Descrizione

In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

sabato 23 gennaio 2016

Stati Uniti a Stelle e Sbarre. L’orrore delle carceri americane

nuovo ordine mondiale - prigione

Allucinante, semplicemente allucinante ma conoscendo il sistema e la sua deriva, nulla di cui stupirsi. 
Anni fà sentii Mike Tyson intervistato a Sanremo affermare che "in America il sistema era strutturato per fare andare in carcere le persone", era cosa evidente, Lev Tolstoj scrive in Guerra e pace "Dove ci sono i tribunali, c’è ingiustizia" e che "l'individuo commette reati perchè la società non appaga i suoi bisogni", come al solito nel mondo al contrario in cui viviamo, in cui ci fanno vivere, la società fà di tutto per non appagare i bisogni dell'individuo che non siano quelli indotti, materialistici, inutili ed il risultato è poi evidente, giusto per stare in tema scrive anche "Per giudicare il grado di civiltà di uno Stato bisogna vedere le sue prigioni… dal di dentro."
Sempre di Paolo Bonolis ma al Senso della vita vidi l'€™intervista a Mario Flores, ex condannato a morte dell'Illinois, negli Stati Uniti, che ha trascorso 20 anni nel braccio della morte in attesa di essere giustiziato e solo in extremis è riuscito a dimostrare la propria innocenza ed a salvarsi, laureato in legge in carcere e poi deportato in Messico dopo liberato, che disse :
"Il carcere è il fallimento di una società e la pena di morte è la risposta della società ad una cosa che non è capace a risolvere"
la storia ed il tempo hanno provato e confermato che repressione e proibizionismo non funzionano assolutamente, ma quì stà il punto, non interessa nè trovare delle soluzioni nè il benessere delle persone, anzi la volontà è imprigionarci, schiavizzarci tutti, quanto segue come lo sono stati i regimi totalitari comunisti altro non sono che laboratori, esperimenti sociali con la stessa matrice ed origine, la storia è nuovamente chiara.
"Non è necessario essere avvocato o magistrato per sapere che la legalità e la giustizia sono lontani dall’essere sinonimi". Adolphe-Basile Routhier
Non bisogna farsi illusioni come per quasi tutto quello che succede negli States dopo si replica nel resto del mondo, stà a noi, solo a noi far si che non succeda ...   
"Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare". Albert Einstein
Quando capirete questo darà un enorme passo avanti :
Un’ingiustizia fatta all’individuo è una minaccia fatta a tutta la società. Montesquieu
Perchè oggi a me domani a te ...
Marco D'Eramo
Il Manifesto
9 maggio 2004

Sette milioni di prigionieri. Tanti sono negli Usa. Oltre due milioni nelle varie carceri federali, statali, distrettuali e minorili, gli altri in libertà condizionata. Situazione insostenibile anche economicamente.

Gli Stati uniti stanno forse per risolvere il problema della massima detenzione possibile. Il problema è il seguente: se il numero di cittadini che commette un crimine cresce indefinitamente, quale è la soglia oltre la quale la società non può più affrontare il costo di incarcerarli tutti? È chiaro che se metà della popolazione adulta assume droga, non puoi imprigionarla tutta, perché l'altra metà che sta fuori dalle sbarre non produce abbastanza reddito da mantenere la metà che sta dentro. E anche se i detenuti lavorassero forzatamente, i secondini sarebbero talmente tanti, e del tutto improduttivi dal punto di vista economico, che la società nel suo complesso andrebbe in rovina. Ora gli Stati uniti sembrano avvicinarsi alla soglia massima. Da quando è iniziata l'era reaganiana gli Usa hanno sperimentato una carcerizzazione senza precedenti della società e il numero dei detenuti si è più che quadruplicato. La popolazione carceraria statunitense si divide in tre categorie: 1) i detenuti nei penitenziari federali e statali (pen in gergo); 2) i reclusi nelle carceri locali (jails), che assommano in media alla metà dei detenuti nelle prigioni statali e federali; 3) i minorenni in riformatorio. Per ottenere il totale delle persone sorvegliate dal sistema giudiziario, a queste tre andrebbe aggiunta una quarta categoria: i cittadini in libertà condizionata, o su parola. E i totali fanno paura: nel 2002 erano dietro le sbarre più di 2,2 milioni di americani e la popolazione sotto controllo giudiziario degli Stati uniti era di quasi sette milioni di persone.

