Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

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sabato 25 giugno 2016

La Monsanto giudicata a ottobre per i crimini di ecocidio contro il pianeta e gli abitanti


La Monsanto è una multinazionale americana di biotecnologie agrarie, più volte accusata di ecocidio e crimini contro l’umanità, diventata famosa per aver prodotto l’Agente Arancio, il defoliante tossico e cancerogeno usato nella guerra del Vietnam; adesso un vero e proprio tribunale è nato con lo scopo di giudicare l’operato dell’azienda e i crimini di cui essa è stata imputata.


La Fondazione Tribunal Monsanto è nata all’Aja (la Corte internazionale di giustizia) nei Paesi Bassi, con il sostegno e il contributo di movimenti civici, ONG e personalità internazionali quali l’ecologista indiana Vandana Shiva e l’australiano Andre Leu, presidente della Federazione internazionale dei Movimenti d’Agricoltura biologica. Il suo scopo è quello di giudicare definitivamente i crimini dei quali la Monsanto viene accusata da anni, ovvero di inquinare il terreno, l’acqua e l’aria con sostanze nocive le quali, oltre a minacciare la biodiversità, comprometterebbero pure la salute degli esseri umani favorendo il progresso di malattie come cancro, Alzheimer e Parkinson, o come l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha definito questo insieme di patologie, “epidemia di malattie croniche evitabili”.

I motivi che hanno spinto alla nascita di un tribunale contro la Monsanto sono dunque legati alle esigenze di sostenibilità e giustizia. Dagli inizi del XX secolo, la Monsanto, nata come azienda chimica, ha, di fatto, messo in circolazione prodotti altamente tossici, i quali hanno contaminato in maniera persistente l’ambiente, causando malattie e morte.
Fin dall’inizio della sua attività, gli scandali riguardanti la diffusione di varie sostanze tossiche si sono susseguiti senza sosta: nel 1947 un incidente a Texas City in cui esplodette una delle fabbriche portò a scoprire che l’erbicida prodotto dalla Monsanto, chiamato 2,4,5-T, conteneva alti livelli di diossine, sostanze tossiche altamente cancerogene.
Altro caso fu quello dei PBC (policlorobifenili), sostanze inquinanti distribuite sempre dalla Monsanto per l’agricoltura, il cui uso è ora bandito pressoché ovunque, ma la cui persistenza continua ad esistere ed inquinare per millenni.
Ciliegina sulla torta fu poi tra gli anni ’60 e ’70 la realizzazione e distribuzione dell’Agente Arancio, un defoliante ricavato partendo dall’erbicida 2,4,5-T, il quale fu anche utilizzato come arma tossica durante la guerra del Vietnam.
Altro erbicida giudicato tossico, immesso nel mercato dalla Monsanto, fu il Round Up ricavato il Glifosato.


Molti sono stati i casi di malattie e gli studi che dimostrano la tossicità e la pericolosità di tali sostanze e nel tempo molti giornali si sono inoltre occupati di condurre inchieste al proposito, come il Washington Post nel 2002 o il The Guardian nel 2007, solo per citarne alcuni. Adesso la multinazionale continua a controllare il mercato dell’industria delle biotecnologie, avendo di fatto il quasi totale monopolio sulla vendita e produzione di sementi e avendo acquistato inoltre moltissime società di ricerca titolari di brevetti.
Dunque l’azienda è diventata l’esempio del modello agro-industriale che da numerosi anni ormai è causa di inquinamento, innalzamento delle temperature, depauperamento dei suoli e delle risorse d’acqua, dell’estinzione della biodiversità e della marginalizzazione di milioni di piccoli contadini.



Per mettere fine a tale impunità e giudicare finalmente i crimini di ecocidio commessi dalla multinazionale, dal 12 al 16 ottobre 2016, il Tribunale Monsanto valuterà i fatti nel rispetto dei principi direttivi relativi alle imprese e ai diritti umani adottati in sede ONU nel 2011.

Tribunale Monsanto Conferenza stampa 3 dicembre 2015 Parigi
A giudicare il comportamento di Monsanto saranno magistrati, avvocati e giudici di alto livello, provenienti dai cinque continenti. Madrina dell’iniziativa è la scrittrice e regista Marie-Monique Robin, autrice di "Il mondo secondo Monsanto", un’inchiesta sulla multinazionale statunitense. Da parte sua la Monsanto ritiene infondate le accuse, dichiarandosi addirittura pronta a rispondere a tutte le domande che le verranno poste, anche se non è chiaro ancora se il gruppo invierà o meno dei rappresentanti al processo.
L’iniziativa è stata (e sarà) finanziata tramite la più grande piattaforma di crowdfunding internazionale mai realizzata fino ad oggi; il sito è monsanto-tribunali.org  facebook.com/monsantotribunal 
twitter.com/monsantotribun

Lorena Peci





sabato 11 giugno 2016

Benvenuti in una nuova era geologica, determinata dagli uomini in meglio o in peggio: l’Antropocene


3 FEBBRAIO 2014

La civiltà industriale ha raggiunto un nuovo traguardo. Secondo numerosi scienziati, è arrivata a un livello di forza geologica in grado di decidere il futuro della Terra. La nostra impronta sull’ambiente è tale che il suo impatto si fa già sentire: aumento della temperatura globale, "sesta estinzione" delle specie, acidificazione degli oceani… entreremo così nell’Antropocene, "la nuova era degli uomini". Lungi dall’essere ineluttabili, questi impatti sono determinati dalle scelte politiche, economiche ed ideologiche fatte da una piccola parte della specie umana. Come può l’umanità collettivamente prendere in mano il suo destino? Analisi.

Stavo giusto preparando un articolo dal titolo "La Grande Truffa in cui viviamo e la tecnologia ci distruggeranno" dove si tratterà del come siamo arrivati a questo punto ed ho trovato questo articolo che riporta le inevitabili conseguenze che senza essere uno scienziato, anzi, era stato facile prevedere, non ho saputo trattenermi a pubblicarlo perchè lo trovo molto interessante.
Invito a leggere l'articolo di cui soprae d alla visione di "Home": il documentario sull'ambiente ed il cambiamento climatico di Yann Arthus-Bertrand e Luc Besson, inevitabilmente la politica e l'economia hanno un impatto devastante sul pianeta, vi lascio alla lettura lo introdurrei con la fine perchè trovo sia il fulcro del problema :
Malgrado la sua tecnicità, l’Antropocene sconvolge le rappresentazioni del mondo e si vuole di una scottante attualità. Alla luce di questa nuova era, anche la parola «crisi» è contrassegnata da un ottimismo fuorviante perché si riferisce ad un periodo la cui fine è imminente. «Vivere nell’Antropocene, è dunque liberarsi da istituzioni repressive, da dominazioni e da immaginari alienanti, questa può essere un’esperienza straordinariamente emancipatrice», sperano Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil che appellano a «rimettere politicamente le mani sulle istituzioni, le elite sociali, i sistemi simbolici e materiali potenti che ci hanno squilibrato. L’Antropocene condanna alla responsabilizzazione.»
 E' quanto sostengo ovunque mi riesce, mi pare sia molto chiaro problema e soluzione, buona lettura ..
«Non siamo più nell’ Olocene ma nell’Antropocene!»,
dice il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen davanti ad un gruppo di scienziati [1]. Sono passati 14 anni. Da allora, sono sempre più numerosi gli scienziati che cominciano a pensare che abbiamo cambiato era geologica. Di cosa si tratta? La storia della Terra è suddivisa in epoche geologiche da alcune migliaia ad alcuni milioni di anni [2], ciascuna contrassegnata da un evento biologico, climatico o sismico il cui suolo, e gli strati sedimentari, manterranno la traccia indelebile. Il Giurassico superiore ha visto così l’apparizione dei primi uccelli, quando, 70 milioni di anni dopo, la fine del Cretaceo determinava la scomparsa dei dinosauri. Attualmente viviamo nell’ Olocène, cominciato 11.500 anni fa con la nascita dell’agricoltura e la sedentarizzazione dell’essere umano.

