Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

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mercoledì 8 settembre 2021

8 settembre 1943 - Italiani : "Badogliare". Tradimento e Strage di Stato annunciata

di Arturo Navone

Lo schifo totale, pur avendo sempre saputo, ovviamente, del tradimento, menzogne successive, annessi e connessi a ripercorrere questi avvenimenti pare di aprire il "vaso di pandora" e nemmeno finisce qui, in un articolo che ho trovato dopo aver fatto questo e che pubblicherò successivamente, è peggio ancora, non ha iniziato a tradire nel '42, come più avanti riporto, ma addirittura "Il 1 settembre 1939 scoppiava la Seconda guerra mondiale: quello stesso giorno Pietro Badoglio prendeva contatto col presidente americano Roosevelt per mezzo del console portoghese Da Vega", più tutta un'altra serie infinita di tradimenti. In un altro momento andremo poi a vedere la "famosa" costituzione dettata dal nemico dove tra il resto riporta che da subito eravamo sottoposti alle decisioni di organismi internazionali e  il trattato di pace impedisce all’Italia la punizione dei traditori in guerra. 
(...) "Solo dopo la defezione italiana noi abbiamo potuto raggiungere la vittoria" (...)
- Wiston Churchil - primo ministro inglese, dal "Taccuino Segreto"
"La resa dell'Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma l'Italia è la sola ad aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal sacrificio dei combattenti della R.S.I."
- Dwight David "Ike" Eisenhower - comandante supremo delle Forze USA nello scacchiere europeo nel suo "Diario di Guerra".
«Penso che l’armistizio di Badoglio sia il più grande tradimento della storia»
- Sir B. L. Montgomery - fedmaresciallo generale britannico, 1° visconte Montgomery di Alamein e comandante dell’8ª armata in Africa e nella campagna d’Italia
"Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l’inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli ?"  
- Benito Mussolini -
"Il disonore planetario, indelebile, ammanta un popolo e una nazione culla della cultura e della civiltà occidentale, a causa di coloro, che, reietti anche dai loro presunti alleati, tradirono in un bagno criminale di sangue l'Italia, autoproclamandosi poi eroi ma in realtà servi del nemico al quale vendettero, prostituendosi, anche la patria e gli italiani oltre che l'anima e le famiglie" ...
- Arturo Navone -
ne paghiamo ancora oggi, carissime, le conseguenze ...


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Una breve introduzione Quelle vergognose «badogliate», un sinonimo di tradimento.
Perchè si parla del "Tradimento" italiano e perchè scrivo "strage di stato annunciata" ?

Semplicemente perchè nessuno ne vuole parlare, come leggerete anche nel seguito tratto da wikipedia, l'Italia non dichiarò mai guerra alla Germania e tanto meno al Giappone, perchè non poteva, "Resa Incondizionata", nazione occupata, impossibilitata a fare atti di politica internazionale, impossibile dichiarare guerra che finì quindi alleata dell'Asse, così si spiegano tutte le menzogne e i presunti "crimini" tedeschi che erano attaccati dai loro alleati ... et voilà, spiegato l'arcano, il tradimento, Cefalonia, i soldati italiani deportati, le rappresaglie e via discorrendo ...

Il tutto condito dalle porcate di Badoglio e del Re che badavano soltanto ai loro interessi personali !!!
Parlando di tradimenti, anche questo non fu da poco, Seconda Guerra Mondiale - Patto nippo-sovietico di non aggressione, 13 aprile 1941, personalmente credo che insieme al tradimento italiano sia una delle maggiori cause della perdita della guerra.

Da parte alleata già il 21 agosto 1940 (solo due mesi dopo l'ingresso in guerra dell'Italia) il Foreign Office (Ministero degli Esteri inglese) nel suo documento analitico "Strategie future" individua nell'Italia l'anello debole dell'Asse, "il ventre molle" e proponeva di trattare una pace separata con noi.

La caduta di Tunisi, il 13 maggio 1943, cambiò radicalmente la situazione strategica. Ora l'Italia era esposta direttamente all'invasione Anglo-Americana, e per la Germania divenne imperativo controllare il Paese, diventato un bastione esterno del Reich. La caduta di Pantelleria e lo sbarco in Sicilia fecero precipitare la situazione. I tradimenti erano all'ordine del giorno da sempre Il Sabotaggio della Guerra Fascista contro le Demoplutocrazie Occidentali

I punti salienti del tradimento sembrarono iniziare dopo la deposizione di Mussolini il 25 luglio 1943, il nuovo capo del governo dichiarò "la guerra continua", una dichiarazione sibillina ma nel contesto poteva stare a significare con la Germania. 
In verità già dall'autunno del '42 tentativi di trattative con gli alleati erano stati condotti dal Duca Aimone d'Aosta, dalla Principessa Maria Josè, da Badoglio, da Caviglia e da Bastianini.


Il primo assassinato a tradimento della guerra civile italiana e il suo conseguente avvento.
Ettore Muti Tenente Colonnello.
dell'aeronautica
Ettore Muti"Gim dagli occhi verdi", forse il più grande eroe italiano, una medaglia d'oro al valor militare, dieci medaglie d'argento, 4 di bronzo, 5 croci di guerra, 2 croci di ferro tedesche, 2 medaglie al valore spagnole, 3 promozioni per merito di guerra, eroe di tre guerre italiane, fu il primo caduto della guerra civile in Italia. Erano circa le tre di notte del 24 agosto 1943. In quella notte, nella pineta di Fregene, ha inizio la guerra civile che strazierà l’Italia, di lì a poco, per due anni. E il fascista Muti, assassinato da altri italiani, ne è la prima vittima. Il delitto Muti fu invece chiaramente deliberato e voluto, inaugurando il sistema della eliminazione fisica degli avversari politici, in perfetto stile staliniano, con un colpo alla nuca, che fu caratteristico della guerra civile e causò all’Italia dolori e danni che durano ancora.

Il 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini, Muti è in Spagna per conto del SIA, Servizio Informazioni Aeronautica, per cercare di recuperare un radar da un aereo statunitense precipitato, a Madrid, attraverso contatti con personalità conosciute durante la guerra civile, Muti venne a sapere che erano già iniziate le trattative con emissari angloamericani per l’armistizio e ne rimase sconvolto. Tornò a Roma indignato; confidò agli amici quanto aveva saputo e si scagliò contro Badoglio con parole di fuoco. Le sue escandescenze vennero riferite al Capo del Governo da informatori della Polizia e da agenti del SIM e Badoglio, che già era in preda allo sgomento, nel timore che Muti, per tentare la liberazione di Mussolini, prendesse contatto con i tedeschi e li avvertisse delle trattative in corso con gli alleati, terrorizzato di essere ammazzato dai tedeschi, lo fece assassinare, in circostanze a dir poco ambigue. Figura interessante la vedremo in un altro momento.

Quale era il clima politico di quelle giornate, durante le quali italiani e tedeschi, ancora alleati, cercavano di darsela a intendere a vicenda ? Gli italiani, assicurandoli che avrebbero continuato la guerra, nonostante la caduta del Fascismo e l’uscita di scena di Mussolini, e i tedeschi, fingendo di crederci.
A Roma, infatti, nella massima segretezza, le autorità militari elaboravano piani antitedeschi mentre ufficialmente, da parte degli alti comandi italiani, la collaborazione con la Germania continuava come se nulla fosse. 

Badoglio tentò di guadagnar tempo nei confronti dell'alleato tedesco ed intraprese accordi segreti con gli Alleati.

Vengono inviati almeno dal 4 agosto segretamente ambasciatori in Spagna ed in Marocco a prendere contatti con gli Ambasciatori inglesi. Dalla Spagna fanno capire che l'Italia non è nelle condizioni di trattare ma solamente d'arrendersi per cui ogni trattativa viene rinviata ai militari.

Il 6 agosto 1943 a Tarvisio, in un clima di reciproca sfiducia e di sospetto, il ministro degli esteri italiano Guariglia e il capo di stato maggiore Ambrosio si incontrano con i capi della diplomazia e dell’esercito tedeschi, Ribbentrop e Keitel.

I ministri degli esteri dell’Italia e della Germania, Raffaele Guariglia e Joachim Ribbentrop, e i capi dei due Comandi supremi, Vittorio Ambrosio e Wilhelm Keitel, si incontrano a Tarvisio. Ufficialmente è un incontro per fare il punto sulla situazione politica e militare dopo i cambiamenti avvenuti in Italia; ma l’atmosfera è di reciproca sfiducia e di reciproco sospetto. Nessuno dei protagonisti crede a quello che dice il suo omologo. Il luogo dell’incontro è stato proposto dai tedeschi. Tarvisio, in provincia di Udine, è a sette chilometri dal confine con l’Austria, ma si trova al di là dello spartiacque e le acque del suo torrente finiscono nel Danubio e poi nel Mar Nero. In tedesco è chiamato Tarvis. La delegazione tedesca è arrivata su un treno blindato, irto di mitragliatrici e con cannoni antiaerei montati sul tetto delle carrozze. I tedeschi volevano dare una dimostrazione di forza oppure temevano di essere sequestrati ? Sul marciapiede della stazione era schierato un reparto delle SS. 