Peggio della Russia
Mentre per quarant'anni (1930-1970) i detenuti nelle prigioni federali e statali hanno sempre oscillato intorno ai 100 ogni 100.000 abitanti, nel 1990 erano diventati 311 ogni 100.000 abitanti e i dati del 2002 davano 480 reclusi ogni 100.000 abitanti. Ancora più impressionanti le cifre assolute: da meno di 200.000 prigionieri nel 1970 a un milione 361.000 nel 2002. A costoro bisogna aggiungere 666.000 detenuti nelle jails, i 111.000 rinchiusi nei carceri minorili, i 29.000 prigionieri in altri tipi di carceri (militari, per indiani, speciali), così che il totale dei reclusi alla fine del 2002 era di 2 milioni, 166.000 statunitensi. Ben 766 carcerati su 100.000 abitanti: a titolo di paragone, in Giappone nel 2000 vi erano solo 47 detenuti per 100.000 abitanti; in Norvegia 56; in Francia 80; in Italia 94; in Germania 97. Cioè negli Usa ci sono 16 volte più prigionieri che in Giappone e 8 volte più che in Italia. Solo la Russia del dopo guerra fredda ha cifre paragonabili: 730 detenuti ogni 100.000 abitanti. Se a costoro si aggiunge chi è in libertà condizionata o per buona condotta, negli Usa il totale dei sorvegliati superava i 4,3 milioni di persone nel 1990 e superava i 6,9 milioni alla fine del 2002. Cioè, a ogni momento, più di due persone (2,5) su cento negli Stati uniti sono prese nelle maglie della giustizia.
Ma queste cifre non dicono ancora tutto. Poiché la stragrande maggioranza dei detenuti è di sesso maschile, le persone sotto controllo giudiziario rappresentano il 5% dei maschi. Se si escludono i minori di 14 anni e gli anziani ultra 65-enni, questa percentuale sale al 7,6%. Cioè, un maschio adulto su 13 è sotto vigilanza giudiziaria in ogni e qualunque anno. La situazione è ancora più pazzesca se si considera la componente afro-americana. Poiché i neri costituiscono il 12,7% della popolazione statunitense, ma sono il 43,6% dei carcerati, a ogni momento, il 18,6% dei maschi neri è sotto sorveglianza giudiziaria. Se si considerano solo i maschi neri adulti, questo porta il totale al 27,5%: a ogni momento, più di un maschio nero adulto su 4 è sotto sorveglianza giudiziaria. Il che vuol dire che nel corso della sua vita un maschio nero ha più della metà di probabilità di finire in galera.

Quando in Sorvegliare e punire Michel Foucault parlava del «grande internamento», non aveva ancora visto gli Stati uniti all'inizio del terzo millennio. Uno studio condotto dall'Urban Institute rivela che il numero di prigioni e penitenziari federali e statali (escluse le jails) è passato da 61 prigioni nel 1923 a 592 nel 1974 a 1.023 nel 2000. Gli stati che hanno avuto il maggior boom edilizio carcerario sono stati quelli governati dai due Bush, il Texas e la Florida. Dal 1980 al 2000 il Texas ha costruito 120 nuove prigioni, circa 6 all'anno, con un aumento del 706%: adesso in Texas sono i funzione 137 prigioni. La Florida è seconda, avendo costruito 84 nuove prigioni.
Molte contee competono per ricevere una prigione e ottenere così i fondi federali per il loro funzionamento. Ma naturalmente questi fondi sono sottratti allo stato sociale, gettando così molte famiglie indigenti nella miseria e alimentando la spirale del crimine.


167 miliardi di dollari
E questo smisurato internamento costa. L'ufficio statistiche del ministero della giustizia ha appena divulgato i dati economici relativi al 2001: combattere il crimine è costato negli Usa 167 miliardi di dollari, 20 miliardi in più (13,6%) di due anni prima, il 1999, e il 350% in più di 19 anni prima (1982), quando la spesa era stata di 36 miliardi di dollari (la percentuale tiene conto della perdita del potere d'acquisto del dollaro a causa dell'inflazione). Di questi 167 miliardi, ecco le singole voci di spesa:

- polizia, 72 miliardi di dollari;
- prigioni e jails, 57 miliardi di dollari (erano 9,6 nel 1982);
- sistema giudiziario (tribunali): 38 miliardi di dollari.

Il sistema giudiziario dà lavoro a 2,3 milioni di persone, di cui 747.000 secondini, e rappresenta il 7% di tutte le spese statali, provinciali e comunali: quanto il sistema sanitario pubblico nel suo complesso. E inevitabilmente, più si spende per le prigioni, meno si spende per la salute, e questo porta al secondo grande fattore d'internamento: i malati mentali sono stati buttati per strada senza servizi alternativi e la prigione è diventata un sostituto dei manicomi che erano stati chiusi perché carcerari. Non esistono studi complessivi, ma ricerche dell'Human Rights Watch e della Correctional Association di New York sui detenuti nelle prigioni dello Stato di New York mostrano che il 45% dei prigionieri ha tentato il suicidio, più di un terzo si è automutilato e il 20% aveva in precedenza ricevuto trattamenti in ospedali psichiatrici.