Ora, questi stessi uomini, noi, che sono diventati oggi una forza geologica, influiscono sulla fauna, la flora o il clima cosi come possono fare le correnti telluriche con la deriva dei continenti.
«L’impronta umana sull’ambiente è diventata così vasta ed intensa che rivaleggia, in termini di impatto sul sistema Terra,con alcune delle grandi forze della Natura»,
spiega Paul Crutzen [3]. L’avvento di questa potente impronta segnerebbe dunque la fine dell’ Olocene e l’inizio dell’Antropocene. Un nome generato dall’antico greco anthropos che significa «essere umano», e kainos «recente, nuovo». Un gruppo di lavoro dell’Unione Internazionale delle Scienze Geologiche sta preparando una relazione per sapere se questa nuova era geologica deve essere formalizzata nella tabella della scala dei tempi geologici. Uscirà nel 2016.

In cosa gli esseri umani sono diventati una forza geologica?

Intorno a voi, zone industriali, autostrade, città, suddivisioni, così come prati e boschi impiantati. Questo modello artificiale di ambienti naturali ora copre quasi un terzo della superficie terrestre, contro il solo 5% del 1750. Sono in atto altri sconvolgimenti naturali meno percettibili. Il 90% della fotosintesi sulla Terra si fa oggi attraverso gli ecosistemi pianificati dagli esseri umani. Anche il ciclo dell’acqua è stato modificato dalle 45 000 grandi dighe edificate [4]. Delle sostanze nuove come la plastica o i perturbatori endocrini sono scaricati in atmosfera da 150 anni, lasciando tracce nei sedimenti e fossili in formazione.


Per valutare meglio l’impronta umana, gli scienziati hanno osservato l’evoluzione di 24 parametri del sistema Terra dal 1750, dall’incremento della popolazione a quello dei veicoli a motore, passando per la deforestazione, i telefoni, l’utilizzazione di concimi o le grandi inondazioni... [5]. Tutti questi indicatori aumentano fin dal diciannovesimo secolo, sostenuti dall’impennata dei consumi energetici. Aumento della temperatura del globo, impoverimento dello strato di ozono, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei livelli dei mari, acidificazione degli oceani, sono tutti causati dai cambiamenti climatici provocati in un arco di tempo molto breve dallo sfruttamento massimalista dell’ecosistema.

Quando ha esordito l’Antropocene?

Vengono discusse diverse ipotesi. William Ruddiman, paleoclimatologo americano, propone di situare l’inizio dell’Antropocene tra i 5 000 - 8 000 anni fa. Gli uomini potrebbero avere emesso una quantità di gas ad effetto serra - con la deforestazione, le risaie e l’allevamento - tale da modificare il percorso climatico della Terra. Altri scienziati sottolineano la novità dell’era nucleare, petrolchimica ed elettronica quale esordio dell’Antropocene dopo la seconda guerra mondiale.

La tesi più accettata fa cominciare l’Antropocene alla fine del diciottesimo secolo. Per Paul Crutzen l’inizio è precisamente nell’anno 1784, data del brevetto di James Watt sulla macchina a vapore, e simbolo del principio della rivoluzione industriale.
«Se si riporta la storia del nostro pianeta, (4,5 miliardi di anni), ad una giornata di 24h, la rivoluzione industriale si trova negli ultimi due millesimi di secondo»,
illustra Davide Brower, il fondatore dell’organizzazione ecologista Les amis de la terre. Due millesimi di secondo fra una giornata planetaria che aprono una nuova condizione umana! Per fare un paragone, il regno dei dinosauri è durato circa tre quarti d’ora.

L’Antropocene condurrà ad una «sesta estinzione»?
«Abbiamo squilibrato il mondo in un modo tale che oggi siamo autorizzati a pensare che il processo è praticamente irreversibile»,
spiega a Mediapart il glaciologo Claude Lorius che ha divulgato la nozione di Antropocene in Francia [6]. Non è prevedibile nessun ritorno alla "normalità". Gli scienziati hanno del resto scoperto parecchi punti di squilibrio oltre i quali gli esseri umani entrano in zone d’ombra . Tre parametri -ciclo dell’azoto, emissioni di gas ad effetto serra, estinzione della biodiversità- avrebbero già superato questa soglia, con un rischio di brutale squilibrio verso stati non più controllabili [7].

È nell’atmosfera che si osserva questo primo «squilibrio». La concentrazione del diossido di carbonio è passata da 280 parti per milione (ppm) alla vigilia della rivoluzione industriale a 400 ppm nel 2013, un livello ineguagliato da 3 milioni di anni. Oltre la modifica della composizione chimica dell’atmosfera, il ritmo di scomparsa delle specie è da 100 a 1000 volte più elevato che la norma geologica. Al punto che i biologi parlano oramai della «sesta estinzione» - essendo la quinta quella che ha portato via i dinosauri cinque milioni di anni fa...

Siamo tutti colpevoli?

Gli esseri umani hanno dunque acquistato oramai la capacità di trasformare l’insieme del sistema Terra.In meglio e, soprattutto, in peggio.... Ma tutti gli esseri umani sono uniformemente responsabili? Il rischio di associare il ruolo delle nostre società ad un nuovo periodo geologico farebbe pensare che la «specie umana» sia, globalmente, responsabile. In questo caso, importa poco se le banche statunitensi, cinesi e britanniche siano campioni in materia di investimenti ultra inquinanti (vedere qui). Inutile sapere che un americano medio consuma 32 volte più risorse ed energia che un Keniano. O che 90 compagnie sono responsabili dei due terzi delle emissioni mondiali di gas ad effetto serra (vedere qui). E che meno dell’ 1% della popolazione possiede il 40% delle ricchezze mondiali. Puntare alla specie umana nella sua globalità diluisce le responsabilità. Questo non dovrebbe accadere se si vuole reagire ancora. La questione della responsabilità storica degli Stati industrializzati sarà così al centro delle discussioni della conferenza sul clima a Parigi nel 2015.


La versione scientifica dell’Antropocene induce anche a credere che la specie umana abbia distrutto la natura... inavvertitamente. «Una favola!», ribattono gli storici francesi Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil, autori di L’Evénement Anthropocène [8]. Il loro lavoro rivisita la storia dell’energia in termini di scelte politiche, militari ed ideologiche. Gli usi domestici del solare per esempio erano molto evoluti negli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo, prima che una coalizione di promotori immobiliari condotta dalla General Electric non bloccasse lo sviluppo dello scaldaacqua solare a tutto vantaggio del riscaldamento elettrico. È anche per aggirare i movimenti operai nelle miniere che gli Stati Uniti hanno aperto l’era del petrolio malgrado il suo costo più elevato.

Di fronte all’impotenza dei politici, il regno della techno-scienza?

Di fronte a questo compito prometeico, possiamo difficilmente concepire la durata di una vita, figuriamoci a livello di un mandato politico, come considerare che l’azione collettiva serve ancora a qualche cosa? «L’Antropocene e la sua temporaneità grandiosa anestetizzano il politico», temono i due storici. L’Antropocene segnerà non solo l’innalzamento degli uomini al rango di forza geologica, ma anche l’avvento della loro impotenza ? [9] In queste condizioni, periti e scienziati dovranno prendere il controllo di un pianeta sregolato?
«Un compito arduo attende gli scienziati ed ingegneri che guideranno la società verso una gestione ambientale sostenibile nell’era dell’Antropocene»,
afferma il premio Nobel di chimica Paul Crutzen.

Parecchi dispositivi di manipolazione del clima su grande scala, con il nome di «geo-ingegneria», sono già finanziati e sperimentati (vedere la nostra inchiesta). In questo scenario, vengono fuori le sperimentazioni «dal basso» di sobrietà volontaria e di trasformazione ecologica e sociale. Ritorno alla «techno-scienza», al complesso militare-industriale, ed al loro culto della segretezza.
«Sbagliamo a giocare a fare Dio con l’avvenire del nostro pianeta»,
allerta l’economista australiano Sfalda Hamilton [10].
«Per i veri "Prométeo", regolare il clima di oggi non basta. L’obiettivo è di prendere il controllo della storia geologica stessa.»
I movimenti democratici possono riprendere il controllo?

