal controllo dei flussi produttivi dell'industria manifatturiera e di quella biogenetica, alla convergenza multimediale del mondo dei media e della comunicazione – dall'innovazione della Pubblica Amministrazione all'uso personale di Internet per istruirsi, lavorare e comunicare a distanza.

Quello del software perciò non rappresenta soltanto un importante comparto industriale di per sè ma influenza tutti i settori economici a esso collegati. Infatti non solo le infrastrutture di telecomunicazione, le reti fisse e mobili, gli apparati di trasmissione, i ponti radio e i terminali fissi e mobili, ma anche i bancomat, i decoder, i cellulari, gli stessi elettrodomestici e le automobili, contengono moltissimo software.

Si potrebbe dire con buona approssimazione che il software è entrato a far parte del "sistema operativo" della società, come la ruota, il fuoco e la parola.

Il software infatti è uno strumento che serve a produrre altri strumenti, e in quanto tale è uno strumento produttivo. Ma il software è anche un artefatto cognitivo: incorpora un'idea di chi lo usa, e implica delle regole di funzionamento. Così il software, il linguaggio al lavoro che tratta il sapere e la conoscenza degli uomini non influenza solo modelli produttivi ma induce schemi mentali e modelli cognitivi. Il software insomma porta con sè significati e valori.

Il software libero ha un altro importante effetto, mette in discussione gli istituti giuridici basati sul concetto di proprietà intellettuale.

Badate bene, non li rifiuta, anzi, ci costruisce sopra, ma con un altro obiettivo, quello di ampliare le possibilità dell'utilizzatore.

Free software as a Common
Arturo Di Corinto

"Per le sue caratteristiche il software libero è una proprietà distribuita in grado di evolvere come un Bene Pubblico".
Il suo linguaggio "aperto", modulare, liberamente accessibile e modificabile, realizzato collaborativamente attraverso il metodo ricorsivo di successivi cicli di perfezionamento fanno del software libero un "bene relazionale" che, per le sue caratteristiche di accessibilità, non esclusività, e non rivalità nell'uso presenta tutti i caratteri di una risorsa comune: qualcosa di cui tutti possono usufruire pur non avendo partecipato alla sua produzione.

Il software libero in quanto "ambiente di interazione" si presenta come luogo di incontro di conoscenza scientifica, innovazione e cooperazione sociale. Infatti per le sue caratteristiche di apertura il software libero è in grado di "evolvere" come "incubatore" di idee, relazioni e innovazioni, costituenti immateriali di prodotti tecnologici altamente evoluti.

Il software libero agisce come incubatore offrendo tools e risorse per costruire un capitale sociale, cioè un repertorio di informazioni e relazioni che si presentano come risorsa disponibile alla collettività offrendo a singoli e imprese l'opportunità di autorganizzarsi e lavorare insieme.

Il software libero rappresenta pertanto uno spazio-ambiente-strumento per la condivisione, la collaborazione e il commercio, orientato alla produzione e allo sviluppo di altro software, facilita l'incontro fra la domanda e l'offerta, l'interazione fra produttori e utilizzatori, e quindi favorisce la realizzazione di prodotti flessibili e adattabili alle mutevoli esigenze degli attori e del mercato.

Il software libero favorisce l'evoluzione basata sulla variabilità in quanto si caratterizza come un "vivisistema" dove un pool genico di software, lifespecies digitali, nell'interazione con l'ambiente socio-tecnico esprime il proprio "fenotipo". Le lifespecies che si adattano meglio all'ambiente si riproducono e si diffondono, trasmettendo il proprio corredo genetico alle generazioni successive secondo il meccanismo della "selezione naturale". Come nella selezione naturale, le mutazioni del software che si rivelano più efficienti a confrontarsi con la mutevolezza dell'ambiente, decidono lafitness degli organismi artificiali, il software, modificati ricorsivamente. 
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Il valore dell'autorganizzazione
Lo studio dei sistemi emergenti ha dimostrato che dai singoli comportamenti evolvono attività complesse che sono qualcosa di più e di diverso dalla loro semplice somma.
Dal comportamento delle api e delle formiche fino a quello della comunità di sviluppo del software, il principio dell'autorganizzazione si presenta come l'elemento dinamico proprio dello sviluppo di macrocomportamenti riconoscibili che consentono di raggiungere obiettivi complessi.
Formicai e "smart mobs" come le comunità di programmatori sono sistemi adattivi complessi che mostrano un comportamento emergente nel senso che sviluppano un movimento peculiare dalle regole di basso livello alle sosfisticazioni di livello più elevato.
Queste forme di comportamento hanno la qualità di divenire più intelligenti nel tempo e di rispondere alle specifiche necessità dell'ambiente.
Ciò accade proprio perché si tratta di sistemi complessi, cioè di sistemi con molteplici agenti che interagiscono dinamicamente in modo differenziato seguendo regole locali e sono in grado di coevolvere con l'ambiente stesso.
Un sistema è emergente se produce un macrocomportamento riconoscibile: nei vivisistemi il macrocomportamento più evidente è la cooperazione. E infatti simbiosi e cooperazione sono osservati a ogni livello della vita, dalla cellula alle società complesse.
Se in una colonia di formiche i singoli comportamenti sono istruiti dal Dna e l'obiettivo della cooperazione è la salvaguardia del pool genetico della colonia, in una comunità di programmatori di sofware le istruzioni sono date da regole culturali condivise e l'obiettivo è l'incorporazione di sempre maggiore intelligenza nel software.
Le regole culturali della comunità degli sviluppatori che seguono il metodo dell'open source rimandano invariabilmente alla strategia dell'altruismo cooperativo ovvero alla logica del dono. Un metodo consolidato all'interno della comunità scientifica che si è andato via via configurando come un'economia del dono.
La Gift economy, contrariamente a quello che si può pensare, è un comportamento adattativo complesso di natura altamente razionale. Soprattutto in un contesto caratterizzato da un'elevata competizione e dall'abbondanza di risorse/conoscenza.
Gli individui che cooperano secondo la logica del dono infatti competono meglio e raggiungono risultati migliori di chi non lo fa. L'evoluzione del sistema GNU/Linux ne costituisce la migliore esemplificazione. GNU/Linux è un sistema tecnologico efficiente il cui valore aggiunto è dato appunto dalla cooperazione.
Il meccanismo di scambio di doni alla base della produzione di software libero facilita il processo di accumulazione della conoscenza globalmente prodotta ed essa, a differenza di molti altri beni, non subisce un deterioramento del processo di circolazione, anzi, il suo uso e consumo contribuiscono a incrementarne la qualità e le opportunità per la creazione di nuovi prodotti. Questo è esattamente ciò che accade con i Commons. Un bene comune è infatti un bene incrementato dall'uso.