Il dato più stupefacente della spesa carceraria è però che quest'esplosione del numero di detenuti non corrisponde a un significativo aumento né degli arresti né dei processi. Mentre i detenuti si sono più che triplicati (300%), gli arresti sono cresciuti solo dell'11,4% (passando da 12 milioni nel 1982 a 13,7 milioni nel 2001) e il numero dei casi discussi in tribunale è passato da 86 milioni nel 1984 a 92,8 milioni nel 2001 con una crescita solo del 7%.


La guerra alla droga
Significa che il grande internamento non corrisponde né a un aumento del crimine né a un maggiore controllo della polizia, ma solo a un insensato inasprimento delle pene. La grande responsabile della carcerazione è l'assurda guerra alla droga, responsabile di più della metà delle detenzioni, la prima di quelle tante guerre che non sono tali, ma finiscono per essere altrettanto distruttive. Questo è un paese in cui basta essere colti a fumare uno spinello per finire in galera, e in molti stati (California, ma non solo) basta essere colti tre volte a fumare uno spinello per essere condannati all'ergastolo: è la famosa legge dei three strikes: tre volte e sei dentro fino alla morte. Uno studio condotto lo scorso novembre dalla Little Hoover Commission ha concluso che il sistema di libertà su parola è costato allo stato di California 1,46 miliardi di dollari: le persone in libertà vigilata che sono state imprigionate di nuovo erano 2.995 nel 1980 e sono state 89.363 nel 2000. Cioè lo stato californiano spende un mare di soldi per liberare dei carcerati per poi incarcerarli di nuovo, spesso per infrazioni minime.

Il sistema è diventato così costoso che anche i politici più demagogici non sono più tanto irruenti nel chiedere l'inasprimento delle pene. Un articolo pubblicato nello scorso novembre dal New York Times racconta come nel 2003 25 dei 50 stati Usa hanno alleggerito le leggi detentive. Persino il repubblicano Norm Maleng, che era stato il procuratore generale di Seattle e che aveva promosso la legge che raddoppiava le sentenze per le condanne di droga, l'anno scorso ha contribuito a far approvare dallo stato di Washington (che era stato il primo a emanare la legge dei three strikes) nuove leggi che riducono le pene per i reati di droga, anticipano i termini della libertà condizionata, eliminano la sorveglianza della libertà vigilata per i detenuti rilasciati considerati a basso rischio.

Il Kansas ha approvato una nuova legge che raccomanda il trattamento terapeutico, invece della detenzione, per chi ha commesso per la prima volta reati di droga non violenti. In Michigan i condannati per droga non potevano ricevere sentenze minori di una pesantissima soglia minima che è stata abolita. Missouri e Wisconsin hanno emendato le leggi che eliminavano la possibilità per i detenuti di ottenere la libertà su parola prima di aver scontato quasi tutta la condanna. Il Missouri ha approvato una nuova legge che consente ai detenuti condannati per reati contro la povertà (furti, scippi..) di chiedere il rilascio dopo appena quattro mesi invece di scontare almeno un terzo della pena (da 4 a 7 anni). Il Colorado ha ridotto il numero di liberati su parola che vengono rispediti in prigione per infrazioni minori (saltare un test dell'urina, non rispettare un appuntamento con il sorvegliante). Persino l'Alabama, uno degli stati più repressivi, ha messo su una commissione per rivedere le proprie leggi draconiane.

Il problema è che con l'aumento del deficit pubblico voluto dall'amministrazione Bush e con l'astronomico aumento delle spese militari, a farne le spese sono tutti i servizi pubblici, scolastici, sanitari, sussidi alla povertà. La spirale della criminalità si alimenta così da sola. Una soluzione ragionevole al problema della massima detenzione sarebbe di dichiarare una tregua (o anche firmare una pace) nella guerra contro la droga e di spendere di più in welfare. Ma l'estrema destra americana preferisce un'altra soluzione: ricorrere sempre più alla pena di morte. Perché tenerli in carcere, dove costano, quando possiamo sbarazzarcene? Se poi con le loro salme l'industria dell'allevamento producesse farine animali per il bestiame, Jonathan Swift avrebbe la soddisfazione di vedere aggiornata e realizzata in modo industriale la sua fulminante Modesta proposta, la cui lettura è vivamente consigliata.

Questo film secondo me dà l'idea del sistema USA ...

