Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

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Togliatti in camicia nera - Con una Introduzione al “Fascismo rosso”di Carmelo Modica



Interessante rievocazione di una pagina storica non troppo conosciuta, successivamente viene poi negata e manipolata ma a ben leggere con poco successo, meglio la caduta nell'oblio, il perché è presto detto, come insegnava il padre della rivoluzione rossa e del comunismo russo:
“La verità è quella che conviene al partito” - Vladimir Il'ič Ul'janov alias Lenin -
"Non esiste una morale assoluta, la morale è ciò che è utile al comunismo". - Vladimir Il'ič Ul'janov alias Lenin -
Interessante come lo era un'altra pubblicazione della medesima origine da Camerata a Compagno di Carlo Gariglio, Carmelo Modica - "Cari compagni ...Testimonianze storiche su una rivoluzione compiuta",

A scanso di equivoci al temine una ricerca e analisi di provenienza comunista che ne spiega tutta l'autenticità : "La “coglioneria” di Togliatti il PCI e l’appello ai “fratelli in camicia nera”. Ne deriva l'ipocriticità del comunismo in toto e tutta l'ambiguità e la paraculaggine del comunismo italiano e dei suoi fondatori che di menzogne ne hanno raccontate in quantità spropositata,  RAPPRESAGLIE PARTIGIANE - Come i partigiani comunisti facevano eliminare i loro alleati scomodi, con buona pace dei pecoroni ipnotizzati dall'ortodossia di partito, i risultati sono sotto gli occhi di tutti, poi neghiamo anche quelli e va bene così …..

A razzolare nelle pieghe della storia ne scopri di ogni, ovviamente tutto il contrario di quanto raccontato, e vieni istantaneamente accusato di revisionismo, le magiche paroline inventate per chiudere la bocca a quanti non si soddisfano delle menzogne del sistema che sono un insulto a qualsiasi intelligenza anche delle meno prolifiche, "revisionismo", "complottismo", "negazionismo", "Fascista !!" eh, eh, l'importante che comprendano che non siamo stupidi, ma anche se non lo comprendono, va bene lo stesso, più importante ancora è che non ci facciamo prendere in giro e si che ti senti libero …

Revisionismo come sosteneva uno storico italiano ora defunto, Mauro Manno è dovere assoluto di uno storico fare revisionismo, studiare, ricercare, svelare quello gli occulti meandri della storia, altrimenti cosa fa ? La segretaria, dattilografa del potere ?

Complottismo : piuttosto lo chiamerei "realismo", quanto ipotizzato sono poi solo strategie di marketing, economiche e per la ricerca del potere, nulla di più normale, per il resto La rivincita dei complottisti: più razionali, sani, equilibrati e meno fanatici dei convenzionalisti. Ora c’è la prova scientifica.

Negazionismo : basta dire che se bisogna studiare storia nei tribunali e e deve essere imposta per legge la questione si risolve e si risponde da sola, qualcuno ce lo spiega Il Prof. Roger Dommergue: un ebreo "scomodo" per l'Olocaustismo. Intervista e lettera a Steven Spielberg

Fascista !! : questione ridicola, i fascisti italiani di Mussolini, gli unici, hanno avuto 100.000 morti circa la maggioranza dei quali assassinati dopo la guerra e senza processo, causati da chi combattevano, i banksters, i capitalisti che ora vengono invece così definiti. Chi ama utilizzare questo termine in senso dispregiativo atto a definire una tirannia, il comunismo e i suoi beceri accoliti hanno solo fatto 300 milioni di morti, gulag, genocidi e cammin facendo e così i cattivi al solito sarebbero le vittime, improponibile.

Personalmente l''impressione che ne deriva è che l'antifascismo a parte quei pochi casi di idealisti, che sempre ci sono, sia stato solo una sorta di interessi contrastanti, per dirla chiara erano stati estromessi dalla spartizione della torta, questo non lo dice nessuno sempre per interessi vari, l'unico che ho trovato e che ci arriva vicino è Giacomo Noventa un poeta novarese socialista, ovviamente definito scomodo e pericoloso, è comunque ci va giù abbastanza pesante, per esempio "L'antifascismo è un figlio marcio del fascismo", leggere l'interessante articolo: Giacomo Noventa e il sogno infranto di un socialismo "irreale", mi raccontava mio padre che ovviamente le tangenti c'erano anche ai tempi del fascismo e si chiamavano : "mangiare".

Dichiarazioni ne abbiamo, ne riporto un paio :
“La verità è che eravamo tutti fascisti o ci comportavamo come se lo fossimo”. - Gianpaolo Pansa -
Per stare al soggetto principale dell'articolo, Togliatti :
Romano Bilenchi, Comunista, scrittore, collabora alla stampa fascista, è mussoliniano… autore di Fascismo e Bolscevismo scrive l’articolo I nemici della Rivoluzione su Critica Fascista, 1-11-36, più tardi approdato al comunismo ricordò a Togliatti :
” Ma io sono stato fascista” 
e quello di rimando gli rispose: 
“Tutti siamo stati fascisti”…
Un altro racconto di mio padre è appropriato, era nato e durante la guerra era a Villanova d'Asti, il mattino del fatidico e maledetto 25 aprile 1945 arriva in piazza del paese e vede tutti, suoi amici compresi, salire su dei camion “Dove andate ?”“A liberare Torino!” Torino era già “libera” o meglio “occupata” come tutto il resto dell'Italia, ma l'interessante è che poi ce li siamo ritrovati tutti partigiani e certo non era un fenomeno isolato … mi piace assai chiamarli schifosi traditori, con le vicende odierne poi, colonizzati e schiavizzati da 70 anni, c'è stato un errore su chi andava impiccato per i piedi, interessante la descrizione che fa più avanti Togliatti, delle crisi, delle guerre, dei parassiti e dei pescecani, non è cambiato nulla, la verifica però è chiara e veloce : chi è stato fatto fuori e chi ci è andato a braccetto per 70 anni e imperterrito continua a scapito delle masse che racconta a chiacchiere di difendere !!

La questione è semplice, in Italia la destra nasce con Cavour ed i conservatori, i fascisti erano socialisti e di sinistra, di conservatori nulla avevano, il Duce ha rivoltato l'Italia come un calzino, il comunisno è stato storicamente creato, finanziato, fagocitato e utilizzato dalla destra americana di Wall Street come manovalanza per fare i “lavori sporchi”, poi nel dopoguerra la destra europea è una invenzione della CIA in funzione anticomunista per i loro giochini di guerra, i War Games, siamo sempre lì, “Tesi e Antitesi”, quindi alla fine chi è di destra e chi di sinistra ? Le pecore ipnotizzate credono alle favole di sistema ...

Facciamocelo dire da Giorgio Gaber …

Giorgio Gaber - Destra Sinistra ...


La Biblioteca di Babele Edizioni
dodiciperdodici

© 2004 by Edizioni La Biblioteca di Babele
Prima edizione
Libreria – Editrice Via Savarino Emanuele, 12 - 97015 Modica (Ragusa)
Telefono: 0932 - 754409    www.labibliotecadibabele.it   e-mail: bibbab@interfree.it
Grafica: COCAgraphicMilano - modicacifra@tiscali.it
ISBN 88-89211-04-0
Togliatti in camicia nera
Indice
6    Introduzione al “Fascismo rosso”.
18 Manifesto “Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione
     del popolo italiano”del partito comunista clandestino. (8 agosto 1936). 
46 Tra imbarazzi e distinguo, la reazione della sinistra nei confronti del documento.
54 Programma dei Fasci Italiani di combattimento marzo 1919.
61 Bibliografia essenziale.

Introduzione allo studio di un “Fascismo rosso”

Tutto ha inizio nel lontano 1928, quando il VI Congresso della Internazionale comunista diede le prime indicazioni per “lavorare” in seno alle organizzazioni di massa del Fascismo, soprattutto nel campo sindacale. Da qui la cosiddetta direttiva «entrista» impartita da Togliatti.