Le critiche ai danni causati dal «progresso» sono vecchie. E non hanno aspettato l’attuale presa di coscienza sull’ampiezza del riscaldamento climatico. I quaderni di rivendicazioni del 1789 manifestano innumerevoli denunce contro le attività industriali accusate di causare la deforestazione e di aumentare il prezzo della legna [11]. In quest’ epoca sono già dibattute le conseguenze climatiche della deforestazione. La meccanizzazione della produzione è anche oggetto di un vasto movimento di protesta e distruzione di macchinari in Europa alla fine del diciottesimo secolo.
«Le resistenze non portano mai contro "la" tecnica in generale ma contro "una" tecnica in particolare e contro la sua capacità di schiacciare gli altri»,
ricordano i due storici francesi. Tutte queste lotte sono state tenute ai margini nel loro tempo dalle élite industriali e supposti progressisti, prima di essere dimenticate. Le nuove forme di impegno contro le decisioni politiche ed economiche di alcuni subiranno anche loro la stessa sorte?

Il sogno dell’abbondanza materiale svanisce. Si intravedono scenari di penuria. Come ricreare l’ideale democratico in questo contesto? Cittadini e ricercatori immaginano e discutono i contorni della «resilienza» : la capacità di un sistema di adattarsi agli eventi esterni ed ai cambiamenti imposti. È uno dei concetti chiave della rete delle città in transizione. Creata in Gran Bretagna, questa rete esplora le vie che permettono di liberare le città ed i loro abitanti dalla dipendenza petrolifera, come a Boulder negli Stati Uniti.
«La sfida è quella di attraversare i cambiamenti delle nostre società preservando la loro coesione sociale, il loro capitale ecologico e la loro stabilità»,
spiega uno dei fondatori, Rob Hopkins [12].

In Francia, le iniziative in materia di sobrietà energetica abbondano, come nel Mené, piccolo territorio bretone dove la transizione ecologica è in via di completamento, (da scoprire qui). Nelle Alpi Marittime, degli hackers ed agricoltori si alleano per l’autonomia energetica. La lotta per una vera trasformazione ecologica e sociale si radica a Notre Dame des Landes. Alcuni ricercatori s’interessano ad altri scenari di utilizzazione del suolo agricolo tali Afterres 2050, o di transizione energetica come Negawatt. Tra le differenti vie aperte, una propone di sacrificare una parte del mondo-e dei suoi abitanti-per prolungare il sogno dell’abbondanza, un altra invita a vivere l’Antropocène con chiarezza ed umiltà.

Il passaggio all’Antropocene ci renderà più responsabili?

Se l’irregolarità climatica appare come un fenomeno astratto e mondiale, cosa dire dell’Antropocene? Fino ad ora, questo concetto rimane confinato alla comunità scientifica. È diventato un punto di riferimento tra geologi, ecologi, specialisti del clima, storici e filosofi per pensare questa era nella quale l’umanità è diventata una forza geologica maggiore.

Malgrado la sua tecnicità, l’Antropocene sconvolge le rappresentazioni del mondo e si vuole di una scottante attualità. Alla luce di questa nuova era, anche la parola «crisi» è contrassegnata da un ottimismo fuorviante perché si riferisce ad un periodo la cui fine è imminente.
«Vivere nell’Antropocene, è dunque liberarsi da istituzioni repressive, da dominazioni e da immaginari alienanti, questa può essere un’esperienza straordinariamente emancipatrice», sperano Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil che appellano a «rimettere politicamente le mani sulle istituzioni, le elite sociali, i sistemi simbolici e materiali potenti che ci hanno squilibrato. L’Antropocene condanna alla responsabilizzazione.»
di Sophie Chapelle

Traduzione in italiano : Fabienne Melmi (Global Action Italia). Originariamente pubblicato in francese.

Foto: wockerjabby (Une) / Troy Holden / Romain Guy



Da leggere: 
Christophe Bonneuil, Jean-Baptiste Fressoz.
L’Evénement Anthropocène. La Terre, l’histoire et nous.
Note
[1] simposio del Programma internazionale Geosfera-biosfera a Cuernava (Messico)
[2] parecchie epoche compongono un periodo geologico, il quaternario attualmente, che a loro volta compongono un’era di parecchie decine di milioni di anni.
[3] W. Steffen, J. Grinevald, P.J. Crutzen et J.R. McNeill, « The Anthropocene : Conceptual and historical pesrpectives », Philosophical Transactions of the Royal Society A, vol 369, n° 1938, 2011, 842-867.
[4] 45 000 dighe di oltre 15 metri di altezza trattengono il 15% del flusso idrologico dei fiumi del globo. Fonte: Christer Nilsson ed Al, "« Fragmentation and flow regulation of the world’s large river systems », Science, vol. 308, 15 avril 2005, pagine 405-406.
[5] i 24 parametri sono i successivi: popolazione, PIL reale totale, investimento diretto straniero, costruzione di dighe sui fiumi, consumo di acqua, consumo di concime, popolazione urbana, consumo di carta, ristoranti Mc Donalds, veicoli motorizzati, telefoni, turismo internazionale, concentrazione atmosferica di CO2/N2O/CH4, impoverimento dello strato di ozono, temperatura media di superficie dell’emisfero Nord, grandi inondazioni, ecosistemi oceanici, infrastrutture delle zone costiere, biogeochimica delle zone costiere, perdita di foreste e foreste tropicali, superficie di terre sfruttate, biodiversità mondiale. Fonte: dati generati da igpb.net, W. Steffen (dir.), Global Change and the Earth System : A planet under pressure, New York, Springer, 2005, p 132-133.
[6] Claude Lorius, Laurent Carpentier, Voyage dans l’Anthropocène, cette nouvelle ère dont nous sommes les héros, Actes Sud gennaio 2011.
[7] secondo la squadra scientifica del Resilience Centre a Stoccolma. Fonte: Anthony D ; Barnosky et al., « Approaching a state shift in Earth’s Biosphere », Nature, vol. 486 7 giugno 2012, 52-58.
[8] edizioni Seuil, 2013.
[9] l’idea d ’ "impotente potenza" è dovuta a Michel Lepesant, durante gli Appuntamenti dell’Anthropocène, co-organizzati da EHESS e dall’istituto Momentum nella primavera 2013.
[10] Clive Hamilton, Les Apprentis sorciers du climat: raisons et déraisons de la géo-ingénierie, coll. Anthropocène, Ed. Seuil, 2013.
[11] Arlette Brosselin, Andrée Corvol e François Vion-Delphin, " Les doléances contre l’industrie", in Denis Woronoff, dir.), Forges e forêts. Ricerche sui consumi pro-industriale del legno, Paris, EHESS, 1990, 11-28.
[12] Rob Hopkins, The transition handbook : from oil dependancy to local resilience. Green Books, 2008.

lunedì 6 giugno 2016

"Home": il documentario sull'ambiente ed il cambiamento climatico di Yann Arthus-Bertrand e Luc Besson



Home non vuol dire solo casa, il luogo in cui abitiamo, ma anche il luogo a cui si appartiene. È una parola intraducibile: forse per questo i realizzatori Yann Arthus-Bertrand e Luc Besson hanno lasciato da parte l’orgoglio nazionale francese e hanno dato un nome inglese al loro documentario sulla Terra. Un pianeta che non ci appartiene ma a cui tutti noi apparteniamo.

Home mostra come le risorse della Terra si stanno rapidamente esaurendo, diffuso contemporaneamente il 5 giugno 2009 nelle sale cinematografiche di 50 paesi, in concomitanza con la giornata mondiale dell'ambiente. Concepito come un reportage di viaggio, è realizzato quasi interamente con immagini aeree.

 Il film è stato prodotto in due versioni: una più breve (90 min) per televisione, DVD e internet, e una più lunga (120 minuti) per il cinema.

Yann Arthus-Bertrand
Con questo documentario Yann Arthus-Bertrand denuncia lo stato attuale della Terra, del suo clima e le ripercussioni a lungo termine sul suo futuro.