Sbarre a stelle e strisce
Dossier sul Correctional Business in USA
di Ida Sconzo

Carcerati nel mondo
Nove milioni di persone nel mondo vivono in una dimensione parallela e invisibile: il carcere.
In Italia la popolazione carceraria conta circa 56mila individui contro 43mila posti letto. Il 47% non ha una condanna passata in giudicato.
Il 72%, al momento dell’arresto, era disoccupato. Un terzo dei detenuti è composto da cittadini stranieri. Negli ultimi vent’anni, il numero dei carcerati, in Italia, è cresciuto del 20%.
Nel resto del mondo la situazione non è diversa: negli ultimi dieci anni la popolazione carceraria è in continua crescita. In Spagna è aumentata del 50%. In Francia, soltanto nel 2002, è cresciuta del 14%, prigioni più affollate anche in Olanda, Belgio e Portogallo.

USA: primi in classifica
Il record di crescita spetta però agli Stati Uniti, con un incremento medio settimanale di 1.500 unità. Per ogni 100mila abitanti, circa 700 sono in carcere (due milioni di persone su 275 milioni di americani).
1.100 maschi americani, maggiorenni, su centomila, hanno vissuto l’esperienza carceraria. Se a questi sommiamo i condannati liberi sulla parola (circa 700mila) e quelli in stato di sorveglianza (più di tre milioni) avremo un totale di circa sei milioni di statunitensi sotto tutela penale.
Nel corso degli ultimi dieci anni la popolazione carceraria americana è raddoppiata. Nel 1999, in seguito all’applicazione del sistema “tolleranza zero” ideato dal sindaco Giuliani, (ribattezzato per questo “Amaro Giuliani”) era prigioniero in USA un quarto della popolazione carceraria mondiale.
Il 60% dei carcerati, all’ombra della Statua della Libertà, è composto da minoranze etniche, la più numerosa delle quali è quella afroamericana (50%). Statistiche del 1995 dicono che su 22 milioni di neri maggiorenni, 767mila erano in prigione, 999mila in libertà vigilata e 325 rilasciati sulla parola. Nel 1970, le donne detenute erano 5.600, nel 1997 erano 75mila, in maggioranza nere.
Negli States, (creatori ed esportatori di democrazia) un milione di persone sono detenute per possesso o spaccio di droga, ma il consumo di sostanze stupefacenti non tende a diminuire.
Nel 2001, oltre 5mila minori, tra i sette e i 17 anni, immigrati clandestini, orfani o abbandonati dai genitori, erano rinchiusi nelle prigioni americane. Almeno 500 bambini sotto i cinque anni, non adottabili perché privi di documenti, sono stati tenuti, per mesi e addirittura anni, negli asili nido delle carceri, in attesa che i burocrati decidessero del loro futuro.
Mentre per gli adulti lavoratori, le autorità, sotto la pressione delle aziende che hanno bisogno di forza lavoro, chiudono un’occhio, nei confronti dei minori la legge è inflessibile.

L’industria carceraria americana
Gli americani lo chiamano “Correctional Business” perché anche l’amministrazione della pena è ormai diventata un affare.
Il boom, del business carcerario in USA, è un fenomeno relativamente recente. Nel corso degli ultimi vent’anni, sono state costruite più di mille nuove prigioni e negli ultimi trent’anni, il numero dei detenuti e più che raddoppiato.
Lo sviluppo delle privatizzazioni ha favorito la nascita di una grande e articolata “industria delle carceri”. Negli States la spesa carceraria supera i 20 miliardi di dollari l’anno. Gli istituti di pena privati sono circa 160 sparsi in trenta Stati, coprono il 7% del mercato carcerario, crescono a un ritmo del 35% l’anno. Tra le cinque società che gestiscono il business, le due maggiori sono quotate in Borsa e dominano il mercato. La Correctional Corporation of America gestisce il 51% circa delle prigioni private mentre la Wackenhut Corrections Corporation ne gestisce il 22%.
La potente lobby, esercita forti pressioni su politici e magistrati, per impedire che nuove procedure e norme sulla libertà provvisoria, o nuovi finanziamenti alle prigioni pubbliche, interferiscano con i suoi interessi, incoraggiando, di fatto, l’incremento delle carcerazioni.
La privatizzazione ha favorito lo sviluppo di un sistema carcerario sempre più impersonale e automatizzato, con alti livelli di sorveglianza e conseguente riduzione del personale. La lobby non ha nessun interesse nei confronti dei programmi di riabilitazione per i detenuti e quindi non opera per ridurre le percentuali di recidiva.
Appaltatori, fornitori delle forze dell’ordine e sindacato delle guardie carcerarie, hanno fatto approvare una legge che inasprisce i tempi di detenzione: le celle non rimangono mai vuote.
In California il 20% dei programmi di reinseriemento sono stati tagliati. L’amministrazione Bush, nel 2004, spenderà 238 milioni di dollari per i programmi di reinserimento e 750 milioni andranno a potenziare le Federal Prison Industries. Le carceri-fabbrica da 111 diventeranno 120 per accogliere oltre duemila nuovi detenuti.
Il Correctional Business si muove su tre fronti: investimenti per progettare, costruire e gestire le carceri; creazione di nuovi posti di lavoro (nelle aree rurali gli amministratori locali cercano di ottenere un carcere sul proprio territorio per le opportunità di lavoro all’interno e nell’indotto di servizi); sfruttamento del lavoro dei detenuti. Le prigioni private vengono costruite, dalle multinazionali delle sbarre, in metà tempo, rispetto a quelle pubbliche.
Lo sfruttamento di forza lavoro nei luoghi di detenzione è diffuso anche in Russia e in Cina, mentre il business delle carceri private è presente, oltre che negli Stati Uniti, anche in Gran Bretagna e Australia. In Italia, il leghista Pagliarini ha proposto di affidare ai privati la gestione delle carceri.