Nella delegazione italiana era nato un problema: fare il saluto fascista per dimostrare ai tedeschi che niente era cambiato in Italia? Ridicolo; ma i funzionari del seguito sono stati invitati a farlo. Con la delegazione sono arrivati Hans Georg Mackensen, ambasciatore tedesco a Roma, e Eugen Dollmann. Dollmann, 43 anni, indossa l’uniforma di colonnello delle SS, ma sembra che non lo sia; molti ritengono che sia il capo dei servizi segreti; sicuramente è il personaggio più misterioso e più potente dei tedeschi in Italia, Nella seduta mattutina si è parlato di politica. Joachim Ribbentrop ha subito chiesto chiarimenti; ma il tono e il contegno, ricorderà Eugen Dollman,
“sono di una freddezza talmente offensiva che da ogni frase e da ogni mossa emana la più cordiale disistima per i suoi interlocutori”. 
Raffaele Guariglia, che prima di partire ha fatto sapere agli angloamericani, per mezzo dell’ambasciata a Lisbona, il significato dell’incontro, risponde che il cambiamento avvenuto era puramente di ordine interno e ricorda che il capo del governo Badoglio aveva dichiarato che la guerra sarebbe continuata.
“E avete avuto – chiede Ribbentrop - conversazioni con inglesi o americani?”,
“No” risponde Guariglia. 
Un tema ancor più delicato è toccato nella seduta del pomeriggio: la presenza militare tedesca in Italia. Dice il generale Ambrosio:
“Il Comando supremo italiano è rimasto sorpreso della rapidità con la quale sono state inviate divisioni tedesche in Italia senza preventivo accordo”.
Risponde Wilhelm Keitel:
“Il Comando italiano non si sente più padrone in casa sua? E’ sicuramente un equivoco”. 
Al che Guariglia replica:
“Il modo in cui le truppe tedesche entrano in Italia in questi giorni ha suscitato l’impressione che esse venissero non a scopo militare, ma in servizio di ordine pubblico”.
E Ribbentrop: “Non disponiamo di truppe se non per combattere”. 
La giornata era finita. I commiati sono stati freddi. Nessun italiano è andato alla stazione a salutare gli ospiti che partivano. Questo è stato l’ultimo incontro fra italiani e tedeschi. L’Asse, cioè l’intesa stipulata fra il Terzo Reich e il Regno d’Italia il 24 ottobre del 1936, era in fin di vita dal 25 luglio; oggi è morto.


Badoglio incarica quindi il generale Castellano a recarsi in Spagna a trattare con il Comando Alleato, parte il 12 agosto.

Giuseppe Castellano ha cinquanta anni, è nato a Prato ma di origini siciliane; è il più giovane generale di stato maggiore ed è il “generale addetto” a Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggior generale. È partito da Roma la sera del 12. L’iniziativa è di Ambrosio, all’insaputa, ufficialmente, del capo del governo Badoglio, del ministro degli esteri Guariglia, a anche del re. Nessuno dei tre lo sa o afferma di saperlo; così, caso mai, potranno sempre dire ai tedeschi che non erano a conoscenza della missione. In realtà – scriverà il generale Carboni – lo sanno anche gli uscieri di palazzo Vidoni, sede del Comando supremo, e anche “alcune donnine di Roma, frequentate dal generale Castellano”

Castellano giunto in Spagna si trova innanzi il delegato del gen. Eisenhower che gli consegna una bozza dell'Armistizio che gli Alleati avevano già preparato. All'Armistizio viene allegata anche una nota (riferita all'incontro tenuto in Canada tra Churchill e Roosvelt) con la quale gli Alleati dichiarano di poter rivalutare la posizione dell'Italia nel caso in cui si schierasse contro i tedeschi.

Castellano si accorge che su quella bozza non ci sono margini di trattativa e rientra in Italia.
“Di ritorno a Roma, non trovo Ambrosio. Se ne sta andando (bella fortuna!). Faccio quindi il mio rapporto a Rossi. Gli sottolineo che è urgente che io incontri Badoglio la mattina stessa. È importante che sia presente anche Guariglia. Alle 11 veniamo ricevuti dal capo de governo. Gli riassumo gli eventi del mio viaggio e gli leggo i termini dell’armistizio. Ho la netta sensazione che Badoglio sia un imbecille. Guariglia obietta che non possiamo chiedere l’armistizio. Se lo facessimo, i tedeschi ci farebbero a pezzi. A suo parere, è meglio che gli Alleati invadano l’Italia senza che le truppe italiane oppongano resistenza (facendo, di fatto,la figura dei vigliacchi). La resa italiana verrà solo quando gli Alleati si saranno saldamente installati nel nostro territorio. È evidente che Guariglia è terrorizzato. Niente potrà andare per il verso giusto con un imbecille a capo del governo e con un vigliacco a dirigere la diplomazia italiana”.
Nel frattempo il Governo italiano ed il Re continuano a tenere un atteggiamento ambiguo con i tedeschi continuando a garantire la fedeltà. Agli Alleati viene richiesto che in concomitanza con l'annuncio dell'Armistizio ci sia uno sbarco alleato nei pressi della Capitale.

Dal testo di Enzo Capaldo : a Madrid, dove I'incontrai dopo la sua fuga dall’Italia, il generale Roatta mi raccontò infatti che il capo di S.M. generale Ambrosio, prima di partire per una riunione con i tedeschi che si svolse a Bologna il 16 agosto del 1943, gli accennò alI'eventualità di un armistizio con gli angloamericani ma ciò nonostante, con la massima improntitudine, discusse lo schieramento delle forze italo-tedesche per la difesa della Penisola contro sbarchi alleati. Sempre a Bologna, in quella stessa circostanza, Roatta chiese e ottenne una divisione germanica in più per rinforzare la Sardegna e allorché, nel corso di una delle tante indagini sul suo comportamento per la mancata difesa della capitale, gli fu domandato il perché di una così strana richiesta, rispose che fecero altrettanto Ambrosio e Badoglio per evitare che i tedeschi scoprissero la verità sulle trattative che erano già in corso con il nemico.
A rendere, comunque, più ambigua la situazione, verso il 20 di agosto, accadde un altro fatto che ha dell’inverosimile ma che rispecchia quali fossero i veri propositi di Badoglio. Interpellato dal capo di S.M. generale, il Maresciallo rifiutò la proposta di
“orientare i comandi periferici nei Balcani su quanto sarebbe successo” e aggiunse di aver preventivato anche la perdita di mezzo milione d’uomini, piuttosto che “soggiacere alle ben più gravi conseguenze di un’immediata reazione germanica provocata da eventuali indiscrezioni …”
Il vecchio Maresciallo, viveva in preda al terrore e ogni mattina, infatti, allorché il generale Carboni, quale Commissario del SIM, si recava a rapporto, capitava che talvolta vi si recasse anche due volte nella stessa giornata, Badoglio tirava un lungo sospiro, scrollava la testa e ripeteva la solita litania:
“Anche stanotte, i tedeschi non mi hanno prelevato!”
Faceva una pausa e aggiungeva: 
“Ecco in che pasticcio mi ha messo il Re!”.
In altre parole, pavido e incapace di dominare la situazione che giorno dopo giorno gli sfuggiva di mano, era più preoccupato della propria sorte che di quella del Paese che s’avviava allo sfascio.
Del resto, come si comportò durante l'ultimo, drammatico Consiglio della Corona che si tenne al Quirinale, prima della precipitosa partenza per Pescara e nel castello di Crecchio, in attesa dell’imbarco sulla corvetta “Baionetta”?
In proposito, esistono due testimonianze ineccepibili, una è del generale Luigi Marchesi, a quell’epoca giovane maggiore addetto al capo di S.M. generale Vittorio Ambrosio e l’altra è del generale Paolo Puntoni che, in veste di primo aiutante di campo generale, era, diciamo così, l’ombra di Vittorio Emanuele III.
Da entrambe le dichiarazioni si ricava un quadro desolante, sia morale che intellettuale, fornito da individui che pur investiti di altissima autorità si dimostrarono incapaci di fronteggiare gli eventi, dotati di discutibile amor patrio e pronti a qualsiasi compromesso pur di salvare i propri averi e la propria pelle.
Sebbene di grado piuttosto modesto rispetto a quello di vari partecipanti al consiglio, (c’erano infatti, attorno a un tavolo ovale, il Re, Badoglio, Carboni, Ambrosio, I’ammiraglio De Courten, Guariglia e alcuni altri ministri), Marchesi che conosceva a menadito i retroscena delle trattative per l’armistizio, prese la parola e manifestò il proprio disappunto allorché Badoglio e Carboni, per timore delle reazioni germaniche, si opposero al lancio di paracadutisti USA su Roma e al contemporaneo atterraggio, sui campi attorno all’Urbe, della 82a divisione avio trasportata americana.
Il perché del rifiuto, Marchesi lo spiega con una battuta tagliente:
“Paura, una forsennata paura fisica dei tedeschi. Badoglio, era in preda al panico. . .”.
A Crecchio, secondo il racconto di Puntoni, successe lo stesso.
“Mentre il Re è assolutamente tranquillo – annotò nel suo diario il generale – Badoglio appare distrutto… È pallido, preoccupato e ossessionato dal terrore, che del resto manifesta palesemente, di cadere nelle mani dei tedeschi. La frase che ripete sovente è “Se ci prendono, ci tagliano la testa a tutti…”