Pagina 119
Codici ribelli, la libertà corre sulla tastiera
Intervista a Richard Stallman


Richard Stallman - Revolution OS
Richard Matthew Stallman è il fondatore del progetto GNU e della Free Software Foundation, cioè è il leader indiscusso del movimento del software libero e, insieme al finlandese Linus Torvalds, il maggior artefice del sistema operativo per computer rigorosamente libero più famoso al mondo: Gnu/Linux.

D: Quando Bill Gates è stato invitato a Roma dal presidente del senato Marcello Pera per parlare di globalizzazione, Silvio Berlusconi ha chiesto al fondatore della Microsoft lumi su come favorire l'informatizzazione della Pubblica Amministrazione italiana. Che ne pensi?
Berlusconi e Gates sono spiriti affini: entrambi cercano di arricchirsi controllando la distribuzione dell'informazione. Credono di farlo in maniera diversa e di non competere l'uno contro l'altro, ma si sbagliano. Quelli che non usano software libero sono dominati dai proprietari del software, perciò l'Italia sarà più debole nel lungo termine se usa il sistema operativo Windows sviluppato dalla Microsoft.
È per questo motivo che sei considerato la nemesi di Bill Gates?
È sbagliato concentrarsi troppo sul singolo produttore di software. Nessuna particolare azienda è infatti il "Grande Satana". Noi stiamo cercando di risolvere un problema che è assai più grande di Microsoft: il problema del software non libero.
Il parlamento italiano ha avviato una discussione sull'introduzione del software open source nella Pubblica Amministrazione – senza una chiara menzione al Free Software – e il Ministro Italiano dell'Innovazione, Lucio Stanca, ex amministratore delegato di IBM Italia, ha istituito una commmissione di studio su questo tema. Secondo te è un bene adottare il software libero nella Pubblica Amministrazione italiana?
Col software libero gli utenti controllano ciò che fanno col computer. Le agenzie governative possono beneficiare della stessa libertà esattamente come i singoli utenti. Ma c'è un'altra importante ragione per cui i governi dovrebbero adottare il software libero. Governare un paese nella giusta direzione è il compito primario dei governi e ogni agenzia di governo dovrebbe considerare questo fatto.
La Nato, l'Inghilterra, la Russia e la Cina hanno deciso di aderire al "Microsoft Government Security Programme". Che ne pensi?
Questi governi cominciano a riconoscere l'importanza della libertà del software ma Microsoft gli sta solo offrendo un pezzetto della libertà che il free software garantisce. In base a quanto stabilisce il Microsoft Government Security, i governi possono solo leggere il codice sorgente dei programmi informatici e non possono usarlo liberamente. Spero che essi capiscano che è insufficiente. La licenza Microsoft per il codice è basata sul nondisclosure agreement, cioè sulla promessa di non condividere con nessun altro ciò che impari da quel software. È un accordo non etico che una persona onesta dovrebbe rigettare da un punto di vista morale. Col software libero invece sei libero di condividere e scambiare la tua conoscenza. In ogni caso Microsoft si offre di mostrare il codice sorgente solo a pochi governi e poche aziende selezionate. Perciò questa strategia non ha alcun effetto su me e te.
Cos'è il free software?
Free (libero) software significa che tu come utente sei libero. Hai la libertà di usare il programma che vuoi; la libertà di studiare il codice sorgente dei programmi informatici, di cambiarlo e adattarlo ai tuoi desideri; hai inoltre la libertà di redistribuirne copie ad altri, la libertà di pubblicarne una versione nuova o modificata. Se non sei un programmatore e non sai come farti le cose da solo puoi pagare qualcuno che lo faccia per te.
Il free software consente agli utilizzatori la libertà di formare una comunità. Se non sai programmare ma cucini, dovresti trovare queste libertà familiari. Le libertà che penso debbano appartenere alla produzione e all'uso del software libero sono le stesse libertà che hanno i cuochi nell'usare una ricetta. Immagina se il governo cercasse di impedirti di cambiare ricetta o dicesse che se scambi e condividi le ricette sei un "pirata". Come minimo ti offenderesti.
Venti anni fa, come programmatore di computer, è esattamente ciò che ho visto succedere: il software proprietario (non free) cominciava a sostituire il free software. A me e agli altri utenti veniva sottratta una libertà. Pensando al futuro mi dissi che avrei rifiutato di vivere in quel modo. Ma qual'era l'alternativa? Dovevamo crearne una. Dovevamo creare un nuovo continente nel cyberspace, un posto dove vivere in libertà. E questo è esattamente ciò che abbiamo fatto.