La produzione dei detenuti
Il lavoro carcerario fu introdotto in USA nel 1934 dal presidente Franklin Delano Roosevelt, fondatore delle Federal Prison Industries. La società for-profit, gestita dal Dipartimento Prigioni di Washington, nel 2002 ha fatturato 678,7 milioni di dollari. Oltre il 60% dei beni e dei servizi prodotti sono destinati al Pentagono.
Circa 22mila detenuti, in 111 carceri, vengono utilizzati soprattutto per rifornire l’industria bellica. Già nel corso della seconda guerra mondiale, i carcerati produssero tende, paracaduti, aerei, bombe, da inviare al fronte europeo e sul Pacifico, per un valore di 75 milioni di dollari. I prigionieri hanno lavorato per il Pentagono anche durante la guerra del Vietnam, di Corea e del Golfo. Le Federal Prison Industries sono tra i maggiori fornitori dell’amministrazione statunitense (39mo posto).
Tremila “dipendenti” in 14 stabilimenti delle industrie penitenziarie, lavorano esclusivamente ai sistemi di comunicazione per le forze armate.
In Texas, a Beaumont, si producono tutti gli elmetti Kevlar utilizzati dai soldati americani. Dagli stabilimenti di Greenville, Illinois, escono ogni giorno mille magliette mimetiche. Nel 2002 il Pentagono ne ha acquistate quasi duecentomila.
Biancheria intima, materassi, pigiami, automobili, radio, magliette, cavi elettrici, scarpe, utilizzati dai militari americani vengono prodotti nelle carceri.
I “fortunati” prigionieri-operai, che vendono anche biglietti aerei, per conto di grandi compagnie, e confezionano jeans di marca (Levis), vengono retribuiti con un salario inferiore del 20% allo stipendio minimo dei colleghi “liberi”. Il Dipartimento Penitenziario ne trattiene l’80% per coprire le spese di vitto e alloggio.

L’indotto
Il giro d’affari che prospera intorno al business carcerario vale miliardi di dollari l’anno. Più di cento imprese specializzate operano esclusivamente nel campo dell’edilizia penitenziaria, ma l’indotto comprende, oltre ai costruttori di “prigioni Chiavi in mano”, anche fornitori di servizi per la gestione penitenziaria, produttori di bracciali elettronici, di armi speciali, di sistemi di controllo. Nell’industria del carcere il settore delle nuove tecnologie è quello che cresce più velocemente, per le alte tecnologie impiegate all’interno degli istituti di pena: la schedatura elettronica interessa ormai un terzo della popolazione maschile. Tecnologie di seconda generazione prevedono dispositivi in grado di controllare l’individuo 24 ore su 24, registrando il ritmo cardiaco, la pressione, la quantità di adrenalina e la presenza nel sangue di alcool o sostanze stupefacenti.
L’industria delle sbarre svolge paradossalmente anche un ruolo calmierante nei confronti dei tassi di disoccupazione, sottraendo al mercato del lavoro migliaia di persone, ma crea occupazione nel campo dei beni e dei servizi carcerari. È stato calcolato che negli ultimi dieci anni le carceri americane hanno contribuito a ridurre, di due punti, il tasso di disoccupazione “assorbendo le eccedenze”.
Chi entra nella vasta rete del sistema penale americano, spesso resta impigliato nelle maglie delle numerosissime agenzie e istituzioni, passando dall’una all’altra in un processo chiamato di “transcarcerazione”. La privatizzazione ha contribuito alla creazione di circoli viziosi, provocando, non soltanto, lo sviluppo delle carceri, ma anche l’aumento delle misure alternative e la nascita di nuove attività manageriali.