L'«entrismo» fu, in un primo momento, finalizzato a «far esplodere le contraddizioni interne al fascismo», ma ben presto mutò questa sua iniziale caratterizzazione: la parola d'ordine del sindacalismo fascista affascinò non pochi comunisti.
Il Partito comunista aveva riconosciuto, fin dagli Anni Trenta, l'esistenza di un Fascismo

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rivoluzionario con una forte carica sociale, ed il suo intento divenne quello di ereditare le tesi politiche e sociali del Fascismo movimento e di accreditarsi quale forza nazional-popolare.
La tentazione (o attrazione) si manifestò anche dalla parte opposta; erano gli stessi anni in cui, nella vicina Francia, lo scrittore collaborazionista Pierre Drieu La Rochelle, nel suo famoso romanzo "Gìlles", ad un suo personaggio faceva dire:

«Corri dai giovani comunisti, indica loro il nemico comune, il vecchio parlamentarismo corruttore [...]
Liberati in ogni modo della vecchia routine, dei vecchi partiti, dei manifesti, delle riunioni, degli articoli e dei discorsi [...] Cadranno per sempre le barriere di destra e di sinistra, ed onde di vita scaturiranno in tutti i sensi».
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Nell’aprile del 1935, Togliatti, in una serie di lezioni alla Sezione Italiana della Scuola Leninista di Mosca, ad alcuni operai, esuli dall'Italia, diede atto che il Fascismo, benché autoritario, era fortemente collegato alla base del Paese che in esso si riconosceva, in particolare proprio agli strati più bassi della popolazione, che dal Fascismo avevano ricevuto i benefici più evidenti: previdenza sociale, riduzione dell'orario di lavoro, e tante iniziative di sostegno alle famiglie.
Perciò, Togliatti consigliava agli allievi che avrebbero fatto ritorno in Italia di
“...non criticare questi aspetti del regime, altrimenti nessun lavoratore li avrebbe ascoltati”.
Si arriva così al solenne appello «Ai fratelli in camicia nera» nell'agosto del 1936, con il quale i comunisti accettavano il “programma di San Sepolcro.

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Il documento si rivolge alla base ignorando i vertici del Fascismo. Nessun attacco a Mussolini; e ciò non può meravigliare, considerato che siamo nel periodo storico di massimo consenso per Mussolini. Né si può escludere che questo “rispetto” per Mussolini sia dovuto al perfetto allineamento che Togliatti aveva nei confronti di Stalin, che una qualche stima avrà avuto di Mussolini anche in quel 1936, se è vero che in occasione della sua morte dirà:

“Con la morte di Mussolini scompare uno dei più grandi uomini politici cui si deve rimproverare solamente di non aver messo al muro gli avversari”. 
La politica dell’attenzione di Togliatti continua con la relazione al Comintern del 7 marzo 1941, quando dirà:

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“Dobbiamo osservare che gli elementi di forza del fascismo non stanno solo nella violenza e nell'apparato. Questa dittatura ha fatto qualcosa, non solo tramite la violenza, ma anche a favore di determinati strati della popolazione. Essa ha fatto anche qualcosa per i lavoratori e per i giovani. Non possiamo negare il dato di fatto dell'introduzione dell'assicurazione sociale. E’ vero che i salari della maggior parte dei lavoratori sono un pò più bassi rispetto a quanto non fossero prima della dittatura fascista. Ma c'è una differenza. I salari dei lavoratori qualificati non sono poi così male. Prima della dittatura fascista non esisteva nessuna legislazione sociale, fuorché l'assicurazione per la disoccupazione […] La politica del fascismo è volta a dividere i lavoratori, per poterli influenzare meglio. Per questo il fascismo sviluppa una particolare politica sociale, cercando di influenzare le masse attraverso nuovi metodi. Esso cerca di dimostrare che il regime fascista è diverso dal vecchio sistema capitalistico democratico. Questa in Italia è la base fondamentale della propaganda e dell'ideologia fascista e della loro penetrazione nelle file della classe operaia" […].
[Aldo Agosti, Togliatti negli anni del Comintern 1926-1943,op.c. in bibliografia].

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Queste dichiarazioni sono clamorose, perché provengono dal capo di quel partito comunista che fino ad allora aveva sempre additato nel Fascismo il frutto dell'alleanza fra gli "agrari e gli industriali, ai danni dei lavoratori.
Adesso Togliatti riconosce l'efficacia della politica fascista nei confronti della classe operaia, e le rilascia una patente di credibilità sociale. 
Non occorre dimenticare, però, che questi ultimi giudizi furono espressi da Togliatti quasi allo scadere del primo anno di guerra, per l’Italia,

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quando cioè ancora L’URSS faceva valere e rispettava il patto di non aggressione con la Germania del 23 agosto 1939 (Patto Molotov – Ribbentrop) e dopo che l’unione Sovietica aveva partecipato con i nazisti alla spartizione della Polonia del settembre 1939.
Tali dichiarazioni confermano il totale asservimento dei comunisti italiani alle direttive, agli umori, desideri ed interessi di Stalin, nel senso che, per certi aspetti, l’attacco al Fascismo, da parte dei comunisti italiani, assume una certa consistenza solo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania, il 22 giugno 1941; una forma di rispetto nei confronti di un regime (quello fascista) alleato della Germania, con la quale l’URSS aveva sottoscritto il citato patto di non aggressione. (L'asservimento a Mosca lo possiamo anche trovare confermato nell'incredibile documento ritrovato con le relative direttive contenuto in da Camerata a Compagno di Carlo Gariglio, Carmelo Modica - "Cari compagni ...Testimonianze storiche su una rivoluzione compiuta" NdR
)
Questa è l’ultima apertura di Togliatti ai Fascisti: all’attenzione ed agli ammiccamenti

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seguirà il sangue, molto sangue, non della guerra civile, ma della “Resistenza rossa”, un vero massacro realizzato dai comunisti anche a guerra finita, per tutto il 1945 ed i primi mesi del 1946.
[Pansa Giampaolo, Il sangue dei vinti. [Op. cit. in bibliografia]

Al bastone i comunisti faranno seguire la carota, con ripetuti tentativi di “arruolare fascisti” nelle loro fila anche sfruttando l’anima proletaria, che fu il patrimonio culturale di San Sepolcro e che nei fatti alimentava una cultura antagonista.
Questo tentativo si manifestò anche nel dopoguerra, quando nei primi anni Cinquanta il PCI, seppure con interventi di modesta entità, 
finanziò “Pensiero Nazionale”, testata di Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984), repubblicano, antiborghese, anticapitalista e fascista intransigente, fedele

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alle sue idee durante il Ventennio e nel periodo della RSI, che, attraverso i gruppi creati attorno al periodico, tentò la costituzione di una forza anti-sistema autonoma tanto dal PCI quanto dal MSI.
Nel periodo '47-'53 il rapporto tra il PCI e "Pensiero Nazionale", fu preparato, dietro le quinte, dallo stesso Togliatti e condotto, poi, da personalità di primo piano del partito: Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, Franco Rodano, Ambrogio Donini, Enrico Berlinguer, Ugo Pecchioli. Gli incontri con Ruinas e con altri collaboratori della sua rivista furono numerosi, ma non diedero risultati significativi, perché il PCI ostacolò (ed ostacolerà sempre) la nascita di un partito indipendente della Sinistra Nazionale, seppure alleato e contiguo.
Sul fascismo di sinistra, si è indagato, scavando nelle organizzazioni giovanili, nei GUF, nei

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Littoriali, nelle riviste. Il sindacato era un terreno relativamente vergine, sostiene Neglie mettendo in risalto il grado di autonomia che questo raggiunse nei confronti del regime.
[Pietro Neglie, Fratelli in camicia nera op. cit. in bibliografia]

L'interessamento di Togliatti e dei vertici del PCI è documentato da una lettera che Neglie ha rinvenuto fra le carte del segretario comunista e del resoconto di un incontro fra un ex sindacalista fascista, Ugo Manunta, Luigi Longo e un giornalista del Tempo. 
Ma forse il testo rivelatore è una nota di Giuseppe Landi, ritrovata da Neglie. Landi era una autorevole
personalità del sindacalismo fascista e già nel novembre del '45 proponeva ai suoi camerati la confluenza nel PCI,
«autentica espressione delle masse lavoratrici, che sono uniche giudici arbitre e sovrane nei confronti di uomini che per esse hanno lottato e lavorato»
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E’ un fatto che la sinistra, specie quella più estrema, subì il fascino della tentazione fascista prima e dopo la seconda guerra mondiale, che derivava da una radice culturale e politica comune. Tale tentazione continuò e si invertì quando molti fascisti, dopo la sconfitta militare, videro nel comunismo lo strumento utile per condurre la loro battaglia per i principi di San sepolcro. 
Tutto questo contesto, non riteniamo possa essere inquinato dall’azione di Palmiro Togliatti, che la più recente letteratura storica sta definendo in maniera impietosa, restituendo un personaggio, cinico e crudele, incapace, quindi, di dare sostanza ad un progetto politico a favore della classe operaia.
La funzione strumentale che Togliatti affidò all’Appello non delegittima la visione politica nazionalbolscevica, semmai può essere un

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contributo per definire il codice genetico del Comunismo che, non è un caso, è caduto per consunzione intrinseca e non per sconfitta
militare, e che, anche quando tenta di liberarsi del pesantissimo fardello di sangue che la storia gli sta attribuendo ogni giorno, non riesce ad inverarsi in una idea del mondo organica, autonoma ed originaria.
Il fascismo rosso dà fastidio ai bigotti di tutte le chiese ed ai dogmatici del nulla sia a destra che a sinistra. Farà felici, al contrario, quanti al di là degli stereotipi erano da tempo edotti sull'esistenza, senza soluzione di continuità, di una sinistra nazionale la quale, piaccia o non piaccia, ancora esiste e pretende di ricongiungersi, all'alba del Terzo Millennio, con quanti sentono di appartenere alla tradizione socialista italiana ed europea la quale, a sua volta, deve fare i conti con questa realtà.