Qual è la differenza fra il software "open source" e il "free software" ?
Il movimento del software libero è una campagna per la libertà. Vogliamo essere liberi di controllare i nostri computer e liberi di aiutarci l'un l'altro. Insistiamo sul fatto che il software dovrebbe essere libero e se non c'è il software libero per fare una certa cosa, lo scriviamo. Il nostro idealismo e la nostra determinazione sono il motivo per cui oggi esiste GNU/Linux. Negli anni Novanta molti adottarono GNU/Linux per i suoi vantaggi pratici senza apprezzare il suo valore di libertà. Nel 1998 alcuni lanciarono il "movimento dell'open source". Un movimento simile al nostro ma la cui filosofia è molto diversa dalla nostra. Quelli dell' "open source" non affrontano il problema da un punto di vista etico; non dicono mai che gli utilizzatori hanno il diritto morale di ridistribuire e modificare il software. Parlano solo dei vantaggi pratici. Quando il movimeno dell'open source convince la gente a sviluppare programmi liberi contribuisce alla crescita della comunità. Li apprezziamo e non li critichiamo. Tuttavia si tratta di idee che non forniscono un fondamento sufficientemente forte per la nostra comunità. Per difendere la libertà bisogna prima imparare ad apprezzarla.
Allora ti consideri un hacker?
Ero un hacker ante litteram nel 1960, ma ho appreso questo termine solo quando cominciai a lavorare al Massachusetts Institute of Technology (Mit) nel 1971. Un hacker è uno che fa le cose con uno spirito di gioiosa bravura. Quello che spesso facciamo è programmare. Ma non solo. Per esempio Guillaume de Machaut, il compositore francese del XIV secolo, ha scritto un brano musicale intitolato Ma Fin Est Mon Commencement, che è una sorta di palindromo ma anche un pezzo di ottima musica. Era un ottimo hack! Il sistema operativo GNU/Linux è anch'esso un ottimo hack! Quanto sia buono un hack lo giudichi da solo.
Cosa è GNU/Linux e perchè è sbagliato chiamarlo Linux?
Nel 1984 cominciammo a sviluppare un sistema operativo libero di nome GNU. Nel 1991 il sistema era quasi completo, gli mancava solo il kernel (una delle parti più importanti dei programmi per computer). All'epoca Linus Torvalds, studente finlandese, scrisse il kernel e nel 1992 lo distribuì sotto la GNU Generai Public License. Era software libero. GNU e Linux insieme formano un sistema operativo completo e totalmente libero. Linux è una parte importante del sistema nel suo insieme ma il contributo maggiore (lo GNU) era precedente al suo sviluppo. Perciò non diamo molto credito a quelli che usano la parola Linux per indicare l'intero sistema operativo di cui Linux è una parte. Chiamandolo GNU/Linux invece si rende giustizia a entrambi. Non ti sembra più giusto?
Chi è invece Saint IGNUcius?
Saint IGNUcius, della Chiesa di Emacs, è il modo in cui ironizzo su me stesso e sulla mia immagine di guru (Emacs è il mio editore di testi, che per molti è diventato un modo di vivere, quasi una religione). La sua aureola è un vecchio hard disk dei tempi in cui erano grandi come lavatrici. St. IGNUcius si appella ai fedeli per esorcizzare dai computer diabolici sistemi operativi proprietari e sostituirli con sistemi operativi che siano liberi. Saint IGNUcius è un hack. A giudicare dalle risate della gente quando lo introduco è un hack piuttosto ben riuscito.
Nei tuoi interventi, sostieni che il free software è più affidabile di quello non free. Perché?
L'esperienza ci dimostra che i sistemi GNU/Linux sono altamente affidabili, molto di più di Windows. Sui motivi di ciò possiamo solo speculare. Alcuni sostengono che dipende dalle migliaia di di programmatori che cercano e risolvono i bachi (gli errori, n.d.r.) di funzionamento del software. Ma anche perchè i programmatori mettono molta cura nello scrivere un codice sorgente chiaro e pulito quando si aspettano che il loro lavoro sarà letto da altre migliaia di persone. Ma questa cosa non è per me la più importante. Io uso software libero per essere libero e sceglierei di usare software libero anche se fosse meno affidabile di quello che è in effetti.
Molti computer, soprattuto i server Internet, usano "free software". Invece i computer a casa per la maggior parte usano software non libero (soprattutto Microsoft). Pensi che il free software cambierà il mercato domestico?
Il business del "free software" ha un mercato ma il movimento del software libero è un movimento sociale, non un business. Noi pensiamo in termini di cittadinanza, non in termini di mercato. Quando abbiamo cominciato a sviluppare il sistema GNU volevamo qualcosa di simile allo Unix (altro sistema operativo), e nel 90' abbiamo avuto quello che volevamo: GNU/Linux. Potente come lo Unix e difficile da imparare come Unix. Non aveva l'interfaccia grafica che molti vogliono. Questo è il motivo per cui GNU/Linux si è diffuso per i server, perchè solo i più tecnici lo usavano. Adesso abbiamo interfacce utente a icone e applicativi grafici per l'ufficio. Non sono in grado di predire il futuro ma queste nuove opportunità danno a GNU/Linux la possibilità di diventare assai popolare nell'home computing.
Il free software può essere venduto, ma molti sostengono che non riesce a garantire il reddito necessario per vivere dignitosamente. Qual è la tua opinione?
Ci sono centinaia di persone, forse migliaia, che vivono sviluppando software libero e adattandolo alle esigenze dei loro clienti. La libertà che è incorporata nel software libero ti dà la possibilità di assumere qualcuno in grado di modificare il programma in base alle tue necessità. Non sappiamo se passare al free software crei o meno occupazione, di certo non la diminuisce. Il free software si oppone a un modello commerciale che forza l'utente a pagare l'uso del programma. Il free software favorisce infatti un modello commerciale basato sull'adattamento e l'estensione del software a più clienti. In definitiva potrebbe favorire l'occupazione molto di più del software non libero. Ma non lo si può sapere prima di farlo. Quello che è evidente è che il software non libero favorisce le compagnie multinazionali e arricchisce poche persone mentre il software libero incoraggia l'industria locale del software e favorisce gli investimenti sul territorio.
Dopo gli attentati dell'11 settembre molti paesi adottano misure restrittive delle libertà in rete e le cose potrebbero peggiorare a causa del conflitto iracheno. Nel tuo sito personale sostieni che patriottismo significa difendere le libertà civili...
Gli attacchi dell'11 settembre sono la scusa più comoda per molti governi, incluso il regime di Bush, per attaccare la libertà della loro stessa gente. Il governo americano si arroga il potere di imprigionare arbitrariamente chiunque senza un processo, qualcosa che non può succedere in un paese libero. Il terrorismo rappresenta un pericolo reale, ma il pericolo è maggiore quando è il nostro stesso governo ad attaccare la nostra libertà. Osama Bin Laden può volere distruggere gli Stati Uniti, ma non può riuscirci. Bush invece può veramente distruggere gli Stati Uniti come terra di libertà. Per questo io cerco di richiamare l'attenzione degli americani sul pericolo che Bush rappresenta. Se ami il tuo paese, aiutalo a rimanere libero.
Links :
Wikipedia Revolution OS 1: http://it.wikipedia.org/wiki/Revolution_OS

