Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

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mercoledì 8 settembre 2021

8 settembre 1943 - Italiani : "Badogliare". Tradimento e Strage di Stato annunciata

di Arturo Navone

Lo schifo totale, pur avendo sempre saputo, ovviamente, del tradimento, menzogne successive, annessi e connessi a ripercorrere questi avvenimenti pare di aprire il "vaso di pandora" e nemmeno finisce qui, in un articolo che ho trovato dopo aver fatto questo e che pubblicherò successivamente, è peggio ancora, non ha iniziato a tradire nel '42, come più avanti riporto, ma addirittura "Il 1 settembre 1939 scoppiava la Seconda guerra mondiale: quello stesso giorno Pietro Badoglio prendeva contatto col presidente americano Roosevelt per mezzo del console portoghese Da Vega", più tutta un'altra serie infinita di tradimenti. In un altro momento andremo poi a vedere la "famosa" costituzione dettata dal nemico dove tra il resto riporta che da subito eravamo sottoposti alle decisioni di organismi internazionali e  il trattato di pace impedisce all’Italia la punizione dei traditori in guerra. 
(...) "Solo dopo la defezione italiana noi abbiamo potuto raggiungere la vittoria" (...)
- Wiston Churchil - primo ministro inglese, dal "Taccuino Segreto"
"La resa dell'Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma l'Italia è la sola ad aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal sacrificio dei combattenti della R.S.I."
- Dwight David "Ike" Eisenhower - comandante supremo delle Forze USA nello scacchiere europeo nel suo "Diario di Guerra".
«Penso che l’armistizio di Badoglio sia il più grande tradimento della storia»
- Sir B. L. Montgomery - fedmaresciallo generale britannico, 1° visconte Montgomery di Alamein e comandante dell’8ª armata in Africa e nella campagna d’Italia
"Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l’inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli ?"  
- Benito Mussolini -
"Il disonore planetario, indelebile, ammanta un popolo e una nazione culla della cultura e della civiltà occidentale, a causa di coloro, che, reietti anche dai loro presunti alleati, tradirono in un bagno criminale di sangue l'Italia, autoproclamandosi poi eroi ma in realtà servi del nemico al quale vendettero, prostituendosi, anche la patria e gli italiani oltre che l'anima e le famiglie" ...
- Arturo Navone -
ne paghiamo ancora oggi, carissime, le conseguenze ...


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Una breve introduzione Quelle vergognose «badogliate», un sinonimo di tradimento.
Perchè si parla del "Tradimento" italiano e perchè scrivo "strage di stato annunciata" ?

Semplicemente perchè nessuno ne vuole parlare, come leggerete anche nel seguito tratto da wikipedia, l'Italia non dichiarò mai guerra alla Germania e tanto meno al Giappone, perchè non poteva, "Resa Incondizionata", nazione occupata, impossibilitata a fare atti di politica internazionale, impossibile dichiarare guerra che finì quindi alleata dell'Asse, così si spiegano tutte le menzogne e i presunti "crimini" tedeschi che erano attaccati dai loro alleati ... et voilà, spiegato l'arcano, il tradimento, Cefalonia, i soldati italiani deportati, le rappresaglie e via discorrendo ...

Il tutto condito dalle porcate di Badoglio e del Re che badavano soltanto ai loro interessi personali !!!
Parlando di tradimenti, anche questo non fu da poco, Seconda Guerra Mondiale - Patto nippo-sovietico di non aggressione, 13 aprile 1941, personalmente credo che insieme al tradimento italiano sia una delle maggiori cause della perdita della guerra.

Da parte alleata già il 21 agosto 1940 (solo due mesi dopo l'ingresso in guerra dell'Italia) il Foreign Office (Ministero degli Esteri inglese) nel suo documento analitico "Strategie future" individua nell'Italia l'anello debole dell'Asse, "il ventre molle" e proponeva di trattare una pace separata con noi.

La caduta di Tunisi, il 13 maggio 1943, cambiò radicalmente la situazione strategica. Ora l'Italia era esposta direttamente all'invasione Anglo-Americana, e per la Germania divenne imperativo controllare il Paese, diventato un bastione esterno del Reich. La caduta di Pantelleria e lo sbarco in Sicilia fecero precipitare la situazione. I tradimenti erano all'ordine del giorno da sempre Il Sabotaggio della Guerra Fascista contro le Demoplutocrazie Occidentali

I punti salienti del tradimento sembrarono iniziare dopo la deposizione di Mussolini il 25 luglio 1943, il nuovo capo del governo dichiarò "la guerra continua", una dichiarazione sibillina ma nel contesto poteva stare a significare con la Germania. 
In verità già dall'autunno del '42 tentativi di trattative con gli alleati erano stati condotti dal Duca Aimone d'Aosta, dalla Principessa Maria Josè, da Badoglio, da Caviglia e da Bastianini.


Il primo assassinato a tradimento della guerra civile italiana e il suo conseguente avvento.
Ettore Muti Tenente Colonnello.
dell'aeronautica
Ettore Muti"Gim dagli occhi verdi", forse il più grande eroe italiano, una medaglia d'oro al valor militare, dieci medaglie d'argento, 4 di bronzo, 5 croci di guerra, 2 croci di ferro tedesche, 2 medaglie al valore spagnole, 3 promozioni per merito di guerra, eroe di tre guerre italiane, fu il primo caduto della guerra civile in Italia. Erano circa le tre di notte del 24 agosto 1943. In quella notte, nella pineta di Fregene, ha inizio la guerra civile che strazierà l’Italia, di lì a poco, per due anni. E il fascista Muti, assassinato da altri italiani, ne è la prima vittima. Il delitto Muti fu invece chiaramente deliberato e voluto, inaugurando il sistema della eliminazione fisica degli avversari politici, in perfetto stile staliniano, con un colpo alla nuca, che fu caratteristico della guerra civile e causò all’Italia dolori e danni che durano ancora.

Il 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini, Muti è in Spagna per conto del SIA, Servizio Informazioni Aeronautica, per cercare di recuperare un radar da un aereo statunitense precipitato, a Madrid, attraverso contatti con personalità conosciute durante la guerra civile, Muti venne a sapere che erano già iniziate le trattative con emissari angloamericani per l’armistizio e ne rimase sconvolto. Tornò a Roma indignato; confidò agli amici quanto aveva saputo e si scagliò contro Badoglio con parole di fuoco. Le sue escandescenze vennero riferite al Capo del Governo da informatori della Polizia e da agenti del SIM e Badoglio, che già era in preda allo sgomento, nel timore che Muti, per tentare la liberazione di Mussolini, prendesse contatto con i tedeschi e li avvertisse delle trattative in corso con gli alleati, terrorizzato di essere ammazzato dai tedeschi, lo fece assassinare, in circostanze a dir poco ambigue. Figura interessante la vedremo in un altro momento.

Quale era il clima politico di quelle giornate, durante le quali italiani e tedeschi, ancora alleati, cercavano di darsela a intendere a vicenda ? Gli italiani, assicurandoli che avrebbero continuato la guerra, nonostante la caduta del Fascismo e l’uscita di scena di Mussolini, e i tedeschi, fingendo di crederci.
A Roma, infatti, nella massima segretezza, le autorità militari elaboravano piani antitedeschi mentre ufficialmente, da parte degli alti comandi italiani, la collaborazione con la Germania continuava come se nulla fosse. 

Badoglio tentò di guadagnar tempo nei confronti dell'alleato tedesco ed intraprese accordi segreti con gli Alleati.

Vengono inviati almeno dal 4 agosto segretamente ambasciatori in Spagna ed in Marocco a prendere contatti con gli Ambasciatori inglesi. Dalla Spagna fanno capire che l'Italia non è nelle condizioni di trattare ma solamente d'arrendersi per cui ogni trattativa viene rinviata ai militari.

Il 6 agosto 1943 a Tarvisio, in un clima di reciproca sfiducia e di sospetto, il ministro degli esteri italiano Guariglia e il capo di stato maggiore Ambrosio si incontrano con i capi della diplomazia e dell’esercito tedeschi, Ribbentrop e Keitel.

I ministri degli esteri dell’Italia e della Germania, Raffaele Guariglia e Joachim Ribbentrop, e i capi dei due Comandi supremi, Vittorio Ambrosio e Wilhelm Keitel, si incontrano a Tarvisio. Ufficialmente è un incontro per fare il punto sulla situazione politica e militare dopo i cambiamenti avvenuti in Italia; ma l’atmosfera è di reciproca sfiducia e di reciproco sospetto. Nessuno dei protagonisti crede a quello che dice il suo omologo. Il luogo dell’incontro è stato proposto dai tedeschi. Tarvisio, in provincia di Udine, è a sette chilometri dal confine con l’Austria, ma si trova al di là dello spartiacque e le acque del suo torrente finiscono nel Danubio e poi nel Mar Nero. In tedesco è chiamato Tarvis. La delegazione tedesca è arrivata su un treno blindato, irto di mitragliatrici e con cannoni antiaerei montati sul tetto delle carrozze. I tedeschi volevano dare una dimostrazione di forza oppure temevano di essere sequestrati ? Sul marciapiede della stazione era schierato un reparto delle SS. 