Macrolibrarsi 

29 agosto. Le direttive del governo Badoglio non tanto per assicurare l’ordine pubblico, quanto per contrastare ogni manifestazione che possa far capo al Partito Comunista (clandestino) e per evitare disordini che possano essere interpretati dalle autorità tedesche come segno di dissociazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania sono confermate dal telegramma inviato oggi dal ministro della guerra, Antonio Sorice, al Comando supremo e alla presidenza del Consiglio dei ministri. Il ministro parla addirittura di usare le artiglierie :
“Ore 10 di oggi masse operaie sono entrate ovunque negli stabilimenti in perfetta apparente calma. È evidente trattarsi di ordini provenienti da un unico centro direttivo. Ordinato a Corpi armata e difesa di utilizzare sosta per mettere a punto organizzazione repressione inflessibile. A Torino presso due reparti Fiat iniziato sciopero bianco. Arrestati istigatori e deferiti tribunale militare per immediato procedimento. È in corso intervento con artiglierie contro fabbricati reparti predetti se operai non obbediscono intimazioni ripresa lavoro”.
In giornata il comandante della difesa territoriale di Torino, Enrico Adami Rossi, invia questo telegramma ai dipendenti comandi militari della regione, alla questura e al prefetto di Torino :
“L’abbandono del lavoro o l’astensione dallo stesso incrociando le braccia, oltre ad essere una contravvenzione alla mia ordinanza del 26 corrente, è una forma di ostruzionismo e di boicottaggio al lavoro per la produzione di guerra ed un vero e proprio tradimento della nazione in guerra. Di conseguenza non appena tale astensione si manifesti, occorre sia stroncata. Si intimi la ripresa immediata del lavoro dando cinque minuti di tempo, avvertendo che se il lavoro non sarà ripreso, sarà imposto con la forza. Se allo scoccare del quinto minuto continuerà l’astensione, si faccia fuoco con qualche breve raffica, non sparando in aria o per terra, ma addosso ai riottosi. Dopo la raffica ripetere per una volta l’intimazione e, non ottenendo lo scopo, sparare raffiche a piccola distanza l’una dall’altra sino ad ottenere lo scopo, ossia l’esecuzione dell’ordine”.
Il generale Adami Rossi tributerà questo encomio solenne (è raccontato nella “Storia del movimento operaio torinese durante la Resistenza” di Giorgio Vaccarino) al caporale Franco Malagoli :
“Con rapido intuito e piena comprensione del suo dovere, in relazione alle direttive ricevute, lanciava una bomba a mano contro un gruppo di operai che, riottoso, faceva opera di sobillazione alla ripresa del lavoro, come era stato intimato, ferendone alcuni e ottenendo la completa ripresa del lavoro”. 
Dal 26 luglio all’8 settembre, tra scioperanti, dimostranti e disubbidienti vi saranno novantatré morti e 356 feriti, 3500 condanne a varie pene detentive, trentamila persone in stato di fermo; più, in 45 giorni, di quanto abbia fatto Mussolini in vent’anni. Lo scrive uno storico di quel periodo, Silvio Bertoldi, nell'articolo "BADOGLIO Quarantacinque giorni da tiranno" sul “Corriere della sera” del 4 ottobre 1995. Lo si può leggere sul sito delCorriere della sera, il commento di Indro Montanelli sull'articolo : 
(...) "Silvio Bertoldi è senza alcun dubbio il più serio e informato biografo di Badoglio, che a sua volta è il personaggio della recente storia italiana che più si presta al processo e alla condanna". (...)

Poi "combinazione" parla di altro, un personaggio assai ambiguo : Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella

la firma dell'Armistizio corto (in borghese
il gen. Castellano, il gen. americano Bedell
Smith sta firmando)
L'Armistizio "corto" viene firmato nel tardo pomeriggio del 3 settembre a Cassibile vicino a Siracusa, nei pressi della chiesa parrocchiale.

Gli Alleati vogliono che l'Armistizio venga annunciato il giorno 8 settembre, il Governo italiano s'illude che questo possa essere spostato al 12.

Nello stesso giorno, mentre Castellano firmava, Badoglio in un incontro al mattino alle ore 9,30 con l’Ambasciatore tedesco a Roma, che forse ha sentore di cosa sta accadendo, chiede con apprensioni quale sia l’atteggiamento dell’Italia, che Hitler è diffidente, e vuole sapere cosa bolla in pentola. Badoglio lo tranquillizza :
"Sono il più vecchio generale d’Italia, mi chiamo Badoglio, mi riesce incomprensibile la diffidenza di Hitler; vi dò la mia parola d’onore che marceremo con voi fino in fondo, abbiate fiducia".
Anche il Re Vittorio Emanuele III, presente al colloquio, ribadisce la fedeltà e la lealtà nei confronti dell’alleato
"Dica al Furher che l’Italia non capitolerà mai, è legata alla Germania per la vita e per la morte
Arriva il fatidico 8 settembre e gli Alleati non sentono alla radio italiano il proclama, alle 17.30 Radio Algeri nè dà notizia e alle 18 dichiara alla stessa radio :
"The Italian Government has surrendered its Armed Forces unconditionally" - "Il Governo italiano ha dato ordine alle sue forze armate di arrendersi senza condizioni".

 

Non contento del disonore totale non trovò di meglio tra ottobre e dicembre del 1943 per soddisfare i desideri inglesi di smantellare la rete dei servizi informativi italiani, se li vendette, di ordinare quanto segue,  un'azione inqualificabile, senza precedenti di stampo "coloniale" da parte inglese, meritevole di corte marziale, rimasta occultata, ora  depositata in documenti  all’Archivio di Stato di Como.

Il generale Vittorio Emanuele Terragni nel 1948 così ricostruisce lo svolgersi di quegli avvenimenti:
«Il 23 settembre 1943 mi fu consegnato a mano dall’addetto militare britannico, venuto nel mio ufficio a trovarmi per la prima volta, un messaggio [in lingua inglese] a me diretto dal generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale, nel quale mi si ordinava di lavorare per il futuro in stretta collaborazione con i due Centri locali del Sim [Servizio informazioni militare] e con la rappresentanza diplomatica britannica mediante scambio di informazioni».
Pareva cosa normale essendosi appena concluso l’armistizio con gli angloamericani. 
«Sennonché, alcuni giorni dopo, e cioè il 4 e 5 ottobre, i due capi Centro [responsabili delle attività di spionaggio e controspionaggio dell’esercito] furono direttamente e separatamente convocati da un funzionario dell’Intelligence Service, un certo De Salis, addetto all’ambasciata britannica di Lisbona, e ufficialmente richiesti di comunicare tutti i nomi a rispettiva conoscenza, degli elementi che in qualunque modo fossero stati identificati come al servizio dell’Intelligence Service; di segnalare nominativamente tutti gli informatori, retribuiti o meno, italiani o stranieri, che avevano lavorato per i nostri servizi di informazione e di comunicare tutte le notizie che i capi Centro stessi possedessero in ordine all’attività e all’organizzazione dei servizi di informazione della Germania».
 Questa richiesta di delazione, che il generale italiano definisce «indegna e inaccettabile», fu rifiutata dei responsabili della nostra rete di intelligence presente in Portogallo, non disponibili a quel tipo di resa che inoltre avrebbe leso gli agenti 'coperti' portoghesi nei confronti delle loro autorità nazionali. Un'azione simile era contro l’onore militare, e ledeva il senso di lealtà e di fedeltà alla nazione che accompagna il giuramento di un servitore dello Stato come è un soldato. Alla fine di ottobre, a far crollare uno dei responsabili del nostro apparato di intelligence militare in Portogallo, fu un telegramma di Badoglio, dove ordinava di consegnare al funzionario britannico dell’Ufficio controllo passaporti di Lisbona 
«i dettagli relativi alla nostra organizzazione informativa, compresi i nomi dei nostri agenti e tutti i metodi di funzionamento sia italiani sia tedeschi a nostra conoscenza».
In un successivo ordine scritto, di dicembre 1943, Badoglio ordinava addirittura al capo del presidio offensivo del SIM a Lisbona, il tenente colonnello Gino Clarej, la ricostruzione dei contenuti dei carteggi d’ufficio, di natura operativa e informativa, che erano stati bruciati il giorno stesso dell’armistizio.

Tutto questo accadeva in un paese sensibile e neutrale come il Portogallo dove erano passati i contatti segreti tra Germania e Inghilterra che prepararono il misterioso volo in Scozia del vice di Hitler, Rudolf Hess, i negoziati segreti per l’armistizio dell’8 settembre 1943, e anche il passaggio di apparecchiature ed esplosivi che crearono in Italia la resistenza, da parte del SOE (Special operations executive), la branca delle operazioni speciali dell’Intelligence Service, nazione dove ripararono anche il Re d'Italia in esilio e Dino Grandi.