La posta in gioco è alta per noi e per i nostri figli. Tutti dovrebbero prendere parte allo sforzo, e il film Home è stato concepito per mobilitare ogni essere umano.

Questo documentario realizzato da Yann Arthus-Bertrand è un'ode alla bellezza del pianeta e la sua delicata armonia. Attraverso i paesaggi di 54 paesi catturati dall'alto, Home ci accompagna in un viaggio unico nel pianeta Terra come non l'abbiamo mai visto.
Vengono mostrati i tesori che stiamo distruggendo e tutte le meraviglie che possiamo ancora preservare.
Home contempla le principali questioni ambientali che dobbiamo affrontare e mostra come tutto ciò che è sul nostro pianeta vive in un rapporto di interdipendenza.


Non è un documentario tradizionale, è privo di statistiche e di interviste, non mostra volti umani, ma solo piccoli corpi. Il film, girato dal fotografo Yann Arthus-Bertrand, è composto esclusivamente di panoramiche.
“Quello che vedi non è solo un paesaggio, ma il volto amato della nostra Terra”,
ricorda la voce calma di Jacques Gamblin, che accompagna lo spettatore attraverso i 50 paesi sorvolati dalla pellicola.
La voce fuori campo racconta la storia del pianeta, prima e dopo il nostro intervento:
“Quattro miliardi di anni fa iniziò la vita […] milioni di anni dopo apparse l’homo sapiens, e in soli 200.000 anni scombinò l’equilibrio di tutti gli esseri viventi”.
Manca però un tono di accusa, onnipresente nelle opere che riguardano l’ambiente. La musica evoca talvolta timore, mai rabbia.

Le vedute aeree di giungle urbane e monumenti naturali distrutti fanno scorrere qualche lacrima, ma non lasciano spazio ad immagini brutali. In uno squarcio su Dubai, ad esempio, viene mostrata la base di un grattacielo: lentamente la videocamera sale, la musica aumenta, ma quando si è raggiunta la fine del grattacielo manca la parte terminale dell’edificio, ancora in costruzione come la metropoli stessa. Dubai rappresenta la tipica “città orientale a modello occidentale: lontanissima dalla natura, ma enormemente dipendente da essa”.

Il film affronta i problemi più urgenti, dall’energia all’agricoltura, dal petrolio alla carne bovina, dai trasporti alla pesca, dalla scomparsa dei ghiacciai a quella della biodiversità.
“Stiamo distruggendo l’essenziale per creare il superfluo”,
avverte la voce pacata.

Solo nell’ultima parte il film si permette di “alzare l’indice”, di fare i conti. Lo schermo diventa nero e appaiono alcune scritte bianche:
“Il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse”,
spendiamo e sprechiamo quello che neanche ci spetta.
La scritta sparisce e ne compare un’altra:
“Un miliardo di persone soffre perennemente la fame”,
mentre la metà dei cereali prodotti nutre mucche e motori (sotto forma di biocarburanti).

Negli ultimi dieci minuti Jacques Gamblin cambia modulazione: parla in prima persona. Dice di aver visto coi propri occhi pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e serpenti marini. Appaiono paesaggi con sole, vento e onde, con tanta speranza.

Evoca tristezza, ma allo stesso tempo speranza, viviamo in tempi eccezionali. “È troppo tardi per essere pessimisti” è la frase centrale, ripetuta numerose volte: l'umanità ha appena dieci anni per invertire la tendenza, per venire a conoscenza della reale entità del problema ambientale e cambiare i modelli di consumo, ci dicono gli scienziati, per cambiare il nostro modo di vivere, onde evitare l'esaurimento delle risorse naturali e l'evoluzione catastrofica del clima della Terra.


 Un tema che viene continuamente espresso lungo tutto il documentario è quello del delicato e fondamentale collegamento che esiste tra tutti gli organismi che vi fanno parte.
Il documentario inizia con le riprese di grandi paesaggi vulcanici spiegando la connessione che esiste tra le alghe monocellulari e la nascita della vita sul nostro pianeta.

Successivamente, il documentario approfondisce tematiche riguardanti le attività dell'uomo e sui nefasti effetti che queste stesse attività producono sull'ecosistema. Partendo dalla rivoluzione agricola ed il suo impatto sulla natura, vengono affrontate le questioni riguardanti il petrolio, l'industrializzazione, le città e le disuguaglianze sociali, che non sono mai state così grandi quanto nel nostro tempo.


L'attuale situazione degli allevamenti di bovini, la deforestazione in Amazzonia ed in altre parti del mondo, la carenza di prodotti alimentari e di acqua pulita, l'eccessiva estrazione di materie prime e la sempre maggiore richiesta di energia elettrica sono alcuni dei temi trattati. Città come New York, Las Vegas, Los Angeles, Mumbai, Tokyo e Dubai sono mostrate come esempio di pessima gestione con i loro ingenti sprechi di energia, acqua e cibo. Lo scioglimento dei ghiacciai e l'essiccamento delle paludi e dei grandi fiumi vengono mostrati attraverso le riprese aeree effettuate in Antartide, al Polo Nord ed in Africa, denunciando l'aumento della emigrazione di massa e dei rifugiati nel caso in cui non vengano subitaneamente prese le adeguate contro misure.


A questo punto del documentario viene posta l'attenzione sul riscaldamento globale ed il buco dell'ozono. HOME ci spiega come lo scioglimento dei ghiacciai, l'innalzamento del livello del mare e il cambiamento meteorologico non hanno solo a che fare con il terzo mondo ma che, continuando di questo passo, molto presto interesseranno anche le regioni più sviluppate. Per circa tre minuti del film vengono forniti i dati sulla situazione attuale che vengono visualizzati mediante grandi scritte bianche su sfondo nero.


La conclusione del film cerca di essere al tempo stesso positiva e propositiva. Il documentario, dopo aver mostrato le terribili conseguenze di alcune attività umane sul nostro pianeta e sul suo ecosistema, fornisce indicazioni riguardo alle energie rinnovabili, la creazione di parchi nazionali, la cooperazione internazionale tra le varie nazioni in merito alle questioni ambientali come risposta agli attuali problemi che affliggono la terra.


Home è stato girato in varie fasi a causa della vastità delle aree riprese. Ci sono voluti oltre diciotto mesi di tempo per completarlo. Il regista, Yann Arthus-Bertrand, un cameraman, un ingegnere di macchina e un pilota hanno volato su di un piccolo elicottero attraverso varie regioni in oltre cinquanta paesi. Le riprese sono state effettuate in alta definizione Cineflex con le telecamere sospese a un giroscopio stabilizzato da una sfera fissata su una rotaia posta sulla dell'elicottero stesso. Queste telecamere, originariamente progettate per scopi bellici, sono automaticamente in grado di ridurre le vibrazioni contribuendo in questo modo a catturare immagini molto stabili e pulite tanto da far sembrare che le riprese siano state effettuate con metodi tradizionali quali le gru o i carrelli. Dopo praticamente ogni volo, le registrazioni venivano immediatamente controllate assicurandosi in questo modo che fossero di altissima qualità. Quando tutte le riprese sono state completate, Besson e il suo staff hanno impiegato oltre 488 ore per editarlo e montarlo


Per promuovere il documentario, sono stati creati quattro canali ufficiali su YouTube, in lingua inglese che contiene anche le versioni in russo, arabo e italiano, in lingua francese, per la versione in spagnolo e per la versione in tedesco. Inizialmente sono state caricate brevi clip che mostravano alcuni spezzoni delle riprese effettuate in tutto il mondo.

Il 9 marzo 2009, una conferenza stampa si è tenuta a Parigi, in Francia, dove Yann Arthus-Bertrand e vari produttori hanno spiegato ai media le questioni sollevate nel film, e che Home sarebbe stato il primo film a essere distribuito contemporaneamente nei teatri, in televisione, su DVD e su Internet in tutti e cinque i continenti.



