Descrizione

In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

L’ ORDINAMENTO INTERNAZIONALE DEL SISTEMA MONETARIO PRINCIPI ED ORIENTAMENTI PER UNA RIFORMA DEL SISTEMA MONETARIO. Giacinto Auriti



 . . . Dire che uno stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri . . .”

Difficilmente si poteva esporre meglio la TRUFFA PLANETARIA, basta aver voglia di leggere e capire ...
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “ G. D’ ANNUNZIO “
Facoltà di Giurisprudenza

TERAMO

GIACINTO AURITI

L’ ORDINAMENTO INTERNAZIONALE
DEL SISTEMA MONETARIO.
PRINCIPI ED ORIENTAMENTI PER UNA RIFORMA DEL SISTEMA MONETARIO.

2° Edizione ampliata e aggiornata

MARINO SOLFANELLI EDITORE

La presente pubblicazione è stata fatta come parte del programma
di ricerca sulla riforma del sistema monetario internazionale
finanziato dal Ministeri della Pubblica Istruzione.

CAPITOLO I

ANALISI DELLE STRUTTURE MONETARIE INTERNAZIONALI

SOMMARIO: 1. Evoluzione e recenti sviluppi del sistema monetario internazionale. 2. Gli accordi di Bretton Woods. 3. Il Fondo Monetario Internazionale. 4. La crisi del sistema monetario internazionale. 5, Il Pool dell'oro. 6. La fine del regime di Bretton Woods e l'avvento del Dollar Standard. 7. I diritti speciali di prelievo. 8. Considerazioni critiche e comparative sui vari orientamenti di politica monetaria internazionale. 9. Rigidità e flessibilità dei cambi monetari. 10. Le Società multinazionali.
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CAPITOLO II

VALORE E STRUTTURA DELLA MONETA

SOMMARIO: 11. Precisazioni introduttive sul concetto di valore. - 12. Valore creditizio e valore (convenzionale) monetario. - 13. rilevanza della forma e della istituzionalità giuridica nella creazione del valore monetario. 14. Brevi cenni sulla evoluzione storica dei simboli monetari di costo nullo.

CAPITOLO III

PRINCIPI ED ORIENTAMENTI PER UNA RIFORMA DEL SISTEMA MONETARIO

SOMMARIO: 15. L'inutilità della riserva monetaria. 16. La rarità monetaria. 17. I recenti sviluppi della politica monetaria internazionale. 18. La funzione monetaria. Considerazioni critiche. La c. d. piramide rovesciata. 19. Il diritto tributario uniforme come strumento del sistema monetario internazionale. 20. La moneta pesante come strumento di politica monetaria. 21. Linee per una riforma del sistema monetario internazionale.

PREMESSA

L'indagine che ci siamo proposti, oltre a colmare una lacuna della dottrina di diritto internazionale, presenta la novità di una ricerca di scienza monetaria svolta da un giurista anziché da un economista. Al fine di prevenire l'accusa di superficialità o di invasione di un campo di indagine di altra disciplina, teniamo a precisare che non è
possibile spiegarsi la struttura, la funzione e l'essenza stessa, quindi, dello strumento monetario, senza muovere da considerazioni strettamente giuridiche.
Come è noto, le definizioni finora proposte della moneta sono riconducibili tutte alle due ipotesi di "valore creditizio " e "valore convenzionale". Poiché, sia il credito che la convenzione sono delle fattispecie giuridiche, è ovvio che sfugge al controllo scientifico dell'economista ogni possibilità di una analisi approfondita della fattispecie. Se a ciò si aggiunge che la moneta si manifesta in quella forma particolare per cui il simbolo viene considerato di "corso legale", ci si accorge che l'istituzionalità e la rilevanza giuridica che il simbolo monetario assume nei confronti della coscienza sociale fanno sì che il valore monetario si oggettivizzi come bene in virtù di un procedimento creativo che è esclusivamente giuridico.
E' solo in un secondo tempo che l'economista può prendere in considerazione questo bene e valutarlo come protagonista di grande rilievo nelle vicende economiche. Ove mai non accettasse come punto di partenza dell'indagine monetaria la fenomenica giuridica da cui la moneta trae origine, la sua indagine si manifesterebbe come puro fatto empirico perché, mancando in lui la consapevolezza dei principi, verrebbe meno la possibilità di elaborare procedimenti conoscitivi di dignità scientifica.
Il grande rilievo che assume la precisazione delle premesse giuridiche, l'analisi dei procedimenti e delle strutture che al momento creativo della moneta si accompagnano, saranno dimostrati in questa indagine. Non si meravigli il lettore delle novità «scandalose» che dovessero emergere da questa ricerca, perché, una volta evidenziata la rigorosa successione logica delle varie fasi in cui la dimostrazione dell'assunto si realizza, vichianamente convinti del principio del verum et bonum convertuntur, soggiungiamo anche oportet ut scandali eveniant.
Giacinto Auriti

CAPITOLO I

ANALISI DELLE STRUTTURE MONETARIE INTERNAZIONALI

SOMMARIO: 1. Evoluzione e recenti sviluppi del sistema monetario internazionale. 2. Gli accordi di Bretton Woods. 3. Il Fondo Monetario Internazionale. 4. La crisi del sistema monetario internazionale. 5, Il Pool dell'oro. 6. La fine del regime di Bretton
Woods e l'avvento del Dollar Standard. 7. I diritti speciali di prelievo. 8. Considerazioni critiche e comparative sui vari orientamenti di politica monetaria internazionale. 9. Rigidità e flessibilità dei cambi monetari. 10. Le Società multinazionali.

1) Evoluzione e recenti sviluppi del sistema monetario internazionale.

L'ordinamento internazionale del sistema monetario è certamente la parte più importante del diritto internazionale, perché tocca non solamente aspetti economici giuridicamente rilevanti per il diritto internazionale, ma considera anche categorie di interessi di tale rilievo, da non poter essere ignorati nella interpretazione delle stesse vicende storiche di ogni tempo.
L'indagine che ci siamo proposti sia pure a livello istituzionale colma una lacuna del tradizionale insegnamento del diritto internazionale. Merita infatti di essere posto nel giusto rilievo il fatto che nel sistema monetario si è andata realizzando una nuova forma di sovranità monetaria che non è solamente internazionale, ma anche - per molti aspetti soprannazionale.
Il regime monetario, che tradizionalmente si era retto sul rigido principio delle sovranità nazionali in una visione sostanzialmente isolazionistica, veniva infatti a modificarsi integralmente nel periodo successivo all'ultimo conflitto mondiale.
La modifica delle strutture economiche che, con le più avanzate tecnologie, venivano ad accelerare enormemente i procedimenti di produzione delle ricchezze, e l'imponente sviluppo dei traffici, che mettevano in contatto mondi diversi, mercati e contraenti di diverse nazionalità ed operanti in differenti aree monetarie, facevano avvertire l'esigenza di collegare in un unico sistema i flussi monetari che a questi fenomeni si accompagnavano.
Ciò significava soddisfare l'esigenza di stabilire parametri certi per la determinazione dei valori monetari, pur se espressi in differenti divise, e cioè stabilire un comune denominatore delle varie monete. L'oro, che aveva tradizionalmente svolto questa funzione, non era più sufficiente a soddisfare la sempre crescente necessità di liquidità monetaria. Si imponeva quindi la necessità di create un nuovo strumento capace di assolvere alla funzione di moneta
internazionale. Il conseguimento di questa finalità caratterizzava l'evoluzione del nuovo sistema monetario internazionale.