Fonte   wikipedia   apogeonline  apogeonline   amazon   tecalibri

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I Pirati di Silicon Valley (1999) - Steve Jobs, l'intervista perduta 1995 - Documentario Steve Wozniak cofondatore di Apple


«Non voglio che pensiate sia... solo un film, un processo di conversione di elettroni e impulsi magnetici in forme, figure e suoni; no! È ben altro! Siamo qui per cambiare l'universo, altrimenti perché saremmo qui? Stiamo creando una coscienza completamente nuova, come fanno gli artisti o i poeti. Così dovete vedere la cosa: noi stiamo riscrivendo la storia del pensiero umano»
- Steve Jobs - monologo per illustrare lo spot pubblicitario dell'Apple Macintosh
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Dopo questo articolo Revolution OS ITA - Hackers, Programmatori e Ribelli si uniscono! - Revolution OS 2 - Documentari sul mondo del software Open Source ho pensato per par condicio di integrare con quest'altro, che può sempre essere interessante, bella l'intervista perduta a Steve Jobs, chiaramente i tre contributi si intrecciano, quasi a confermarsi uno con l'altro. Direi solo tre cose, il primo personal computer con vendita di massa, 44.000 pezzi, considerati i tempi, inizio progettazione 1962 e produzione 1965, ben 10 anni prima dell'Apple I fu costruito in Italia, in Piemonte, a Ivrea ed era l'Olivetti "Programma 101", costava due milioni di lire e stava su un tavolo, i suoi concorrenti occupavano una stanza e costavano 100.000 $, ne farò un articolo.