Questa azione, come normale fu in seguito criticata da alcuni ufficiali angloamericani e dagli stessi addetti militari sia britannico che statunitense a Lisbona, che erano soldati e persone d’onore.

Il tutto causò, per protesta la richiesta del deluso generale monarchico alla messa a riposo, rischiando la corte marziale, i tedeschi informarono Mussolini che lo reintegrò come agente della Repubblica sociale italiana in Portogallo.

Si scopre inoltre che fin dai primi mesi del 1942, il traditore Badoglio tramite suoi agenti aveva contattato gli inglesi per trattare una resa e aveva anche proposto di formare un esercito parallelo che combattesse al fianco degli alleati.

Certo aveva ragione Mussolini su quanto successe politicamente in seguito e anche in questi giorni, pare avesse la "palla di cristallo" come possiamo vedere qui : Quel Bilancio attivo. Osservazioni stranamente profetiche di Mussolini
casablanca

la guerra del re

Tutto fece la massoneria
Dino Grandi era uno dei gerarchi del Regime fascista, stretto collaboratore di Mussolini da più di 20 anni. Considerato più un conservatore di destra che un fascista (vedete che c'è differenza, una enorme, incolmabile differenza NdR), vedeva il fascismo come un fenomeno effimero, confinato nella durata della vita di Mussolini. Esperto diplomatico, era stato ministro degli Esteri e ambasciatore nel Regno Unito: fermo nemico della Germania, con una larga cerchia di amicizie nell'establishment britannico (era amico personale di Winston Churchill), era stato spesso considerato il successore naturale di Mussolini. Sebbene personalmente devoto al Duce, del cui carattere e dei difetti era ben conscio, era tuttavia convinto che ad alcuni suoi ordini si dovesse disobbedirgli. Il 25 marzo 1943 il Re aveva conferito a Grandi il collare dell'Annunziata, permettendogli così di essere chiamato "cugino del Re" e conferendogli facoltà di libero accesso alla Casa Reale.

A metà maggio il Re iniziò a considerare il problema di come uscire dalla guerra: era il pensiero espressogli dal Duca Pietro d'Acquarone, Ministro della Real Casa, molto preoccupato per il futuro stesso. L'opinione pubblica italiana, che aveva atteso per mesi un segno da parte del Re, iniziava a volgersi contro la monarchia. Alla fine di maggio due alte personalità dell'epoca liberale, Ivanoe Bonomi e Marcello Soleri, furono ricevuti da d'Acquarone e dall'aiutante di campo del Re, il generale Puntoni. Entrambi premettero sui consiglieri reali consigliando di far arrestare Mussolini e di nominare un Governo militare. Il 2 e l'8 giugno furono entrambi ricevuti dal Re, ma rimasero frustrati per la sua inazione. Il 30 giugno Bonomi incontrò il principe Umberto e propose i nomi di 3 generali - Ambrosio, il maresciallo Pietro Badoglio, il maresciallo Enrico Caviglia - come candidati a succedere a Mussolini. Il 4 luglio Badoglio fu ricevuto da Umberto, che gli fece capire che la Corona non si opponeva più a un cambio di regime. Il giorno seguente, Ambrosio propose al Re di nominare Badoglio o Caviglia alla testa del Governo che avrebbe sostituito Mussolini. A favore della candidatura di Caviglia svettavano il suo coraggio, la sua onestà e le posizioni antifasciste, ma era considerato troppo vecchio per affrontare i perigliosi eventi e, inoltre, un esponente di alto livello della Massoneria. Badoglio, che aveva rassegnato le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore dopo la disfatta greca nel 1941, era divenuto un acerrimo nemico di Mussolini e stava aspettando solo l'occasione propizia per vendicarsi. Oltre a ciò, egli era amico del Duca d'Acquarone, che era stato il suo aiutante di campo, ed entrambi, come Caviglia, massoni. Una collaborazione tra i due Marescialli era tuttavia impensabile, dato che Caviglia odiava Badoglio, definendolo una volta un
«cane da cortile che va dove c'è il boccone più grande».
Il 4 giugno il Re concesse un'udienza a Dino Grandi, che era ancora il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, pur essendo stato rimosso dal Governo.

Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro detto di Feltre (ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno) fra Mussolini e Hitler, Heinrich Himmler riceveva un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio. Il documento fa ripetuto riferimento al re Vittorio Emanuele III ed alla massoneria. Il documento ha il timbro "Geheim!" (segreto)

Il 15 luglio il Re incontrò Badoglio, che nel frattempo andava dicendo agli amici che avrebbe organizzato un putsch con o senza il sovrano - e lo informò che lo avrebbe nominato nuovo capo del Governo. Vittorio Emanuele gli spiegò che era totalmente contrario a un governo politico, e che in questa fase non avrebbe cercato un armistizio.

Scritta antibadogliana riapparsa a Verbania-Pallanza (piazza del Municipio) allo sbiadire di una mano di calce data per cancellarla. Testo: "Abbasso Badoglio, abbasso i traditori del PNF".

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Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943


Pietro Badoglio, capo del governo
italiano dal 25 luglio 1943
al 17 aprile 1944.
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Il proclama di armistizio di Badoglio dell'8 settembre 1943 è l'annuncio dell'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile firmato dal governo Badoglio I del Regno d'Italia con gli Alleati della seconda guerra mondiale.

Il messaggio, letto dal maresciallo Pietro Badoglio (Capo del governo e maresciallo d'Italia) alle 19:42 al microfono dell'EIAR, annunciò alla popolazione italiana l'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese.


I giorni dal 3 all'8 settembre
Dopo la sigla dell'armistizio di Cassibile, Badoglio riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate"[1] Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell'Italia, ma il maresciallo tergiversò. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei B-17 ("Fortezze volanti") attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli[2] Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l'avvenuto armistizio: l'8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri [3]. Poco più di un'ora dopo, Badoglio fece il suo annuncio da Roma.


Il proclama letto alla radio 
«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.[4]»
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La fuga di Vittorio Emanuele III e la nascita del Regno del Sud

La fuga dalla Capitale dei vertici militari, del Capo del Governo  Pietro Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto dapprima verso Pescara, poi verso Brindisi, e la confusione, provocata soprattutto dall'utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali e che fu dai più invece erroneamente interpretata come indicazione della fine della guerra, generarono ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano: lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. [5] 815.000 soldati italiani vennero catturati dall'esercito germanico, e destinati a diversi Lager con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani) nelle settimane immediatamente successive.
Più della metà dei soldati in servizio nella penisola abbandonarono le armi e tornarono alle loro case in abiti civili. La ritorsione da parte degli ormai ex-alleati tedeschi, i cui alti comandi, come quelli italiani, [6] avevano appreso la notizia dalle intercettazioni del messaggio radio di Eisenhower, non si fece attendere: fu immediatamente messa in atto l'Operazione Achse ("asse"), ovvero l'occupazione militare di tutta la penisola italiana e il 9 settembre fu affondata la Corazzata Roma, alla quale nella notte precedente era stato ordinato, assieme a tutta la flotta della Regia Marina, di far rotta verso Malta in ottemperanza alle clausole armistiziali anziché, come precedentemente stabilito, attaccare gli alleati impegnati nello sbarco di Salerno.

Nelle stesse ore una piccola parte delle forze armate rimase fedele al Re Vittorio Emanuele III come la Divisione Acqui sull'isola di Cefalonia dove fu annientata; una parte si diede alla macchia dando vita alle prime formazioni partigiane come la Brigata Maiella; altri reparti ancora, soprattutto al nord, come la Xª Flottiglia MAS e la MVSN, scelsero di rimanere fedeli al vecchio alleato e al fascismo. Nonostante il proclama di Badoglio, gli alleati impedirono una massiccia e immediata scarcerazione dei prigionieri di guerra italiani.

Ai militari sbandatisi dopo l'8 settembre che si ripresentarono a fine guerra ai rispettivi comandi, per sistemare la propria carriera interrotta e anche recuperare gli arretrati di paga, venne richiesto di compilare un questionario di ben 97 domande, atto a definirne la posizione disciplinare e amministrativa. [7]


Il dibattito sull'8 settembre come "morte della patria"

Il giurista e scrittore Salvatore Satta nel suo libro di riflessioni De profundis del 1948 definì l'8 settembre la "morte della patria", con riferimento all'implosione dell'intero apparato statale costruito dopo il Risorgimento, aggiungendo che
"la morte della patria è certamente l'avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell'individuo"[8].
L'espressione fu riscoperta da Ernesto Galli della Loggia in un convegno del 1993 [9] e ripresa da Renzo De Felice nel libro-intervista Il Rosso e il Nero del 1995 [10]. Entrambi questi storici hanno sostenuto che il Risorgimento avesse creato un sentimento nazionale italiano che, crollato l'8 settembre, non è più rinato.