Manifesto “Per la salvezza dell’Italia per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano !”

[Autori Vari,  in Lo Stato Operaio, X, 8, agosto 1936 (Organo del partito comunista clandestino, in calce l'elenco dei firmatari).]

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Agli operai e ai contadini. Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi.Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina.Agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti.Agli impiegati e ai tecnici.Agli intellettuali.Ai giovani.Alle donne.A tutto il popolo italiano!Italiani!
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L'annuncio della fine della guerra d'Africa è stato da voi salutato con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder, finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza.
Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare, come disse Mussolini,


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"quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei tempi, è l'anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita",

per dare terra ai nostri contadini, per creare le condizioni della pace.
Sono trascorsi parecchi mesi dalla fine della guerra d'Africa, e nessuna delle promesse che ci vennero fatte è stata ancora mantenuta. Anzi, le condizioni delle masse sono peggiorate con la fine della guerra africana; mentre si accresce di giorno in giorno per il nostro paese, la minaccia di esser trascinato in una guerra più grande, in una guerra mondiale.


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Perché le promesse che vengono fatte al popolo non sono mai mantenute?
Perché il nostro popolo non riesce a risollevarsi, e viene gettato nelle guerre a ripetizione che dovrebbero salvarlo dalla miseria e che aumentano, invece, sempre di più la sua miseria?


Italiani!
La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l'Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all'affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.
Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d'oro con la


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guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.
Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.
L'Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli.

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Italiani!
Il nostro paese può dar da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da temere, come una disgrazia, l'aumento dellapopolazione.
Guardate, figli d'Italia, fratelli nostri, guardate i gioielli dell'industria torinese, le mille ciminiere di Milano e della Lombardia, i cantieri della Liguria e della Campania, le mille e mille fabbriche sparse nella Penisola, dalle quali escono macchine perfette e prodotti magnifici che nulla hanno da invidiare a quelli fabbricati in altri paesi.

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Tutta questa ricchezza l'avete creata voi, operai italiani: l'ha creata il vostro lavoro intelligente e tenace, accoppiato al genio dei nostri ingegneri e dei nostri tecnici. Guardate, figli d'Italia, le nostre campagne dove si è accumulato il lavoro secolare di generazioni di contadini.
Sì, il nostro è il paese del sole, dell'azzurro cielo e dei fiori; ma la nostra Italia è bella soprattutto perché i nostri contadini l'hanno abbellita con il loro lavoro.
Queste opere le avete create voi, con il vostro lavoro, operai italiani, voi che avete fatto dare al nostro popolo il nome di "popolo di costruttori".


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Noi abbiamo ragione di inorgoglirci.
Questa Italia bella, queste ricchezze sono il frutto del lavoro dei nostri operai, dei nostri braccianti, dei nostri ingegneri, dei nostri tecnici, dei nostri artisti, del genio della nostra gente.
Ma questa ricchezza non appartiene a chi l'ha creata.
Essa è nelle mani di poche centinaia di famiglie, di grossi finanzieri e di capitalisti, di grandi proprietari fondiari, che
sono i padroni effettivi di tutta la ricchezza del paese, che dominano l'economia del paese.

Questo pugno di dominatori del paese sono i responsabili della miseria del popolo,  delle crisi, della disoccupazione.


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Essi non si preoccupano dei bisogni del popolo, ma dei loro profitti. A questa gente non importa che milioni di operai e di braccianti siano senza lavoro, che migliaia e migliaia di giovani vivano nell'ozio forzato, che la gioventù uscita dalle scuole non trovi una occupazione, mentre utilizzando tutta questa grande forza, oggi inoperosa, si potrebbero moltiplicare le ricchezze del paese.
I pescecani
(originalmente sempre scritto "pescicani" NdR) capitalisti affamano il popolo, gettano sul lastrico gli operai, aumentano lo sfruttamento degli operai che lavorano e abbassano il loro salario, provocano la rovina dei contadini, dei piccoli industriali, dei piccoli commercianti, e degli artigiani; e quando il popolo è caduto nella miseria gli dicono che bisogna fare la guerra, che bisogna andare a farsi ammazzare per riempire le loro casseforti.


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I pescecani non vogliono pagare le conseguenze della crisi che essi hanno provocata, anzi, si fanno pagare da tutta la Nazione i miliardi necessari a colmare il passivo delle loro aziende!
I pescecani impongono al popolo una spesa annua di sei miliardi di lire per la preparazione della guerra!

E per tenere a freno il popolo affamato, per imporgli i più duri sacrifici, i pescecani hanno bisogno di un forte apparato di polizia che costa al paese più di un miliardo all'anno.
Quarantatre milioni di italiani lavorano e penano per arricchire un pugno di parassiti.

(Ben chiaro ci è oggi che sette miliardi e mezzo di umani, o sub-umani a dir si voglia, lavorano, sudano, penano, sanguinano e muoiono per arricchire un pugno di parassiti a causa loro ... NdR)

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Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l'unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro gli altri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.
Sono questi parassiti del lavoro nazionale e del genio italiano che hanno tolto ogni libertà al popolo, hanno imbavagliato i lavoratori, i tecnici, gli intellettuali, fascisti e non fascisti, per
sfruttarli meglio ed asservirli; sono questi grandi razziatori della ricchezza del paese che hanno corrotto la nostra vita pubblica,
 arricchendo certi alti funzionari e gerarchi dello Stato e del

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Partito fascista, che ieri erano poveri ed oggi hanno ville, automobili capitali investiti, per farsene degli strumenti servizievoli; sono questi briganti che ci portano alla guerra, perché la guerra aumenta enormemente i loro profitti ed offre loro la possibilità di nuove ladrerie, grandi accumulazioni di ricchezze.

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Popolo Italiano!
Unisciti per liberare l'Italia da queste canaglie che dispongono della vita di quarantatre milioni di italiani, che affamano il nostro paese, e lo portano alla rovina, alla guerra in permanenza; unisciti
per far pagare ai pescecani le spese della guerra e della colonizzazione!

Popolo Italiano!
Noi comunisti italiani combattiamo per rovesciare il dominio dei capitalisti nel nostro paese, per strappare dalle mani dei capitalisti che le monopolizzano le ricchezze del nostro paese e restituirle


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al popolo che le ha prodotte; noi combattiamo per fondare in Italia uno Stato in cui ogni cittadino abbia il diritto al lavoro e a ricevere una rimunerazione a seconda della quantità e qualità del lavoro fornito; ogni cittadino abbia diritto al riposo pagato ed a tutte le
assicurazioni sociali e per la vecchiaia, a spese dello Stato; uno Stato in cui ogni cittadino abbia diritto alla istruzione gratuita, da quella elementare a quella superiore; uno Stato di lavoratori liberi in cui tutti i cittadini abbiano la più completa libertà politica, di pensiero, di organizzazione e di stampa, uno Stato che sia nelle mani dei lavoratori,


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governato dai lavoratori. In uno Stato simile la disoccupazione sarà distrutta per sempre, le crisi saranno abolite, le ricchezze del paese saranno messe a profitto di tutto il popolo. I nostri giovani, i nostri ingegneri, i nostri tecnici avranno largo campo di sviluppare le loro capacità; e tutti lavoreranno un minor numero di ore al giorno, migliorando le proprie condizioni materiali e culturali. I contadini non peneranno più sulla terra che non è loro.