Il 5 maggio 2009, una seconda conferenza stampa si è svolta sempre a Parigi, dove gli stessi membri dello staff hanno annunciato che la data di uscita del film sarebbe stata il 5 giugno 2009 in concomitanza con la Giornata Mondiale dell'Ambiente. In questa stessa occasione, hanno anche annunciato che Home sarebbe stato totalmente gratuito proprio per dare la possibilità a tutti di vederlo. Il regista ha tenuto a precisare che "i vantaggi di questo film non dovevano essere conteggiati in denaro, ma in ascolti". Durante la conferenza stampa è stato anche rivelato che PPR aveva l'intenzione di sponsorizzare il film, al fine di rendere sostenibili gli alti costi, tanto di realizzazione e produzione quanto di distribuzione.

Il film è stato tradotto in 14 lingue. L'edizione in DVD, in formato Blu-ray, è stata prodotta dalla 20th Century Fox e contiene le versioni in inglese e in francese. È stato stimato che saranno vendute più di 100 mila copie del DVD. Quando i costi di produzione saranno stati completamente coperti, tutti gli ulteriori proventi verranno devoluti alla Good Planet Company

martedì 10 maggio 2016

Marcia contro Monsanto 2016: il mondo in piazza a dire no a OGM e Glifosato - Campagna D.D.T.: contro la compagnia dei veleni

march against monsanto 2016

Il prossimo 21 maggio si terrà l’annuale mobilitazione contro Monsanto (March Against Monsanto), promossa da March Against MonsantoUna giornata di lotta in cui ci attendiamo che come nelle edizioni precedenti nelle maggiori città del mondo si formino dei cortei di protesta contro la multinazionale degli OGM e del glifosato. Uno di quei rari momenti in cui ci ricordiamo di esser tutti/e abitanti della Terra e non cittadini di singole città, un concetto che andrebbe alimentato, sostenuto e diffuso ogni singolo giorno.

Quest'anno la manifestazione sarà forse ancora più sentita dato che solo pochi mesi fa l’OMS, attraverso lo IARC, ha inserito il glifosato tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo. In seguito l’EFSA ha espresso un parere positivo nei confronti del glifosato ma la questione è ancora tutto da chiarire. In particolare per quanto riguarda Italia e Europa resta da comprendere se la Commissione Europea rinnoverà l’autorizzazione per la vendita e l’impiego degli erbicidi a base di glifosato in territorio UE per i prossimi 15 anni.

Abitanti di una Terra che non è di nessuno, che ci ospita insieme ad altre infinite specie animali e vegetali e che abbiamo il dovere di preservare e tutelare per garantire la libertà di tutti/e, iniziando da quella della Terra stessa.
Un pianeta che sta soffrendo, soffocato dai veleni diffusi dalle varie multinazionali, ma che ancora non abbiamo imparato ad ascoltare, nonostance da tempo ci stia inviando segnali di aiuto.
La giornata del 21 maggio è incentrata sulla denuncia dei crimini di multinazionali come Monsanto appunto, ma anche Bayer, Syngenta, Cargill, Basf e DuPont: “La compagnia dei veleni”. Quelle corporation che lavorano per ottenere il dominio sui terreni, il monopolio sui semi, mutando il concetto di sovranità alimentare in schiavitù alimentare.

La produzione di erbicidi a base di glifosato è una realtà che riguarda anche l’Italia. In occasione del 21 maggio ecco che l’attenzione si rivolge alla fabbrica Irca Service Spa di Foronovo San Giovanni, in provincia di Bergamo, dove si producono pesticidi e erbicidi a base di glifosato. Proprio il 21 maggio in provincia di Bergamo a partire dalle ore 15 si svolgerà, sotto forma di biciclettata, una Marcia Contro Monsanto in direzione di questa fabbrica. Più avanti il poster con maggiori informazioni.
Una giornata che non può rimanere un evento isolato, come ci insegna il popolo argentino che scende in piazza ogni mese per resistere contro Monsanto, ma diventare un momento per rilanciare nuove iniziative, dando continuità e intensità alla lotta.
Per questa ragione è stata ideata la #campagnaDDT (Detossificazione Della Terra), che partirà ufficialmente sabato 21 maggio con iniziative a Bologna e Bosco tre case (altre in via di definizione), e di cui vi riportiamo il comunicato/appello:
L’obiettivo primo cui le multinazionali agrochimiche stanno avidamente lavorando, con risultati sempre più evidenti, è quello di raggiungere il controllo della produzione agricola, su scala mondiale, attraverso il monopolio dei semi. Appropriandosi dei mezzi di produzione alimentare è facile stabilire il controllo sociale quindi le sorti delle popolazioni umane, animali e vegetali che abitano il pianeta. Dalla sovranità alla schiavitù alimentare. Tra tante (Bayer, Syngenta, Cargill, Du Pont, Basf etc) Monsanto è la più spietata, feroce e pericolosa: ex azienda farmaceutica ha reindirizzato i propri veleni chimici dalla sfera umana a quella contadina e da anni si rende protagonista e responsabile di gravissime devastazioni, innescate nei confronti di interi territori ed ecosistemi, agricoltura genuina, salute. Le sue pratiche più note sono: *Progettazione e diffusione di specie vegetali e animali geneticamente modificate funzionali alla vendita di pesticidi prodotti dalla stessa multinazionale; *Produzione di armi di distruzione di massa: DDT, Agente Arancio, Roundup (glifosato); *Inquinamento delle risorse idriche della Terra, della Terra stessa, dell’aria con il conseguente avvelenamento delle specie vegetali e animali che entrano in contatto con i pesticidi. *Brevetto di semi geneticamente modificati e tradizionali; *Corruzione ed infiltrazione negli ambienti politici e negli organi statali di controllo allo scopo di certificare bevande e alimenti immessi sul mercato; *Ricatti, minacce e omicidi commissionati nei confronti di chi, caduto nella trappola di sementi, pesticidi e monocolture geneticamente modificate, tenta di ribellarsi alla multinazionale, al seguito degli alti costi dei prodotti da essa commercializzati che hanno impoverito la fertilità dei terreni colpiti. Come i suoi attacchi, anche le azioni di contrasto e opposizione sono diffuse su scala mondiale e dal 2013 ogni anno confluiscono nella Marcia Mondiale Contro Monsanto (MAM: March Against Monsanto) che si schiera incondizionatamente contro pesticidi e agrochimica, Organismi Geneticamente Modificati (OGM) e manipolazioni delle linee germinali, Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e tutti i crimini delle lobby delle nocività. Le popolazioni che resistono attivamente a multinazionali come Monsanto & Co. stanno pagando con la vita la loro opposizione, come dimostrano i casi di Argentina, India, Messico, Nigeria. Altri paesi sono riusciti a chiudere la porta alle lobby dell’agro-distruzione, come accaduto in Sri Lanka, mentre molte altre nazioni, tra cui quelle europee e il Parlamento Europeo stesso, offrono terreno fertile all’operato delle sei grandi aziende del settore. Tra queste ultime anche l’Italia che, forte di una grossa disinformazione, scarsità di proteste e proposte da parte degli enti preposti, sta di fatto spingendo l’agricoltura italiana verso il coma farmacologico. Un ruolo importante in questo paese è giocato dall’efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare) che si è resa complice e partecipe di molti casi di collusione. Ultimi, in ordine cronologico, sono stati: *Il caso “Xylella Fastidiosa”, con focolaio a Gallipoli (Lecce) e che ha coinvolto a tappeto gli oliveti fino al brindisino. Il batterio, presente sul territorio da circa 20 anni, è stato infatti reso letale dalla sperimentazione illecita di pesticidi Monsanto e BASF che hanno abbassato le capacità di difesa immunitaria delle piante. Efsa ha redatto il proprio parere scientifico su dati parziali e incompleti; *Oscuramento dei dati reali sugli effetti cancerogeni già evidenziati da OMS e Iarc dovuti all’utilizzo del glifosato, molecola non selettiva contenuta nel diserbante di punta venduto e brevettato da Monsanto: il Roundup. Il fine è quello di rinnovarne l’autorizzazione di vendita e utilizzo per altri 7 anni, recentemente concessa dall’Unione Europea. L’efsa si presenta al pubblico con la pretesa di essere un’istituzione scientifica indipendente e “al di sopra delle parti” nelle sue valutazioni. Diversi membri del suo consiglio amministrativo, cosi come una buona parte degli scienziati che compongono le commissioni scientifiche, hanno collegamenti o interessi all’interno di aziende o associazioni lobbistiche dell’industria agroalimentare. Uno studio del 2013 ha messo in luce come 123 su 209 scienziati delle commissioni scientifiche (ovvero il 59%) avessero almeno una connessione con l’industria e, precisamente, con il settore industriale su cui l’efsa è chiamata ad esprimersi ed emettere pareri per la regolamentazione. Un esempio su tutti, nella commissione “Prodotti dietetici, alimentazione e allergie”, 17 dei 20 scienziati che la compongono hanno in totale 108 connessioni d’interesse con l’industria, gruppi lobbistici o organizzazioni finanziate dal mondo economico. Riteniamo dunque importante attivare azioni di protesta, informazione pulita e resistenza permanente, partendo con l’aderire alla chiamata del 21 maggio 2016, giornata mondiale dedicata alla March Against Monsanto. Lanciamo inoltre un appello a tutte le realtà già colpite, a quelle a rischio, o semplicemente consapevoli affinché possano essere organizzate diverse iniziative volte a far luce sui crimini condotti dalla compagnia dei veleni di cui fanno parte Monsanto, Bayer, Syngenta, Cargill, Basf e Du Pont.
march against monsanto