Nella delegazione italiana era nato un problema: fare il saluto fascista per dimostrare ai tedeschi che niente era cambiato in Italia? Ridicolo; ma i funzionari del seguito sono stati invitati a farlo. Con la delegazione sono arrivati Hans Georg Mackensen, ambasciatore tedesco a Roma, e Eugen Dollmann. Dollmann, 43 anni, indossa l’uniforma di colonnello delle SS, ma sembra che non lo sia; molti ritengono che sia il capo dei servizi segreti; sicuramente è il personaggio più misterioso e più potente dei tedeschi in Italia, Nella seduta mattutina si è parlato di politica. Joachim Ribbentrop ha subito chiesto chiarimenti; ma il tono e il contegno, ricorderà Eugen Dollman,
“sono di una freddezza talmente offensiva che da ogni frase e da ogni mossa emana la più cordiale disistima per i suoi interlocutori”. 
Raffaele Guariglia, che prima di partire ha fatto sapere agli angloamericani, per mezzo dell’ambasciata a Lisbona, il significato dell’incontro, risponde che il cambiamento avvenuto era puramente di ordine interno e ricorda che il capo del governo Badoglio aveva dichiarato che la guerra sarebbe continuata.
“E avete avuto – chiede Ribbentrop - conversazioni con inglesi o americani?”,
“No” risponde Guariglia. 
Un tema ancor più delicato è toccato nella seduta del pomeriggio: la presenza militare tedesca in Italia. Dice il generale Ambrosio:
“Il Comando supremo italiano è rimasto sorpreso della rapidità con la quale sono state inviate divisioni tedesche in Italia senza preventivo accordo”.
Risponde Wilhelm Keitel:
“Il Comando italiano non si sente più padrone in casa sua? E’ sicuramente un equivoco”. 
Al che Guariglia replica:
“Il modo in cui le truppe tedesche entrano in Italia in questi giorni ha suscitato l’impressione che esse venissero non a scopo militare, ma in servizio di ordine pubblico”.
E Ribbentrop: “Non disponiamo di truppe se non per combattere”. 
La giornata era finita. I commiati sono stati freddi. Nessun italiano è andato alla stazione a salutare gli ospiti che partivano. Questo è stato l’ultimo incontro fra italiani e tedeschi. L’Asse, cioè l’intesa stipulata fra il Terzo Reich e il Regno d’Italia il 24 ottobre del 1936, era in fin di vita dal 25 luglio; oggi è morto.


Badoglio incarica quindi il generale Castellano a recarsi in Spagna a trattare con il Comando Alleato, parte il 12 agosto.

Giuseppe Castellano ha cinquanta anni, è nato a Prato ma di origini siciliane; è il più giovane generale di stato maggiore ed è il “generale addetto” a Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggior generale. È partito da Roma la sera del 12. L’iniziativa è di Ambrosio, all’insaputa, ufficialmente, del capo del governo Badoglio, del ministro degli esteri Guariglia, a anche del re. Nessuno dei tre lo sa o afferma di saperlo; così, caso mai, potranno sempre dire ai tedeschi che non erano a conoscenza della missione. In realtà – scriverà il generale Carboni – lo sanno anche gli uscieri di palazzo Vidoni, sede del Comando supremo, e anche “alcune donnine di Roma, frequentate dal generale Castellano”

Castellano giunto in Spagna si trova innanzi il delegato del gen. Eisenhower che gli consegna una bozza dell'Armistizio che gli Alleati avevano già preparato. All'Armistizio viene allegata anche una nota (riferita all'incontro tenuto in Canada tra Churchill e Roosvelt) con la quale gli Alleati dichiarano di poter rivalutare la posizione dell'Italia nel caso in cui si schierasse contro i tedeschi.

Castellano si accorge che su quella bozza non ci sono margini di trattativa e rientra in Italia.
“Di ritorno a Roma, non trovo Ambrosio. Se ne sta andando (bella fortuna!). Faccio quindi il mio rapporto a Rossi. Gli sottolineo che è urgente che io incontri Badoglio la mattina stessa. È importante che sia presente anche Guariglia. Alle 11 veniamo ricevuti dal capo de governo. Gli riassumo gli eventi del mio viaggio e gli leggo i termini dell’armistizio. Ho la netta sensazione che Badoglio sia un imbecille. Guariglia obietta che non possiamo chiedere l’armistizio. Se lo facessimo, i tedeschi ci farebbero a pezzi. A suo parere, è meglio che gli Alleati invadano l’Italia senza che le truppe italiane oppongano resistenza (facendo, di fatto,la figura dei vigliacchi). La resa italiana verrà solo quando gli Alleati si saranno saldamente installati nel nostro territorio. È evidente che Guariglia è terrorizzato. Niente potrà andare per il verso giusto con un imbecille a capo del governo e con un vigliacco a dirigere la diplomazia italiana”.
Nel frattempo il Governo italiano ed il Re continuano a tenere un atteggiamento ambiguo con i tedeschi continuando a garantire la fedeltà. Agli Alleati viene richiesto che in concomitanza con l'annuncio dell'Armistizio ci sia uno sbarco alleato nei pressi della Capitale.

Dal testo di Enzo Capaldo : a Madrid, dove I'incontrai dopo la sua fuga dall’Italia, il generale Roatta mi raccontò infatti che il capo di S.M. generale Ambrosio, prima di partire per una riunione con i tedeschi che si svolse a Bologna il 16 agosto del 1943, gli accennò alI'eventualità di un armistizio con gli angloamericani ma ciò nonostante, con la massima improntitudine, discusse lo schieramento delle forze italo-tedesche per la difesa della Penisola contro sbarchi alleati. Sempre a Bologna, in quella stessa circostanza, Roatta chiese e ottenne una divisione germanica in più per rinforzare la Sardegna e allorché, nel corso di una delle tante indagini sul suo comportamento per la mancata difesa della capitale, gli fu domandato il perché di una così strana richiesta, rispose che fecero altrettanto Ambrosio e Badoglio per evitare che i tedeschi scoprissero la verità sulle trattative che erano già in corso con il nemico.
A rendere, comunque, più ambigua la situazione, verso il 20 di agosto, accadde un altro fatto che ha dell’inverosimile ma che rispecchia quali fossero i veri propositi di Badoglio. Interpellato dal capo di S.M. generale, il Maresciallo rifiutò la proposta di
“orientare i comandi periferici nei Balcani su quanto sarebbe successo” e aggiunse di aver preventivato anche la perdita di mezzo milione d’uomini, piuttosto che “soggiacere alle ben più gravi conseguenze di un’immediata reazione germanica provocata da eventuali indiscrezioni …”
Il vecchio Maresciallo, viveva in preda al terrore e ogni mattina, infatti, allorché il generale Carboni, quale Commissario del SIM, si recava a rapporto, capitava che talvolta vi si recasse anche due volte nella stessa giornata, Badoglio tirava un lungo sospiro, scrollava la testa e ripeteva la solita litania:
“Anche stanotte, i tedeschi non mi hanno prelevato!”
Faceva una pausa e aggiungeva: 
“Ecco in che pasticcio mi ha messo il Re!”.
In altre parole, pavido e incapace di dominare la situazione che giorno dopo giorno gli sfuggiva di mano, era più preoccupato della propria sorte che di quella del Paese che s’avviava allo sfascio.
Del resto, come si comportò durante l'ultimo, drammatico Consiglio della Corona che si tenne al Quirinale, prima della precipitosa partenza per Pescara e nel castello di Crecchio, in attesa dell’imbarco sulla corvetta “Baionetta”?
In proposito, esistono due testimonianze ineccepibili, una è del generale Luigi Marchesi, a quell’epoca giovane maggiore addetto al capo di S.M. generale Vittorio Ambrosio e l’altra è del generale Paolo Puntoni che, in veste di primo aiutante di campo generale, era, diciamo così, l’ombra di Vittorio Emanuele III.
Da entrambe le dichiarazioni si ricava un quadro desolante, sia morale che intellettuale, fornito da individui che pur investiti di altissima autorità si dimostrarono incapaci di fronteggiare gli eventi, dotati di discutibile amor patrio e pronti a qualsiasi compromesso pur di salvare i propri averi e la propria pelle.
Sebbene di grado piuttosto modesto rispetto a quello di vari partecipanti al consiglio, (c’erano infatti, attorno a un tavolo ovale, il Re, Badoglio, Carboni, Ambrosio, I’ammiraglio De Courten, Guariglia e alcuni altri ministri), Marchesi che conosceva a menadito i retroscena delle trattative per l’armistizio, prese la parola e manifestò il proprio disappunto allorché Badoglio e Carboni, per timore delle reazioni germaniche, si opposero al lancio di paracadutisti USA su Roma e al contemporaneo atterraggio, sui campi attorno all’Urbe, della 82a divisione avio trasportata americana.
Il perché del rifiuto, Marchesi lo spiega con una battuta tagliente:
“Paura, una forsennata paura fisica dei tedeschi. Badoglio, era in preda al panico. . .”.
A Crecchio, secondo il racconto di Puntoni, successe lo stesso.
“Mentre il Re è assolutamente tranquillo – annotò nel suo diario il generale – Badoglio appare distrutto… È pallido, preoccupato e ossessionato dal terrore, che del resto manifesta palesemente, di cadere nelle mani dei tedeschi. La frase che ripete sovente è “Se ci prendono, ci tagliano la testa a tutti…”