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La cultura che oggi è ristretta e compressa avrà uno sviluppo mai raggiunto nel nostro paese. Noi vogliamo fondare una Italia forte, libera e felice, come forte libera e felice e la Unione dei Soviet, dove in questi giorni 170 milioni di lavoratori discutono la nuova Costituzione, la Carta della libertà, lo Statuto di una società di lavoratori liberi.
La vittoria del programma dei comunisti, in Italia, sarà la libertà assicurata dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini, sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la popolazione lavoratrice, sarà la


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politica della pace e della fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere.
Noi comunisti difendiamo gli interessi di tutti gli strati popolari, gli interessi dell'intera Nazione.
Perché la Nazione è il popolo, è il lavoro, è l'ingegno italiano, perché la Nazione italiana è la somma di tutte le sofferenze e le lotte secolari del nostro popolo per il benessere, per la pace, per la libertà, perché il Partito Comunista, lottando per la libertà del popolo e per la sua elevazione materiale e culturale, contro il pugno di parassiti che l'affamano e la opprimono, è il continuatore e l'erede delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento nazionale,


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l'erede e il continuatore dell'opera di Garibaldi, di Mameli, di Pisacane, dei Cairoli, dei Bandiera, delle migliaia di Martiri ed Eroi che combatterono non solo per 'indipendenza nazionale dell'Italia, ma per conquistare al popolo il benessere materiale e la libertà politica.
Nella lotta per questo grande ideale di giustizia e di libertà, diecine di comunisti sono caduti, e migliaia sono stati condannati in questi anni a delle pene mostruose. Centinaia di questi eroici combattenti per la causa del .popolo languono nelle prigioni e nelle isole di confino.


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Diecine, tra di essi, sono nelle prigioni da dieci anni.
Uomini come Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Gerolamo Li Causi, Giovanni Parodi, Battista Santhià, Adele Bei, e cento e cento altri, il fiore della classe operaia e del popolo italiano, i difensori eroici della cultura italiana e degli interessi del paese che essi amano di un amore che non ha l'eguale, ed al quale hanno dedicato la loro vita, non hanno indietreggiato di fronte a nessun rischio per proclamare la necessità della riconciliazione del popolo italiano per fare l'Italia forte, libera e felice.


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Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta per tale programma.
Oggi il popolo vuole risolvere i problemi più urgenti ed attuali che lo angosciano, vuole risolvere i problemi più urgenti del pane, del lavoro, della pace e della libertà per tutti; e noi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla sua riconciliazione perla conquista di queste rivendicazioni indilazionabili.
Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato!


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Popolo Italiano!
Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!
Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:
Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma [...]
Niente di quanto fu promesso nel 1919 è stato mantenuto.
I sindacati, sottratti alla libera direzione degli operai, sono ridotti alla funzione di impedire agli operai di far pressione

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sul padronato per difendere i diritti dei lavoratori.
L'assemblea parlamentare è comandata dai pescecani e dai loro funzionari, e nessuna voce indipendente vi si leva a difesa degli interessi sacri del popolo.
Voi rendete omaggio alla memoria di Filippo Corridoni. Ma l'ideale per il quale Corridoni combattè tutta la vita fu quello di conquistare alla classe operaia il diritto di essere padrona del proprio destino. Il sindacalismo di Corridoni espresse la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, e sognò la vittoria degli sfruttati, la loro redenzione dall'oppressione capitalistica.

40

Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!

Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con
chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono.


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Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere la riconciliazione del popolo italiano ristabilendo la unità della Nazione, per la salvezza della Nazione, superando la divisione criminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarne la fraternità.
Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del popolo e marciare uniti, come fratelli, per il pane, per il lavoro, per la terra, per la pace e per li libertà.
Lavoratore Fascista, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l'Italia del Lavoro.


42

E' ora di prendere il manganello contro i capitalisti…noi non vogliamo più abbattere il Fascismo.
Dobbiamo ristabilire la fiducia reciproca fra gli italiani; liquidare i rancori passati; smetterla con la pratica vergognosa dello spionaggio che aumenta la diffidenza, dobbiamo risuscitare il coraggio civile delle opinioni liberamente espresse: nessuno di noi vuoi cospirare contro il proprio paese: noi vogliamo tutti difendere gli interessi del nostro paese che amiamo.
Amnistia completa per tutti i figli del popolo che furono condannati per delitto d'opinione.


43

Abolizione delle leggi contro la libertà e del Tribunale Speciale, che colpiscono i difensori del popolo, che difendono gli interessi dei nemici del popolo e dell'Italia.
Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni.
Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro. Soffriamo le stesse pene.
Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare l'Italia forte, libera e felice.


44

Ogni sindacato, ogni Dopolavoro, ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata ed operante, della nostra volontà di spezzare la potenza del piccolo gruppo di parassiti capitalisti che ci affamano e ci opprimono.

Firmato: Palmiro Togliatti - Ruggero Greco - Egidio Gennai - Giuseppe Di Vittorio - Anselmo Marabini - Giovanni Germanetto - Guido Picelli - Giuseppe Dozza - Mario Montagnana - Luigi Longo - Giuseppe Berti - Edoardo D'Onofrio - Teresa Noce - Emilio Sereni - Ambrogio Donini - Agostino Novella - Luigi Amadesi - Rita Montagnana - Ilio Barontini - Aldo Lampredi - Celeste Negarville - Vittorio Vidali (le firme di questi dirigenti erano accompagnate da altre 32 firme di dirigenti minori).

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Tra imbarazzi e distinguo, la reazione della sinistra nei confronti del documento.
“Si arriverà anche a un documento solenne, rivolto al popolo italiano, che ha come base la riconciliazione tra fascisti e non fascisti. Suscitando lo sconcerto di molti, il programma fascista del 1919 viene definito addirittura un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori.
46
Si fa riferimento al programma sociale dei fascisti della prima ora e si esaltano i suoi postulati: salario minimo assicurato agli operai, terra ai contadini, nazionalizzazione di tutte le fabbriche d’armi e munizioni, imposta straordinaria sul capitale, suffragio universale a scrutino regionale, abolizione del Senato, creazione di una milizia regionale al posto dell’esercito, valorizzazione della nazione italiana. […]
Pare che alcuni dirigenti, tra cui lo stesso Togliatti, abbiamo precisato successivamente di non aver mai autorizzato la sottoscrizione di quel documento. […]
47
Le critiche a questo proclama saranno molte e arriveranno anche dal Comintern. Longo propone di rivendicare la rivoluzione democratico-borghese, Gennari suggerisce di lavorare in seno ai sindacati fascisti, dal momento che in essi si sta facendo luce una battagliera corrente revisionista. A simili ipotesi c’è però anche chi reagisce sostenendo che il fascismo si abbatte e non si migliora. […] Da Mosca Togliatti precisa:“Non riconciliazione col regime fascista ma riconciliazione col popolo italiano per abbattere il regime fascista […]”.
(Breve storia del movimento operaio e della sinistra italiana in www.linearossage.it/ brevstormov2 (prelevato il 9 ottobre 2003)

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***[…] non è possibile separare le proposte da voi formulate nella vostra lettera da alcuni punti della risoluzione del vostro ultimo Comitato Centrale, coi quali siamo in aperto dissenso […] il nostro Partito non può accettare la formula politica del Fronte italiano e della riconciliazione ed unione del popolo italiano, fascista e non fascista. Naturalmente noi siamo d'accordo con voi che bisogna tendere la mano a chiunque soffre delle attuali condizioni del Paese […]
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Se noi dobbiamo dunque andare verso tutti costoro colla mano tesa, è però assolutamente necessario sottolineare, in ogni momento, l'opposizione implacabile, l'abisso ideologico, politico e sociale che ci separa dal fascismo. […] Nella risoluzione del vostro ultimo Comitato Centrale voi affermate che i sindacati fascisti debbono essere considerati come i sindacati operai nell'attuale situazione italiana e precisate che
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i comunisti e gli elementi avanzati dell'antifascismo devono sostenere quei dirigenti fascisti che, in qualsiasi grado della gerarchia del regime, assumono la difesa degli interessi generali o parziali delle masse popolari e tendono a strappare brandelli di libertà, anche nel quadro del regime fascista, e legarsi a questi dirigenti per spingerli avanti. [...] Spinte alle loro conseguenze, le vostre parole d'ordine dovrebbero portare l'avanguardia operaia a sostenere Mussolini e a legarsi a Mussolini ogni qualvolta egli è indotto a fare delle concessioni parziali, o a tutelare, in materia di prezzi o altro, alcuni interessi generali. […]
51
Infine la tattica assolutamente giusta della contrapposizione polemica tra le promesse del fascismo e le sue realizzazioni, è da voi spinta sino a questa stupefacente dichiarazione del vostro Comitato Centrale:Il Partito comunista d'Italia dichiara di far proprio il programma fascista del '19, che è un programma di libertà, e di lottare per esso” […].
(Nuovo Avanti!" / 1936 / Direzione del PSI del 20 ottobre 1936).