Galli della Loggia ha addirittura intitolato un suo libro del 1996 La morte della patria [10], facendo di questa tesi l'argomento dell'intero libro. Ed ha in particolare approfondito come la Resistenza non abbia potuto creare un nuovo sentimento nazionale perché era divisa fra più "anime", alcune delle quali di sentimenti più internazionalisti, se non addirittura contrari agli interessi nazionali (con riferimento al fatto che il PCI sostenesse le rivendicazioni jugoslave in Venezia Giulia)[8].

Questo libro scatenò inevitabilmente una discussione, in cui storici e politici vicini alla Resistenza criticarono la tesi della "morte della patria". Fra gli storici si possono citare Claudio Pavone (Una guerra civile, 1991 [11]) e Nicola Tranfaglia [12]. Sulla questione prese la parola anche il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel 2001 al ritorno da Cefalonia dove aveva commemorato i caduti della divisione Acqui. Tutti costoro hanno sostenuto che la Resistenza e la Costituzione hanno efficacemente fatto rinascere un sentimento nazionale italiano.

Note
  1.  Gigi Di Fiore, Controstoria della Liberazione, Milano, Rizzoli, 2012., pag. 105.
  2.  Gigi Di Fiore, op. cit., pag. 139.
  3.  BBC ON THIS DAY | 8 | 1943: Italy's surrender announced
  4.  Badoglio annuncia l'armistizio dell'Italia, in La Repubblica, 7 settembre 2013. URL consultato l'8 settembre 2013.
  5.  P. Pieri, dal Dizionario biografico degli Italiani, Ist. Treccani (PDF), su museobadoglio.altervista.org. URL consultato il 03-09-2010.
  6.  L’eroica fine della corazzata Roma, su paginedidifesa.it.
  7.  Floriani - 8 settembre 1943 - (Ita), su www.floriani.it. URL consultato il 15 settembre 2015.
  8.  a b Giovanni Pistolato, La morte della patria. Ernesto Galli della Loggia
  9.  Ernesto Galli della Loggia, La morte delle patrie: così entrò in crisi lo stato-nazione sul Corriere della sera dell'8 settembre 2003
  10. a b Giuseppe Rinaldi, L'8 settembre e la "morte della patria"
  11.  Nicola Guerra, Morte e nascita della nazione
  12.  sito Eticapa
  13.  Stefano Caviglia, Ciampi e la Patria, è polemica su La Repubblica del 5 marzo 2001



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martedì 26 marzo 2019

Comunisti: ne uccise più Stalin con il compagno Togliatti che Mussolini



Sento sempre dire che i Fascisti sono cattivi, ma allora questi che sono ? Forse il paragone giusto, paradossale, sarebbe ne ha uccisi più Stalin tanti quanti ne ha salvati Mussolini, L'Assassino Sandro Pertini e chi lo salvò ... Benito Mussolini.
“Con la morte di Mussolini scompare uno dei più grandi uomini politici cui si deve rimproverare solamente di non aver messo al muro i suoi avversari”
- Josif Vissarionovic Dzugasvili alias Stalin -

Il meccanismo è sempre il medesimo, criminalizzare, inventare, attribuire un crimine all'avversario per celare i propri, cosa di tutti i giorni ancora oggi, imparato e applicato tale e quale dai loro padri, e chi sono i loro degni padri ? Eheheh "Masters of Deception" a voi l'onere della scoperta : Il Comunismo e il Nuovo Ordine Mondiale: La frode utopistica di Wall Street - School of Darkness di Bella Dodd.


E di amene storie simili ce ne sono altre, quella infame e ben documentata dalla famosa lettera Togliatti - Bianco, degli Alpini Italiani dell'AMIR prigionieri in URSS, protagonisti sempre i due compari, Stalin e Togliatti che facendoli ammazzare voleva educare gli Italiani a quanto fosse cattivo Mussolini che li aveva mandati in guerra, semplicemente psicopatico, dimenticando che la guerra era mondiale e l'Italia era nel bel mezzo del delirio europeo, di cui cosa non nuova è il punto più strategico, nel bel mezzo del Mar Mediterraneo, o ci asfaltava tempo zero Adolfo o ci pensavano gli altri criminali alleati che il giochino avevano inventato e che comunque a tempo e debito così fecero ugualmente, stragi,  bombardamenti e marocchinate comprese.

Idilliaca fu anche la questione dei comunisti italiani e dei 400 operai di Monfalcone andati in Jugoslavia a creare un paradiso socialista, finiti tutti in mucchio nei gulag del caro Tito, tra cui la famosa Isola Calva e quei pochi che riuscirono a tornare furono zittiti e tutto nascosto dal "moralissimo" Partito Comunista Italiano che degno antenato dell'odierno "Partito Delinquenti" può ben fregiarsi del titolo di "Partito Criminali Italiani", che anche criminalizzava i profughi istriano dalmati, i suoi degni eredi invece ci stanno facendo invadere dai migranti, se evidentemente non è più possibile instaurare una dittatura Staliniana bisogna chiedersi ora agli ordini di chi siano, semplice, dovreste già avere letto il link precedente, là sta l'origine di tutti i mali.

Non mancano nemmeno le note storie di come gli sciacalli si scannassero tra di loro durante l'infame guerra partigiana, 
RAPPRESAGLIE PARTIGIANE - Come i partigiani comunisti facevano eliminare i loro alleati scomodinon per niente Giacomo Noventa pensatore e poeta socialista definì :
"L'antifascismo il figlio marcio del fascismo"
Giacomo Noventa e il sogno infranto di un socialismo "irreale"

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Dall'intervista con Giovanni d’Angelo : In una nota a pagina 209, lei accenna all’assassinio dei fratelli Rosselli…
Sì, questo è un argomento molto interessante. Ho citato il libro di Franco Scalzo, "Due navi , il re, il papa e i fratelli Rosselli". Le voci che gli assassini dei fratelli Rosselli non fossero uomini dell’Ovra fascista, bensì legati a Casa Savoia le avevo già intese in passato. Come, d’altra parte, anche l’assassinio di Matteotti: ci sono forti sospetti che Dumini, in realtà, non avesse agito come fascista che voleva togliere un oppositore scomodo dai piedi di Mussolini, ma fosse invece manovrato dalla Casa reale in quanto erano state scoperte delle fonti petrolifere in Libia. Matteotti era un grande maneggione, non era certamente un santo: quand’era sindaco di Fratta Polesine, compì un’azione vergognosa chiudendo le porte del paese ai profughi civili di Caporetto, a tutta la gente che si stava muovendo per sfuggire all’occupazione austriaca e premeva sul Veneto. Questo è un fatto che gli storici non citano. Non dimentichiamo che Mussolini disse che, se qualcuno avesse voluto fargli il più grande dispetto di questo mondo, avrebbe dovuto gettargli il cadavere di Matteotti tra i piedi. Quindi, anche per i fratelli Rosselli, ci sono diversi punti da chiarire, non ultimo il fatto che Aimone d’Aosta, padre dell’attuale duca d’Aosta, si trovava a Bagnoles de l’Orne proprio in quei giorni.
Franco Bandini, nel libro "Il cono d’ombra", parla di una matrice sovietica dietro l’omicidio dei fratelli Rosselli
È risaputo che Stalin ce l’avesse a morte con tutto ciò che poteva sembrare trotzkista: i fratelli Rosselli erano dei “liberali” (come i Fratelli Cervi NdR).  Contemporaneamente avveniva l’eliminazione del Poum a Barcellona da parte del partito comunista spagnolo su ordine di Stalin, di cui Palmiro Togliatti in Spagna fu il più feroce manutengolo. Togliatti contribuì attivamente alla repressione delle correnti che Stalin considerava deviazioniste sul piano repubblicano della guerra civile spagnola. Questa gente, nell’ultimo anno di guerra, si ammazzò a vicenda anziché combattere più efficacemente contro le truppe franchiste. Quindi, la tesi di Bandini potrebbe essere fondata. Secondo Scalzo, i fratelli Rosselli, istigati dal conte Sforza a Parigi e da Pietro Nenni, si stavano attivando per scoprire che cosa c’era veramente nei documenti trafugati dal consolato austro-ungarico di Zurigo nel famoso colpo del Carnevale del 1916. Tali documenti comproverebbero rapporti tra gli alti gradi delle nostre forze armate e i nemici austro-tedeschi. C’è poi quella strana figura del capo della delegazione italiana alla Società delle nazioni, il barone Aloisi, il quale, da ufficiale della marina, partecipò al colpo del consolato austro-ungarico di Zurigo, prelevando non solo gioielli e soldi, ma anche documenti comprovanti, fra l’altro, che le alte sfere militari citate erano riconducibili all’ammiraglio Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi, cioè il comandante effettivo della nostra squadra navale. Tutto, comunque, è avvolto dal mistero.

Morale della satanica favola chi oggi si arroga il diritto di insultare i Fascisti Italiani parlando di dittatura e cattiveria è erede, favoreggiatore, beatifica, giustifica e nasconde i crimini degli assassini di centinaia di milioni di persone, trecento circa, in mancanza per motivi temporali dei reali colpevoli, deve essere mandato ai lavori forzati a vita, l'umanità deve pur difendersi da eventuali genocidi futuri, e consiglierei un trattamento serale psichiatrico, vogliamo mica farli morire dementi ? Solo dei dementi cerebrolesi possono esaltare dei genocidi seriali premeditati di tale portata planetaria.