Di Bill Gates bisogna ricordare che qualche anno fa dichiarò
"siamo 6,8 miliardi se facciamo un buon lavoro con i vaccini e i servizi sanitari riusciremo a diminuire la popolazione mondiale del 10/15%",
con la fondazione "Bill & Melinda Gates", un criminale efferato, parla tranquillamente in pubblico di assassinare centinaia di milioni di persone.

Non sono un esperto di Steve Jobs ma mi dava l'impressione di una persona pulita, quindi quando letame non sei e invece sei costretto a metterci le mani dentro finisci per corroderti dall'interno e i tumori sono la peggior forma di corrosione. La Apple è ormai una delle peggiori multinazionali materialistiche conformate al sistema, con buona pace di tutti i fanatici, "conformisti", che gli corrono dietro, regalandogli miliardi, un iPhone esce a 25$ da un "Lagoai", campo di concentramento e di lavoro forzato cinese, e viene venduto a più 1.000 $/€. Mi pare peggio persino di Microsoft, un Windows lo prendi a calci e in un modo o nell'altro riesci sempre a farlo funzionare, fino a non troppi anni fa usavo ancora Windows 98, un Mac invece arriva un bel giorno che non lo puoi più usare e per essere chiari l'hardware è il medesimo.


I pirati di Silicon Valley (1999) guarda il film italiano

Il destino ha voluto che le vite di due giovani, Steve Jobs e Bill Gates, fossero strettamente legate nella corsa dell'evoluzione del personal computer e dell'informatica in generale. Uno diventerà fondatore della Apple e l'altro creerà la Microsoft. In mezzo, l'invenzione del Dos e del mouse, il ruolo di Xerox e IBM... In secondo piano, a commentare la loro ascesa e competizione, Steve Ballmer, presidente della Microsoft, e Steve Wozniak, cofondatore della Apple. Film per la Tv ispirato al libro di Paul Frieberger, che ridimensiona l'aura di genialità che avvolge i protagonisti, enfatizzandone semmai la scaltra preveggenza.


I pirati di Silicon Valley (Pirates of Silicon Valley) è un film per la televisione del 1999 diretto da Martyn Burke ed interpretato da Noah Wyle e Anthony Michael Hall.

Tratto dal libro "Com'era verde Silicon Valley" di Paul Freiberger e Michael Swaine, il film TV racconta, in forma di cronaca romanzata, di come i giovani Steve Jobs e Bill Gates, a metà degli anni settanta, arrivarono a realizzare il sogno del personal computer, in una corsa che culmina nel 1984 con l'introduzione sul mercato dell'Apple Macintosh, e del seguente trionfo dei sistema operativo della Microsoft di Gates su quello della Apple di Jobs.

Il vero Steve Wozniak (a destra)
 assieme all'attore Joey Slotnick
(a sinistra), colui che lo interpreta
ne I pirati di Silicon Valley.
Il film viene narrato con una struttura flashback alternativamente da Steve Wozniak, cofondatore della Apple con Jobs, e Steve Ballmer, dirigente della Microsoft, interpretati rispettivamente da Joey Slotnick e John DiMaggio. Ha un andamento rapido, concitato, sempre velato di ironia.

L'inizio del film si apre sul set cinematografico dello spot televisivo della Apple Inc., la cui regia fu affidata a Ridley Scott, ed è una sorta di ribellione contro il "Grande Fratello" (personificato nella IBM). Poi Steve Wozniak inizia a raccontare di quando costruiva le blue box (ovvero dei congegni per telefonare gratis) che vendeva con Steve Jobs, allora entrambi capelloni. Racconta di quella volta che telefonò alla Città del Vaticano chiedendo di parlare con il pontefice che allora stava dormendo.

Nonostante il parere contrario dell'amico, Woz, dopo essere stato perquisito dalla polizia, decise di smettere di costruirne e passare a ciò che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il mondo : il Personal Computer. Poi comincia la narrazione della storia della Microsoft.

Bill Gates si trovava all'Università di Harvard e discuteva con i suoi amici (Steve Ballmer e Paul Allen) di pornografia giocando a poker. Ed è proprio con Allen che comincia a scrivere il Basic per l'appena uscito computer Altair. Poi Paul parte per Albuquerque per consegnare il programma, mentre Bill si ricorda improvvisamente che hanno dimenticato di scrivervi il loader. L'affare va comunque in porto e alla piccola azienda viene regalato il computer.

Un momento del film
 'I pirati della Silicon Valley'
Intanto Wozniak prosegue col suo progetto del PC, mentre Jobs si destreggia tra i suoi problemi personali. All'Homebrew Club, dove ogni appassionato mostrava le sue creazioni a basso budget, Jobs mostra la fantascientifica innovazione e riesce a venderne ben 50 dichiarando guerra al colosso IBM. Il giorno dopo, prima di cominciare la costruzione dei computer, Wozniak è costretto a proporre l'acquisto alla Hewlett-Packard con la quale aveva un contratto. Ma il loro dirigente rifiuta con la celebre e perentoria frase
«Ma che diavolo può farsene la gente comune dei computer?».
E qui comincia ufficialmente la storia della Apple Inc. e l'entrata di Steve Jobs tra gli uomini d'affari, simboleggiata dal cambio di look. Un Jobs rasato accoglie allora nel suo garage, dove si stavano costruendo i mini-computer, Mike Markkula, che era interessato ad investire 250.000 dollari. I fondatori intanto della Microsoft vanno alla MITS ad Albuquerque.