52
***“Si resta di sasso quando si scopre che proprio in quello stesso periodo del 1936 Togliatti e il suo PCI lanciano l’incredibile Appello ai fratelli in camicia nera, che comincia con queste parole:I Comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma.Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi… Noi non vogliamo prestarci al gioco dell’imperialismo inglese […]”.
(Antonio Socci, La resistenza cancellata, Il Giornale 21.9.2003)

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Programma dei Fasci Italiani di combattimento

Per il problema politico NOI VOGLIAMO


a. Minimo di età per gli elettori abbassato ai diciotto anni; quello per i Deputati abbassato ai venticinque anni; eleggibilità politica di tutti i funzionari dello Stato; base regionale del collegio plurinominale.b. Abolizione del Senato ed istituzione di un Consiglio Nazionale tecnico del lavoro intellettuale e manuale, dell'industria, del commercio e dell'agricoltura.c. Politica estera intesa a valorizzare la volontà e l'efficienza dell'Italia contro ogni imperialismo straniero; una politica dinamica cioè, in contrasto a quella che tende a stabilizzare l'egemonia delle attuali potenze plutocratiche.
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Per il problema sociale NOI VOGLIAMO
a. La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore effettive di lavoro.
b. I minimi di paga.c. La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria.d. L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.e. La rapida e completa sistemazione dell'industria dei trasporti e del personale addetto.
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f. La modifica al disegno di legge di assicurazione sull'invalidità e sulla vecchiaia, fissando il limite d'età a seconda dello sforzo che esige ciascuna specie di lavoro.g. Obbligo ai proprietari di coltivare le terre, con la sanzione che le terre non coltivate siano date a cooperative di contadini, con speciale riguardo a quelli reduci dalla trincea: e dell'obbligo dello Stato al necessario contributo per la costruzione delle case coloniche.
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h. Messa in valore di tutte le forze idrauliche e sfruttamento delle ricchezze del suolo, previa unificazione e correzione delle leggi relative; incremento della marina mercantile, permettendo il funzionamento di tutti i cantieri navali mercé l'abolizione del divieto di importazione delle lastre d'acciaio e agevolazioni di ogni mezzo (credito, consorzi, ecc.) atto a favorire lo sviluppo delle costruzioni navali; il più ampio sviluppo alla navigazione fluviale e all'industria della pesca.
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i. Obbligo dello Stato di dare e mantenere alla scuola carattere precipuamente e saldamente formativo di coscienze nazionali e carattere imparzialmente, ma rigidamente laico, carattere tale da disciplinare gli animi ed i corpi alla difesa della Patria in modo da rendere possibili e scevre di pericolo le forme brevi, elevare le condizioni morali e culturali del proletariato; dare reale ed integrale applicazione alla legge sull'istruzione obbligatoria con la conseguente assegnazione in bilancio dei fondi necessari.j. Riforma della burocrazia ispirata al senso della responsabilità individuale e conseguente notevole riduzione degli organi di controllo; decentramento e conseguente semplificazione dei servizi a beneficio delle energie produttrici, dell'erario e dei funzionari; epurazione del personale e condizioni economiche di esso atte a garantire all'amministrazione l'afflusso di elementi meglio idonei e più fattivi.
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Per il problema militare NOI VOGLIAMO
L'istituzione della Nazione armata con brevi periodi di istruzione intesa al preciso scopo della sola difesa dei suoi diritti ed interessi quali sono determinati dalla politica estera sopra accennata e validamente organizzata, così da raggiungere con piena sicurezza i suoi fini.
Per il problema finanziario NOI VOGLIAMO
a. Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
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b. Il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono un'enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.c. La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell' 85 % dei profitti di guerra.I milioni di lavoratori che torneranno al solco dei campi, dopo essere stati nei solchi delle trincee, realizzeranno la sintesi dell'antitesi: classe e nazione.

San Sepolcro il 23 marzo 1919.


60

Bibliografia
Accame Giano, Da Salò al Pci, in Area del dicembre 1998.
Agosti Aldo, Togliatti negli anni del Comintern (1926-1943), Caroccì Editore, Milano 2003.
Anonimo Nero, Camerata dove sei?, Il Borghese & Ciarrapico Editori, Roma 1976.
Autori Vari, Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano!, in “Lo Stato Operaio”, X, 8, agosto 1936; ristampato in “I Quaderni di Storia Verità”, 1, s. d.
Buchignani Paolo, Un fascismo impossibile : L'eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio,
Società editrice il Mulino, Bolgna 1994.

61

Buchignani Paolo, I «fascisti rossi»da Mussolini a Togliatti, in "Nuova Storia Contemporanea” gennaio-febbraio 1998.
Buchignani Paolo, Fascisti rossi: Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione
politica 1943-1953, Mondadori Editore, Milano 1998
Gobbi Romolo, Fascismo e complessità, Il Saggiatore Editore, Milano 1998.
Kunnas Tarmo, La tentazione fascista, Akropolis Edizioni, Napoli 1982.
Galatoli Landi A., Mussolini e la rivoluzione Sociale, Istituto Studi Corporativi, Roma 1983.
Landolfi Enrico, Ciao, rossa Salò, Edizioni dell' Oleandro, Roma 1996
Neglie Pietro, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL ( 1928 - 1948 ), Il Mulino Editore, Bologna 1996.

62

Pansa Giampaolo, Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, Sperling & Kupfer Editore, Milano 2003
Parlato Giuseppe, La sinistra fascista, Il Mulino Editore, Bologna 2000.
Petacco Arrigo, Bombacci: il comunista in camicia nera, Mondadori Milano 1996.
Rimbotti Leonello Luca, Il Fascismo di sinistra, Edizioni Settimo Sigillo Roma 1989.
Socci Antonio, Berlinguer voleva allearsi col Msi in “L’Indipendente” del 5 gennaio 1994.
Togliatti Palmiro, Lezioni sul Fascismo, Editori Riuniti, Roma 1973
Zangrandi R., Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano 1962.

63

Indice
6 Introduzione al “Fascismo rosso”.
18 Manifesto “Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione
del popolo italiano”del partito comunista clandestino”. (8 agosto 1936).
46 Tra imbarazzi e distinguo, la reazione della sinistra nei confronti del documento.
54 Programma dei Fasci Italiani di combattimento marzo 1919.
61 Bibliografia essenziale.

Questi libretti, digitalizzati e composti con il computer, vengono poi stampati con il duplicatore digitale ed impaginati e rilegati nei locali della libreria. Queste ultime operazioni sono
manuali e, quindi, potrebbero dare luogo ad errori di duplicazione, inversione o assenza di pagine. Non si è mai verificato, e contiamo di non farlo accadere, ma se ciò dovesse avvenire sarà sufficiente informarci perché si possa provvedere alla sostituzione, ovviamente, gratuita.

Finito di stampare nel mese di Luglio 2004 in 111 copie.
La composizione, l’impaginazione elettronica e la stampa sono state realizzate all’interno della libreria stessa.
Copia n.______/111

Lo scopo di questa pubblicazione è quello di invitare a riflettere su quella che Kunnas Tarmo definì La tentazione fascista. E’ un fatto che la sinistra, specie quella più estrema, subì tale tentazione prima e dopo la seconda guerra mondiale, che derivava da una radice culturale e politica comune. La tentazione continuò e si invertì quando molti fascisti, dopo la sconfitta militare, videro nel comunismo lo strumento utile per condurre la loro battaglia per i principi di San sepolcro.