Mai stato più felice di oggi di firmare un redazionale, è ora di finirla con l'ipocrisia, le menzogne, le manipolazioni, la devastazione nazionale e planetaria, delle mandrie di ignoranti volontari opportunisti che di fatto ne sono gli esecutori.
I compromessi e il "Politically Correct" potete tranquillamente ben ficcarveli su per il culo già ampiamente e ripetutamente sfondato dal sistema e dalla propaganda dei vostri padroni. A voi come agli sciacalli che si scannavano tra  di loro, almeno quello ...
Sterminio nei Gulag Staliniani, quello vero, non quello finto con le foto dei tedeschi ammazzati dai bombardamenti alleati a Dresda fatti passare per morti dei campi tedeschi ...

I COMPAGNI italiani massacrati in URSS dai COMPAGNI sovietici

Ne uccise più Stalin del Duce

La storia volutamente dimenticata dei "compagni" italiani morti per mano dei "compagni" sovietici..
Il Partito comunista d'Italia fu complice CONSAPEVOLE dei crimini staliniani.
21 Maggio 2006

Il segretario di Rifondazione Comunista è presidente della Camera dei Deputati (Bertinotti 2006 NdR) ha dedicato la sua elezione «alle operaie e agli operai» italiani. Chissà se aveva in mente anche Antonio Pirz con la moglie Clara e i figli Carlo e Bruno, Ernani Civalleri, Lino Manservigi, Arturo Canzi, Ubaldo Della Balda, Guido Garzera. Ha concluso il discorso d’insediamento con l’invito di Piero Calamandrei ai giovani a recarsi in pellegrinaggio nei luoghi in cui è nata la Costituzione, «dovunque un italiano è morto per la libertà».

Chissà quando nell’elenco di questi laici sacrari verranno incluse le fosse comuni di Butovo e Komunarka.

Nomi che non dicono nulla? Non c’è da stupirsene. Sono infatti oggetto della più tenace, accanita, furiosa rimozione della memoria praticata in Italia negli ultimi settant’anni. I nomi di persona appartengono al lungo elenco di operai comunisti uccisi in Unione Sovietica dai comunisti. Quelli di luogo indicano due dei cimiteri nei dintorni di Mosca dove molti di loro sono stati gettati, senza un sasso qualsiasi che li ricordi. Altri sono sepolti in Siberia, nella Kolyma, chissà dove. Già negli anni Settanta Roy Medvedev, storico comunista sovietico, aveva spiegato che ha ucciso più comunisti italiani Stalin di Mussolini. Ma chi leggeva quelle cose allora? Il povero Dante Corneli, uno dei pochi scampati all'”odissea rossa”, dovette bussare a infinite porte prima di vedere le sue memorie stampate da un editore microscopico.

LE STORIE DIETRO I NUMERI
Oggi forse qualcosa sta cambiando, se un libro come "Italiani nei lager di Stalin" di Elena Dundovich e Francesca Gori viene pubblicato da un maître à penser del calibro di Laterza. È una decina d’anni che la Dundovich fruga negli archivi russi alla ricerca di documenti sulla sorte dei nostri emigrati; il risultato è una ricostruzione impressionante della storia dei circa 1.020 italiani (su 4.000 allora residenti nel paese) in diverse misure raggiunti dalla repressione comunista. Almeno 110 furono fucilati e 140 finirono nel Gulag. Oltre la metà vennero deportati durante la guerra perché, anche se da tempo cittadini sovietici, provenivano da un paese nemico.

Molti che avevano fatto piccole fortune come agricoltori li avevano preceduti negli anni Trenta, durante l’epurazione dei kulaki. Ma le cifre dicono poco; dietro ogni numero c’è una storia. Antonio Pirz, emigrato prima negli Stati Uniti, era poi approdato in Crimea «incantato dal fascino del mito dell’Urss e delle conquiste del bolscevismo». Angela Juren, Natale Premoli, Giuseppe Venini avevano conosciuto le galere fasciste. Civalleri e Manservigi erano stati fra i protagonisti dell’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1920. Canzi, Della Blada e Garzera erano semplici operai, mandati a Mosca dalla loro azienda, nel quadro di uno dei tanti accordi tra comunisti sovietici e fascisti italiani. I pochi sopravvissuti non hanno trovato orecchie disposte ad ascoltare le loro storie; e non pochi fra loro hanno preferito tacere, per non essere ulteriormente perseguitati in patria.

Qualcuno si ostina a credere che sia stata tutta colpa di Stalin, «i comunisti italiani furono diversi» (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 2 ottobre 2003). "Carnefici e vittime. I crimini del PCI in Unione Sovietica" (Mondadori), ultima fatica di Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi, altri due storici che da tempo hanno dedicato le loro ricerche all’argomento, spazza ogni dubbio. Il Partito comunista d’Italia fu complice consapevole dei crimini staliniani.

Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del circolo degli emigrati italiani in Urss, rivendicò orgogliosamente davanti all’inquisitore, quando fu il suo turno di cadere in disgrazia, la propria attività delatoria:
«Nel corso del mio lavoro, come capo del circolo degli emigrati politici, smascherai spesso dei trotzkisti e le loro conversazioni controrivoluzionarie-trotzkiste e varie volte scrissi note e relazioni sui loro interventi nelle riunioni degli emigrati politici italiani».
 I “trotzkisti”, naturalmente, altro non erano che buoni compagni, che ingenuamente avevano pensato che al circolo italiano si potesse dire che la Russia comunista non era proprio quel paradiso che veniva dipinto. Ma i loro discorsi venivano regolarmente annotati da Robotti e dal suo braccio destro Antonio Roasio, e spalancavano ai malcapitati le porte della Lubianka o del Gulag. Naturalmente, con l’autorevole avallo di Palmiro Togliatti:
«Questo rapporto – spiega lo stesso Robotti – prima di giungere alla polizia politica sovietica, veniva presentato al compagno Togliatti. Il compagno Togliatti, se non aveva modo di ingerirsi per quel che riguardava le schede di Rosaio, era, teoricamente, nelle condizioni di poter bloccare le denunce che gli provenivano dal circolo».
Calunnie controrivoluzionarie? Anche Einaudi, baluardo dell’ortodossia, sembra arrendersi all’evidenza. Ha pubblicato nientemeno che la Storia del Gulag di Oleg Chlevnjuk. Il primo studio che racconta l’universo concentrazionario sovietico non dalla parte delle vittime ma da quella degli aguzzini, basandosi sui documenti ufficiali del regime. Sono gli archivi ufficiali che censiscono, nel solo biennio 1937-38, 1,6 milioni di arrestati. È da lì che escono le osservazioni del terribile procuratore capo Vishinskij: chiede la condanna di funzionari che
«nei loro uffici uccidevano con la violenza fisica quelli che si ostinavano a non firmare i verbali preparati in anticipo. A un imputato ruppero il naso con un uncino di ferro e cavarono gli occhi., due cittadini furono uccisi a colpi di martello sulla testa».
Sono sempre i faldoni del Cremlino a restituire l’imperturbabile replica di Stalin:
«Si sa che tutti i servizi segreti borghesi ricorrono alle pressioni fisiche nei confronti dei rappresentanti del proletariato socialista, e per giunta vi ricorrono nelle forme più atroci. Ci si domanda perché i servizi segreti socialisti debbano essere più umani rispetto agli spietati agenti della borghesia, ai nemici giurati della classe operaia e dei kholkoziani. Il CC ritiene che il metodo della pressione fisica debba essere assolutamente adottato anche in futuro. In quanto metodo giusto e opportuno»
(telegramma, gennaio 1939).