Macrolibrarsi 

29 agosto. Le direttive del governo Badoglio non tanto per assicurare l’ordine pubblico, quanto per contrastare ogni manifestazione che possa far capo al Partito Comunista (clandestino) e per evitare disordini che possano essere interpretati dalle autorità tedesche come segno di dissociazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania sono confermate dal telegramma inviato oggi dal ministro della guerra, Antonio Sorice, al Comando supremo e alla presidenza del Consiglio dei ministri. Il ministro parla addirittura di usare le artiglierie :
“Ore 10 di oggi masse operaie sono entrate ovunque negli stabilimenti in perfetta apparente calma. È evidente trattarsi di ordini provenienti da un unico centro direttivo. Ordinato a Corpi armata e difesa di utilizzare sosta per mettere a punto organizzazione repressione inflessibile. A Torino presso due reparti Fiat iniziato sciopero bianco. Arrestati istigatori e deferiti tribunale militare per immediato procedimento. È in corso intervento con artiglierie contro fabbricati reparti predetti se operai non obbediscono intimazioni ripresa lavoro”.
In giornata il comandante della difesa territoriale di Torino, Enrico Adami Rossi, invia questo telegramma ai dipendenti comandi militari della regione, alla questura e al prefetto di Torino :
“L’abbandono del lavoro o l’astensione dallo stesso incrociando le braccia, oltre ad essere una contravvenzione alla mia ordinanza del 26 corrente, è una forma di ostruzionismo e di boicottaggio al lavoro per la produzione di guerra ed un vero e proprio tradimento della nazione in guerra. Di conseguenza non appena tale astensione si manifesti, occorre sia stroncata. Si intimi la ripresa immediata del lavoro dando cinque minuti di tempo, avvertendo che se il lavoro non sarà ripreso, sarà imposto con la forza. Se allo scoccare del quinto minuto continuerà l’astensione, si faccia fuoco con qualche breve raffica, non sparando in aria o per terra, ma addosso ai riottosi. Dopo la raffica ripetere per una volta l’intimazione e, non ottenendo lo scopo, sparare raffiche a piccola distanza l’una dall’altra sino ad ottenere lo scopo, ossia l’esecuzione dell’ordine”.
Il generale Adami Rossi tributerà questo encomio solenne (è raccontato nella “Storia del movimento operaio torinese durante la Resistenza” di Giorgio Vaccarino) al caporale Franco Malagoli :
“Con rapido intuito e piena comprensione del suo dovere, in relazione alle direttive ricevute, lanciava una bomba a mano contro un gruppo di operai che, riottoso, faceva opera di sobillazione alla ripresa del lavoro, come era stato intimato, ferendone alcuni e ottenendo la completa ripresa del lavoro”. 
Dal 26 luglio all’8 settembre, tra scioperanti, dimostranti e disubbidienti vi saranno novantatré morti e 356 feriti, 3500 condanne a varie pene detentive, trentamila persone in stato di fermo; più, in 45 giorni, di quanto abbia fatto Mussolini in vent’anni. Lo scrive uno storico di quel periodo, Silvio Bertoldi, nell'articolo "BADOGLIO Quarantacinque giorni da tiranno" sul “Corriere della sera” del 4 ottobre 1995. Lo si può leggere sul sito delCorriere della sera, il commento di Indro Montanelli sull'articolo : 
(...) "Silvio Bertoldi è senza alcun dubbio il più serio e informato biografo di Badoglio, che a sua volta è il personaggio della recente storia italiana che più si presta al processo e alla condanna". (...)

Poi "combinazione" parla di altro, un personaggio assai ambiguo : Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella

la firma dell'Armistizio corto (in borghese
il gen. Castellano, il gen. americano Bedell
Smith sta firmando)
L'Armistizio "corto" viene firmato nel tardo pomeriggio del 3 settembre a Cassibile vicino a Siracusa, nei pressi della chiesa parrocchiale.

Gli Alleati vogliono che l'Armistizio venga annunciato il giorno 8 settembre, il Governo italiano s'illude che questo possa essere spostato al 12.

Nello stesso giorno, mentre Castellano firmava, Badoglio in un incontro al mattino alle ore 9,30 con l’Ambasciatore tedesco a Roma, che forse ha sentore di cosa sta accadendo, chiede con apprensioni quale sia l’atteggiamento dell’Italia, che Hitler è diffidente, e vuole sapere cosa bolla in pentola. Badoglio lo tranquillizza :
"Sono il più vecchio generale d’Italia, mi chiamo Badoglio, mi riesce incomprensibile la diffidenza di Hitler; vi dò la mia parola d’onore che marceremo con voi fino in fondo, abbiate fiducia".
Anche il Re Vittorio Emanuele III, presente al colloquio, ribadisce la fedeltà e la lealtà nei confronti dell’alleato
"Dica al Furher che l’Italia non capitolerà mai, è legata alla Germania per la vita e per la morte
Arriva il fatidico 8 settembre e gli Alleati non sentono alla radio italiano il proclama, alle 17.30 Radio Algeri nè dà notizia e alle 18 dichiara alla stessa radio :
"The Italian Government has surrendered its Armed Forces unconditionally" - "Il Governo italiano ha dato ordine alle sue forze armate di arrendersi senza condizioni".

 

Non contento del disonore totale non trovò di meglio tra ottobre e dicembre del 1943 per soddisfare i desideri inglesi di smantellare la rete dei servizi informativi italiani, se li vendette, di ordinare quanto segue,  un'azione inqualificabile, senza precedenti di stampo "coloniale" da parte inglese, meritevole di corte marziale, rimasta occultata, ora  depositata in documenti  all’Archivio di Stato di Como.

Il generale Vittorio Emanuele Terragni nel 1948 così ricostruisce lo svolgersi di quegli avvenimenti:
«Il 23 settembre 1943 mi fu consegnato a mano dall’addetto militare britannico, venuto nel mio ufficio a trovarmi per la prima volta, un messaggio [in lingua inglese] a me diretto dal generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale, nel quale mi si ordinava di lavorare per il futuro in stretta collaborazione con i due Centri locali del Sim [Servizio informazioni militare] e con la rappresentanza diplomatica britannica mediante scambio di informazioni».
Pareva cosa normale essendosi appena concluso l’armistizio con gli angloamericani. 
«Sennonché, alcuni giorni dopo, e cioè il 4 e 5 ottobre, i due capi Centro [responsabili delle attività di spionaggio e controspionaggio dell’esercito] furono direttamente e separatamente convocati da un funzionario dell’Intelligence Service, un certo De Salis, addetto all’ambasciata britannica di Lisbona, e ufficialmente richiesti di comunicare tutti i nomi a rispettiva conoscenza, degli elementi che in qualunque modo fossero stati identificati come al servizio dell’Intelligence Service; di segnalare nominativamente tutti gli informatori, retribuiti o meno, italiani o stranieri, che avevano lavorato per i nostri servizi di informazione e di comunicare tutte le notizie che i capi Centro stessi possedessero in ordine all’attività e all’organizzazione dei servizi di informazione della Germania».
 Questa richiesta di delazione, che il generale italiano definisce «indegna e inaccettabile», fu rifiutata dei responsabili della nostra rete di intelligence presente in Portogallo, non disponibili a quel tipo di resa che inoltre avrebbe leso gli agenti 'coperti' portoghesi nei confronti delle loro autorità nazionali. Un'azione simile era contro l’onore militare, e ledeva il senso di lealtà e di fedeltà alla nazione che accompagna il giuramento di un servitore dello Stato come è un soldato. Alla fine di ottobre, a far crollare uno dei responsabili del nostro apparato di intelligence militare in Portogallo, fu un telegramma di Badoglio, dove ordinava di consegnare al funzionario britannico dell’Ufficio controllo passaporti di Lisbona 
«i dettagli relativi alla nostra organizzazione informativa, compresi i nomi dei nostri agenti e tutti i metodi di funzionamento sia italiani sia tedeschi a nostra conoscenza».
In un successivo ordine scritto, di dicembre 1943, Badoglio ordinava addirittura al capo del presidio offensivo del SIM a Lisbona, il tenente colonnello Gino Clarej, la ricostruzione dei contenuti dei carteggi d’ufficio, di natura operativa e informativa, che erano stati bruciati il giorno stesso dell’armistizio.

Tutto questo accadeva in un paese sensibile e neutrale come il Portogallo dove erano passati i contatti segreti tra Germania e Inghilterra che prepararono il misterioso volo in Scozia del vice di Hitler, Rudolf Hess, i negoziati segreti per l’armistizio dell’8 settembre 1943, e anche il passaggio di apparecchiature ed esplosivi che crearono in Italia la resistenza, da parte del SOE (Special operations executive), la branca delle operazioni speciali dell’Intelligence Service, nazione dove ripararono anche il Re d'Italia in esilio e Dino Grandi.

Questa azione, come normale fu in seguito criticata da alcuni ufficiali angloamericani e dagli stessi addetti militari sia britannico che statunitense a Lisbona, che erano soldati e persone d’onore.

Il tutto causò, per protesta la richiesta del deluso generale monarchico alla messa a riposo, rischiando la corte marziale, i tedeschi informarono Mussolini che lo reintegrò come agente della Repubblica sociale italiana in Portogallo.

Si scopre inoltre che fin dai primi mesi del 1942, il traditore Badoglio tramite suoi agenti aveva contattato gli inglesi per trattare una resa e aveva anche proposto di formare un esercito parallelo che combattesse al fianco degli alleati.