Indice
Introduzione al “Fascismo rosso”.
Manifesto “Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano”del partito comunista clandestino. (8 agosto 1936).
Programma dei Fasci Italiani di combattimento marzo 1919

ISBN 88-89211-04-0

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Allego anche una interessante ricerca e analisi della questione proveniente certo non da un sito di "destra" storieinmovimento e tanto meno lo è l'autore :


La “coglioneria” di Togliatti il PCI e l’appello ai “fratelli in camicia nera”

di Gino Candreva 

La politica del Partito comunista negli anni trenta continua a essere uno dei nodi più controversi del dibattito che attraversa la storiografia sul movimento operaio del secolo scorso. Tra queste questioni occupa un posto rilevante l’atteggiamento nei confronti del fascismo, che alla vigilia della campagna d’Abissinia otteneva il massimo consenso popolare. La vittoria italiana in Africa, conseguita sfidando le maggiori potenze imperialiste dell’epoca e l’Urss, ebbe un profondo impatto sulla direzione comunista, divisa tra Parigi e Mosca, e l’effetto di tentare di adeguare il nuovo orientamento, emerso dal VII congresso dell’Internazionale comunista, alle condizioni italiane. All’indomani dell’ingresso dell’esercito italiano in Addis Abeba, avvenuto il 5 maggio 1936, il PCI elaborò il manifesto Per la salvezza dell’Italia. Riconciliazione del popolo italiano, meglio conosciuto come «Appello ai fratelli in camicia nera», nel quale, tra l’altro, si rivendicava il «programma fascista del 1919» come base per un’azione comune di fascisti e antifascisti contro i cosiddetti “pescecani”, ovvero i grandi capitalisti, industriali, finanzieri e agrari, che traevano profitto dalla conquista dell’Abissinia. In calce all’appello furono apposte le firme di tutti i dirigenti del PCI, indicati con i loro veri nomi, che fossero a Parigi, a Mosca, negli Stati uniti, al confino o in carcere, la maggioranza dei quali si trovava nella pratica impossibilità di firmare o aderire preventivamente (1) . Primo firmatario risultava Palmiro Togliatti, all’epoca a Mosca, responsabile per il Comintern, insieme con Dmitrij Zacharovic Manuilskij, della politica italiana. Secondo le ricostruzioni successive, che si basano in particolare sulla testimonianza di Giuseppe Berti, anch’egli a Mosca, sia Berti che Togliatti non sapevano nulla dell’appello e, anzi, una volta venutine a conoscenza, avrebbero protestato vivacemente contro quella che Togliatti ha definito una “coglioneria” (2) . L’appello divenne immediatamente oggetto di polemica, in particolare da parte

1 L’appello venne pubblicato in «Stato operaio», n. 8, 1936, pp. 513-536
2 La testimonianza di Berti fu raccolta da Nando Amiconi, Il comunista e il capomanipolo, Vangelista, 1977, pp. 293-294. Berti fornisce una testimonianza analoga a Giorgio Bocca in Palmiro Togliatti, Laterza, 1973, p. 326. Anche Umberto Massola nega ogni coinvolgimento di Togliatti, in Parigi. Agosto 1939, «Rinascita», n. 48, 3 dicembre 1966. Pietro Secchia riporta le critiche all’appello formulate dal Comitato direttivo dei prigionieri politici comunisti al confino a Ponza in Annali 1978, Feltrinelli, 1979, p. 169; chi invece propende per un diretto coinvolgimento di Togliatti è Giancarlo Pajetta, in Analisi del fascismo e antifascismo in Togliatti, relazione presentata al “Seminario nazionale di studio sul pensiero e l’azione di Palmiro Togliatti”, svoltosi alle Frattocchie dall’11 al 15 dicembre 1973, opuscolo a cura della Sezione centrale scuole di partito del Pci, p. 36. Pajetta centra a mio avviso il problema che si poneva la direzione, nello scrivere: «È da sottolineare l’importanza della riconquista dell’elemento nazionale alla lotta operaia e rivoluzionaria», ibidem. Su questa vicenda cfr. anche Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, 1999, p. 45.

di Giustizia e libertà e del Partito socialista, che ironizzarono o criticarono aspramente la “svolta sansepolcrista” del PCI. L’episodio è abbastanza noto nelle sue linee generali e nelle sue conseguenze, e la vulgata storiografica, essenzialmente basata su memorie e testimonianze, attribuisce a Ruggero Grieco, in pratica segretario del PCI dal 1935 al 1937, la responsabilità principale della vicenda (3). Particolarmente curiosa la ricostruzione di Luciano Canfora che, nel capitolo del suo testo Gramsci in carcere e il partito dedicato all’«Appello ai fratelli in camicia nera», non cita un solo documento d’archivio, dando per scontata la ricostruzione dell’estraneità del centro moscovita e dello stesso Togliatti, fornita da Berti (4) . In realtà, l’intera politica di avvicinamento alla gerarchia fascista, presuntamente dissidente, fu definita ed elaborata a Mosca, nella commissione italiana presso il Comitato esecutivo dell’Internazionale. A mia conoscenza, la formulazione «fratelli in camicia nera» venne impiegata per la prima volta al Congresso degli italiani all’estero contro la guerra d’Etiopia, tenutosi a Bruxelles, nella Sala Matteotti, i giorni 12 e 13 ottobre 1935, appena dopo l’inizio delle operazioni italiane in territorio etiope. In quell’occasione Grieco, che interveniva a nome del Partito comunista, nell’ambito di un discorso improntato all’unità d’azione tra socialisti e comunisti che avrebbe dovuto costituire la base del governo di fronte popolare in Italia, dichiarava: «non abbiamo vendette da compiere contro i nostri fratelli in camicia nera che vennero ingannati dai nostri comuni nemici» (5) . Grieco prevedeva per l’Italia un governo di collaborazione antifascista, i cui partiti portanti sarebbero dovuti essere il socialista e il comunista, in odore di “unificazione organica”, tra i quali esisteva un patto d’unità d’azione fin dall’agosto del 1934 (6). Ipotesi che il centro parigino del PCI riteneva omogenea alle decisioni del VII congresso dell’Internazionale comunista. Questa prospettiva venne ulteriormente ribadita nell’Ufficio politico di fine ottobre, dove si registrò una sostanziale convergenza sulle indicazioni di Bruxelles e in particolare sulla necessità di costituire un Fronte
3 Gli ultimi, in ordine di tempo, sono i libri del figlio di Grieco, Bruno, Un partito non stalinista, Marsilio, 2004 e il recentissimo libro di Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, 2012, che, pur giungendo a valutazioni diametralmente opposte sulla figura del dirigente comunista, concordano nell’attribuire principalmente a Ruggero Grieco la paternità dell’appello. Ambedue si basano sull’autobiografia critica di Grieco, resa dopo l’arrivo a Mosca nel giugno del 1940 ad uso e consumo degli inquisitori stalinisti, concentrandosi in particolare sulla dichiarazione: «Io stesso ho scritto l’appello del partito», Un partito non stalinista, cit., p. 248. Lo stesso Paolo Spriano, nel terzo volume della sua Storia del partito comunista, Einaudi, 1969, p. 111, che pure si sofferma sul dibattito del Comitato centrale del settembre del 1936, preceduto da ampie discussioni nelle sessioni dell’Ufficio politico del mese prima, che portarono alla definizione dell’appello, sembra attribuire l’intera paternità al centro parigino del Partito.
4 L. Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, cit., p. 47.
5 Il discorso, con alcune variazioni, è stato poi pubblicato in «Stato operaio», n. 10, ottobre 1935, pp. 631-632.
6 Sul rapporto tra la politica di “fronte unico” che lega i partiti operai e il “fronte popolare”, esteso anche agli altri partiti antifascisti, cfr. Leonardo P. D’Alessandro, Per la salvezza dell’Italia. I comunisti italiani, il problema del Fronte popolare e l’appello ai “fratelli in camicia nera”, «Studi storici», n. 4, 2013. Ringrazio D’Alessandro per avermi permesso la lettura del suo testo, ancora inedito mentre scrivevo il presente articolo, e per le sue osservazioni critiche, anche se permangono alcune valutazioni divergenti su aspetti particolari della vicenda. 94