2) Gli accordi di Bretton Woods.

A partire dal periodo immediatamente successivo all’ultimo conflitto mondiale, si è verificato un sostanziale mutamento dei sistemi monetari tradizionali, in modo tale da renderli particolarmente rilevanti per il diritto internazionale, e tali da modificare gli equilibri politici ed economici dei mercati.
Questo nuovo sistema ha la sua origine negli accordi di Bretton Woods del 22 luglio 1944. I lavori di questa conferenza si basarono sui due progetti presentati rispettivamente da Harry WHITE, delegato degli U.S.A., e da John Mainard KEYNES, delegato inglese, pubblicati contemporaneamente il 6 aprile 1943. Poiché attorno a questi due progetti si mossero i lavori della conferenza e, come vedremo, gli argomenti e le intuizioni in essi contenuti trovarono ampia valorizzazione nei successivi sviluppi dell'ordinamento internazionale del sistema monetario, merita
fare qui un rapido cenno (1).
Il progetto WHITE sul quale fu basata la realizzazione del Fondo Monetario Internazionale prevedeva un cosiddetto fondo di stabilizzazione internazionale dell'entità non inferiore a 5 miliardi di dollari, costituito dai conferimenti in oro e divise dei paesi partecipanti.
A questo fondo avrebbero potuto attingere i paesi aderenti per soddisfare le loro esigenze di liquidità monetaria (2). A tal fine era prevista la costituzione di una unità monetaria denominata Unitas, che avrebbe avuto appunto come riserva questi valori. WHITE, infatti, considerava l'Unitas con un contenuto aureo di 137 e
1/7 grani (pari a 10 dollari del tempo) come moneta internazionale concepita alla stregua di una specie di titolo di credito rappresentativo dei valori posti a sua garanzia. In questo schema l'oro assumeva una posizione di tutto rilievo e ciò anche in considerazione del fatto che in quel periodo gli U.S.A. erano la nazione con le maggiori disponibilità auree. Secondo il piano WHITE i Paesi membri erano obbligati a cedere al Fondo, in cambio della rispettiva moneta nazionale, tutte le divise estere e l'oro che fossero venuti ad avere in eccesso rispetto ai quantitativi
posseduti all'atto della loro adesione al Fondo.
Il piano WHITE che nelle grandi linee poi fu accolto nella realizzazione del Fondo Monetario Internazionale funzionava come una Banca, in cui ogni Paese figurava come "correntista" utilizzando divise monetarie tradizionali (oro e rispettiva
moneta).
Il progetto presentava quindi dei limiti di incremento della massa monetaria che non poteva essere proporzionata al bisogno di moneta, cioè all'incremento dello sviluppo economico, ma alla quantità di riserva. Il progetto WHITE, che dava la
parvenza di una maggiore affidabilità, perché basato su una garanzia aurea, in effetti, non dava alcun serio affidamento che non vi sarebbero stati eccessi arbitrari nella emissione di moneta, come dovevano dimostrare i successivi sviluppi della politica monetaria. Anche il progetto KEYNES prevedeva la costituzione di una nuova unità monetaria internazionale da utilizzare come riserva: il Bancor, che si differenziava però da quella americana, perché non prevedeva la costituzione di un fondo di riserva come presupposto della sua emissione, in quanto concepiva il Bancor come moneta internazionale puramente convenzionale, riconosciuta nell'ambito di una unione valutaria fra Stati.
Per il piano KEYNES, la Clearing Union avrebbe dovuto funzionare come strumento per la trasformazione in Bancor dei saldi attivi dei paesi creditori.
Nel piano KEYNES, quindi, il Bancor veniva a costituire una nuova moneta da emettere sul presupposto di un saldo attivo a favore del Paese creditore.
Il Bancor avrebbe dovuto avere la qualità di unità di misura del valore, ma non quella di essere oggetto di valore. Noi sappiamo che questa è una ipotesi impossibile, in quanto non è concepibile una unità di misura senza la caratteristica corrispondente a quella dell'oggetto che deve misurare. Sarebbe come concepire
un chilogrammo che non avesse.la qualità del peso o un metro senza la qualità della lunghezza.
Coglie questo aspetto del problema il PALLADINO (3), che definisce l'ammontare dei Bancor spettante ad ogni paese creditore, come "limite delle quote teoriche che avrebbe funzionato come semplice remora per i Paesi debitori e come base di intervento per correggere eventuali squilibri patologici e strutturali".
Dunque il progetto KEYNES non si sarebbe concretato altro che nella limitazione della stessa sovranità monetaria dei paesi aderenti; ovverosia nel considerare il Bancor come parametro di valore cui commisurare gli incrementi monetari di ogni nazione.
I progetti WHITE e KEYNES, anche se avevano delle apparenti affinità, erano quindi strutturati su due concezioni e filosofie monetarie completamente antitetiche.
Entrambi i piani contemplavano tuttavia una istituzione internazionale: rispettivamente un "Fondo" per WHITE e una “International Clearing Union" per KEYNES, allo scopo di realizzare una comune disciplina valutaria e le necessarie
limitazioni alle politiche monetarie dei Paesi membri.
La impossibilità di fondere in un unico progetto le due soluzioni, derivò dal fatto che i fondamenti dei due piani muovevano su due concezioni antitetiche del valore monetario: per WHITE la moneta aveva valore creditizio ossia di titolo rappresentativo dei valori della riserva; per KEYNES la moneta aveva valore puramente convenzionale, cioè svincolato da qualunque forma di riserva, pur
costituendo essa stessa riserva per le varie banche centrali. Entrambi i progetti realizzavano poi degli scopi parziali, mentre presentavano dei difetti di grande rilievo per differenti aspetti.
I lavori della Conferenza di Bretton Woods si svolsero con la partecipazione delle 44 nazioni invitate dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano ROOSEVELT. La presidenza fu assunta dal Segretario del Tesoro Americano MORGENTHAU. Il Congresso giunse all’unanime condanna del regime monetario precedente
all'ultimo conflitto mondiale, mettendo in evidenza la necessità di eliminare la restrizione dei cambi e del commercio con l'estero, incoraggiando la cooperazione internazionale. Nel discorso conclusivo fatto da Lord KEYNES, veniva posto in evidenza che la conferenza dovesse considerarsi come l'inizio di una nuova
esperienza senza precedenti.
"Abbiamo compiuto qui a Bretton Woods qualcosa di più significativo di quanto è detto nell'atto finale".
Con queste parole di KEYNES si chiudevano dopo tre settimane, e precisamente il 22 luglio 1944, i lavori della Conferenza.

(1) Di particolare interesse rilevare che la Conferenza di Bretton Woods fu preceduta da una pre conferenza, alla quale parteciparono 15 Stati, che si tenne ad Atlantic City dal 23
al 30 giugno 1944. Oltre ad alcune questioni procedurali, in detta riunione preliminare furono affrontati aspetti di grande rilievo, quale il regime relativo alla flessibilità dei cambi.
(2) Le vendite di oro del Fondo agli Stati Uniti avrebbero permesso dì raccogliere dollari, che già da allora si prevedeva dovessero divenire la divisa più richiesta da utilizzare normalmente nelle transazioni internazionali. In questo progetto si veniva così
sostanzialmente a proporre il dollaro come moneta di riserva delle altre divise, in quanto ancorato ad una base aurea.
3) Giuseppe PALLADINO, “La recessione economica americana", p. 129, ed. Signorelli, Roma 1958.