Steve Jobs, l'intervista perduta 1995

L'accordo con la produttrice dell'Altair 8800 era di 15 dollari a licenza per il Basic, ma Bill Gates riesce a convincere Ed Roberts a pagare il doppio. La società si stabilisce in un motel ed assume un paio di impiegati. Da lì al 1977 i due riescono ad acquistare un piccolo palazzo ed estendere i loro affari. I due Steve sono alla fiera del computer con poche macchine, ma intenzionati a venderne molte. La trasformazione di Jobs procede: si taglia i baffi e cambia stile nel vestire. La gente si accalca sullo stand della Apple, e quando arriva Bill Gates, questo viene totalmente ignorato da Jobs e rinuncia a proporre l'acquisto del Basic. La Apple ora è un'azienda in piena regola, con decine di impiegati e un enorme palazzo. Steve Jobs intanto viene a sapere che sta per avere un figlio da Arlene, ma rifiuta di crederci scaricando la sua rabbia sui dipendenti. Steve Ballmer intanto si unisce alla Microsoft mentre Bill Gates prepara un colloquio con la IBM, con cui riesce ad ottenere un contratto riguardante il non ancora sviluppato Disc Operating System (basato su DOS). Questo contratto prevedeva di cedere in licenza con ogni PC IBM il sistema operativo. Ottenuto l'accordo con il colosso dell'informatica, Paul Allen comprò dalla Seattle Computer Products il clone a 16 bit del CP/M, chiamato QDOS. E da qui cominciò il successo della Microsoft.

G2A logo
Alla Apple va tutto a gonfie vele. John Sculley entra nella società come amministratore delegato. Mentre Jobs è alle prese con la questione della paternità, Wozniak ha dubbi sul comportamento del socio. Jobs va a far visita ad Arlene e scopre di avere una bambina; insieme concordano sul nome Lisa.

Allora Steve chiede alla Apple di creare il computer Lisa, "rubando" le idee di base alla Xerox, dove la dirigenza non dava credito al progetto del sistema operativo grafico e del mouse (per esattezza, per poter accedere alle idee di base, a Xerox venne data la possibilità di acquistare 100.000 azioni Apple per un valore di un milione di dollari, con il patto di poter accedere al PARC e visionare i loro lavori). Anche Bill Gates decide di "rubare" le nuove idee emergenti, e si reca con i suoi tre soci alla Apple. Jobs, fiero, gli presenta alcuni programmatori e il Macintosh. Gates allora cerca di stringere accordi per vendere software e facendo leva sul desiderio di Steve di annientare l'IBM, riesce ad ottenere 3 prototipi di Mac. Steve Wozniak, appena uscito dall'ospedale per un incidente, non può fare a meno di notare la trasformazione subita dall'azienda per via di Jobs che ha messo la squadra Macintosh contro quella dell'Apple II, e torna al college, lasciando l'azienda. Alla Microsoft il progetto Windows procede in segreto, ma a rilento. Jobs viene a saperlo, e, su tutte le furie, chiede lumi a Bill. Gates pacatamente convince Steve che non è vero.

Alla presentazione del Macintosh viene trasmesso lo spot (di cui si è parlato all'inizio del film). Subito dopo a Steve Jobs vengono consegnati computer NEC venuti dal Giappone con software Microsoft. Il presidente della Apple allora accusa Bill Gates di aver rubato le idee, ma Gates ribatte facendo riferimento alla Xerox. Steve allora ribatte che il proprio sistema è migliore, e Gates risponde tranquillamente che "la cosa non ha importanza". Tra le ultime immagini c'è un brindisi a Steve Jobs promosso alla sua festa di compleanno da John Sculley. Poi viene raccontato ciò che è successo dopo: John Sculley licenziò Steve Jobs; Steve Wozniak insegna informatica ai bambini e finanzia un corpo di ballo; Lisa fa parte della nuova famiglia di Steve Jobs; Steve Jobs è tornato alla Apple nel 1997; la Microsoft possiede parte della Apple (al 1997); Bill Gates è l'uomo più ricco del mondo.


Documentario Steve Wozniak Fondatore Apple. Ita

Fonte   filmtv   wikipedia

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giovedì 10 maggio 2018

La partenza del giro d’Italia comprata da Israele, tra falsi storici, minacce e ripuliture mediatiche



"Masters of Deception", "Maestri dell'inganno", non si smentiscono mai. Proprio non ce la faccio a stare dietro anche all'attualità, o cambio sistema, volevo già fare un articolo alla presentazione del giro, l'anno scorso, ma mi sono perso, dicendo parte si queste cose, meglio così, sono giunte due cose interessanti.
Era già iniziata male, subito, con il ricatto di togliere i finanziamenti per quanto segue :