Le “epidemie da arresti”
La giornalista Megan Confort, su Le Monde Diplomatique, giugno 2003, annuncia la costruzione di 28 nuove prigioni in Francia, entro il 2007. “A questo ritmo sfrenato s’intende raggiungere il “modello” americano? – Si chiede la Confort - negli Stati Uniti si contano circa due milioni di detenuti... ma queste carcerazioni di massa pongono molti più problemi di quanti ne risolvano. Quando escono dal carcere – scrive Megan – i pregiudicati americani ricevono tra i due e i 200 dollari di “gate money” (buonuscita) per ricominciare, i loro vecchi vestiti e un biglietto per raggiungere la città in cui sono tenuti a stare. Ma molti di loro nella realtà escono dal carcere con un bagaglio diverso: dei 9 milioni di detenuti liberati nel 2002, più di 1.3 sono portatori del virus dell’epatite C, 137mila hanno contratto l’AIDS e 12mila hanno la tubercolosi. Queste cifre, fornite dalla Commissione nazionale per la salute in carcere, rappresentano rispettivamente il 29%, tra il 13 e il 17%, e il 35% del numero totale di americani colpiti da queste malattie. Da anni, i ricercatori nel campo della salute pubblica, lanciano l’allarme sulla “epidemia di arresti” che ha colpito il paese e si è trasformata in una incubatrice di massa delle malattie infettive negli istituti penitenziari.

Stelle e sbarre.
venerdì 20 settembre 2013

Ieri ho visto La 25ª ora, un film del 2002 diretto da Spike Lee e tratto dal romanzo omonimo scritto da David Benioff. È la storia di uno spacciatore di droga, bianco e bellino, istruito e intelligente, che grazie a una spiata viene arrestato con un chilo di roba. Gli viene chiesto di collaborare per incastrare il capo della gang, ma lui non ci sta e perciò subisce una condanna più severa: sette anni. Il film narra il suo ultimo giorno di libertà prima di partire, accompagnato dal padre, per il carcere. Il finale ovviamente non lo racconto. La cosa più interessante del film – a mio avviso – è l’idea che il regista offre allo spettatore della realtà carceraria, la sua abilità è di farlo senza mostrare un solo fotogramma delle prigioni, risultando comunque molto persuasivo. Tanto che i critici del film non contestano la sua ricostruzione.

Gli Stati Uniti hanno meno del 5 per cento della popolazione mondiale e un quarto dei detenuti di tutto il mondo. Al 31 dicembre 2011 i dati dell’US Bureau of Justice Statistics indicano in più di 2,3 milioni i detenuti tra prigioni locali (circa 735mila) e prigioni statali o federali (1.598.780). Poco meno di un detenuto ogni 100 abitanti (in Italia siamo a un detenuto ogni 1.000).


La popolazione ristretta nelle carceri locali è aumentata del 1,2 per cento, da 735.601 a metà anno 2011 a 744.524 a metà anno 2012. Nel complesso, i maschi rappresentavano l’87 per cento dei detenuti a metà anno 2012, tra questi i bianchi il 46 per cento, mentre i neri sono stati il 37 per cento e gli ispanici il 15 per cento. In totale nelle prigioni locali sono state ristrette circa 11,6 milioni persone nei 12 mesi terminanti a metà 2012. Nel 2008 erano stati complessivamente 13,6 milioni. Sono i dati ufficiali. Da segnalare che solo circa 4 arrestati su 10 sono stati poi condannati perché ritenuti colpevoli o trattenuti perché in attesa di giudizio.

A fine 2010 (questo il dato disponibile), “circa 7,1 milioni di persone, ovvero 1 adulto su 33, erano sotto il controllo delle autorità carcerarie per adulti negli Stati Uniti”. Testuale.

Nel 2010 (ultimi dati disponibili) il 53 per cento dei carcerati nelle prigioni federali scontavano la pena per reati di violenza, il 18 per cento per le violazioni della proprietà, il 17 per cento per reati di droga e 10 per cento per reati di ordine pubblico.

I dati ufficiali sugli stupri sono impressionanti, tenuto conto che le vittime intervistate sono ancora detenute in carcere e quindi hanno molte ragioni per essere reticenti: “Si stima che circa 60.500 detenuti (il 4,5% di tutti i detenuti nelle carceri statali e federali) ha dichiarato di aver subito uno o più episodi di violenza sessuale per opera di altri detenuti o personale carcerario”.