Certo aveva ragione Mussolini su quanto successe politicamente in seguito e anche in questi giorni, pare avesse la "palla di cristallo" come possiamo vedere qui : Quel Bilancio attivo. Osservazioni stranamente profetiche di Mussolini
casablanca

la guerra del re

Tutto fece la massoneria
Dino Grandi era uno dei gerarchi del Regime fascista, stretto collaboratore di Mussolini da più di 20 anni. Considerato più un conservatore di destra che un fascista (vedete che c'è differenza, una enorme, incolmabile differenza NdR), vedeva il fascismo come un fenomeno effimero, confinato nella durata della vita di Mussolini. Esperto diplomatico, era stato ministro degli Esteri e ambasciatore nel Regno Unito: fermo nemico della Germania, con una larga cerchia di amicizie nell'establishment britannico (era amico personale di Winston Churchill), era stato spesso considerato il successore naturale di Mussolini. Sebbene personalmente devoto al Duce, del cui carattere e dei difetti era ben conscio, era tuttavia convinto che ad alcuni suoi ordini si dovesse disobbedirgli. Il 25 marzo 1943 il Re aveva conferito a Grandi il collare dell'Annunziata, permettendogli così di essere chiamato "cugino del Re" e conferendogli facoltà di libero accesso alla Casa Reale.

A metà maggio il Re iniziò a considerare il problema di come uscire dalla guerra: era il pensiero espressogli dal Duca Pietro d'Acquarone, Ministro della Real Casa, molto preoccupato per il futuro stesso. L'opinione pubblica italiana, che aveva atteso per mesi un segno da parte del Re, iniziava a volgersi contro la monarchia. Alla fine di maggio due alte personalità dell'epoca liberale, Ivanoe Bonomi e Marcello Soleri, furono ricevuti da d'Acquarone e dall'aiutante di campo del Re, il generale Puntoni. Entrambi premettero sui consiglieri reali consigliando di far arrestare Mussolini e di nominare un Governo militare. Il 2 e l'8 giugno furono entrambi ricevuti dal Re, ma rimasero frustrati per la sua inazione. Il 30 giugno Bonomi incontrò il principe Umberto e propose i nomi di 3 generali - Ambrosio, il maresciallo Pietro Badoglio, il maresciallo Enrico Caviglia - come candidati a succedere a Mussolini. Il 4 luglio Badoglio fu ricevuto da Umberto, che gli fece capire che la Corona non si opponeva più a un cambio di regime. Il giorno seguente, Ambrosio propose al Re di nominare Badoglio o Caviglia alla testa del Governo che avrebbe sostituito Mussolini. A favore della candidatura di Caviglia svettavano il suo coraggio, la sua onestà e le posizioni antifasciste, ma era considerato troppo vecchio per affrontare i perigliosi eventi e, inoltre, un esponente di alto livello della Massoneria. Badoglio, che aveva rassegnato le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore dopo la disfatta greca nel 1941, era divenuto un acerrimo nemico di Mussolini e stava aspettando solo l'occasione propizia per vendicarsi. Oltre a ciò, egli era amico del Duca d'Acquarone, che era stato il suo aiutante di campo, ed entrambi, come Caviglia, massoni. Una collaborazione tra i due Marescialli era tuttavia impensabile, dato che Caviglia odiava Badoglio, definendolo una volta un
«cane da cortile che va dove c'è il boccone più grande».
Il 4 giugno il Re concesse un'udienza a Dino Grandi, che era ancora il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, pur essendo stato rimosso dal Governo.

Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro detto di Feltre (ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno) fra Mussolini e Hitler, Heinrich Himmler riceveva un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio. Il documento fa ripetuto riferimento al re Vittorio Emanuele III ed alla massoneria. Il documento ha il timbro "Geheim!" (segreto)

Il 15 luglio il Re incontrò Badoglio, che nel frattempo andava dicendo agli amici che avrebbe organizzato un putsch con o senza il sovrano - e lo informò che lo avrebbe nominato nuovo capo del Governo. Vittorio Emanuele gli spiegò che era totalmente contrario a un governo politico, e che in questa fase non avrebbe cercato un armistizio.

Scritta antibadogliana riapparsa a Verbania-Pallanza (piazza del Municipio) allo sbiadire di una mano di calce data per cancellarla. Testo: "Abbasso Badoglio, abbasso i traditori del PNF".

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Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943


Pietro Badoglio, capo del governo
italiano dal 25 luglio 1943
al 17 aprile 1944.
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Il proclama di armistizio di Badoglio dell'8 settembre 1943 è l'annuncio dell'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile firmato dal governo Badoglio I del Regno d'Italia con gli Alleati della seconda guerra mondiale.

Il messaggio, letto dal maresciallo Pietro Badoglio (Capo del governo e maresciallo d'Italia) alle 19:42 al microfono dell'EIAR, annunciò alla popolazione italiana l'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese.


I giorni dal 3 all'8 settembre
Dopo la sigla dell'armistizio di Cassibile, Badoglio riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate"[1] Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell'Italia, ma il maresciallo tergiversò. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei B-17 ("Fortezze volanti") attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli[2] Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l'avvenuto armistizio: l'8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri [3]. Poco più di un'ora dopo, Badoglio fece il suo annuncio da Roma.


Il proclama letto alla radio 
«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.[4]»
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La fuga di Vittorio Emanuele III e la nascita del Regno del Sud

La fuga dalla Capitale dei vertici militari, del Capo del Governo  Pietro Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto dapprima verso Pescara, poi verso Brindisi, e la confusione, provocata soprattutto dall'utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali e che fu dai più invece erroneamente interpretata come indicazione della fine della guerra, generarono ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano: lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. [5] 815.000 soldati italiani vennero catturati dall'esercito germanico, e destinati a diversi Lager con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani) nelle settimane immediatamente successive.
Più della metà dei soldati in servizio nella penisola abbandonarono le armi e tornarono alle loro case in abiti civili. La ritorsione da parte degli ormai ex-alleati tedeschi, i cui alti comandi, come quelli italiani, [6] avevano appreso la notizia dalle intercettazioni del messaggio radio di Eisenhower, non si fece attendere: fu immediatamente messa in atto l'Operazione Achse ("asse"), ovvero l'occupazione militare di tutta la penisola italiana e il 9 settembre fu affondata la Corazzata Roma, alla quale nella notte precedente era stato ordinato, assieme a tutta la flotta della Regia Marina, di far rotta verso Malta in ottemperanza alle clausole armistiziali anziché, come precedentemente stabilito, attaccare gli alleati impegnati nello sbarco di Salerno.

Nelle stesse ore una piccola parte delle forze armate rimase fedele al Re Vittorio Emanuele III come la Divisione Acqui sull'isola di Cefalonia dove fu annientata; una parte si diede alla macchia dando vita alle prime formazioni partigiane come la Brigata Maiella; altri reparti ancora, soprattutto al nord, come la Xª Flottiglia MAS e la MVSN, scelsero di rimanere fedeli al vecchio alleato e al fascismo. Nonostante il proclama di Badoglio, gli alleati impedirono una massiccia e immediata scarcerazione dei prigionieri di guerra italiani.

Ai militari sbandatisi dopo l'8 settembre che si ripresentarono a fine guerra ai rispettivi comandi, per sistemare la propria carriera interrotta e anche recuperare gli arretrati di paga, venne richiesto di compilare un questionario di ben 97 domande, atto a definirne la posizione disciplinare e amministrativa. [7]


Il dibattito sull'8 settembre come "morte della patria"

Il giurista e scrittore Salvatore Satta nel suo libro di riflessioni De profundis del 1948 definì l'8 settembre la "morte della patria", con riferimento all'implosione dell'intero apparato statale costruito dopo il Risorgimento, aggiungendo che
"la morte della patria è certamente l'avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell'individuo"[8].
L'espressione fu riscoperta da Ernesto Galli della Loggia in un convegno del 1993 [9] e ripresa da Renzo De Felice nel libro-intervista Il Rosso e il Nero del 1995 [10]. Entrambi questi storici hanno sostenuto che il Risorgimento avesse creato un sentimento nazionale italiano che, crollato l'8 settembre, non è più rinato.

Galli della Loggia ha addirittura intitolato un suo libro del 1996 La morte della patria [10], facendo di questa tesi l'argomento dell'intero libro. Ed ha in particolare approfondito come la Resistenza non abbia potuto creare un nuovo sentimento nazionale perché era divisa fra più "anime", alcune delle quali di sentimenti più internazionalisti, se non addirittura contrari agli interessi nazionali (con riferimento al fatto che il PCI sostenesse le rivendicazioni jugoslave in Venezia Giulia)[8].

Questo libro scatenò inevitabilmente una discussione, in cui storici e politici vicini alla Resistenza criticarono la tesi della "morte della patria". Fra gli storici si possono citare Claudio Pavone (Una guerra civile, 1991 [11]) e Nicola Tranfaglia [12]. Sulla questione prese la parola anche il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel 2001 al ritorno da Cefalonia dove aveva commemorato i caduti della divisione Acqui. Tutti costoro hanno sostenuto che la Resistenza e la Costituzione hanno efficacemente fatto rinascere un sentimento nazionale italiano.