Il Giro d’Italia 2018 ha rischiato di creare un incidente diplomatico con Israele. Il motivo? L’aver scritto che la prima tappa partirà il prossimo 4 maggio da “Gerusalemme ovest“. Un dettaglio, quell’ovest, che per Israele ha un significato molto importante: allude all’occupazione del 1967, quando Gerusalemme era divisa in due dalla Green Line, che separava appunto est e ovest della città. Gerusalemme capitale, Trump, i sionisti e Israele, l'Islam e i Palestinesi,qual'è il problema ? Si infiammano nuovamente i TerritoriGerusalemme non è la capitale di Israele di Richard Falk

Era chiaro fin da subito, poi, che era una operazione di marketing, è il mio mestiere, ma ben poco ci voleva a capirlo, che far partire il giro da Israele serviva, approfittando della copertura mediatica e della pur ottima immagine italiana per darsi una ripulita e una bella lavata di faccia dal sangue palestinese e non solo. Non sono il solo a pensarla così, come abbiamo visto nel precedente articolo  70°anniversario di Israele, lettera aperta di denuncia e richiesta di sottoscrizione di 32 personalità ebraiche italiane, dove scrivono, tra il resto, interessante da leggere tutto : 
"Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport".

Questa ultima frase è già un pò che ho in mente di approfondirla  magari per il calcio e le olimpiadi ... poi ... 


Da dove prendano i soldi, poi, è cosa nota, Lord Rothschild ha da inizio '900 finanziato l'acquisto della maggior parte dei territori palestinesi, dove prende i soldi ? Con l'estorsione/rapina dell'emissione monetaria o signoraggio, a dir si voglia, alle nazioni tramite guerre, finte rivoluzioni, omicidi, corruzione, ricatti e minacce, con questi finanzia anche i suoi agenti, Jacob Schiff ai tempi, Waburg, J.P. Morgan, Rockefeller, George Soros, ecc., così si stanno impadronendo del mondo, Banche, multinazionali, Big Pharma, media main stream, organismi internazionali e sovranazionali, nazioni intere, la Grecia per esempio, ecc. I Rothschild e gli Altri. Dal governo del mondo all'indebitamento delle nazioni, i segreti delle famiglie più potenti del mondo.

Ciliegina sulla torta, il falso storico, sono abbonati, solito argomento, del testimonial che hanno scelto per l'operazione di ripulitura, Gino Bartali, la storia, da più fonti, pare non essere come la raccontano ...
Da "West Jerusalem" a "Jerusalem": il cambiamento sul sito del Giro dopo le proteste di Israele
Ambasciata di Palestina: “Il Giro d'Italia cede a
ricatto di Israele”
1 dicembre 2017

Dopo la rimozione dell'aggettivo “West” dalla dicitura “West Jerusalem” sul sito della corsa, la sede diplomatica ha sottolineato che è stata assecondata "una pretesa di annessione condannata da risoluzioni Onu”.

“Il Giro d'Italia cede al ricatto”: è questa l'accusa dell'ambasciata di Palestina in Italia, sulla questione della rimozione, su richiesta israeliana, della parola “West” dalla dicitura “West Jerusalem” (Gerusalemme Ovest) riguardante la prima tappa della corsa rosa nel 2018, che inizialmente compariva nel sito ufficiale della manifestazione.

“Annessione condannata dall'ONU”
La rimozione è arrivata dopo le rimostranze di due ministri di Israele, che avevano minacciato di ritirare i finanziamenti alla gara. Una vicenda riguardo alla quale ora l'ambasciata palestinese esprime rammarico “per l'evidente politicizzazione” del Giro.
“Gli organizzatori assecondano una pretesa di annessione condannata da risoluzioni ONU, spiegano dalla sede diplomatica, assumendosi una responsabilità politica che non solo non compete loro, ma che differisce dalla posizione della comunità internazionale, compresa l'Italia”.
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Da "West Jerusalem" a "Gerusalemme"
La ricostruzione palestinese
I fatti risalgono allo scorso giovedì 30 novembre:
“Due ministri israeliani - si legge nel comunicato ufficiale palestinese riportato da diverse agenzie di stampa - avevano minacciato che il governo non avrebbe partecipato all'evento sportivo se la definizione di Gerusalemme Ovest non fosse stata modificata, e sono stati accontentati”.
A nulla era valso l'intervento degli organizzatori della gara ciclistica, che si erano affrettati a dire che
“la definizione non aveva nessuna valenza politica”. Dietro alla richiesta di Israele, secondo l'ambasciata di Palestina, oltre al “ricatto economico” c'è una questione “squisitamente politica e contro il diritto internazionale”.
La questione di Gerusalemme
Per gli israeliani, Gerusalemme è la capitale dello Stato e non esistono divisioni tra Est e Ovest.
“Una distorsione della realtà che - ribadiscono i palestinesi - contraddice le risoluzioni delle Nazioni Unite per cui Gerusalemme Est è stata occupata da Israele nel 1967 insieme alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza”.
Anche per la Palestina la città santa è la legittima capitale:
“Non riconoscere Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina - conclude il comunicato - significa non riconoscere la soluzione dei due Stati”.
G2A
Gino Bartali milite della Repubblica Sociale Italiana, motociclista della GNR,
la Guardia Nazionale Repubblicana.
La partenza del giro d’Italia comprata da Israele
di Alberto Negri
6 maggio 2018