popolare d’opposizione sull’esempio francese, non esistendo per l’immediato le possibilità di un rovesciamento del regime fascista (7). Era chiaro comunque il carattere antifascista di questa compagine, aperta anche ai partiti non operai, come il Partito repubblicano e, soprattutto, a Giustizia e libertà. La questione di un eventuale governo di Fronte popolare in Italia sorgeva dalla convinzione che la guerra d’Etiopia sarebbe stata ancora lunga e sfibrante e che avrebbe condotto alla crisi irreversibile del regime. Del resto le due precedenti aggressioni al paese africano si erano risolte con due disfatte (8) e le conseguenti dimissioni dei governi che le avevano avviate. Inoltre, tenendo conto del contesto internazionale delineatosi e dell’apparente ostilità di Francia, Inghilterra e URSS, tutto lasciava intendere che si fosse alla vigilia di un indebolimento del governo di Mussolini, se non di un crollo del regime. D’altro canto questa convinzione si fondava anche sull’esigenza di rafforzare l’alleanza con gli altri partiti antifascisti e quindi di offrire uno sbocco propositivo a quest’alleanza. L’opposizione alla prospettiva di costruire un fronte popolare antifascista giunse da Mosca, e in particolare da Togliatti. In una lettera di fine ottobre 1935, pubblicata varie volte (9), nell’ipotesi di un insuccesso della guerra, in qualsiasi modo questo si materializzi, è prevedibile che all’interno del fascismo maturi un’opposizione a Mussolini, scrive Ercoli, e questa opposizione non avrà i caratteri dell’antifascismo classico. Occorre dunque 
«una politica che favorisca la formazione di questa opposizione» (10).
Il problema è così posto:
«Esiste, oppure è in formazione, una nuova opposizione, che chiameremo fascista, che si sviluppa nel paese e che può rapidamente diventare una forza imponente» (11).
Ciò che allarma particolarmente il dirigente comunista a Mosca, in questo caso, è la dichiarazione resa a Bruxelles sulla possibilità che i comunisti entrino in un governo di Fronte popolare, o simile, in Italia, fatta, secondo Togliatti, per «accontentare alcuni tipi che vivono a Parigi» (12). Dunque nessun governo di fronte popolare con l’antifascismo dei salotti parigini; piuttosto bisognava cercare l’alleanza con i dissidenti fascisti (13).
7. Istituto Gramsci, Roma, Archivio del Partito comunista italiano (d’ora in poi Apc), fondo 513-1-1269. Il fondo 513 consultato è in formato pdf, derivante dai microfilm. Il numero della pagina, quando indicato, si riferisce al fotogramma e spesso differisce da quello indicato da altri testi, che invece preferiscono fare riferimento al numero di pagina interno al documento. Ho preferito la prima numerazione perché è di più facile individuazione per il lettore.
8. Le sconfitte di Dogali, 1887 e Adua, 1896 causarono le dimissioni rispettivamente di Depretis e di Crispi.
9. La lettera è conservata in Apc, 513-1-1261 ed è stata pubblicata una prima volta a cura di Franco Ferri in «Rinascita», n. 4, 22 gennaio 1966, e poi inclusa nelle Opere di Togliatti, vol. IV, tomo 1, a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano, Editori Riuniti, 1979, pp. 23-28.
10. Ibidem, p. 26, sottolineato nell’originale.
11. Ibidem.
12. Togliatti a Grieco, 26 novembre 1935, in Apc 513-1-1261, p. 31.
13. Per Aldo Agosti, a sunto della vicenda, l’intero dibattito nel Pci rifletterebbe le divergenze nel gruppo dirigente dell’Internazionale, tra un Dimitrov orientato verso una più decisa unità antifascista e un Manuilskij, sostenuto da Togliatti, più legato alla politica di “terzo periodo” e quindi diffidente nei confronti della socialdemocrazia e, in Italia, del Partito socialista; cfr. Aldo Agosti, Togliatti, Utet, 1996, p. 204. 
Che questo sia l’orientamento ormai dominante a Mosca è ribadito da un ulteriore intervento, il 1 gennaio 1936, che demolisce in poche righe l’intero impianto politico di Bruxelles. In breve, Togliatti respinge decisamente ogni ipotesi di “partito unico” coi socialisti e sostiene la necessità di rivolgersi attivamente alla dissidenza fascista. Ancora più perentoria la postilla di Pell.[icano] (Manuilskij) : 
«Problema del F[ronte] U[nico] si pone diversamente che in tutti gli altri paesi. Non coi soc.[ialisti], ma coi fascisti. Non con tutti. Coi malcontenti, che non vogliono la guerra, ecc. […] Elaborare programma non ancora nostro, che unisca tutti quelli che sono contro la guerra criminale. Unità organica: non utile» (14).
La stessa posizione ribadita da Manuilskij nella seduta della Commissione italiana del Segretariato latino dell’esecutivo del Comintern, tenutasi dal 26 al 31 dicembre 1935:
"Oggi, il problema del fronte unico in Italia non deve essere sollevato nei termini del fronte unico coi socialisti, né con gli anarchici. […] Il problema del fronte unico in Italia è il problema del fronte unico con i fascisti. Dovete adottare questa direzione politica chiara. […] Finché non affrontate questo problema, la questione del fronte unico si risolverà a un’alleanza nell’emigrazione, con Giustizia e libertà, che non riveste grande importanza". (15)
Da notare che da Mosca si suggerisce di «elaborare un programma non ancora nostro» che unisca tutti quelli che sono contro la guerra. Quale sarebbe il «programma non ancora nostro»? Un programma c’era già, bello e pronto, il programma fascista del 1919, con la sua retorica democratica e, a tratti, socialisteggiante (16). E a sostegno di questo nuovo corso verso i quadri fascisti, Togliatti invia da Mosca un documento dal titolo Per la salvezza del popolo italiano!, firmato da una sedicente “Alleanza per la salvezza dell’Italia” che dichiara di comprendere
«in gran parte fascisti, e non quelli dell’ultima ora»;
inoltre, prosegue il documento,
«vi sono tra di noi degli uomini che illustrano il nome dell’Italia nel campo della politica, della scienza, dell’arte – al governo, nel parlamento, nelle università, nell’esercito» (17).
Il biglietto manoscritto di Togliatti, che accompagna l’appello, tra l’altro invita il Centro parigino a tener conto delle nuove opposizioni che vanno maturando in seno al fascismo, di cui il documento sarebbe testimonianza (18). Il documento, quasi certamente un falso fabbricato a Mosca, espone le stesse argomentazioni contenute nelle lettere di
14. Lettera di Togliatti a Dozza, in Apc 513-1-1352, p. 2. La lettera, pubblicata per la prima volta da Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, 1978, alle pagine 311-314, è ora in P. Togliatti, Opere, cit., pp. 75-78.
15. Citato in A. Agosti, The Weak Link in the Cast - Iron Chain: Relations between the Comintern and the Italian Communist Party (1921-1940), in Mikhail Narinsky, Jürgen Rojahn (a cura di), Centre and Periphery. The History of the Comintern in the Light of New Documents, International Institute of Social History, 1996, p. 183.
16. Un’ulteriore lettera del febbraio, a mia conoscenza finora inedita, raccomanda di «esaminare la possibilità di un lavoro particolare» presso «dirigenti di organizzazioni fasciste» perché il lavoro fatto dal basso non può dare grandi risultati, Apc 513-1352, p. 3.
17. Apc 513-1-1352, p. 5 (sottolineato nell’originale).
18. Ivi, p. 4.
Togliatti e in parte nella stampa comunista rivolta ai dissidenti fascisti: che il fascismo aveva promesso una rivoluzione e una maggiore giustizia sociale, mentre è al soldo dei capitalisti e degli agrari, che la guerra avrebbe apportato onore e prestigio all’Italia, mentre ha causato solo l’isolamento internazionale, che il responsabile della catastrofe è Mussolini, di cui si chiede l’allontanamento. E questi presunti dissidenti fascisti concludono:
«Noi pensiamo che è arrivato il momento di prendere delle misure radicali contro i capitalisti e gli agrari» (19).
Diffuso in opuscolo con ampi rimaneggiamenti editoriali rispetto alla copia conservata all’Archivio del PCI, il documento è senz’altro caratterizzato dalla polizia politica fascista come proveniente dal Partito comunista e non opera di qualche gruppo fascista dissenziente (20).
A suggello ufficiale di questa nuova linea giunge la risoluzione del Presidium del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, il 2 febbraio, che notava:
«i comunisti si sarebbero dovuti orientare verso azioni comuni con le masse che, per una ragione o per l’altra, si trovano nei sindacati fascisti, nelle organizzazioni del dopolavoro, ecc. […] prendendo come punto di partenza le rivendicazioni immediate di queste masse» (21).
Ma è dopo l’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba che il tema della “riconciliazione del popolo italiano” diventa il principale asse programmatico della propaganda del PCI. Le linee essenziali sono ancora una volta fissate a Mosca: in un Primo progetto di risoluzione sulla politica del Partito Comunista Italiano, scritto immediatamente dopo la vittoria italiana in Africa, il “Segretariato” [del Ce dell’Internazionale] raccomanda al PCI la «rivendicazione della realizzazione del programma fascista del ’19» (22).
Da questo momento in poi tutta la stampa del PCI e dell’Internazionale è impegnata in una campagna propagandistica che dura vari mesi fino allo scoppio della guerra civile spagnola e oltre.
È in questo contesto che giunge l’appello «ai fratelli in camicia nera» Per la salvezza dell’Italia, alla cui stesura contribuì praticamente tutto l’Ufficio politico,