3) Il Fondo Monetario Internazionale.

Gli accordi di Bretton Woods portarono alla costituzione dello strumento operativo per l'attuazione delle mete indicate dalla conferenza: il Fondo Monetario Internazionale. Le opinioni contrastanti su cui strutturare il Fondo Monetario rispecchiavano le formule antitetiche proposte rispettivamente da WHITE e da
KEYNES. Prevalse la tesi americana. Il Fondo monetario fu strutturato come una Società per Azioni, e l'accordo che istituiva il Fondo entrò in vigore il 17 dicembre 1946.
La partecipazione al capitale, rappresentato in quote versate da ogni paese, ed il cui ammontare era stabilito sulla base della potenza economica dei paesi aderenti, era anche la base per la distribuzione dei voti. La quota di ogni paese era composta per il 25 per cento da oro e per il 75 per cento da moneta nazionale. In cambio di tali conferimenti i paesi acquistavano la possibilità di ottenere Diritti di Prelievo, cioè potevano comperare moneta straniera, necessaria a saldare i propri debiti.
Scaduto il termine al quale il diritto di prelievo era sottoposto, il Paese che lo aveva utilizzato doveva riacquistare la propria moneta o con moneta di riserva, o con la moneta straniera che aveva precedentemente acquistato. Il limite massimo di utilizzo di diritti di prelievo non poteva superare il 200 per cento della quota di ogni
Paese aderente in moneta nazionale. Questo progetto salvaguardava una posizione di apparente equilibrio fra le varie Nazioni, in quanto il dollaro era sorretto da garanzia aurea. L’accoglimento del sistema americano portò ad una programmazione tale, per cui ci si avvide che la disponibilità di oro e di dollari (la cui emissione avrebbe dovuto essere limitata al rapporto di 35 dollari per ogni oncia troy di oro fino) non sarebbe stata sufficiente ad un adeguato incremento
della liquidità monetaria internazionale, in conformità di quelle finalità previste dall'art. 1 dello statuto del Fondo (4).
Nella strutturazione del Fondo monetario internazionale non venivano tenute in alcuna considerazione le monete di conto, cioè utilizzabili soltanto nella contabilità fra Stati (Unitas e Bancor), mentre diventava operante il principio, comune ad entrambi i progetti, di riconoscere all'oro la funzione di parametro di riferimento per consentire che gli Stati aderenti potessero pagare in oro i loro debiti. 

(4) L'Art. 1 dello Statuto del Fondo Monetario internazionale ne definisce lo scopo:
- promuovere la cooperazione monetaria internazionale attraverso un istituto che consenta la consultazione e la collaborazione sui problemi monetari internazionali;
- facilitare l'espansione e lo sviluppo equilibrato del commercio internazionale, contribuendo con questo mezzo alla promozione ed alla conservazione di, elevati livelli di occupazione e di reddito reale, ed allo sviluppo delle risorse produttive di tutti i Paesi
membri;
- promuovere la stabilità dei cambi, mantenere un corretto ordinamento dei cambi tra i Paesi membri, evitare svalutazioni competitive; eliminare restrizioni sui cambi che ostacolino lo sviluppo del commercio internazionale;
- mettere a disposizione dei Paesi membri le risorse del Fondo sotto opportune condizioni, per consentire loro di correggere gli squilibri delle loro bilance dei pagamenti, senza ricorrere a misure dannose della prosperità nazionale o internazionale;
- ridurre la durata e abbassare il livello dei disavanzi delle bilance dei pagamenti dei Paesi membri.

4) La crisi del sistema monetario internazionale

L'abbandono dello schema inglese con una moneta di riserva (Bancor) diversa da quelle nazionali metteva gli U.S.A. in una posizione di particolare privilegio. Gli accordi di Bretton Woods erano infatti concepiti in modo tale da essere impunemente violati, perché nessuna nazione era posta nelle condizioni di controllarne l’inadempimento, cioè di controllare se il Tesoro Americano avesse emesso dollari in misura maggiore di quanto consentito dalle disponibilità di riserve d'oro. Un tale controllo avrebbe infatti costituito un'ingerenza negli affari interni di un Paese straniero non ammissibile secondo i principi del diritto
internazionale. Questo fondamentale difetto del sistema di Bretton Woods non è altro, poi, che il difetto essenziale derivante dall'equivoco iniziale di concepire la moneta come titolo (di credito) rappresentativo del valore della riserva (aurea o non) e non già come titolo puramente convenzionale, quale effettivamente è.
Questa possibilità consentiva, infatti, agli U. S. A. la realizzazione di un disavanzo cronico della propria bilancia dei pagamenti. Ciò per l'ovvia ragione che, a differenza degli Stati membri, che erano costretti a prosciugare di moneta i propri mercati per restituire nei termini al Fondo Monetario i prestiti ottenuti, questo problema non si poneva per gli U.S.A., il cui deficit della bilancia dei pagamenti era soddisfatto con la massima facilità, dato che il Tesoro Americano, essendo il creatore della moneta, base del sistema, non aveva nessuna difficoltà a provvedersene. Questo fenomeno causò l’effetto di un notevole squilibrio sui mercati mondiali, prima di tutto perché, come veniva rimproverato principalmente dalla Francia, con questo sistema gli U.S.A. esportavano la loro inflazione; in secondo luogo la massa dei beni e servizi importati causava una notevole crisi nel sistema produttivo americano, perché questo mercato era predisposto all'importazione con il conseguente rallentamento dei propri procedimenti produttivi, disoccupazione, ristagno economico.
Se da una parte i più industrializzati dovevano fronteggiare la spinta inflazionistica, d'altro canto erano avvantaggiati da un notevole slancio produttivo, che veniva giustificato politicamente dalla opportunità di ricostruire le economie dissestate dalla guerra. (Famosa la frase del noto economista francese Jacques RUEFF, per cui gli U. S. A. tornavano a distribuire birilli per continuare a giocare).
In effetti il dollaro, andando ad invadere aree monetarie di altri paesi, veniva ad esautorarli nella parte più essenziale della sovranità politica, perché si arrogava molte prerogative della sovranità monetaria di tutti i paesi aderenti al Fondo Monetario. Il sistema del resto era strutturato in modo tale che non poteva prescindere dall'uso del dollaro come moneta internazionale. Dal 1959 al 1971 tutti i mercati mondiali furono così invasi da masse sempre crescenti di dollari.
Ha inizio a questo punto il fenomeno degli eurodollari che tecnicamente vengono definiti come dollari appartenenti a non residenti e che influiscono in modo non lieve a determinare squilibri monetari (abbondanza o rarità di moneta) con spostamenti causati da spinte speculative da un mercato all'altro.
Gli U.S.A. che, sulla base degli accordi di Bretton Woods e con l'istituzione del Fondo Monetario Internazionale, avrebbero potuto immettere sui mercati mondiali 10.000 milioni di dollari, avevano praticamente creato oro carta per 80.000 milioni di dollari. Se dunque gli U.S.A. da una parte violarono gli accordi monetari, ciò
avvenne con il tacito consenso della gran parte delle banche centrali del mondo occidentale, perché non è concepibile che masse così ingenti di dollari potessero essere immessi sui mercati mondiali in modo surrettizio.
L'antitesi che nacque fra gli Stati Uniti d'America e la Francia di DE GAULLE, particolarmente gelosa della propria sovranità monetaria, sfociò, come è noto, nella richiesta da parte francese di convertire in oro le masse di dollari esistenti sul proprio mercato. L'esempio francese fu seguito anche da altre banche europee, sicché per tener fede alla convertibilità nel rapporto di 35 dollari per oncia troy di
oro fino, gli Stati Uniti d'America dal 1958 al 1971 subirono una copiosa uscita di oro per un ammontare di circa 90.000 tonnellate. Il dollaro cominciò a indebolirsi e l'oro a riprendere quota.