Note
  1.  Gigi Di Fiore, Controstoria della Liberazione, Milano, Rizzoli, 2012., pag. 105.
  2.  Gigi Di Fiore, op. cit., pag. 139.
  3.  BBC ON THIS DAY | 8 | 1943: Italy's surrender announced
  4.  Badoglio annuncia l'armistizio dell'Italia, in La Repubblica, 7 settembre 2013. URL consultato l'8 settembre 2013.
  5.  P. Pieri, dal Dizionario biografico degli Italiani, Ist. Treccani (PDF), su museobadoglio.altervista.org. URL consultato il 03-09-2010.
  6.  L’eroica fine della corazzata Roma, su paginedidifesa.it.
  7.  Floriani - 8 settembre 1943 - (Ita), su www.floriani.it. URL consultato il 15 settembre 2015.
  8.  a b Giovanni Pistolato, La morte della patria. Ernesto Galli della Loggia
  9.  Ernesto Galli della Loggia, La morte delle patrie: così entrò in crisi lo stato-nazione sul Corriere della sera dell'8 settembre 2003
  10. a b Giuseppe Rinaldi, L'8 settembre e la "morte della patria"
  11.  Nicola Guerra, Morte e nascita della nazione
  12.  sito Eticapa
  13.  Stefano Caviglia, Ciampi e la Patria, è polemica su La Repubblica del 5 marzo 2001



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martedì 2 giugno 2020

2 giugno 1946. La Repubblica nasce nel sangue tra i brogli elettorali. La brutale repressione antimonarchica a Napoli. I morti di Via Medina



Se vi stupite di che tipo di nazione è quella dove vivete, dei politici e del suo popolo è perchè la propaganda comunista, Staliniana non vi ha raccontato come sono andate veramente le cose, ne è nato un trito di favole resistenziali e di "liberatori" che si sono dimostrati aguzzini, non sbaglio certamente a dirlo nel bel mezzo della truffa globale del covid-19 partita dall'Italia per tramite del suo primo ministro nemmeno passato per una elezione Sig. Conte (Dracula in confronto un ragazzino). 


Contribuisci ora per la gioia di Sion   
La seguente narrazione di come nacque la Repubblica ha dell'incredibile, se poi la colleghiamo con il famoso tradimento dell'8 settembre, ancora più incredibile, con questo ci vediamo al prossimo anniversario, è già pronto l'articolo, più conosciuta è la storia dell'infame guerra civile, se poi ci vogliamo allargare all'illecita Unione Europea non essendo la Germania una nazione come sta per venir fuori una volta per tutte, vedi i 30.000 soldati USA di Europe Defender, ci si rende conto che viviamo nell'illecito più completo, già sappiamo di vivere nell'epoca della menzogna universale, non si sa più cosa dire.
"Il Re, con i risultati ancora provvisori e sub judice, fu ridotto al rango di privato cittadino e posto di fronte al dilemma : partire per l’esilio o scatenare una nuova guerra civile". 
L'unica cosa che ci può salvare è una presa di coscienza totale o quasi e ne verremo fuori illesi e senza la famosa III guerra mondiale, là ci vogliono portare ...


Monarchici napoletani nei primi di giugno del 1946 

Referendum istituzionale monarchia repubblica 
del 2 giugno 1946


4 Febbraio, 2008

GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE

CANZANO. Come giudichi il libro del prof. Aldo Mola: “Declino e crollo della monarchia in Italia ?”

BARTOLONE. E’ un’opera molto importante perché contribuisce a far chiarezza, alla luce di nuovi documenti della Corte di Cassazione, sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Ci sono molti dubbi sulla vittoria della repubblica. Per molti la repubblica è nata nel sangue e nella truffa. Altri aggiungono grazie ad un colpo di stato commesso dal governo, in un clima di guerra civile strisciante. Il ritorno alla democrazia non significò il suffragio universale. Moltissimi, troppi, italiani furono privati del diritto di voto. 

CANZANO. Puoi spiegarti meglio ? Si dice che il voto fu regolare, a parte qualche disfunzione dovuta al lungo periodo di non voto, dovuto alla dittatura, ai registri elettorali non aggiornati, all’inesperienza degli scrutatori e dei presidenti di seggio ecc. 

BARTOLONE. Andiamoci in ordine. Il referendum si svolse in un Italia sconfitta, che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace, il famoso Diktat. Era un'Italia ancora sotto il controllo di un governo militare straniero d’occupazione. In intere regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove il predominio delle sinistre era assoluto, non si tenne nessuna manifestazione monarchica. 

CANZANO. Vuoi dire che in qualche modo la sinistra non ha permesso manifestazioni di propaganda elettorale ?

BARTOLONE. Propagandare il voto per la Monarchia avrebbe significato esporsi a rappresaglie, minacce e violenze d’ogni tipo. In queste zone operavano ancora le “volanti rosse”, che quasi impunemente assassinavano gli avversari politici nei numerosi “triangoli della morte”. Nella stessa Roma le manifestazioni di massa monarchiche, come ad esempio quella del 10 maggio 1946, erano assaltate dagli “ausiliari di Romita”, ex partigiani inquadrati nella polizia. A Napoli i cortei monarchici erano attaccati a colpi di bombe a mano come accadde in Via Foria il 15 maggio 1946. 

CANZANO. Come si svolsero le operazioni di voto ? 

BARTOLONE. Vero è che il 2 giugno si votò nella massima calma. Ma il clima delle settimane precedenti era stato, per dirla con il socialista Pietro Nenni : 
“O la repubblica o il caos”. 
(di massonica memoria : "Ordo ab Chaos" NdR)

Il ministro comunista delle Finanze, Mauro Scoccimarro, parlando a Frascati minacciò la rivoluzione in caso di vittoria monarchica al referendum. Sandro Pertini chiedeva la fucilazione del Luogotenente Umberto di Savoia. In molti benpensanti per evirare il caos decisero di votare repubblica. 


CANZANO. Però il 2 giugno votarono per la prima volta tutti gli italiani. 

BARTOLONE. Non è vero. E’ falso. E’ un’altra leggenda da sfatare. Vero è che per la prima volta poterono votare le donne per elezioni politiche. Per favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto, dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo, nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. In altre parole mai più. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. Forse erano già convinti di cedere queste parti del territorio nazionale a stati esteri, oppure pensavano che gli abitanti potessero votare “Monarchia”, ritenendo che un'Italia monarchica potesse difendere meglio la permanenza delle loro terre all’Italia. Meglio non rischiare, facendo votare questi cittadini italiani. Furono inoltre esclusi dal voto i prigionieri, gli sfollati, gli epurati. Gli epurati erano coloro che essendosi compromessi con il Regime, furono privati del diritto di voto. Idem i loro familiari. Ma chi, a parte una piccola minoranza, non si era compromesso col Fascismo durante il Ventennio ? Non è contraria ad ogni civile principio di civiltà giuridica una legge con effetto retroattivo in materia penale ? E i loro familiari che colpa avevano ? Nei comuni c’era molta faziosità. Molti degli esclusi dal voto non erano fascisti, ma erano monarchici. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.

CANZANO. Però la repubblica ottenne la maggioranza dei voti. 

BARTOLONE. Non è detto. Il governo non comunicò in anticipo, come avviene in tutte le elezioni del mondo, il numero degli aventi diritto al voto. Anzi, secondo molti studiosi, dalle urne non potevano venir fuori tutte quelle schede. In ogni Paese del mondo, c’è un rapporto costante tra gli aventi diritto al voto e la popolazione. I numeri sono numeri. Le leggi della demografia non lo consentono. I conti non tornano tra i “risultati” del referendum, i probabili aventi diritto al voto e la popolazione italiana del tempo. Ci sarebbero stati circa 2 milioni di voti in più nelle urne. Numerose persone ricevettero 2 o 3 certificati elettorali. Lo stesso accadde per molti defunti. Due operai comunisti impiegati ai Monopoli furono arrestati, mentre trafugavano pacchi di schede elettorali prima del voto. Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica. Si poteva aspettare il 18, data della proclamazione dei risultati definitivi. Forse si sarebbe potuto avere una repubblica proclamata per decreto reale. Invece, forse per paura che i brogli sarebbero stati scoperti, il governo pose Umberto II di fronte al fatto compiuto. Il Re, con i risultati ancora provvisori e sub judice, fu ridotto al rango di privato cittadino e posto di fronte al dilemma: partire per l’esilio o scatenare una nuova guerra civile. Una nuova guerra civile avrebbe comportato, oltre a nuovi lutti, la probabile perdita di parti del territorio nazionale a favore della Francia, della Jugoslavia e dell’Austria e forse la secessione d’alcune regioni. In poche ore a Napoli furono raccolte decine di migliaia di firme a sostegno di un manifesto del Movimento Separatista del Mezzogiorno d’Italia, dell’ing. Carlo Rispoli. I promotori sostenevano che con la vittoria repubblicana si era sciolto il Patto del 1860 con il quale si era accettata l’Unità d’Italia sotto la dinastia dei Savoia. Volevano ricostituire il Regno delle Due Sicilia con Re Umberto. Una simile dichiarazione emise ad Enna il 10 giugno il Movimento per l’Indipendenza Siciliana. Volevano un Regno di Sicilia con sovrano Umberto di Savoia. Incidenti, con morti e feriti, scoppiarono a Palermo, Taranto, Bari, Messina, e soprattutto a Napoli. A Napoli ci furono una dozzina di morti e moltissimi feriti. 