A fine 2011, nelle prigioni federali di 35 Stati e i detenuti in attesa di esecuzione erano 3.082, ossia 57 in meno che nel 2010. Contrariamente a quanto si può credere, il 55% erano bianchi e il 42% neri, il 14% (387 detenuti) ispanici. Nel 2012 in 9 Stati sono stati giustiziati 43 detenuti, lo stesso numero del 2011.
* * *
In ogni società il sistema penale non è qualcosa d’isolato, soggetto meramente alle sue leggi specifiche, ma è parte integrale dell’intero sistema sociale e partecipa delle sue aspirazioni come dei suoi limiti, ed è il riflesso sputato degli interessi che vi dominano. Pertanto è pacifico che la grande massa dei reati tende ad aumentare con l’aumentare delle difficoltà economiche, anche perché i ricchi, controllando la legislazione e il governo, si sono dotati di altri sistemi – prevalentemente “puliti” e legali – per rubare e usare violenza. Se la società non si trova nella condizione di poter garantire ai suoi membri un certo livello di sicurezza economica e un tenore di vita soddisfacente, la questione della criminalità diventa un problema irresolubile con la sola repressione e leggi penali più severe.

Non insisterò mai abbastanza su una questione per altri versi trattata in precedenti post, ossia che la conseguenza inevitabile di tale situazione è l’affermarsi di quelle dottrine pessimistiche, d’impronta naturalistica, secondo le quali l’agire umano dipenderebbe in modo determinate dal dato biologico e la sua natura corrotta potrà essere controllata e domata con misure che vanno dal lettino dello psicoanalista alla branda del carcere.

Pertanto, l’argomento secondo il quale l’aumento della criminalità sarebbe l’effetto di un’eccessiva indulgenza e che, viceversa, tale aumento potrebbe essere contenuto intensificando la severità delle pene, è smentito dalla situazione degli Stati Uniti d’America, laddove la repressione è molto forte e le pene severissime. Una pedagogia sociale di questo tipo è destinata al fallimento se non è accompagnata da soluzioni che vadano alla radice del problema, ma una simile soluzione si scontra con gli interessi della dittatura economica vigente, quindi di un establishment politico che non trovo azzardato definire d'impronta fascistoide.

Inoltre, negli Usa non esistono, almeno ufficialmente e fatto salvo il fenomeno terroristico, detenuti per motivi politici. Ciò induce molti a ritenere (la forza dei miti!) che sia dovuto al fatto che ci troviamo in presenza di un regime democratico e dove la libertà di pensiero è garantita. Manco per il cazzo, i detenuti per motivi politici negli Usa non esistono perché qualsiasi movimento politico antagonista – anche solo potenzialmente antagonista – è stato messo in condizioni di non nuocere o eliminato con altri sistemi.


Oltre Guantànamo. L’orrore delle carceri americane

di Michele Calzolari 
Il Guastatore

15 dicembre 2014

Il rapporto sulle torture sui sospetti di terrorismo da parte della Cia fa gridare alla perdita della superiorità morale degli Stati Uniti. Ma gli orrori del sistema penitenziario a stelle e strisce iniziano ben prima di Guantànamo


In seguito alla pubblicazione del rapporto del Senato Usa sugli abusi e le torture che la Cia ha perpetrato per anni nei confronti non dei terroristi islamici bensì dei sospettati di essere terroristi o fiancheggiatori (uno su cinque è risultato detenuto per errore o scambio di persona), ha dato il là, in seno all’informazione Usa, a una serie di articoli che riflettono sulla perdita della superiorità morale americana.


Ora, posto che l’Italia ha tutto da imparare in tema di commissioni di indagine e che l’autocritica delle istituzioni americane sia di per sé encomiabile, risulta piuttosto difficile capire quale superiorità morale sia stata persa. Per perdere qualcosa è necessario prima possederla e non ci sembra questo il caso.

Sarebbe fin troppo facile elencare qui le decine di conflitti che a partire dal secondo dopo guerra sono stati scatenati, direttamente e indirettamente dagli Stati Uniti, ma si finirebbe nel cul de sac della contrapposizione tra Capitalismo e Comunismo prima e tra Occidente e Islam poi.

Allora dato che siamo in argomento detenzione e diritti, diamo un’occhiata a che cosa succede nel sistema penitenziario negli Stati Uniti lasciando da parte Guantànamo e suoi terroristi veri e presunti.

Vale la pena ricordare come tutti gli osservatòri internazionali sui diritti umani e civili considerino il trattamento riservato a imputati e detenuti un indicatore fondamentale del grado civiltà di un paese.


Cinque neri su cento sono in prigione


Gli Stati Uniti hanno la più estesa popolazione carceraria del mondo e sono secondi per numeri di carcerati pro capite (dietro a Seychelles). Alla fine del 2011, secondo il Dipartimento di giustizia, lo 0.94% della popolazione adulta residente nel paese era dietro le sbarre, uno su cento. A questi circa 2.3 milioni di detenuti si devono a sommare i quasi cinque milioni di individui fuori sulla parola oppure in libertà vigilata. Il totale fa girare la testa: il 2.9% degli adulti residenti negli Usa nel 2011 era sotto vigilanza giudiziaria.