5) Il Pool dell'oro.

La previsione della possibilità di un rapido defluire del valore monetario dalla carta all'oro, che ha sempre costituito una preoccupazione costante dei sistemi bancari, in quanto minaccia la stessa affidabilità e stabilità del sistema monetario internazionale (5), aveva indotto le banche centrali a costituire nel 1961, a Londra, il Pool dell'oro con lo scopo di contenere il prezzo del metallo entro i limiti dei 35 dollari per oncia troy.
Con questo accordo le banche compravano oro a prezzo alto per venderlo a prezzo basso, ciò per l'ovvia ragione che la perdita subita sulla differenza di valore tra il prezzo dell'oro acquistato ed il prezzo dell'oro venduto, veniva abbondantemente ricompensato dagli incrementi di valore conseguiti nelle quotazioni ufficiali delle
divise. Questo controllo del prezzo dell'oro dunque non è comprensibile se non si considera che il sistema bancario, avendo la possibilità di creare al costo nullo moneta nominale, e quindi avendo a disposizione senza limite e senza costo tutto il denaro di cui avesse necessità, veniva abbondantemente compensato della perdita subita nella compravendita di oro, perché, sottovalutando l'oro, lucrava sul corrispondente e contestuale aumento del potere d'acquisto della moneta carta.
La sovrabbondanza di dollari sul mercato causava però una tale massa di richieste per convertire dollari in oro, che nell'ultimo trimestre del 1967 le riserve dei paesi del mondo occidentale, impegnate a sostenere il dollaro per il rispetto dei patti di Bretton Woods, diminuirono di 1.400 milioni di dollari corrispondenti a circa 1.250 tonnellate di metallo ceduto al prezzo di 35 dollari per oncia troy. Il 15 marzo 1968 il mercato di Londra, incapace di tener fronte alla sempre crescente richiesta di oro dovette chiudere, così come il mercato di Zurigo. Quello di Parigi però, che aveva legato la propria politica monetaria all'oro, rimase aperto ed il prezzo salì
rapidamente dai 35 dollari ad oltre 44 dollari l'oncia. L'avvenimento fu di tale risonanza che i Governatori delle banche centrali, riunitisi dopo pochi giorni a Washington decisero di astenersi da ogni forma di intervento sul mercato dell'oro.
Nella comunicazione rilasciata dopo la riunione veniva testualmente dichiarato:
"Il governo americano continuerà ad acquistare e vendere oro all'attuale prezzo di 35 dollari per oncia nelle transazioni con le autorità monetarie…L'oro detenuto daorgani ufficiali dovrebbe essere utilizzato soltanto per effettuare trasferimenti tra le autorità monetarie".
Su questa premessa veniva costituito il doppio mercato dell'oro: uno riservato alle transazioni fra banche centrali, in cui la quotazione del metallo era mantenuta rigidamente al livello di 35 dollari per oncia, l'altro del libero mercato, in cui la quotazione era lasciata oscillare secondo le spinte della domanda e dell'offerta.
Va rilevato che in quel periodo la levitazione dei prezzi era anche causata dalle richieste particolarmente importanti avanzate dalle industrie spaziali ed elettroniche per la realizzazione di nuove tecniche costruttive. Il risultato fu l'accentuazione del divario dei prezzi dei due mercati. Questo episodio non poteva non causare importanti effetti anche sul sistema monetario, perché i Paesi debitori, cioè con bilancia di pagamento in disavanzo, erano sottoposti ad un sacrificio economico ulteriore a quello contabilmente definito, perché impossibilitati a pagare con oro a quotazione di libero mercato; senza dire che i Paesi con
consistenti riserve d'oro, fra cui l'Italia, vedevano limitata la loro potenzialità di creare nuova moneta, come invece avrebbero potuto se il prezzo della loro riserva aurea fosse stato quotato liberamente.
Con lo squilibrio che ne derivò sul sistema monetario venne meno il principio della stabilità dei cambi consacrato a Bretton Woods.

(5) Talché dal 1717, data della costituzione della Banca d'Inghilterra, la politica svalutativa dell'oro aveva dato luogo solo a poche rivalutazioni ufficiali per modeste percentuali, non
proporzionate certamente alle spinte inflazionistiche del mercato.

6) La fine del regime di Bretton Woods e l'avvento del Dollar Standard.

Le tensioni ed il disagio in cui si era venuto il trovare il tesoro americano dopo la palese impossibilità di rispettare i patti di Bretton Woods portò alla storica dichiarazione di Nixon del 15 agosto 1971 a Camp David, con cui veniva annunciata la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Data l'importanza di
questo avvenimento, sembra opportuno esporre qui gli aspetti salienti di questa nuova radicale modifica del sistema monetario internazionale.
L'economia americana era stata sottoposta a delle gravi sollecitazioni. La artificiosa sopravvalutazione del dollaro rispetto all'oro e quindi rispetto alle altre divise monetarie, aveva aperto delle gravi crisi sul mercato americano. Gli U.S.A. avevano pagato a caro prezzo in termini di crisi economica e freno dello sviluppo
produttivo l'affermazione del dollaro a livello mondiale come moneta di riserva.
Non è senza significato, infatti, che, contestualmente alla non convertibilità venivano annunciati da Nixon provvedimenti di protezione doganale del 10 per cento sul prezzo dei beni importati dagli Stati Uniti.
Le giustificazioni vere per cui gli U.S.A. giunsero a questo passo basavano sull'ovvia considerazione che, essendo stati emessi sui mercati internazionali i D.S.P. come moneta puramente convenzionale (6) - cioè concepita senza riserva aurea - non c'era nessun motivo che il dollaro continuasse a rispettare questo
vincolo di garanzia.
La teoria monetaria intuita da KEYNES nella progettazione del Bancor aveva trovato nei fatti la sua conferma storica. Ed ancor più questa intuizione doveva essere avvalorata dalle vicende che seguirono immediatamente la dichiarazione di Nixon. Sembrava in quei giorni che lo stesso sistema monetario occidentale dovesse crollare. Il fatto che il dollaro, all'apertura del mercato dei cambi, si
svalutasse di minime percentuali rispetto alle altre monete, è la prova che il valore monetario è puramente convenzionale, mentre invece se fosse stato vero il principio che la moneta era da considerare come fede di deposito di oro o di altre riserve, il dollaro avrebbe dovuto perdere del tutto il suo valore. Ciò significa, in
altri termini, che qualunque siano le alchimie ed i sofismi giuridico-politici con cui è giustificato il valore della moneta all’atto della sua emissione, rimane il fatto essenziale che la moneta trae valore dalla circostanza che sia accettata dalle collettività nazionali puramente e semplicemente come mezzo di pagamento e 
come unità di misura del valore dei beni reali. Gli U.S.A. avevano ottenuto per gradi il riconoscimento internazionale che la propria moneta, pur senza riserva fosse da considerare moneta di riserva. Era la trasformazione ufficiale dei Gold Exchange Standard in Dollar Standard.
Si ebbe nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione nixoniana una riunione straordinaria dei Ministri finanziari europei a Bruxelles, che dopo un vivace confronto di soluzioni, in particolare tra Francia e Germania, si concluse con la decisione che il corso del dollaro degli Stati Uniti si stabilisse liberamente in
certi paesi della comunità con il mercato libero dei cambi, mentre invece per altri si aveva la istituzione del doppio mercato. In quell'occasione le autorità monetarie italiane, con un comunicato del Ministero del Tesoro successivamente integrato da una dichiarazione dell'Ufficio Italiano dei Cambi, dichiaravano libera la lira di fluttuare nei confronti del dollaro.
Sulla stessa linea si muoveva anche il Fondo Monetario Internazionale che, tramite una dichiarazione resa da Pierre Paul Schweitzer, Direttore Generale del Fondo, inviata ai Ministri delle Finanze dei 118 Paese aderenti, metteva in guardia da soluzioni frammentarie che avrebbero pregiudicato seriamente i risultati conseguiti nel periodo successivo all’ultima guerra mondiale. Il significato implicito di questa dichiarazione era sostanzialmente quello di proporre la conservazione del dollaro come moneta di riserva. Del resto la sua abolizione avrebbe gravemente leso gli
interessi dei Paesi che avevano tesaurizzato masse imponenti di dollari, che una volta declassati dal rango di moneta di riserva, avrebbero perso gran parte del loro valore.
Significativa l'espressione usata nell’occasione da Paul Samuelson:
“Il problema da affrontare oggi è quello degli 80.000 milioni di dollari rimasti sullo stomaco delle Banche centrali”.
(6) Si veda più avanti il par. 7.