SPARANDO E PUGNALANDO
Per buona misura, segnaliamo anche l’uscita de "Il libro nero del comunismo europeo", sorta di appendice del celebre "Libro nero del comunismo", dedicato ad alcuni paesi europei trattati in modo marginale nel primo volume. Non riguarda direttamente il nostro argomento; ma è un buon antidoto per chi si volesse aggrappare all’estrema illusione che il terrore sia una peculiarità della storia russa. DDR, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia: dappertutto la stessa litania di denunce, campi di rieducazione, “liquidazioni”
«La liquidazione comporta l’annientamento fisico di individui e gruppi. Mezzi: si può uccidere sparando, pugnalando, dando fuoco, facendo saltare in aria, strangolando, picchiando a morte, avvelenando, soffocando».
Bibliografia

Oleg Chlevnjuk, Storia del Gulag, ed. Einaudi, pagg. 398, euro 44

Elena Dundovich Francesca Gori, Italiani nei lager di Stalin, ed. Laterza, pagg. 230, euro 16

Giancarlo Lehner Francesco Bigazzi, Carnefici e vittime. I crimini del Pci in Unione Sovietica, ed. Mondadori, pagg. 436, euro 20

a cura di Stephane Courtois, Il libro nero del comunismo europeo, ed. Mondadori, pagg. 479, euro 19

di Bobo Tempi num.21 del 18/05/2006

Fonte  ricordare  (da Ne uccise più Stalin del Duce)   archiviostorico

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giovedì 24 maggio 2018

I danni del fascismo di Alessandro Mezzano


Amedeo Bordiga, che nel 1921 fu uno dei fondatori del Partito Comunista in Italia, era solito dire che
"il danno peggiore causato dal fascismo era stato ... l'antifascismo"

"L'antifascismo fu il figlio marcio del fascismo" 
Giacomo Noventa - poeta socialista

Rexford Tugwell, l’uomo più di sinistra dell’amministrazione americana, pur collocandosi ideo­logicamente agli antipodi del fascismo, riconosceva che il regime stava ricostruendo l’Italia :
«mate­rialmente e in modo sistematico. Mussolini ha senza dubbio gli stes­si oppositori di Roosevelt, ma con­trolla la stampa e così costoro non possono strillare le loro fandonie tutti i giorni. Governa un paese compatto e disciplinato, anche se con risorse insufficienti. Almeno in superficie, sembra aver com­piuto un enorme progresso. Il fa­scismo è la macchina sociale più scorrevole e netta, la più efficiente che io abbia mai visto. E ne sono in­vidioso». 
Rexford Tugwell -
"... andare verso il Popolo" 
Benito Mussolini -
Questo testo si commenta da solo, ma il suo intento, come al solito, andrà perduto, chi sa, sa ... chi non sa, non saprà mai ...

Un paio di altre cose, tra il resto, ho scoperto per caso imputabili al Duce, la "Moda Italiana", cosa che non sarebbe stata difficile immaginare considerando l'autarchia e il primo festival internazionale di cinema, La "Mostra internazionale d'arte cinematografica" di Venezia.


Un breve ma affascinante collage di testi e documenti che portarono alla Socializzazione. Le loro radici, le decisioni governative durante la RSI, l'appassionata propaganda missionaria di Bombacci, la cinica abrogazione di essa da parte del CLN a danno dei lavoratori non imprenditori. Nell'introduzione l'amaro sarcasmo diretto ai "compagni" che non riescono a capire quello che hanno sotto il naso. Ma i "compagni", nonostante tutto non sufficientemente cresciuti, continuano a distogliere lo sguardo dalla realtà storica preferendo attribuire -come il perfido nanetto dell'Armata Brancaleone II- i guai del popolo, di cui dicon di essere paladini, ad un fascismo che si son costruiti ad hoc mentre la vulgata resistenzial-ciellenistica impedisce loro di realizzare quanto il fascismo sia stato determinante nella introduzione delle masse alla vita nazionale e sociale e quanto avrebbe potuto lasciare di più se non ne fosse stato impedito dai meri calcoli concorrenziali e di bottega dei social-comunisti.


Per le edizioni “All’insegna del Veltro” di Parma, è uscito nel 2006, il saggio  "I Danni del Fascismo" di Alessandro Mezzano, autore del mensile "La Fiamma", credo sospesa. 
Potrete scaricare il libro in formato PDF, i link all'interno non funzionano più, altrimenti potete acquistarlo su amazon in forma cartacea; a seguire indice, dedica e premessa.

Mi vien da aggiungere un libro scritto da un amico Giuristi e Stato Corporativo. Antonio Esposito

Si tratta di un saggio che descrive e commenta, in modo chiaro e succinto e con riferimento al numero d’ordine ed alla data di promulgazione, le principali Leggi e Riforme realizzate dal Fascismo nell’arco di 22 anni di potere. Sono le Leggi e le riforme che hanno creato lo stato sociale, che hanno attuato le bonifiche, che hanno espropriato il latifondo, che hanno decimato la mafia.

Sono le Leggi che ancora oggi costituiscono il 95% del “Corpus iuris” vigente; segno che finora non si è saputo e potuto fare di meglio. A confutazione di quanto afferma la cultura resistenziale che denigra senza documentazione e si appropria di meriti non suoi, questo libro dimostra quanto il Fascismo sia stato rivoluzionario nelle idee e nella loro attuazione pratica e quanto sia stato determinante per il riscatto sociale dei lavoratori, molto di più di quanto il marxismo ed il capitalismo abbiano mai saputo fare.

È un libro soprattutto per i giovani che questo regime tiene volutamente nell’ignoranza con una scuola reticente che mente per opportunismo. Sarà opera meritoria il divulgarlo (l’edizione non è a scopo di lucro) per aiutare, soprattutto i giovani, a farsi una propria, autonoma, idea su quali furono “i danni” che il Fascismo portò all’Italia, senza dover attingere alle idee surgelate che il supermercato dell’informazione antifascista propina da sessanta anni con la pretesa di mantenere ingessata una “storia” del Fascismo scritta il 26 Aprile 1945 all’ombra dei carri armati e delle baionette “alleate”.

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Indice:
Premessa; 
I Parchi nazionali; 
Tutela del lavoro Donne e Fanciulli; 
Assistenza ospedaliera per i poveri; 
Assicurazione invalidità e vecchiaia; 
Riforma della scuola; 
Acquedotto pugliese, del Monferrato, del Perugino, del Nisseno e del Velletrano; 
Riduzione dell'orario di lavoro a otto ore giornaliere; 
Opera Balilla e colonie alpine e montane per i ragazzi; 
Opera Nazionale Dopolavoro; 
Sviluppo delle centrali idroelettriche ed elettrificazione della rete ferroviaria; 
Istituzione della Reale Accademia d'Italia; 
Bonifiche dell'Agro Pontino, dell'Emilia, della Bassa Padana, di Coltano, della Maremma toscana, del Sele, della Sardegna e colonizzazione del latifondo siciliano; 
Attribuzione della facoltà d'indagine alla polizia tributaria; 
Opera Nazionale Maternità ed Infanzia; 
Assistenza agli illeggittimi, abbandonati od esposti; 
La Carta del Lavoro; 
Esenzioni tributarie per le famiglie numerose; 
Rete stradale ed autostradale, ferrovie e porti; 
Creazione delle aree industriali; 
Patti Lateranensi; 
Leggi sull'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell'INAIL; 
Istituzione del Libretto di lavoro; 
Legge istitutiva dell'INPS; 
Riduzione del'orario di lavoro a 40 ore settimanali; 
Legge istitutiva dell'ECA; 
Assegni familiari; 
Casse rurali ed artigiane; 
Legge istitutiva dell'Istituto Autonomo Case Popolari; 
Riforma dei codici e rinnovamento legislativo; 
Legge urbanistica; 
Legge istitutiva dell'assistenza sanitaria gratuita, INAM; Socializzazione delle imprese; 
Lotta alla mafia; 
Conclusioni; 
Ringraziamenti.

(E non è nemmeno esaustivo NdR ...)
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Dedico questo libro a Glauco Bianchi. Glauco Bianchi è un ragazzo di Mestre che nel 1945 aveva diciassette anni e mezzo ed è rimasto fermo a quell’età perché nell’Aprile di quell’anno è morto. E’ morto combattendo durante un attacco dei partigiani alla sua caserma della Guardia Nazionale Repubblicana. Era l’ultimo rimasto vivo alla fine di quella battaglia sostenuta da lui e dai suoi camerati per non arrendersi, per non togliersi la camicia nera, per non ammainare la bandiera della Patria e degli Ideali! Glauco Bianchi, rimasto senza munizioni, ha preferito la morte alla resa; ha preferito spegnere la vita, che alla sua età urla la volontà d’essere, ha rinunciato ad un futuro che gli spettava, per testimoniare una FEDE che rappresentava il suo universo e senza la quale la vita, a diciassette anni e mezzo, gli è parsa povera e vuota…! Glauco Bianchi non ha, naturalmente, ricevuto medaglie né citazioni, né ricordo ufficiale; credo anzi che al di fuori di me e di quattro o cinque persone, nessuno oggi sappia che egli sia esistito. Glauco Bianchi ha avuto solamente il dolore orgoglioso e pieno d’amore di sua madre e della mia che la conobbe in quegli anni e ne divenne amica.. Che le poche pagine di questo libro lo ricordino, in ringraziamento del tanto che mi ha insegnato e del tanto che mi ha lasciato in eredità spirituale pur senza conoscermi.
Alessandro Mezzano


Premessa
Questo non è, né vuole essere, un libro come gli altri; non è un romanzo, non è un saggio, non è un libro di storia, non è un'analisi politica. Non è nemmeno un vero libro; a parte la mole modesta, eventualmente lo si può considerare un "libro bianco" nel senso che vuole essere solamente l'esposizione ragionata delle cose che il Fascismo ha realizzato, nel breve arco di ventitré anni dei quali cinque di guerra e due (1929 e 1930) di una spaventosa crisi economica mondiale e quindi non ideali per varare riforme strutturali importanti. Un'esposizione semplice e lineare, priva di enfasi retorica, con un minimo di dati, un minimo di cronistoria ed un accenno alle conseguenze che tali realizzazioni hanno determinato, spesso in modo permanente, nella società Italiana.