19. Ivi, p. 8 (sottolineato nell’originale).
20. A confortare l’idea di un falso, vedi la nota riservata di Carmine Senise, per il ministero dell’Interno, che il 28 aprile 1936 scrive ai Prefetti del regno avvertendoli dell’imminente diffusione in Italia di un opuscolo a cura del PCI Per la salvezza del popolo italiano, Archivio centrale dello Stato, ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, F1, b.80, fasc. 596. Del resto, è difficile capire a quale dissidenza fascista possa far capo il documento in questione. Non è realistico che i vari Arpinati, Balbo, Farinacci, Rossoni o Turati possano rivolgersi così apertamente ai comunisti e, tra i fascisti di base, soprattutto tra i reduci delusi, ancora grande è il prestigio di Mussolini. Né si fa alcun cenno a questa formazione nella più diffusa letteratura storiografica sul fascismo, da Zangrandi a De Felice, a Tranfaglia a Salvatorelli. Eppure il documento dovrebbe aver avuto un’ampia diffusione, visto che sarebbe caduto perfino in mano a marinai imbarcati in navi che fanno rotta per l’Unione sovietica.
21. Apc 513-1-1349, p. 1.
22. Apc 513-1-1356, p. 20. Il documento, senza data, consta di una parte dattiloscritta e una manoscritta, senza firma, ma certamente emissione, come si evince dal contesto, del dibattito in seno al Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista sulla questione italiana.

dividendosi il lavoro redazionale (23), tanto che la relazione principale al Comitato centrale del settembre 1936, che approvò definitivamente l’appello, fu tenuta da Egidio Gennari e non da Ruggero Grieco (24). Che il Comitato centrale di settembre rappresentasse il sigillo di una cesura nella politica del Partito e una novità sostanziale, erano convinti in molti e in particolare Egidio Gennari, che nella parte della sua replica, intitolata significativamente La maturità del nostro partito, ringraziò Manuilskij, Togliatti e Dimitrov per il contributo fornito all’elaborazione dell’attuale linea del partito di intervento tra i quadri fascisti (25). L’appello venne in seguito sconfessato da Mosca e da Togliatti, che negò di averne avuto sentore fino a pubblicazione avvenuta. Eppure, in un rapporto del febbraio 1937 a Manuilskij e Dimitrov, Togliatti scrisse esplicitamente:
«la linea dell’agitazione del programma fascista del 1919 è stata concordata in conversazioni che abbiamo avuto con Furini nel mese di luglio» (26).
 E, per vari mesi dopo la pubblicazione, non solo a Mosca nessuno protestò, ma gli stessi Manuilskij e Togliatti sollecitamente approvarono. A questo proposito è fondamentale la relazione che Boni (Aladino Bibolotti), di ritorno dalla capitale sovietica, svolge all’Ufficio politico del 25 febbraio 1937. Il rapporto di Bibolotti contiene il resoconto di una serie d’incontri avuti tra il gennaio e il febbraio del 1937, quindi in piena guerra civile spagnola, che vedeva la partecipazione delle truppe fasciste italiane a sostegno del colpo di stato di Franco, e sei mesi dopo la pubblicazione dell’appello. Per Manuilskij:
«la linea politica generale del P.[artito] dopo il Comitato centrale [di settembre] […] è buona», e «il programma del ’19 va bene, ma non basta ancora» (27).
Lo stesso Togliatti non muove critiche all’appello, e invece raccomanda cautela sulla rivendicazione della “repubblica democratica” (28). Anzi, in un successivo colloquio, rende ancora più esplicita la sua adesione al Manifesto:
«Errore non aver messo il nome di Misiano nel Manifesto e non aver dato forte rilievo sua personalità dopo la morte. […] Programma fascista del 1919 sconosciuto a molti. Pubblicarne delle parti contrapponendo promesse a realtà» (29).
Posizione confermata il 10 febbraio nel corso di una riunione tra Bibolotti e i membri italiani del Comitato centrale del PCI residenti a Mosca, tra i quali sicuramente Togliatti e Berti, che ancora una volta sostiene la linea del CC, inclusa
23. I verbali delle sessioni dell’Ufficio politico di agosto 1936 si trovano in Apc-513-1-1432; il più convinto assertore è Mario Montagnana, che parla di «migliorare il fascismo», ma anche Velio Spano raccomanda al partito di considerarsi «una corrente d’opposizione dentro il fascismo», come riferisce Antonello Mattone, nel suo Velio Spano: vita di un rivoluzionario di professione, La Torre, 1978, p. 40.
24. A Grieco venne affidata una correlazione, pubblicata poi col titolo Largo ai giovani (uno degli slogan del diciannovismo fascista, il che fa insinuare a Canfora che la responsabilità sia tutta di Grieco), dalle Edizioni di cultura sociale di Parigi nel 1936.
25. Apc 513-1-1354, p. 261.
26. A. Agosti, Togliatti, cit., 1996, p. 206.
27. Apc 513-1-1432, p. 25, incontro del 3 gennaio 1937.
28. Apc 513-1-1432, p. 29.
29. Ivi, p. 30.

 98 l’adesione al controverso «programma del ’19»30. Sarà l’intervento di Dimitrov, il 14 febbraio, a chiudere la questione. Sull’incontro con Dimitrov, Bibolotti appunta: «Togliere assolutamente la parola riconciliazione»31. È solo a questo punto che Togliatti esprime la sua contrarietà all’apertura del Pci alle “camicie nere”, con una nota che raccomanda di «lasciar cadere la parola “riconciliazione”»32, e rovesciando una linea di condotta che, come si è visto, andava perseguendo da alcuni anni33. Raccomandazione infine accolta dall’Ufficio politico operante a Parigi nella sessione del 25 febbraio34, anche se il riferimento al «programma fascista del ’19» farà capolino in seguito nella stampa del Pci, seppure non con la rilevanza accordatagli nel Manifesto di agosto35. L’episodio divenne uno dei motivi addotti dall’Internazionale comunista per la liquidazione dell’intero Comitato centrale nella crisi che attraversò il Partito tra il 1937 e il 1939, e per la rimozione di Grieco da ogni posto di responsabilità, che fu costretto a un’umiliante autocritica una volta giunto a Mosca36. La politica di “mano tesa” ai fascisti non produsse gli effetti sperati e, sebbene l’avventura spagnola di Mussolini non suscitasse gli stessi entusiasmi della proclamazione dell’“impero” in Africa, nondimeno il regime non venne intaccato né dalla crisi economica, né dalla subordinazione alla Germania nazista ma, come è noto, si dovette attendere la sconfitta nel corso della Guerra mondiale, come in parte aveva intuito lo stesso Giuseppe Berti37. 

30 Ivi, p. 36. 31 Ivi, p. 37. 32 Apc 513-1-1440, p. 20. 33 Aldo Agosti parla di Togliatti come ispiratore della linea politica che ha condotto alla formulazione del Manifesto, anche se non ne ha ispirato direttamente la stesura: in A. Agosti, The Weak Link in the Cast, cit., pp. 183-184; cfr. anche A. Agosti, Togliatti, cit., pp. 204-205. 34 Apc 513-1-1432, p. 47. 35 Il Manifesto dell’agosto del 1936, tuttavia, insieme con altra letteratura comunista, venne inviato in cinquecento copie in Spagna nel tentativo di rieducare i prigionieri politici catturati nella guerra civile: cfr. L.P. D’Alessandro, Rieducare i prigionieri. Fascisti e antifascisti italiani sul fronte di Guadalajara, «Memoria e ricerca», n. 44, settembre-dicembre 2013, p. 131 e n. 39. 36 Sulle vicende successive, a mio parere, il testo che ricostruisce con maggiore accuratezza e precisione la crisi del Pci negli anni 1937-39 è il libro di Sergio Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, 1980. 37 Ibidem, p. 53.

Tags Togliatti, Mussolini, Stalin, Italia, Comunismo, Fascismo, Manifesto Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano, Partito comunista clandestino, PCI, Programma dei Fasci Italiani di combattimento, San Sepolcro, 23 marzo 1919

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