7) I diritti speciali di prelievo.

Gli squilibri monetari che avevano pregiudicato la stabilità del dollaro come moneta di riserva internazionale, inducevano le autorità monetarie a programmare un nuovo strumento di liquidità internazionale: i diritti speciali di prelievo.
L'istituzione di questa nuova moneta di riserva internazionale fu approvata dall'Assemblea dei governatori delle banche centrali dei Paesi aderenti al Fondo Monetario Internazionale, tenutasi dal 25 al 29 settembre 1967 a Rio De Janeiro.
Questa nuova moneta elaborata nelle sue caratteristiche in quattro anni di studio dal Club dei 10 (cioè il gruppo dei dieci Paesi più industrializzati fra cui l’Italia) veniva ad aggiungersi alle altre monete di riserva.
Il valore dei D.S.P. venne fissato sulla base di quello di 1 dollaro, cioè 1/35 di oncia troy di oro fino. Questo nuovo strumento monetario aveva circolazione limitata alle transazioni fra Stati o fra le loro banche centrali. Con l'istituzione dei diritti speciali di prelievo (che inizialmente funzionava come strumento dei depositi e delle aperture di credito per cambi), il F.M.I. diventava un istituto di emissione. Possiamo dire che trovava realizzazione così il progetto KEYNES, che aveva previsto la possibilità di creare il Bancor come moneta di riserva puramente convenzionale,
prescindendo dall'oro. Secondo il progetto, le quote di diritti speciali di prelievo assegnate ai Paesi membri erano proporzionate alle quote di partecipazione al Fondo Monetario Internazionale. Questa caratteristica fu criticata perché realizzava la conservazione di posizioni di privilegio a favore degli Stati economicamente più
forti e dava le possibilità di sviluppo dei paesi economicamente più deboli, che pur avrebbero potuto conseguire notevoli miglioramenti economici e produttivi a patto che avessero ottenuto la disponibilità dei necessari mezzi finanziari.
I diritti speciali di prelievo furono considerati con notevole favore da gran parte degli ambienti politici e finanziari, perché consentivano la costituzione di riserve monetarie senza dover dipendere dalla egemonia del dollaro, ma in effetti ebbero ben poco rilievo pratico perché giunsero a rappresentare appena il 3 per cento
delle riserve mondiali. Va tuttavia rilevato che i diritti speciali di prelievo sono entrati nella pratica delle transazioni internazionali anche per finalità differenti da quelle cui erano stati inizialmente destinati. Banche americane, svizzere, svedesi ed istituzioni pubbliche francesi hanno emesso titoli espressi in diritti speciali di
prelievo, o costituito depositi in D.S.P.. I pedaggi per il transito nel canale di Suez sono stati calcolati in D.S.P. e non più in sterline egiziane.
La possibilità della estensione del loro uso ha indotto il Fondo Monetario Internazionale a cambiare i criteri per la definizione del valore base dei D.S.P. ed è stato sostituito al riferimento tradizionale (1/35 di oncia di oro ovvero un dollaro) un cosiddetto paniere di 16 monete, a decorrere dal l° luglio 1974; per "paniere"
intendendosi la media ponderata delle divise monetarie. Le monete che partecipano del paniere sono quelle degli Stati le cui quote di esportazione di beni o servizi sono stati superiori all'1 per cento delle esportazioni mondiali valutate nel periodo 1968 72 (7). La predisposizione di questo strumento, che andava ad aggiungersi a quelli tradizionali (dollaro e oro) era giustificata dalla situazione di
disagio in cui gli U.S.A. si erano venuti a trovare per la impossibilità di emettere dollari nel rispetto dei patti di Bretton Woods.

(7) E cioè: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia, Giappone, Canada, Italia, Olanda, Belgio, Svezia, Australia, Danimarca, Norvegia, Spagna, Austria, Sud Africa.

8) Considerazioni critiche e comparative sui vari orientamenti di politica monetaria internazionale.

Possiamo dire - dopo l'abolizione del Gold Exchange Standard e l'instaurazione dei D.S.P. - che l'oro ha fatto il suo tempo e che è destinato ad essere relegato nel ruolo di semplice merce?
Non crediamo che questa tesi sia attendibile per i seguenti motivi.
L'oro ha le caratteristiche essenziali:

a) di costituire per consuetudine la veste di un valore monetario tradizionalmente riconosciuto in tutti gli Stati dei mondo;
b) di non poter essere producibile ad nutum principis ;
c) di non poter essere demonetizzabile arbitrariamente, perché il suo valore è convenzionalmente e tradizionalmente riconosciuto prima che dagli Stati, dalle stesse collettività nazionali;
d) di non porre problemi di cambio, essendo già accettato come moneta, se non da tutti, dalla gran parte degli Stati del mondo.
Del resto il tallone d'Achille dei D.S.P., così come regolato nel sistema monetario internazionale, sta nel fatto di essere attualmente considerato in un sistema monetario ibrido, in cui cioè il valore monetario è concepito in parte come valore convenzionale e in parte come valore creditizio. All'atto dell'emissione, infatti, il
D.S.P. prescinde dalla riserva monetaria, quindi ha valore convenzionale, mentre invece è destinato a costituire riserva monetaria delle varie divise nazionali, che assumono così valore creditizio rappresentativo delle riserve.
Nel caso quindi, tutt'altro che improbabile, che gradualmente i D.S.P. si affermino come moneta di riserva, viene da chiedersi se le banche centrali rispettino il limite di emissione della propria moneta nazionale in proporzione alle quantità di D.S.P. o di altra moneta di riserva in propria disponibilità.
Non si vede perché i vari Stati membri del F.M.I. non possano e non debbano seguire l'esempio eclatante dato al Mondo dagli Stati Uniti d'America, che hanno violato i limiti d’emissione convenuti a Bretton Woods non solo impunemente ma lucrando altresì il grosso risultato di imporre al Mondo il Dollar Standard.
Adottare il sistema keynesiano di sostituire all'oro D.S.P., non ne modifica la peculiarità fondamentale che un accordo di questo tipo possa essere impunemente violato perché l'emissione di divisa nazionale, essendo come abbiamo rilevato una prerogativa propria ed esclusiva di ogni stato, non ammette interferenze o controlli
esterni adeguati, senza pregiudizio alla stessa sovranità.
Questa è la ragione per cui, malgrado le raffinate teorie dei monetaristi e l'abolizione ufficiale dell'oro come riserva, questo metallo continua ad avere notevole prestigio nelle transazioni internazionali. Basti considerare ad esempio che i Paesi dell'OPEC (esportatori di petrolio) ne hanno ancorato il valore ad un rapporto di 20 barili di petrolio per oncia troy di oro fino. (Nel caso che l'oro fosse svalutato, ne deriverebbe un automatico riequilibrio, perché i Paesi acquirenti di petrolio avrebbero interesse a pagare in oro piuttosto che in dollari). A ciò aggiungasi che il valore dell'oro deriva anche dalla sua utilità specifica a soddisfare esigenze industriali di particolare rilievo, specie nelle nuove tecnologie
altamente sofisticate.
Per questi motivi l'economista francese Jacques RUEFF sostenuto, al tempo del governo De Gaulle, la necessità del ritorno al Gold Standard puro, proponendo la rivalutazione del prezzo dell'oro del cento per cento.
La vera grande modifica di fondo della sostituzione della moneta nominale alla moneta merce sta nel fatto che in questa la disponibilità del mezzo necessario all'emissione della moneta sta nelle mani di chiunque ce l'abbia, in una concezione orizzontale della funzione monetaria che rimane prerogativa del mercato, in quella invece la sovranità monetaria è retta su una concezione verticistica, perché è nelle mani della banca di emissione, la quale ha per legge la potestà, in regime di monopolio, di emettere moneta senza limite e senza costo, attribuendosene peraltro la proprietà a titolo esclusivo. La banca infatti emette la moneta prestandola e poiché prestare denaro è una prerogativa del proprietario, essa è per legge dichiarata proprietaria del denaro all'atto dell'emissione.
Si è realizzato così il basilare inconveniente dell'attuale sistema monetario, in cui chi crea i valori monetari sono i cittadini, mentre chi se ne appropria è il sistema bancario che si avvia ormai a conquistare tramite la sovranità monetaria una sovranità soprannazionale, per non dire mondiale.

Questo rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di tutti i popoli del mondo verso il sistema bancario senza contropartita.
Non bisogna dimenticare tuttavia che il gold standard ha i difetti non lievi di consentire l'emissione monetaria solo ai paesi che dispongono di oro e di determinare conseguentemente l'incremento di liquidità monetaria non in proporzione alle esigenze produttive e di mercato, ma alla quantità di metallo pregiato.
Col ritorno al gold standard si verificherebbe, quindi, una drastica spinta deflazionistica per rarità monetaria con gli inconvenienti ben maggiori di quelli del sistema a moneta nominale.
Questo significa che l'oro pur continuando ad avere il suo prestigio per le ragioni suddette nei rapporti internazionali fra banche centrali non potrà svolgere altro che una funzione ausiliaria e integrativa del sistema con moneta carta.
Per questi motivi occorre porsi l'arduo compito di proclamare una riforma dell'ordinamento internazionale del sistema monetario che abbia - per quanto possibile - i pregi dei sistemi tradizionali senza averne i difetti.

9) Rigidità e flessibilità dei cambi monetari.

Nell'ambito del sistema monetario internazionale, assume particolare importanza il regime dei cambi. Questo regime non può dare stabilità e certezza dei valori monetari costituenti oggetto delle transazioni internazionali, perché la moneta è una unità di misura oscillante nella entità del suo valore, ossia del suo potere d'acquisto, non solamente per iniziative degli organi monetari, ma anche per le più varie cause operanti sul mercato (produzione, consumo, offerta e domanda di merce o di denaro, prezzo dei petrolio ecc.), per cui non è facile a volte individuare le cause delle spinte inflazionistiche o deflazionistiche.
Basti pensare ad esempio che l'inflazione monetaria può esser causata non solo da abbondanza di moneta, ma anche da aumento della domanda dei beni reali. La domanda infatti causa l'aumento dei prezzi, che esprime quindi una spinta inflazionistica non controllabile dalle autorità monetarie.
Tre sono i sistemi di cambio tradizionalmente operanti:
a) libera convertibilità delle monete;
b) cambio fisso;
c) cambio flessibile entro limiti rigidi di oscillazione.
Ognuno di questi tre sistemi presenta pregi e difetti, di cui merita dare qui un rapido cenno. Per comprendere, sia pure nelle grandi linee questo fenomeno, occorre distinguere tra inflazione e deflazione, che sono fenomeni monetari interni, e sopravalutazione, e sottovalutazione, che sono fenomeni internazionali.
Data la impossibilità che le autorità monetarie controllino tutte le cause determinanti le spinte inflazionistiche o deflazionistiche, per dare stabilità ed affidamento alle previsioni del valore monetario per la determinazione dei prezzi nelle vendite internazionali (importazioni ed esportazioni) si è addivenuti ad accordi plurilaterali per contenere le oscillazioni dei cambi fra le varie monete entro limiti rigidi. Su questa linea opera il cosiddetto "serpente monetario europeo", che stabilisce un limite di oscillazione delle monete europee fra di loro all'interno del
serpente, ed all'esterno verso il dollaro statunitense. Questo strumento, se soddisfa le esigenze dei singoli operatori, in quanto dà una certa affidabilità sul mantenimento del rapporto di cambio, non è tuttavia privo di inconvenienti, perché l'esperienza ha dimostrato che si verificano fenomeni di sopravalutazione o sottovalutazione artificiosa delle monete con notevole pregiudizio dell'equilibrio
dei mercati sottoposti a regime di cambio fisso e semi rigido.
A titolo di esempio facciamo il caso che venga instaurato il cambio fisso tra lira e marco tedesco nel, rapporto di 400 a 1. Se al momento in cui il cambio fisso viene adottato, una unità di merce costa 400 lire in Italia ed 1 marco in Germania, per l'acquirente sarà indifferente acquistare l'unità di merce nell'una o nell'altra nazione. Se però, malgrado il mantenimento del cambio fisso le spinte
inflazionistiche interne sono di diversa entità, e se l'inflazione in Italia è del 50 per cento ed in Germania dello 0 per cento, avviene che la medesima unità di merce potrà essere acquistata in Italia al prezzo di 600 lire e in Germania sempre al medesimo prezzo di 1 marco. A questo punto l'operatore economico italiano avrà
interesse ad acquistare il detto prodotto in Germania, in quanto in virtù del cambio fisso sarà messo in condizione di ottenere 1 marco per 400 lire, pagando al vecchio prezzo il prodotto in Germania.
Questo esempio sta a significare che con il cambio fisso si determina la predisposizione del mercato con moneta sopravalutata (nel nostro esempio l'Italia) all'importazione, con il conseguente fermo produttivo e ristagno economico; mentre invece il mercato con moneta sottovalutata (nel nostro esempio la Germania) è predisposto all'incremento produttivo ed alla esportazione.
Queste considerazioni mettono in evidenza che la modifica dei rapporti di cambio monetari è tutt'altro che neutra nello scambio internazionale. E ci si spiega come strumenti monetari, che ad una visione unilaterale ed incompleta possono apparire idonei ad eliminare alcuni inconvenienti (ad esempio la instabilità dei cambi propri del libero mercato), presentano per altro verso altri inconvenienti di non minore rilievo di quelli che si erano voluti eliminare.
Per questi motivi la politica monetaria si è orientata su formule di compromesso fra lo schema della rigidità e quello della libera fluttuazione dei cambi, adottando lo schema semi rigido con limiti di oscillazione sufficientemente ampi da evitare fenomeni imponenti di artificiosa sopravalutazione o sottovalutazione monetaria.
,
10) Le società multinazionali.