È dunque, l'esposizione di una verità oggettiva, determinata e controllabile. Come quasi tutte le cose che si fanno, anche questo libro nasce da un'esigenza pratica, anzi da una motivazione così pressante e consistente da sottoporre chi scrive alla fatica della ricerca, della selezione e del riordino di dati e notizie e della stesura del testo. Sono cinquantotto anni che tutti gli antifascisti, con e se  portato agli Italiani, ma si limitano, i meno acrimoniosi e pregiudiziali, a riconoscere genericamente che : "..qualcosina di buono è stato fatto..". Ebbene noi vogliamo solamente evidenziare come quel qualcosina sia in realtà molto, anzi moltissimo di più di quanto la storiografia ufficiale riconosca e vogliamo fornire ai camerati, ai giovani che non sanno ed ai Cittadini in buona fede, un qualcosa di concreto sia per ampliare le proprie conoscenze personali e farsi un'opinione autonoma e non drogata dalla propaganda, che per sapere fondatamente ribattere ai soliti denigratori in "servizio permanente" in occasione di eventuali discussioni o dibattiti. Vogliamo dimostrare come la gran parte dell'impianto delle Leggi sociali e civili sulle quali ancora oggi si fonda la vita di tutti i lavoratori ed i cittadini Italiani, sia stato costruito durante il ventennio, dal Fascismo, per la precisa volontà di Benito Mussolini. Vogliamo evidenziare come in Italia, le grandi riforme di questo secolo appena trascorso che hanno rivoluzionato in modo significativo e permanente la scuola, l'agricoltura, l'industria, lo sviluppo urbanistico, il mondo del lavoro, il mondo femminile, la giustizia, la società tutta, siano opera della dottrina, della prassi e dell'azione del Fascismo e che le vanterie in questa materia dei comunisti, dei sindacati e della sinistra in genere sono una vera e propria appropriazione indebita causata dal vuoto e dalla sterilità della loro azione sociale….

Per gli increduli, basterebbe rileggere il manifesto che un politicamente angosciato Palmiro Togliatti (con la firma di altri 64 alti esponenti del Partito Comunista Italiano) (Togliatti in camicia nera - Con una Introduzione al “Fascismo rosso”di Carmelo Modica NdR) inviò :".. agli Italiani, alle Camice nere ed ai Fascisti.." nel 1936 per comprendere come l'azione sociale del Fascismo avesse risolto i maggiori problemi degli Italiani ponendo i Comunisti alla disperazione ideologica per la semplice constatazione che i risultati ed il consenso ottenuti dal Fascismo rendevano il comunismo in Italia non solo vinto, ma inutile ! Eccone i passi salienti:
"Al popolo Italiano, ai soldati, alle camice nere, agli ex combattenti e volontari d'Africa: noi abbiamo ragione d'inorgoglirci della nostra storia Patria…….noi Comunisti facciamo nostro il programma Fascista del 1919, che è un programma di pace e di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Camicie nere ed ex combattenti e volontari d'Africa, vi chiediamo di lottare uniti per la realizzazione di questo programma…

…..Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere insieme a voi, Fascisti della vecchia guardia e giovani Fascisti, per la realizzazione del programma Fascista del 1919 e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale dei lavoratori del popolo Italiano. Diamoci una mano, Fascisti e Comunisti, Cattolici e Socialisti, uomini di tutte le opinioni.."
Semmai, l'azione dei sindacati e della sinistra, ha seguito e sviluppato la traccia lasciata dal Fascismo e dalla determinazione di Benito Mussolini, in alcuni casi migliorando ed in altri peggiorando le riforme che, nella sostanza, sono di matrice Fascista. Soprattutto vogliamo che i giovani, cui l'informazione, la scuola e la cultura ufficiali mentono da anni su questo argomento o per falsità o per reticenza o per omissione e comunque senza mai porre a confronto serio la politica sociale del Fascismo con quella dei governi del dopo guerra, possano esercitare il loro spirito critico confrontando i fatti che citeremo con il giudizio globalmente disastroso che l'ufficialità resistenziale e la "Kultura" di sinistra hanno loro fornito, per formarsi loro stessi un personale giudizio basato sui fatti e sui dati oggettivi e controllabili e non sulle chiacchiere! Vogliamo far toccare con mano che quel "qualcosina" ha inciso, ed incide tutt'oggi in modo marcato sulla quotidianità di ciascun Italiano e come ci sia traccia delle riforme e delle Leggi del Fascismo in ogni settore, dalla scuola, alla cultura, al lavoro, all'agricoltura, al sociale, che condizionano positivamente la vita di tutti noi. Vogliamo fornire i dati su cui riflettere per constatare che tutta la politica sociale del Fascismo puntò ininterrottamente verso il riscatto sociale del popolo ponendo l'Uomo come protagonista del mondo del lavoro e come cardine di uno Stato moderno che anteponeva la società umana all'economia e puntava alla partecipazione reale dei Cittadini alla gestione diretta della cosa pubblica. Alla elencazione delle riforme messe in opera dal Fascismo, i detrattori più sprovveduti e superficiali obiettano che esse sono avvenute quasi per un automatismo inevitabile a causa del progredire dei tempi e che quindi il Fascismo sarebbe stato solamente il notaio involontario di tali avvenimenti. A parte la pochezza di una tesi indimostrabile che, come tale, evidenzia la malafede ed il pregiudizio di un tentativo poco intelligente di negare l'evidenza, basterebbe la mole, l'importanza e la brevità dei tempi occorsi alle riforme per dimostrare che queste sono avvenute non a caso, ma per la ferma volontà di Benito Mussolini e di tutto il Fascismo, stante anche la loro perfetta coerenza con la dottrina del Partito Nazionale Fascista! In altri Paesi tali riforme sono avvenute non sempre, spesso non tutte e mai in un così breve arco di tempo ! Se mai è documentabile da scritti, dichiarazioni ed atti di personaggi di primo piano della politica, della religione della letteratura e dell'arte mondiali come, in quegli anni, il mondo ci osservasse, ci invidiasse e ci copiasse….
Alcuni giudizi per tutti: 
"Il Duce è uno statista di primissimo ordine, completamente disinteressato" 
Mahatma Gandhi  -

Il gran Mufti di Gerusalemme proclama ( 1938) Mussolini "difensore dell'Islam" e gli consegna la simbolica spada dell'Islam.
"..sono certo che per causa sua e delle idee che lui ha, il marxismo sarà un giorno battuto e definitivamente rovinato.." 
Vladimir Ulianov, detto Lenin  - 
"..con la morte di Mussolini, scompare un grande uomo politico cui si deve rimproverare di non aver messo al muro i propri avversari politici.." 
Josip Vissarianovich detto Stalin -
"..così finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia durante i quali egli aveva salvato il popolo Italiano dal Bolscevismo per portarlo in una posizione in Europa quale l'Italia non aveva mai avuto prima.."
Wiston Churcill -
"..Mussolini è il grande legislatore dei nostri tempi. Le leggi del Duce e dei suoi fedeli sono una pietra miliare nell'evoluzione mondiale.." 
Antony Eden - fautore delle sanzioni 
 "..sono rimasta davvero ammirata dal modo come (Mussolini) concepisce e risolve i maggiori problemi del giorno.." 
E. Delano Roosvelt -
"..sappiate amare questo vostro meraviglioso fratello che protegge il vostro avvenire.. pensate che per l'Italia egli è tutto.." 
- R. Kiplyng - agli Italiani
"..il popolo aderisce a Mussolini perché lo considera indispensabile.." 
George Bernard Shaw -
" non credo che in Europa vi siano uomini eccezionali come Mussolini.." 
Stanley Baldwin - primo ministro Britannico
"..il bene che Mussolini ha fatto all'Italia è, malgrado tutto, incommensurabile.." 
Claude Ferrère - Accademico di Francia 
"..se dovessi sintetizzare il mio pensiero col minor numero di parole non troverei che queste: Mussolini è unico.." 
Richard Strauss -
"..non credo che alcuno abbia per Mussolini una venerazione maggiore della mia.."
 - Igor Strawinsky - 
"..Mussolini è la più grande figura della nostra età e probabilmente dominerà il XX° secolo.." 
H.S. Harmswort - Lord Rothermere

Ma, al di là delle opinioni, seppure suffragate da prove, lasciamo la parola ai fatti: Quello precedente è un elenco, frammentario ed incompleto, ma significativo, delle principali Leggi, riforme ed opere che furono realizzate dal Fascismo e che cambiarono il volto della società Italiana ottenendo al regime ed a Benito Mussolini quel consenso popolare quasi totale che oggi la cultura e la storiografia ufficiali si affannano a disconoscere o comunque a sminuire, ma che chiunque ha vissuto quei tempi e non è in malafede, conosce bene e non può negare! Di proposito, i commenti e le opinioni sono ridotte al minimo indispensabile per facilitare la comprensione dei precedenti e dell'ambientazione, mentre si è cercato di lasciare lo spazio maggiore alla sostanza ed alla concretezza dei provvedimenti in modo che ciascuno sia libero di farsi una personale opinione e di trarre le proprie conclusioni in modo autonomo, in base alla propria capacità di giudizio critico.

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