Questa incredibile statistica nasce soprattutto dalle politiche che a partire dagli anni Ottanta hanno riempito le carceri di persone colpevoli di crimini non violenti, tanto che poco più del 60% dell’intera popolazione carceraria è dentro per droga o reati legati all’immigrazione. Per reati di droga (crimini non violenti) negli Usa si può prendere l’ergastolo.

Il risultato sono galere sovraffollate che falliscono largamente nel compito di riabilitare il detenuto, come ha denunciato diverse volte nell’ultimo lustro Human Right Watch. Entro tre anni dalla scarcerazione il 67% degli ex detenuti torna a delinquere e il 52% torna in carcere.

Ma il peggio viene quando si analizza la composizione della popolazione stessa: il 40% dei detenuti sono afroamericani, un dato altissimo se consideriamo che solo il 13% della popolazione americana è di pelle scura e questo dato (al contrario di quello dei detenuti) comprende anche i neri ispanici. Nel 2006, sempre secondo il Dipartimento di giustizia, il 4.8% degli afroamericani residenti negli Usa era in prigione.

Comunque li si voglia leggere sono numeri che testimoniano una giustizia sociale ancora lungi a venire e il forte squilibrio tra le opportunità concesse alle diverse componenti etniche.

La pena morte non è l’unico orrore

Se avere la pelle scura non aiuta a fare strada nella società, pare aiutare ancora meno davanti al giudice, almeno stando alle continue notizie che giungono da oltreoceano e che hanno per protagonisti clamorosi errori giudiziari con vittime di colore.

Ultimo caso quello di Ricky Jackson e Wiley Bridgeman, rilasciati con tante scuse il 21 novembre scorso dopo 39 anni passati in gabbia per un omicidio mai commesso. Lo scorso marzo era stato il turno di Glenn Ford che di anni in cella ne aveva passati 30, per giunta in attesa dell’esecuzione capitale cui lo aveva erroneamente condannato una giuria tutta bianca nel 1984.

Già, la pena di morte. Sono al momento 150 i detenuti rilasciati perché innocenti dopo aver atteso per anni – 11.2 in media – il giorno in cui il boia li avrebbe ammazzati. 79 sono neri, ben più della metà.

Dal 1976 anno in cui la pena capitale è stata reintrodotta dopo una moratoria di quattro anni, sono stati uccisi 1.394 prigionieri e al momento oltre tremila sono in attesa di esecuzione nei 32 stati dell’unione che ancora la applicano. 32 sono anche volte che il boia ha premuto il bottone in questo 2014 (nel 2013 erano state 39). Il 34% dei giustiziati era afroamericano. Dalla ripresa delle esecuzioni lo strumento utilizzato è quasi sempre l’iniezione letale ma a 158 condannati è toccata la sedia elettrica, oggi unanimemente giudicata uno strumento di tortura.

Ma l’orrore non si limita al braccio della morte. Secondo Human Right Watch il 20% dei carcerati americani ha subito violenza sessuale dietro le sbarre e ricerche condotte nei primi anni Duemila riportavano che tra il 20 e il 40% dei detenuti fosse infetto dall’Epatite C a causa delle pessime condizioni igieniche. A tale proposito, sempre più stati stanno privatizzando i servizi sanitari per i carcerati con il risultato che le cure e la prevenzione sono di livello sempre più basso.


La tortura dell’isolamento perenne


Infine la pratica dell’isolamento. Ad ogni momento sono, secondo stime attendibili, 80mila i prigionieri tenuti in isolamento totale negli Stati Uniti: passano tra le 22 e le 24 nella propria cella e trascorrono anche le ore d’aria appositi cortili-gabbia sempre in rigorosa solitudine.

Nella famigerata prigione di Angola, in Louisiana, il nero Albert Woodfox è stato in questa condizione inumana per 42 anni (qua-ran-ta-due) e nonostante una psiche ormai deteriorata non ha mai smesso di protestare la propria innocenza in relazione all’omicidio per cui era stato condannato.

Amnesty International si è battuta per anni per la sua liberazione, e il mese scorso una corte d’appello ha sancito che deve essere liberato perché in effetti innocente. Il documento che lo ha riportato, almeno in teoria, alla condizione di essere umano dopo quasi mezzo secolo non ha potuto leggerlo da sé in quanto gli non gli avevano tolto gli schiavettoni nemmeno in tribunale .

Perché dalla teoria si passi alla pratica ci vuole ancora un passo non da poco, cioè che il governo della Lousiana accetti la sconfitta e lo liberi senza chiedere un ulteriore processo, cosa non scontata. Ad oggi Woodfox è ancora in galera.

Sicuri che tra l’America e la superiorità morale ci sia di mezzo solo Guantànamo?