CANZANO. Perché a Napoli i disordini furono più numerosi ?

BARTOLONE. La situazione era particolarmente critica a Napoli. La città aveva votato per più dell’80%, in favore della Monarchia. Per controllare la situazione napoletana il governo, nella persona del ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, non aveva trovato niente di meglio che militarizzare la città, facendovi affluire numerosi reparti di polizia ausiliaria. Questi reparti, alle dirette dipendenze dello stesso ministro, erano formati per la maggior parte da ex partigiani comunisti del nord. Da qui l’appellativo di “guardie rosse di Romita”. Usarono sempre con la mano pesante nei confronti della popolazione, considerata alla stregua di un nemico ideologico. 

CANZANO. Quale fu il bilancio ?

BARTOLONE. Il sangue a Napoli ricominciò a scorrere la sera del 6 giugno 1946, quando uno sconosciuto lanciò una bomba a mano, vicino la chiesa di Sant’Antonio a Capodimonte, contro un numeroso gruppo di giovani, reduci da una dimostrazione monarchica. Sono ferite otto persone. Una, Ciro Martino, morirà agli Incurabili.

CANZANO. Come si organizzarono i napoletani ?

BARTOLONE. Quella stessa notte, al numero 311 di Corso Umberto I si costituisce il Movimento Monarchico del Mezzogiorno (uno dei nuclei fondatori del futuro Partito Nazionale Monarchico) e si adotta il simbolo di “Stella e Corona”. La mattina del 7 giugno, a Napoli si diffonde la notizia dell’arrivo d’Umberto. Il Re ha deciso di battersi per il suo buon diritto e ha scelto la città come suo quartiere generale. E’ un’esplosione di gioia popolare. Tutti i monarchici napoletani sono in piazza. Bisogna accogliere degnamente il Sovrano. Si forma un imponente corteo che, accompagnato dalle note solenni della “Marcia Reale” suonata da un’improvvisata banda musicale o da alti inni della Patria, avanza lungo il Rettifilo, diretto Palazzo Reale o a San Giacomo, ove si pensa che sia il Re. Si ricongiunge con il grosso concentramento degli universitari, in attesa presso la Federico II. A Piazza Nicola Amore c’è un largo, impenetrabile sbarramento di camionette degli “ausiliari di Romita”. Alla testa del corteo, che nel frattempo si è fermato dubbioso, un giovane scugnizzo di 14 anni, Carlo Russo, completamente avvolto in un grande tricolore con lo stemma sabaudo. E’armato solo di quella bandiera. E’ deciso a passare, nonostante i celerini. Avanza deciso. I mitra degli ausiliari sparano ad altezza d’uomo. Si contano molti feriti. Uno dei primi a cadere è Carlo Russo. Con la fronte squarciata, s’abbatte avvolto nel tricolore, diventato ora il suo sudario. Solo il deciso intervento dei Reali Carabinieri permetterà poi agli ausiliari di sfuggire al linciaggio della folla inferocita. Carlo Russo morirà, dopo un’atroce agonia, due giorni dopo. L’8 giugno muore lo studente Gaetano D’Alessandro, d1 16 anni. Il ragazzo stava tornando a casa dopo una manifestazione monarchica di protesta per le violenze del giorno prima. Aveva alle spalle un grande tricolore con lo stemma sabaudo. Nei pressi di Piazza dei Vergini, è fermato da una camionetta piena d’ausiliari. Gli intimano provocatoriamente di consegnare la bandiera. Il ragazzo sfugge ai poliziotti e si arrampica sul cancello di una vicina chiesa, sventolando la bandiera e gridando a squarciagola: “Viva il Re!” Alle grida accorre numerosa la popolazione, che subito circonda minacciosa la camionetta. I celerini devono abbandonare, scornati, il campo sotto un subisso di fischi e pernacchie provenienti da una schiera di giovanissimi scugnizzi. Un celerino, rabbioso, però vuole vendicarsi. Con fredda determinazione, con una raffica di mitra uccide il ragazzo ancora aggrappato al cancello. Nel cadere, il suo corpo si avvolge in quel tricolore che ha difeso a con la vita. Ora anch’egli ha una bandiera per sudario.

CANZANO. Ci furono ancora molti morti per la bandiera tricolore?

BARTOLONE. L’11 giugno è una giornata di passione e di sangue. Al balcone della Federazione del PCI di Via Medina, accanto alla consueta bandiera rossa con falce e martello, è esposta una strana bandiera tricolore. Si vede l’effigie di una testa di donna turrita nel campo bianco al posto del tradizionale stemma sabaudo. Per Napoli, che ha votato per l’80% Monarchia, è una vera e propria provocazione. Fulminea si sparge la notizia per la città. A migliaia, spontaneamente, si dirigono a Via Medina. La stragrande maggioranza è composta di giovani e giovanissimi. In molti hanno partecipato con coraggio nel 1943 alle cosiddette “quattro giornate“ contro l’occupazione tedesca. Qualcuno ha le stesse armi di allora: pietre, solo pietre. L’obiettivo è : strappare e distrugge quel vergognoso vessillo, poi si tornerà festeggiando a casa. Dall’altra parte c’è qualcuno però che ha deciso di farla finita una volta per sempre e di soffocare nel sangue le proteste popolari. In Via Medina ora, oltre le camionette, vi sono decine di blindati e celerini in assetto di guerra. La sede comunista è difesa da numerosi militanti armati. I primi gruppi di dimostranti appena arrivati, rovesciano i tram per rendere difficoltosi i micidiali caroselli degli automezzi della Celere. Seguono salve di fischi, urla, insulti all’indirizzo della bandiera esposta. Poi un giovane marinaio di leva, Mario Fioretti, aggrappandosi ai tubi e alle sporgenze inizia a scalare il palazzo della federazione per arrivare al 2° piano e asportare quella bandiera. In minuto è quasi giunto al drappo conteso. Basterà allungare la mano, impadronirsene e tutto sarà finito. Da una finestra della federazione comunista però spunta un braccio armato di pistola, che a bruciapelo spara sul giovane marinaio. Mario Fioretti stramazza cadavere sul selciato, mentre dai presenti si levano urla d’orrore e di rabbia. Altri giovani, per nulla spaventati dalla morte del loro coetaneo, cominciano anch’essi la scalata verso quel balcone. Un gruppo di dimostranti duramente contrastato da un gruppo di celerini, cerca di guadagnare le scale per salire al piano superiore. Tra poco i dimostranti avranno la meglio, ma dalla caserma di polizia, posta quasi di fronte al palazzo assediato, s’incomincia a sparare contro i nemici che sono quasi arrivati alla bandiera. Sparano per uccidere. Cadono uno dopo l’altro e si sfracellano a terra : Guido Bennati, Michele Pappalardo, Felice Chirico. Michele Pappalardo doveva sposarsi l’indomani e invece della fidanzata è andato a sposarsi con la morte. Aveva detto alla madre : “Mammà piglio ‘a bandiera e po’ torno…’ Una bandiera tricolore con lo scudo sabaudo diventa il suo sudario. A Via Medina scoppia l’inferno. I feriti si contano a decine. Muore in un lago di sangue, sempre colpito da pallottole, l’operaio monarchico Francesco d’Azzo. Le autoblindate della Celere hanno avuto finalmente ragione delle rudimentali barricate, alzate dai monarchici, e stanno per avventarsi con i loro terribili caroselli sui dimostranti, quando la studentessa Ida Cavalieri fa barriera col proprio corpo inerme nel disperato tentativo di fermarne la corsa. L’ordine è disperdere la folla, costi quel che costi. A Napoli, quel giorno, la vita umana non vale niente. Così Ida Cavalieri è stritolata dagli automezzi repubblicani. Non accade il miracolo di Piazza Tienanmen, a Pechino. Un appartenente alla Regia Marina, Vincenzo Guida cerca di organizzare la resistenza, innalzando una grande bandiera sabauda su di un palo. E’ colpito mortalmente alla nuca da un colpo di un moschetto, sparato da un celerino. Quando la strage è finita arriva la polizia militare americana che, insieme ai Reali Carabinieri, a stento riesce a sottrarre i celerini e gli attivisti comunisti alla collera popolare. Alla fine della tragica giornata di sangue, si conteranno, oltre i morti circa 50 feriti gravi. Tra questi ultimi, tutti colpiti da armi da fuoco, Gerardo Bianchi di 15 anni, Alberto De Rosa di 17, Gianni Di Stasio di 14, Antonio Mariano di 12, Giovanni Vibrano di 11, Raffaele Palmisano di 10 e Tino Zelata di 8. Gli altri feriti avevano in media 20-30 anni. 


CANZANO. Che successe dopo ?

BARTOLONE. Il Re partì. Non voleva avere sulla sua coscienza di cattolico osservante i lutti di una nuova guerra civile e la fine dell’Unità nazionale conquistata durante il Risorgimento. Vi furono promesse e pressioni sulla Cassazione. Alla fine fu accolta a maggioranza, 12 contro 7, compreso il voto favorevole alle tesi monarchiche del presidente della Corte, Giuseppe Pagano, sostenute dal parere favorevole del procuratore generale Massimo Pilotti, la tesi repubblicana: è “votante” solo colui il quale abbia compiuto “una manifestazione positiva di volontà”. In pratica un milione e mezzo circa di votanti, in bianco o nulli, non avevano votato. Sicché la presunta maggioranza per la repubblica si ridurrebbe a 200 mila voti circa. La prova inconfutabile che fu un colpo di stato, è desumibile dalla Gazzetta ufficiale della repubblica italiana del 1° luglio 1946. Pubblicando il decreto del passaggio dei poteri di Capo dello Stato da De Gasperi a De Nicola, si precisò che De Gasperi deteneva tali poteri dal 18 giugno, cioè dal giorno in cui la Corte emise la sentenza definitiva.