Tra le testimonianze più toccanti sui danni causati dalla coltivazione degli OGM e dall’utilizzo di pesticidi ed erbicidi pericolosi per la salute in agricoltura troviamo il reportage di Pablo Ernesto Piovano che mostra le condizioni disperate in cui vivono gli agricoltori e le loro famiglie in Argentina, dove gravi malattie e malformazioni in adulti e bambini sono purtroppo sempre più diffuse.

La campagna è aperta a sottoscrizioni di chi si rivede e condivide quanto espresso nel comunicato e di chi ha il desiderio di organizzare iniziative nella propria città, il 21 maggio e in seguito.
Per ulteriori informazioni e comunicazioni è possibile scrivere all’indirizzo mail ddt_campagna@inventati.org, e sul sito della campagna è possibile trovare una sezione dedicata al materiale appositamente ideato e a disposizione di tutti/e.
L’antidoto ai crimini condotti da queste multinazionali si chiama informazione pulita; facciamola circolare, ognuno/a di noi può diventare parte attiva di un cambiamento quanto mai urgente e necessario.
"Monsanto Fuori dalla Terra ! Per la detossificazione della Terra, per la liberazione animale e umana e in solidarietà con i popoli resistenti !"
Dedichiamo questa campagna alla memoria di Berta Caceres e di tutte quelle persone che dedicano la propria vita nella difesa della Terra.

In attesa della giornata del 21 maggio è sempre attiva la petizione per dire stop al glifosato e per fermare Monsanto.

Segui qui l'evento italiano della Marcia Contro Monsanto 2016.

domenica 20 dicembre 2015

La storia della case in paglia. La sostenibilità ambientale in un mondo più a misura d'uomo

Casa di paglia Nebraska

Voglio parlare delle case di paglia perchè mi è tornata in mente una trasmissione che vidi tempo fà, in provincia di Bolzano si vedeva una di queste che - 18° fuori e + 20° in casa e raccontava il padrone di casa, abbiamo la stufa praticamente solo per arredamento. 
In tema con gli altri argomenti trattati nel blog, viviamo in una truffa esagerata, lo stile di vita che ci vanno ad imporre se ci pensiamo bene arricchisce smisuratamente solo qualcuno, per tutti gli altri sono solo dolori comunque, tutta questa sfrenata produzione non è che ci porta ricchezza anzi, inquinamento, rifiuti, una vita frenetica piena di problemi indotti per .... pagare tasse, multe e balzelli vari. Cinquant'anni fà il discorso di Robert Francis Kennedy sul PIL anticipava i tempi e di molto infatti il risultato, fù assassinato come suo fratello.
Stò pensando, magari con un amico architetto e uno staff di fare un progetto fattibile, economico in modo che le persone possano avere la possibilità di costruirsene, farsene costruire una ottimizzando i costi, stò studiando la fattibilità ...
Per tornare all'argomento in questione la stragrande maggioranza dell'inquinamento è provocato dall’industria delle costruzioni e dal consumo energetico degli edifici, questa è solo una delle molteplici soluzioni che è possibile adottare per una vita più sana e umana ... la trovo anche affascinante.

Le prime case in balle di paglia furono costruite negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, in seguito all’invenzione della macchina imballatrice. I primi a sperimentare la tecnica furono i colonizzatori nell’America del nord, precisamente in Nebraska.



foto storica casa in paglia, Nebraska
Casa di paglia Nebraska
Le terre da conquistare erano caratterizzate da vallate molto estese che si adattavano molto bene alla coltivazione agricola ma di contro erano sprovviste di boschi, quindi scarseggiava il legname per la costruzione di case e utensili. Nell’attesa dell’arrivo del legname attraverso la rete ferroviaria, realizzarono come ricoveri temporanei invernali, case fatte con l’unico materiale in abbondanza: la paglia imballata, prodotto di scarto del frumento. Le balle di paglia venivano utilizzate come mattoni giganti legati l’uno all’altro per costituire i muri portanti delle case, sopra i quali venivano poi appoggiati direttamente i tetti. Questa tecnica, prende proprio il nome del luogo in cui venne inventata: “stile Nebraska”.

foto storica casa in paglia, Nebraska
Casa di paglia Nebraska
Ben presto i coloni scoprirono che queste case avevano vantaggi maggiori rispetto alle case tradizionali. Gli spessi muri in paglia mantenevano il calore interno durante i freddi inverni come anche il fresco durante le estati calde. Oltre tutto l’isolamento acustico era eccezionale e permetteva di non sentire all’interno della casa i forti venti soffiare esternamente. Decisero quindi, di continuare a costruire case stabili con la stessa tecnica, molte di esse sono ancora esistenti ed abitate. Intorno agli anni ‘40 del ventesimo secolo, a causa della forte espansione, del boom economico e dell’utilizzo del cemento, questa tecnica venne dimenticata. Negli anni ‘70 però, Judi Knox e Matts Myhrman, riscoprendo alcune di queste case, si convinsero della loro eccezionalità e cercarono di raffinare la tecnica per adeguarla alle esigenze moderne, passarono poi la loro conoscenza acquisita ad alcuni ambientalisti entusiasti. Tra gli “ambientalisti” e nel contesto della permacultura la tecnica si diffuse rapidamente e molte case furono costruite con questa tecnica. Le prime costruzioni in europa furono realizzate in Gran Bretagna nel 1994 e in Irlanda nel 1996. Barbara Jones ha importato queste tecniche nel Regno Unito, adattandole alle diverse esigenze climatico-ambientali locali (Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia, ecc.). Le tecniche utilizzate negli Stati Uniti e Canada prevedono tondini di acciaio per mantenere allineate le balle nei muri, rete elettrosaldata come porta intonaco, fondazioni in cemento armato, intonaci cementizi, ecc. Barbara Jones ha proposto la sostituzione del ferro con il legno, individuando il legname di nocciolo quale sostituto del metallo e proponendo l’utilizzo della calce in sostituzione del cemento, con intonaci a calce e in terra cruda dalle superiori proprietà di traspirazione rispetto agli intonaci cementizi. Secondo la Jones, anche l’aggiunta all’impasto di piccole quantità di cemento riduce drasticamente la traspirabilità dei muri, aumentando la possibilità di proliferazioni di muffe sulla pareti più umide, come quelle del bagno e della cucina. Attualmente si costruiscono circa 1000 edifici nuovi all’anno nel mondo. Si stanno fondando sempre più associazioni che studiano, sperimentano, condividono e realizzano case in paglia.