Su queste premesse ci si può spiegare il fenomeno delle società multinazionali che si sono ormai affermate come protagoniste su tutti i mercati dei mondo.
Si tratta, come è noto, di società per azioni, o per meglio dire di gruppi di società anonime che operano contestualmente su differenti mercati in posizione di assoluta preminenza. Tanto è vero che il fenomeno si è imposto all'attenzione dei legislatori oltre che della dottrina e della giurisprudenza per tentare di arginare
l'enorme potenzialità di conquista dei mercati e di dirompente concorrenza.
La vera ragione della maggiore vitalità di questi gruppi di imprese sta nel fatto che, potendo operare su mercati di diversa nazionalità e sotto differenti sistemi monetari, sono in condizione di sfruttare le favorevoli congiunture monetarie: ad esempio incentivando la produzione e la esportazione, nei paesi con moneta sottovalutata, e disincentivando i procedimenti produttivi e promuovendo l'importazione, nei paesi con moneta sopravalutata.
Esse sono così strutturate da poter superare facilmente le crisi causate dalla inversione di scelta della politica monetaria e dei cambi, perché sono a loro volta nella possibilità di invertire le proprie scelte incentivando o fermando i procedimenti produttivi sui vari mercati.
La loro potenza economica è data dunque dal fatto che sulle loro vele soffia sempre il vento favorevole dei rapporti di cambio delle monete, cui va aggiunto il privilegio di una disponibilità praticamente illimitata di finanziamenti.
E' ovvio che ciò è possibile perché sono controllate dalle medesime società strumentalizzanti il sistema monetario. Come è stato giustamente detto, con le multinazionali le banche centrali operano in prima persona sul mercato avendo a disposizione senza costo e senza limi te tutto il denaro che vogliono. Ed è questo il vero motivo per cui nei loro confronti non è possibile alcun tentativo concorrenziale da parte delle normali imprese commerciali.
I tentativi finora proposti di arginare l'azione dirompente di questi giganti dell'economia sono rimasti inoperanti e circoscritti al semplice rango delle buone intenzioni, perché il vero problema non è tanto quello di codificare leggi anti-trust (8), quanto quello pregiudiziale di sottrarre il dominio della moneta al sistema
bancario.

(8) Vedi ad es. la legge anti trust americana ed il trattato CEE del 1956 artt. 85 90.

CAPITOLO II

VALORE E STRUTTURA DELLA MONETA

SOMMARIO: 11. Precisazioni introduttive sul concetto di valore. - 12. Valore creditizio e valore (convenzionale) monetario. - 13. rilevanza della forma e della istituzionalità giuridica nella creazione del valore monetario. 14. Brevi cenni sulla evoluzione storica dei simboli monetari di costo nullo.

11) Precisazioni introduttive sul concetto di valore.

La strutturazione di un equo sistema monetario internazionale è il presupposto indispensabile per la normalizzazione degli equilibri politici ed economici mondiali.
Poiché il tema, anche se di fondamentale importanza, costituisce un aspetto puramente tecnico della politica economica, va
preliminarmente chiarito che esso presuppone a monte un discorso che deve necessariamente toccare aspetti essenziali di razionalità, di etica e culturali, ché altrimenti lo strumento monetario impazzisce nelle mani di chi l'adopera e non è più uno strumento al servizio della collettività, ma viceversa una grave minaccia alle stesse libertà fondamentali dei popoli.
Quando dei termini strabilianti entrano nel linguaggio corrente, l'opinione pubblica perde la consapevolezza del loro significato e si adatta ad accettare come fatti normali anche episodi assolutamente straordinari. Infatti oggi l'opinione pubblica ha accettato, come fatto del tutto normale e ragionevole, l'istituzionalizzazione dei cosiddetto "oro carta".
Per realizzare una valutazione razionale ed obiettiva di questo fenomeno, occorre innanzi tutto precisare che al vertice bancario internazionale è stato possibile sostituire alla moneta merce il simbolo monetario di costo nullo perché ha compreso un fondamentale principio di filosofia del valore, e cioè che il valore non è mai una qualità della materia. il solido, il liquido, il peso, il volume ecc. sono qualità della materia, non il valore, perché esso consiste sempre in una previsione, ovverosia in un rapporto tra fasi di tempo, che è una dimensione dello spirito.
Così ad esempio possiamo dire che una, penna ha valore perché prevediamo lo scrivere. Quindi il valore è il rapporto tra il momento della previsione ed il momento previsto. Anche la, moneta ha valore perché ognuno è disposto a cambiare merce contro moneta perché prevede di poter dare a sua volta moneta contro merce.
Quindi la previsione del comportamento altrui come condizione del proprio, è la fonte del valore convenzionale monetario. Ciò posto, ci si rende conto che anche l'oro ha valore di moneta, non perché sia oro, ma perché ci si è messi d'accordo che lo abbia.
Quando si orienta l'attenzione della generalità sulla convertibilità della carta moneta in oro, in effetti si evidenzia come necessario un fatto che invece è del tutto inutile a conferire alla moneta il suo potere di acquisto. La vera ragione per cui si vuole conservare nella opinione pubblica l'illusione che la moneta sia una "fede di deposito" e spacciare quindi sotto forma di titolo di credito un valore convenzionale, sta nell'indurre l'uomo della strada nel falso convincimento che esista un limite obiettivo alla emissione della moneta nominale (in quanto commisurata alla quantità di riserva) e che l'emissione del simbolo monetario da parte della banca non possa essere gratuita - come invece è - perché sarebbe condizionata dalla disponibilità del bene reale "oro".
Con il pretesto della riserva oro si vuole sostanzialmente conservare nell'opinione generale il riflesso condizionato causato dalle vecchie culture basate sull'uso secolare delle monete merci, ossia su una concezione materialistica del valore. In tal modo, con l'emissione di carta moneta strutturata come falsa cambiale o falsa fede di deposito, si induce la collettività a dare merce, che ha un costo, contro oro carta, che costo non ha.

12) Valore creditizio e valore (convenzionale) monetario.