BIOGRAFIA.
Giovanni Bartolone, nasce a Palermo nel 1953, ove insegna Diritto ed economia nelle Superiori. Vive a Bagheria (PA). E’ laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico Internazionale, con una tesi sul Referendum istituzionale del 1946. E' da molti anni impegnato in ricerche sulla II guerra mondiale, il Fascismo, il Nazional socialismo, il fenomeno della mafia, la Sicilia dallo sbarco Alleato alla morte di Salvatore Giuliano. Ha pubblicato nel 2005 a sue spese il libro “Le altre stragi”, dedicato alle stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943/44 e il saggio Luci ed ombre nella Napoli 1943-1946, ISSES, Napoli, 2006. Può essere contattato al seguente indirizzo di posta elettronica: gbartolone@interfree.it

giovanna.canzano@yahoo.it
skype: giovanna canzano roma
messanger: giovanna.canzano@hotmail.it

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2 giugno 1946: come andò veramente il referendum istituzionale monarchia repubblica

Nel corso del referendum istituzionale del 2 Giugno 1946 Napoli aveva dato l'83% dei voti alla Monarchia.


Il Re Umberto II aveva visitato la fedelissima città pochi giorni prima del referendum, accolto da una folla di 300.000 persone acclamanti. Il popolo aveva occupato la Prefettura per issare il Tricolore sabaudo che il Prefetto, nominato dai partiti, non aveva voluto esporre.


Napoli, 20 Maggio 1946: veduta parziale dell'immensa folla accorsa in piazza
del Plebiscito per acclamare  Re Umberto II
Quando, a urne chiuse, cominciarono a diffondersi notizie di brogli a danno della Monarchia soprattutto nel Centro e nel Nord, i napoletani, a partire dal 5 Giugno, scesero in piazza invocando il Re.

Gli ausiliari dell'allora Ministro dell'Interno Romita (ex partigiani di chiara matrice socialista o comunista), osteggiati dalla gente, operarono delle repressioni sempre più violente.

Nei giorni 9, 10 e 11 Giugno furono impiegate addirittura le autoblindo per disperdere la folla. A via Medina, in una furiosa battaglia sotto la federazione comunista si ebbero 9 morti, tutti molto giovani, e oltre 150 feriti… tutti di parte monarchica !

Sui sanguinosi fatti di Napoli (giovani monarchici caduti anche in altre parti della città) calò il silenzio, (che dura anche oggi) e non ci furono processi. Si parlò al tempo di teppisti.

Il referendum istituzionale svoltosi il 2-3 giugno 1946 vide la vittoria della scelta repubblicana contro quella monarchica con più di due milioni di voti di distacco, ma anche alcune polemiche per sospetto di brogli. A Napoli, città con un'elevata percentuale di popolazione (circa 80%) di fede monarchica, la contestazione sui risultati del referendum accese gli animi e la lotta politica fra monarchici e repubblicani si trasformò in una battaglia per le strade. Nei giorni seguenti la proclamazione della vittoria della Repubblica gran parte della popolazione partenopea insorse

La sera del 7 giugno una bomba lanciata da una mano anonima a Capodimonte, vicino alla chiesa di Sant'Antonio, colpisce un gruppo di giovani monarchici reduci da una manifestazione, ferendo Ciro Martino, morto in seguito all'Ospedale degli Incurabili. Il giorno successivo si diffonde la voce, rivelatasi poi completamente infondata, di un arrivo a Napoli di Umberto II, deciso a battersi per la monarchia. La notizia agita la città e si forma in grande corteo monarchico che si scontra con un blocco di ausiliari di pubblica sicurezza inviati dall'allora ministro dell'interno Giuseppe Romita per controllare la situazione. Nello scontro muore, ferito alla testa, il quattordicenne Carlo Russo; la situazione non degenererà ulteriormente solo grazie all'intervento dei Carabinieri, al tempo ritenuti un'arma fedele al Re e per questo motivo accusati dal giornale socialista L'Avanti di comunanza con i dimostranti. L'8 giugno durante incidenti con le forze di pubblica sicurezza rimane ucciso il sedicenne Gaetano d'Alessandro.

A questi scontri partecipò anche, tra i manifestanti pro monarchia, il futuro intellettuale comunista Biagio De Giovanni, allora solo quattordicenne che così in seguito spiegò la sua partecipazione:
«Già leggevo Hegel - ero monarchico perché credevo all'unita dello Stato. (...) Scappai quando la situazione s'incanaglì»


Le cronache degli scontri dal quotidiano “ITALIA NUOVA”, diretto da Enzo Selvaggi
8 Giugno 1946

Numerosi morti e feriti a Napoli provocati dagli agenti mandati dal Nord - Bandiere nei quartieri popolari.
Dopo gli incidenti della giornata, Napoli all'alba di oggi si è risvegliata in uno sventolio di bandiere tricolori con lo stemma sabaudo. Specialmente nei quartieri popolari si può dire che non c'era balcone senza la sua bandiera. Il fenomeno di questa manifestazione spontanea, checché se ne pensi e malgrado le deformazioni, non può che riuscire profondamente significativo....

A questo proposito vorremmo che le autorità si preoccupassero di evitare zeli eccessivi, specie da parte di taluni reparti di polizia ausiliaria composti da nativi dell'Italia settentrionale. Il contegno di taluni di questi ha contribuito moltissimo ad aumentare 1'eccitazione popolare. Alcuni reparti montati su autocarri hanno percorso le vie della città cantando "Bandiera Rossa". Da ogni parte ci vengono segnalati episodi di violenza e di mancanza di calma.

5 Giugno 1946: incidenti a piazza della Borsa
Sopraffazioni brutali
Alle ore 16.30 di oggi, durante una pacifica manifestazione di popolane e ragazze in via Vergini, un bambino di 12 anni è stato violentemente colpito alla testa da un colpo di manganello usato da un ausiliario della polizia. II ragazzo e morto e il cadavere è rimasto al centro della strada per oltre un'ora tra l'eccitazione popolare vivissima.

Il presidente dell'U.M.I. ha richiesto al Questore di far rientrare i reparti di polizia ausiliaria e della Celere, i quali per la loro particolare violenza vengono indicati dalla folla come la "pulizia repubblicana". Il presidente dell'U.M.I. ha fatto presente che declina ogni responsabilità relativamente all'ordine pubblico.

Nella mattinata si è improvvisamente formato in grande corteo in piazza Carlo III con bandiere e ritratti di Re Umberto. Il corteo si e diretto verso Porta Capuana, il rettifilo, l'Università. Nei pressi dell'edificio universitario la Celere è intervenuta facendo uso delle armi contro la folla. Ne è nato un violento conflitto nel corso del quale la Celere e rimasta sopraffatta. Reparti di truppa armata, intervenuti nella piazza, hanno bloccato le strade e hanno tentato di disperdere i dimostranti. Si lamentano due morti e numerosi tra i feriti sono in condizioni disperate; Russo Carlo fu Ciro, ferito da arma da fuoco al cranio e Cristiano Vincenzo fu Antonio, colpito da proiettile al basso venire. Numerosi dimostranti hanno riportato ferite al cuoio capelluto e al volto, provocate dai manganelli della polizia ausiliaria.

A sera la situazione in città permane gravissima. Sembra che la polizia non sia più in condizione di controllare completamente l'ordine pubblico. I manifestanti in via Roma erano decine di migliaia. Anche in questa strada la polizia alleata ha sciolto gli sbarramenti di polizia ausiliaria e ha fiancheggiato il corteo dei dimostranti.

Quartiere di Barra, 6 Giugno 1946: il funerale del giovane Carlo Russo,
ucciso dagli ausiliari di Romita all'altezza del n° 311 di Corso Umberto
Una raffica di mitra uccide Michele Pappalardo, di 22 anni, reo di aver insultato i poliziotti mentre ritornava dal funerale di Russo.




11 Giugno 1946
Un corteo di 100 mila persone percorre le vie di Napoli
Qualunque cosa possa accadere, queste giornate di giugno rimarranno memorabili. Domenica, un imponente corteo da Piazza Carlo III si è diretto attraverso Via Foria, Via Museo, Via Roma, a Santa Lucia, dove alcuni dimostranti hanno parlato alla folla. Si verificavano scene di grande commozione. I dimostranti sfilavano sotto una pioggia di fiori tra due ali di folla plaudente. Ieri mattina si sono avuti numerosi incidenti presso le edicole dei giornali dove era esposto L'Avanti! Il giornale socialista ha riportato ridicole calunnie e ha scritto che a Napoli le squadre monarchiche saccheggiano i magazzini, che i Carabinieri fanno causa comune coi dimostranti, che i viveri mancano e che i cittadini vengono aggrediti e percossi. 
6 Giugno 1946: La salma del quattordicenne
Carlo Russo coperta di fiori è meta d'un
continuo pellegrinaggio del popolo napoletano.
(Sala mortuaria ospedale Incurabili)
La popolazione, giustamente indignata, ha sequestrato le copie del giornale e molte ne ha affisse sui muri con la dicitura: “E' vero?”.