I fienili con la copertura in paglia
di frumento a Cima Rest di Magasa
A Magasa in Val Vestino in provincia di Brescia, vicino al lago di Garda, troviamo delle bellissime costruzioni chiamate i fienili di Cima Rest, sono dei fabbricati rurali ad una altitudine di 1300 m., i più antichi risalgono al 1600. Abitati tutto l'anno e suddivisi razionalmente secondo l'esigenza dei contadini, sono collocati al medio alpeggio e strutturati in modo da contenere in un solo edificio le funzioni fondamentali per la vita del malghese: al piano inferiore la stalla per il bestiame, l'abitazione per il contadino, a quello superiore il deposito per il foraggio e all’esterno la legnaia.

Un fienile
Ricerche storiche, iniziate nel secondo dopoguerra, datano questa tipologia di costruzione al VII secolo attribuendola alle tradizioni dei Goti o dei Longobardi. La copertura in origine era realizzata interamente in mannelli di paglia di frumento che, nella qualità “gentil ross”, dallo stelo lungo circa un metro e mezzo, elastico e resistente, veniva coltivato nella campagna circostante gli abitati di Magasa e Cadria. Caratteristico e curioso è il tetto a spiovente formato da circa 7500 fastelli di paglia di grano gentile, lunghi più di un metro, strettamente legati tra loro e disposti in modo da risultare idrorepellenti.

Interno tetto di paglia del fienile di un maso in Alto Adige

La paglia era per secoli il materiale più economico per fare un tetto. Si usa un tipo di segale speciale dal gambo lungo. I fasci di paglia erano legati alle travi con verghe di salice. Ogni anno bisognava rinnovare una parte del tetto per garantire che dopo dieci anni tutta la paglia fosse stata cambiata. Per questo tetto sono necessarie 8 tonnellate di paglia.
Le migliori case ecologiche senza debito



Perchè costruire con la paglia

Perchè una casa in paglia è una casa SANA e CONFORTEVOLE.

case in paglia nel mondo
Costruire con balle di paglia è probabilmente la migliore alternativa alle tecniche comuni per realizzare edifici biosostenibili.

Il futuro della bio-edilizia risiede in un materiale antico.

Che cosa si intende per sostenibilità nella realizzazione di un edificio? Con questo termine intendiamo una visione a trecentosessanta gradi che considera il rispetto dell’ambiente e la qualità degli spazi, ma anche la cura di chi poi andrà ad abitare quei luoghi. Quando si progetta e realizza un edificio è d’obbligo tenere conto di aspetti fondamentali come:
  • sostenibilità ambientale
  • sostenibilità economica
  • sostenibilità sociale
questi punti, sono la base di partenza che utilizza un bravo progettista e la tecnica delle balle di paglia agevolano notevolmente il loro compimento.

Costruire con le balle di paglia


Com'è fatta una casa in paglia
Tutti noi ricordiamo la storia “dei tre porcellini” e teniamo inconsciamente il ricordo di quella casa in paglia spazzata via dal soffio del lupo. L’immagine che spesso associamo è quella della capanna, riparo improvvisato, senza confort, forse tipica abitazione del terzo mondo in cui le risorse economiche sono pochissime. Lo scopo di questo sito è aiutare a non cadere in questi luoghi comuni e preconcetti che niente c'entrano con il campo delle costruzioni in paglia, o meglio, costruzioni in balle di paglia.
casa in paglia 
Di questo si tratta, balle di paglia, dalle eccezionali proprietà e innumerevoli vantaggi se applicati all’edilizia. Per dare una prima idea di questa tecnica costruttiva basta dire che le balle di paglia vengono utilizzate come mattoni giganti impilati uno sopra l’altro. Proprio come con i mattoni tradizionali, esistono due sistemi principali per utilizzarli nella costruzione di un edificio: usandoli come parte strutturale (muro portante) o solamente come elemento di chiusura degli spazi interni (muro di tamponamento). Le balle di paglia si prestano ottimamente per entrambi i casi. Un edificio con muri portanti in balle di paglia, è la tecnica più interessante, sicuramente la più semplice ed economica (ma che purtroppo attualmente in Italia non è più permessa dalla Normativa). Un edificio con struttura portante in legno e tamponamenti in balle di paglia invece è una tecnica permessa e che viene utilizzata, ha tempi di realizzazione comunque brevi, è più economica rispetto a quella tradizionale ed ha consumi energetici molto bassi. Per il resto una casa in balle di paglia è a tutti gli effetti uguale ad una casa tradizionale, fondazioni, impianti elettrici, gas e luce, infissi, porte e sicurezza.

casa in paglia - primacasa in paglia - dopo
palestra in paglia - primapalestra in paglia - dopo

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Costa meno una casa in paglia? 

Si.
Rispetto agli edifici "tradizionali" con pari requisiti termoigrometrici, utilizzando la tecnica delle balle di paglia si può risparmiare dal 50% al 75% sul costo delle murature. Il costo delle murature sull'intera costruzione incide però solo un 20% circa. Il risparmio totale quindi si aggira attorno ad un 10%-15%. Questo perchè una casa in paglia è a tutti gli effetti una casa normale e quindi con costi sui quali è difficile risparmiare: il progetto, rilievi topografici, l'indagine geologica, calcoli strutturali, permesso di costruire, gli oneri di urbanizzazione, le fondazioni, la struttura, il tetto, porte, finestre, impianti elettrici, luce, gas, le varie certificazioni, ecc...

Sostenibilità economica
Una fase della costruzione
di una casa di paglia
Premesso quindi che il risparmio sul costo di realizzazione è di un 10%-15%, il vero risparmio in denaro è da calcolare a lungo termine. Costruire una casa con questa tecnica significa avere un edificio energeticamente efficiente, in classe A, classe A+ o Gold, questo significa che i costi di riscaldamento si riducono notevolmente e addirittura azzerarsi. Con questa tecnica siamo in grado di realizzare case in grado di scaldarsi solamente con l'energia solare. Quant'è la vostra bolleta annua? con una casa in paglia, dimenticatela!

Quando parliamo di certificazione energetica ci riferiamo ai parametri "CasaClima".

classificazione casaclima
Le categorie CasaClima permettono di identificare il grado di consumo energetico di un edificio. Esistono CasaClima Oro, CasaClima A e CasaClima B.

Il consumo di energia più basso è garantito da una CasaClima Oro, che richiede 10 KiloWattora per metro quadro l’anno, il che si può garantire, in pratica, anche in assenza di un sistema di riscaldamento attivo. La CasaClima Oro è anche detta "casa da un litro", perché per ogni metro quadro necessità di un litro di gasolio o di un m³ di gas l’anno.

Le case con un consumo di calore inferiore ai 30 KiloWattora per metro quadro l’anno sono invece classificate come CasaClima A, la cosiddetta "casa da 3 litri", perché richiede 3 litri di gasolio o 3 m³ di gas per metro quadro l’anno.

CasaClima B è invece l’edificio che richiede meno di 50 KiloWattora per metro quadro l’anno. In questo caso si parla di "casa da 5 litri", in quanto il consumo energetico comporta l’uso di 5 litri di gasolio o 5 m³ di gas per metro quadro l’anno.

CasaClima Oro Fabbisogno energetico inferiore di 10 kWh/m²a / Casa da 1 litro
CasaClima A Fabbisogno energetico inferiore di 30 kWh/m²a / Casa da 3 litri
CasaClima B Fabbisogno energetico inferiore di 50 kWh/m²a/ Casa da 5 litri

L’isolamento della paglia è tale che può portare ad un abbattimento dei costi energetici del 75%. Se in oltre l’edificio è progettato con i principi dell’architettura bio-climatica, si può realizzare un opera che non necessita di riscaldamenti o condizionatori d’aria portando così ad un risparmio dell’ordine di una o più migliaia di euro ogni anno. Tutto questo, se unito ad una giusta utilizzazione di impianti di energia rinnovabile come pannelli solari, fotovoltaici, geotermia e mini-eolico porta ad un conveniente ammortamento della spesa iniziale, trasformando addirittura la propria casa, in una piccola centrale elettrica che producendo più energia di quello che necessità potendola cosi immetterla nella rete nazionale e far guadagnare il proprietario.