La partenza del giro d’Italia comprata da Israele in guerra e le polemiche su Gino Bartali salvatore degli ebrei.
Per rendere memorabile l’evento è stato coinvolto anche Gino Bartali, già entrato nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem e ora cittadino onorario di Israele per il salvataggio di alcuni ebrei tra il 1943 e il 1944. La questione in realtà è assai dubbia, neppure lo stesso Bartali da vivo l’aveva mai confermata. In realtà secondo lo studioso Michel Sarfatti, fino al 2016 direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, si tratta di un clamoroso falso storico.
"Nella foto, il giovane Gino Bartali durante la guerra. Gino Bartali era un milite della Repubblica Sociale Italiana. Più precisamente, era un motociclista della  GNR, la Guardia Nazionale Repubblicana". (ndr)
La maglia rosa del Giro d’Italia quest’anno l’hanno già vinta gli israeliani: come ciclisti non sono un granché ma sulla propaganda e il marketing non li batte nessuno. Anche a costo di qualche clamoroso falso storico sulla figura di Gino Bartali. Al prezzo di 16 milioni di euro versati a Rcs e Gazzetta dello Sport l’inizio del Giro d'Italia è stato “appaltato” a Israele: tre tappe sul territorio israeliano e partenza ieri con una cronometro individuale da Gerusalemme. A Gino Bartali, accreditato come salvatore di ebrei durante la guerra, viene conferita la cittadinanza postuma. Se fosse vivo forse guarderebbe al di là del muro che separa israeliani da palestinesi e non sarebbe poi tanto contento.
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Una lettera di una trentina di intellettuali ebrei italiani sottolinea le incongruenze di questa iniziativa, un’operazione di immagine in occasione del 70° anniversario dello Stato di Israele. Se per molti ebrei la data del maggio 1948 significa la rinascita dopo l’Olocausto, ai palestinesi questo passaggio storico ricorda la “Nakba”, la catastrofe, con l’umiliazione e l’esilio per centinaia di migliaia di arabi. Non solo: tutto questo avviene mentre Israele prende letteralmente di mira i palestinesi e lo stato ebraico è coinvolto nei raid in Siria e vorrebbe fare la guerra all’Iran.

La stessa tappa a Gerusalemme è stata una sorta di sfida alla legalità internazionale: la parte orientale è una città occupata. Una situazione inaccettabile rafforzata dalla decisione di Trump di trasferire da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata Usa e di riconoscerla come capitale dello stato ebraico. Il Giro rischia di trovarsi in mezzo suo malgrado ad un’operazione politica e propagandistica a favore di decisioni illegali e non accettate dalla stessa Unione europea, oltre che dalle risoluzioni dell’ONU.


Come se non bastasse, per rendere memorabile la ricorrenza, è stato coinvolto anche Gino Bartali. Secondo un libro, “Assisi clandestina” di Alexander Ramati pubblicato nel 1978, Bartali aveva l’incarico di corriere tra Firenze e Assisi. Il ciclista raggiungeva Assisi, fingendosi in allenamento, con fotografie e documenti, tornando indietro con carte d’identità false per salvare la pelle agli ebrei e ai partigiani perseguitati da nazisti e fascisti. Il racconto è suggestivo. Il materiale clandestino era occultato nella stessa bicicletta di Bartali che sfilava i manicotti dal manubrio e svitava il sellino per prendere le fotografie e le carte nascoste dentro il telaio.

Lo storico Sarfatti, in un dettagliato articolo, dimostra che si tratta di un racconto pieno di invenzioni. Un falso. L’attività di corriere tra Firenze e Assisi attribuita da Ramati a Gino Bartali non è menzionata né nelle testimonianze degli organizzatori del soccorso fiorentino, né in suoi scritti privati o dichiarazioni pubbliche e i documenti che la descrivono si basano sul libro di Ramati. Inoltre è esplicitamente smentita da don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi, incaricato dal suo vescovo di organizzare il soccorso agli ebrei.

Sarfatti riporta la testimonianza di Brunacci:
“Si tratta di un vero romanzo. L’autore di “Assisi clandestina” aveva certamente in mente un copione per un film e non poteva trovare personaggio più adatto di Bartali, l’eroe sportivo per antonomasia di quell’epoca”. 
 Il commento di Sarfatti sulla vicenda Bartali è lapidario:
“La storia della fabbricazione delle false carte di identità per gli ebrei clandestini a Firenze è lastricata di grandiosa umanità e terribili lutti. La prima non necessita di miti, i secondi richiedono rispetto”.
In sintesi: lasciate riposare in pace Bartali e
“Quel naso triste come una salita / Quegli occhi allegri da italiano in gita”,
come cantava Paolo Conte. Lui pedalava davvero e neppure da morto ha bisogno del doping dei falsi storici per rimanere nella memoria degli italiani e dello sport mondiale.

Sempre che gli israeliani non si siano comprati pure i diritti del pezzo di Conte e cambiato le parole (NdR).

Fonte   ilfattoquotidiano   tg24.sky  ariannaeditrice

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