Il prefetto di Napoli e stato costretto a smentire. Nel pomeriggio sono stati celebrati i funerali delle vittime degli incidenti dei giorni scorsi. Veramente grandiosi sono stati quelli di Carlo Russo, dodicenne, ucciso da una raffica di mitra.

Scatti degli scontri che coinvolsero i manifestanti monarchici a Napoli.
Fonte foto G. Bocca, Storia della Repubblica Italiana

13 Giugno 1946 - Il fermento popolare a Napoli aumentato per le sanguinose repressioni.
La situazione, a Napoli, si è aggravata ! Le conseguenze sanguinose degli incidenti verificatisi martedì sera, hanno portato l'esasperazione della popolazione napoletana a tale grado per cui è da temere che nei prossimi giorni e nelle prossime ore, anche se sono state proibite manifestazioni, dimostrazioni etc., i disordini possano trasformarsi in moti anche più gravi.

Ci sono stati dei morti, bisogna ricordarlo, e continuano gli scontri che provocano altri morti, perché da una parse si sostiene il diritto di poter liberamente manifestare la propria opinione e di opporsi ai risultati incerti di una votazione, mentre dall'altra si vorrebbe fare accettare una situazione politica nazionale che non è ancora chiara e convincente.

Ed eccoci ora alla cronaca degli incidenti di martedì sera. Doveva essere la giornata della repubblica, ma Napoli di questa festa non s'è accorta. I negozi erano aperti e la vita della città si è svolta normalmente fino alle ore diciannove.

In quest'ora apparve in Via Medina un corteo di dimostranti che transitava per raggiungere il centro della città. Altri cortei si erano formati nei quartieri più popolari della periferia e si dirigevano verso il centro. In Via Medina c'è la sede napoletana del PCI. Una bandiera rossa sventolava ad una finestra ed un'altra tricolore senza lo stemma sabaudo, era esposta ad un'altra finestra. Le poche forze di polizia che stazionavano a protezione della sede, intuirono subito quali conseguenze avrebbero provocato quelle due bandiere. Così si disposero subito a difesa del portone che dà accesso alla sede. La folla dei dimostranti diede subito a capire che intendeva togliere dalle finestre le due bandiere. Le versioni su questo memento sono diverse e contrastanti. E' un fatto che, subito avvertite, altre forze di polizia con camionette e autoblindo giunsero sul luogo. D'improvviso il grido della folla venne interrotto dallo schianto provocato dallo scoppio di una bomba. Dopo un primo momento di perplessità, i dimostranti tentarono di sfondare il portone. Le forze di polizia che forse temevano d'essere sovverchiate aprirono il fuoco. Molti caddero a terra feriti. Seguì un silenzio profondo che durò un attimo.

E infatti si diradarono dirigendosi verso l'una o l'altra parte di Via Medina. Ma a terra giacevano e lanciavano grida orrende di dolore. Altri feriti, meno gravi, stimolavano invece i dimostranti a continuare nella lotta.

9 Giugno 1946: uno
dei caduti di via Medina

Intanto la notizia della sparatoria in Via Medina, s'era diffusa in città. I dimostranti degli altri cortei che già avevano raggiunto il centro appreso ciò che stava avvenendo, invertirono la loro marcia e si dirigevano verso Via Medina. L'arrivo delle nuove colonne di dimostranti provocò il rinnovarsi della lotta che è durata per circa due ore. La polizia ha fatto ancora uso delle armi contro i dimostranti i quali provvedutisi, in un deposito alleato vicino, di fusti vuoti di benzina, si son serviti di questi per proteggersi. C'è chi ha tentato con un bidone di benzina di appiccare il fuoco al portone della casa dove ha sede il PCI.

Le autoblindo e le camionette cariche di agenti hanno compiuto diverse evoluzioni nella strada e nelle vicinanze per cercare di rompere il cerchio della massa dei dimostranti. Ma appena l'intenzione delta polizia si rivelò, alcuni dimostranti hanno bloccato l'accesso di Via Medina con due vetture tranviarie. Una donna caduta a terra a seguito all'ondeggiamento della folla, è finita sotto un'autoblindo. La lotta continua ancora alle ventidue. Altre bombe vennero lanciate e altre raffiche di mitra vennero sparate dalla polizia. Poi la folla dei dimostranti ha cominciato a defluire dall'una e dall'altra parse di Via Medina non senza aver prima raccolti i morti e i feriti i quali vennero tutti trasportati agli ospedali.

Via Medina - 10 Giugno 1946: un giovane

monarchico viene trasportato morente all'ospedale
Il triste bilancio della giornata di martedì è il seguente: all'ospedale dei Pellegrini sono stati trasportati 7 morti e 112 feriti dei quali 51 in condizioni assai gravi, all'ospedale degli Incurabili è stato trasportato un morto e 12 feriti. Le forze di polizia hanno avuto feriti 12 carabinieri, 5 agenti e 2 soldati.

Dei 51 feriti gravi, 10 sono deceduti. Così i morti ascendono a 18. Un marinaio, inoltre, è morto all'Ospedale della R. Marina dove sono stati ricoverati altri tre feriti.

E chi aveva ordinato alle forze di polizia di sparare sulla folla? Un membro del Governo: il Sottosegretario di Stato Giorgio Amendola, il quale ha creduto di avere veste e autorità per sostituirsi al Prefetto e al Questore di Napoli. Senonché la notizia di questa iniziativa è trapelata e il Comando alleato ha provveduto all'immediato arresto del comunista Amendola che era giunto a Napoli per tenere un comizio repubblicano oggi in piazza Plebiscito. Comizio che non ha più avuto luogo in seguito alle disposizioni emanate dal Prefetto della città. Non appena si è conosciuta la notizia dell'arresto del Sottosegretario Amendola, e le ragioni che l'avevano determinato, una viva indignazione si e diffusa tra la popolazione napoletana. C'è voluto l'intervento del Governo italiano perché il comando alleato decidesse il rilascio dell'arrestato.

Questo episodio ha gravemente influito e influirà sullo sviluppo della situazione napoletana che e più che mai tesa e difficile. La popolazione trae conclusioni poco edificanti dalla leggerezza o dalla troppo meditata iniziativa di un membro del Governo che si è assunto l'arbitrio di far sparare sulla folla, mietendo vittime fra donne e giovani. (Amendola è lo stesso che ammise di essere il responsabile di aver ordinato l'attentato di Via Rasella a Roma che portò alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine, secondo la Convenzione di Ginevra attentato fuori legge, rappresaglia prevista se non si consegnano i responsabili NdR)


Ventennale dell'eccidio di via
Medina a Napoli. (Tribuna politica)
Numerosi episodi di violenza da parte della polizia vengono segnalati. In Piazza Carità alle 10 un gruppo di cinque persone era presso un'edicola quando si fermava improvvisamente una camionetta di “ausiliari” i quali senz'altro si davano a colpire coi manganelli i pacifici cittadini. Un vecchio e una ragazza, caduti a terra, sono stati ancora ripetutamente malmenati coi calci di fucile, fra l'indignazione dei presenti.


Gli edifici pubblici sono presidiati dalla forza pubblica e numerose pattuglie perlustrano le vie del centro. L'autorità giudiziaria ha ordinato un'inchiesta sugli avvenimenti di Via Medina, dando incarico al sostituto procuratore del Re Cav. Giancotti di procedere all'interrogatorio dei feriti. Sono in corso le perizie medico-legali per accertare se le ferite riportate dai carabinieri e dai marinai provengono o meno dai militi della polizia ausiliaria. Continuavano intanto le autopsie dei cadaveri.


La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di De Gasperi. Costui aveva ricevuto in giornata una comunicazione scritta dal Quirinale nella quale il re si dichiarava intenzionato a rispettare il responso degli elettori votanti, secondo quanto stabilito dal decreto di indizione del referendum, aggiungendo che avrebbe atteso il giudizio definitivo della Corte di Cassazione secondo quanto stabilito dalla legge. La lettera, che sollevava la questione del raggiungimento del quorum dei votanti, suscitò le preoccupazioni dei ministri intenzionati alla proclamazione immediata della repubblica, secondo la celebre frase del leader socialista Pietro Nenni:
«o la repubblica o il caos!»,
mentre, nello stesso tempo, era necessario far fronte alle crescenti proteste dei monarchici, come quelle represse sanguinosamente il giorno prima a Napoli. Lo stesso 12 giugno una nuova manifestazione monarchica venne dispersa violentemente. Il giorno successivo l'ex re Umberto II lasciò l'Italia, andando in esilio in Portogallo.

Questo l'elenco di una parte delle vittime degli scontri:

Ida Cavalieri (19 anni)

Vincenzo Di Guida (20 anni);

Gaetano D'Alessandro (16 anni);
Mario Fioretti (21 anni);
Michele Pappalardo (22 anni);
Francesco D'Azzo (21 anni);
Guido Beninato;
Felice Chirico;
Carlo Russo (14 anni).
Secondo alcune fonti i poliziotti uccisero anche due carabinieri che si erano schierati coi dimostranti monarchici.



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