Case di paglia e sostenibilità dei materiali



Traspirabilità e comfort
Le pareti in balle di paglia sono sane e naturali quindi innocue per l’uomo perchè non emettono sostanze inquinanti e nocive come la formaldeide (tipico dei materiali "moderni") e non crea allergie come il fieno. Altra importante caratteristica della paglia la traspirabilità. Un muro in balle di paglia, intonacato esternamente con calce e internamente con terracruda diventa un regolatore naturale dell'umidità interna. Quando in casa c'è troppa umidità dovuta al vapore acqueo di docce, cucina ma anche degli stessi abitanti, il muro assorbe questa umidità in eccesso. Al contrario quando in casa l'aria è troppo secca, l'umidità precedentemente assorbita viene rilasciata. La casa, traspirando, fa si che non si formino condense e muffe nelle pareti a differenza di molte case tradizionali. Questo sistema naturale unito al grande isolamento termico e acustico di una casa in paglia da una grande sensazione di benessere e confort.

Biomattone di canapa e calce


Sostenibilità ambientale
Almeno il 40% dei gas serra nel mondo è causato dall’industria delle costruzioni e dal consumo energetico degli edifici. É fondamentale quindi realizzare edifici che abbiano un minor impatto ambientale possibile durante tutto il loro ciclo di vita.

Importante è quindi utilizzare materiali che non comportino spreco di risorse, grande produzione di CO2 e inquinamento durante la fase produttiva e che siano possibilmente a “Km zero”. I tempi di realizzazione devono essere ridotti. L’edificio una volta reso abitabile, deve garantire un bassissimo consumo energetico grazie ad un efficiente isolamento termico. Labitazione deve essere confortevole e sana. Ultimo ma non meno importante è l’aspetto di “fine vita” dell’edificio che deve essere il più possibile riciclabile o biodegradabile. Riprendiamo quindi questi punti e analizziamoli relativamente all’utilizzo delle balle di paglia:

Il materiale:
la paglia è un prodotto naturale, bio-ecologico, rinnovabile ogni anno, recuperabile come materia di scarto del frumento che durante la sua crescita assorbe CO2 e rilascia ossigeno grazie alla fotosintesi. Solitamente i suo surplus viene bruciato dai coltivatori o rimane per anni in depositi agricoli. Per essere utilizzato come materiale in edilizia non ha bisogno di nessun tipo di trattamento artificiale o naturale ed è molto probabile che possa essere recuperato in una zona vicina al luogo di costruzione, quindi è a “Km zero”.

La fase realizzativa:
la tecnica delle balle di paglia prevede un modo di operare in cantiere che si può definire “costruzione a secco” quindi con l’utilizzo di elementi prefabbricati, standardizzati e di rapido montaggio. Diversi sono gli esempi di edifici in paglia realizzati in pochissime settimane.

Bassi consumi energetici:
la paglia è probabilmente il miglior isolante termico a basso costo. In una balla di paglia il valore di trasmittanza lineare K è di 0,09 W/mK e pertanto la trasmittanza termica di una parete di spessore 45 cm (standard per le balle) assume un valore pari a 0, 13 W/m2K. Tale valore, facendo un rapido confronto con le normali stratigrafie di parete esterna, è due o tre volte più basso (cioè migliore)! Si tenga presente che la normativa italiana richiede una trasmittanza termica pari a 0, 35 W/m2K nelle aree più fredde (zone F).
In altre parole usare le balle di paglia danno la possibilità di realizzare facilmente e con poco denaro un edificio con certificazione energetica almeno in classe A.

Ambienti confortevoli e sani:
La paglia è anche un buonissimo isolante acustico, il grande spessore delle balle isola eccezionalmente gli ambienti interni regalando una sensazione di confort e protezione. Le case con pareti in paglia compressa raggiungono e superano i livelli e valori richiesti dalla legge riguardanti l’isolamento acustico con il valore di Rw richiesto che supera addirittura i 50 dB. Le pareti in balle di paglia sono sane, è un materiale edile naturale ed innocuo per l’uomo. La paglia non emette sostanze inquinanti e nocive ed è traspirante al vapore acqueo. Questo permette un ricambio d’aria naturale ed una equilibrata regolazione dell’umidità impedendo la creazione di condense e muffe. La sua massima resa la si ottiene accoppiando intonaci a base di argilla e pitture naturali. La paglia è una scelta sana come alternativa ai materiali moderni, artificiali e spesso nocivi come la formaldeide. Non crea allergie come il fieno. Una caratteristica unica delle case in paglia è la tranquillità, pia- cevolezza e pace che si prova al loro interno. Questo è dovuto dalla perfetta combinazione tra isolamento acustico e termico, qualità dell’aria e la percezione di una casa organica, naturale.

Il ciclo vita:
nella prospettiva che l’edificio venga smantellato finita la sua funzione, l'eventuale struttura in legno può essere smantellata e riutilizzata e le balle di paglia potranno essere anch'esse riutilizzate o direttamente compostate per tornare di nuovo nel ciclo naturale degli elementi.


Sostenibilità sociale
L’aspetto sociale dovrebbe essere un parametro fisso in qualsiasi intervento edilizio sia pubblico che privato. Un progetto architettonico e urbanistico è la ricerca di una soluzione che porti non solo alla qualità e funzionamento degli spazi pubblici e privati ma anche all’interazione e integrazione dei cittadini insediati.

Uno dei problemi principali delle nostre città e periferie è che i quartieri moderni hanno creato alienamento, dissociazione e apatia dei residenti verso il luogo in cui abitano. Questo perchè stiamo costruendo dei “non luoghi”, posti in cui i cittadini non ci si identificano. Un esempio costante di come si sta costruendo i nostri quartieri è la ripetizione in serie di case che non fanno per niente caso all’ambiente circostante, non interagiscono ne con i luoghi ne con i futuri proprietari. Cosa centrano in tutto questo le costruzioni in paglia? Un’aspetto molto importante di questa tecnica che l’ha resa famosa e in rapida espansione in molte parti del mondo è quello dell’autocostruzione. Una volta realizzate le fondazioni e necessariamente in Italia anche la struttura portante in legno da una impresa costruttrice specializzata, la realizzazione dei muri in balle di paglia può essere fatta direttamente dal committente e/o da una squadra di volontari. Le persone comuni vengono rese capaci di costruire. È una tecnica semplice, leggera e aperta alle donne, stimola la cooperazione, alla personalizzazione e alla creatività del “fai da te”, così chi partecipa diventa orgoglioso di quel particolare pezzo di città e ci si identifica maggiormente, scaturendo una serie di conseguenze positive nel rispetto dei luoghi e della società. (Il risparmio economico sul costo dell'edificio, se fatto in autocostruzione, può raggiungere il 50%.)


È solida una casa in paglia?
SI.
I muri di paglia sono molto solidi; le balle sono pressate e nella messa in opera le murature vengono ulteriormente compresse. Inoltre gli intonaci sono di spessore maggiore rispetto a quelli comunemente utilizzati nella muratura convenzionale.

Dal punto di vista strutturale gli edifici hanno tutti una struttura portante in legno, quindi non c'è alcuna differenza con una casa di tipo tradizionale. Effettivamente una casa in paglia essendo più leggera ed elastica reagisce meglio alle scosse di terremoto.

Case ecologiche di paglia


Quanto dura una casa in paglia ?
Una casa in balle di paglia può durare per secoli se ben progettata e ben costruita. La paglia è un materiale durevole se conservato all'asciutto e protetto, da un intonaco, ad esempio (si pensi ai cesti di paglia ritrovati nelle piramidi egizie o nelle tombe etrusche). Al momento le case più antiche e tuttora utilizzate in ottimo stato, risalgono alla seconda metà del 1800 (quando è nata la macchina imballatrice!); la più vecchia in Europa è del 1921 in Francia.

panoramica 1.jpg


Ho una casa tradizionale, posso isolarla con la paglia?

Si.
C'è da valutare la situazione ed il tipo di edificio, ma ci sono diverse possibilità:

un cappotto esterno con balle di paglia

cappotto in paglia
un cappotto interno

cappotto internocappotto interno
un termo-intonaco in terra cruda e paglia