Questa strategia di dominazione dei mercati si è basata dunque sulla confusione, deliberatamente preordinata, tra i due concetti di valore creditizio e di valore convenzionale. Mentre per valore creditizio si intende quello relativo alla prestazione oggetto dei credito, per valore convenzionale, invece, deve intendersi un valore che è causato dalla stessa convenzione.
Per chiarire questa differenza è utile portare un esempio: se si instaurano due atti di donazione reciproci fra due persone, si ha ex post un risultato identico a quello di un contratto di permuta. Ed è evidente che se due persone, invece di fare due atti di donazione, fanno un contratto, vuol dire che vi è un incentivo specifico e che
quindi nel contratto risiede una utilità diversa e superiore a quella della prestazione e della controprestazione. Questo valore convenzionale è causato dalla previsione del comportamento altrui come condizione del proprio. Così avviene per la moneta, il cui valore è determinato dal semplice fatto che ognuno è disposto a dare moneta contro merce, in previsione di poter dare a sua volta merce contro moneta. I valori monetari esplodono così, mediante una pura attività mentale dei componenti le collettività nazionali che realizzano, con la convenzione monetaria, il valore della
moneta.
Spacciando sotto forma di titolo di credito il valore convenzionale, il sistema bancario conseguiva lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali prodotti dalla collettività. Esso infatti, approfittando della circostanza che la emissione dei titoli di credito è prerogativa del debitore, apparendo come debitore nella dichiarazione cartolare, ed arrogandosi il diritto di emettere il titolo, acquistava la proprietà della moneta. Con questo sistema la banca riusciva a trasformare un
debito apparente in un arricchimento sostanziale. Per esempio, il tenore documentale della banconota "Lire mille pagabili a vista al portatore", starebbe a significare solo teoricamente che, esibendosi questo documento alla banca, essa dovrebbe essere tenuta a corrispondere l'equivalente merce oro. E poiché, per legge, la banca non può convertire in oro i titoli monetari, essa è autorizzata ad
emettere questa cambiale, che è una falsa cambiale, perché senza scadenza esenza responsabilità, e quindi con la garanzia di non pagarla.
La banca così trasforma un proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale, mediante un macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza forse perché troppo evidente, e che le consente di appropriarsi di un valore che non ha nulla a che vedere col credito. Mentre il credito si estingue con il pagamento, la moneta continua a circolare dopo ogni transazione indefinitivamente. Ed essendo, oltre tutto, la moneta il mezzo per soddisfare ed estinguere il credito, non può avere essa stessa valore creditizio, anche se a volte il credito viene usato come surrogato della moneta (ad esempio la cambiale usata come mezzo di pagamento). E' questa la prova che la moneta, anche se circola
normalmente sotto la veste di titolo di credito, incorpora un valore puramente convenzionale. La categoria dei valori convenzionali ancora oggi è quasi del tutto ignorata dalla scienza economica e dal sistema legislativo, tanto è vero che non esiste ancora un valido regime giuridico della funzione monetaria.
Secondo le teorie tradizionali, quando si parla del valore, erroneamente si intende per lo più per tale il valore costo, come incorporazione dei costo nel prodotto.
E' storicamente provato che ogni qual volta è invalso l'uso di considerare una merce come simbolo monetario, il suo valore è aumentato notevolmente. Poiché infatti il valore di un bene è commisurato alla sua utilità, quando una determinata
merce, oltre a soddisfare l'esigenza cui è naturalmente destinata, soddisfa anche quella di essere misura del valore per lo scambio, ovviamente aumenta di valore perché aumenta di utilità. Ciò avvenne ad esempio all'inizio della storia coloniale americana negli Stati del nord per il granoturco e le pelli di castoro, e negli Stati del
sud per il tabacco e il riso, quando queste merci furono considerate come moneta. La moneta assume valore per il semplice fatto che è l'unità di misura del valore dei beni. Ogni unità di misura ha, infatti, la qualità corrispondente a ciò che deve misurare. Come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, come il chilogrammo ha la qualità del peso perché misura il peso, così la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore. Ed il valore della moneta è convenzionale, oltretutto, perché ogni unità di misura è convenzionalmente stabilita. Acquistare consapevolezza di questa verità significa scoprire l'enorme potenzialità di valore della nostra attività mentale di gruppo, tanto è vero che il valore monetario sussiste anche quando il simbolo monetario è di costo nullo e carente di qualsiasi forma di riserva, come oggi avviene per il dollaro e i diritti speciali di prelievo.
Che la moneta avesse la duplice caratteristica di essere l'unità di misura del valore dei beni e di incorporate quindi il valore della stessa unità di misura, era chiaramente affermato da Ezra Pound (9):
"La moneta non è uno strumento semplice come un vanga. Contiene due elementi: quello che misura i prezzi sul mercato e quello che dà il potere di comprare la merce”.
Da ciò deriva che la funzione monetaria causa una duplicazione dei valori e raddoppia quantomeno la ricchezza dei popoli che la adottano, perché la somma delle unità di misura (monete) esprime una quantità di valore corrispondente a quello di tutti i beni reali
misurati o misurabili nel valore. E' tempo che l'opinione pubblica si renda conto che chi crea il valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. La mancanza di questa consapevolezza, fa sì che ad appropriarsi del valore monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario internazionale, in virtù del monopolio culturale della categoria dei valori convenzionali.

(9) Ezra Pound, Lavoro ed usura. All'insegna del paese d'oro. Scheiwiller, Milano 1972, pag. 19.

13) Rilevanza della forma e della istituzionalità giuridica nella creazione del valore monetario.

Occorre precisare quali caratteristiche tecniche ed economiche assuma il procedimento di emissione nella creazione del valore monetario, ed in particolare l'enorme rilevanza della istituzionalità giuridica (cosiddetto corso legale) e la conseguente manifestazione formale mediante il simbolo monetario di costo nullo.
E' la manifestazione formale del simbolo che, una volta recepita dalla collettività, ne determina la tipica rilevanza giuridica per la coscienza sociale. E' questa che crea il valore monetario convenzionale, sicché nel momento stesso in cui si è incorporato nel simbolo il valore convenzionale, si obiettivizza in un nuovo bene: la
moneta.
Questo bene ha dunque le caratteristiche di essere: 
a) immateriale,b) collettivo,c) di avere un valore condizionato:
a) immateriale perché la strumentalità risiede non nell’elemento materiale del simbolo (la cui funzione consiste nel manifestare il bene, individuarlo come oggetto di diritto, attribuirne la titolarità al portatore del documento) ma nella convenzione monetaria. A conferma di ciò sta il fatto che, se si dichiara una moneta fuori corso, essa, pur senza perdere la sua integrità fisica, perde il suo
valore.
Ciò avviene perché il simbolo ha perso la sua rilevanza giuridica. In breve, perché è venuta meno la convenzione sociale che attribuiva al simbolo il tipico valore convenzionale monetario.
La rilevanza giuridica è la tipica convenzione che rende attualmente utile ogni modo di essere degli strumenti giuridici.
Merita ricordare a questo punto la magistrale definizione di Pedio: "Conventionis nomen generale est omnia pertinens quod faciunt qui inter se agunt" (10).
Da queste ovvie considerazioni emerge la assoluta inattendibilità delle teorie che capziosamente ed interessatamente pretendono di qualificare la moneta come merce, cioè come bene materiale. Queste teorie sono di solito sostenute per difendere il monopolio culturale delle scienze monetarie, dirottando la cultura di massa sui falsi binari della concezione materialistica del valore.
La merce è stata da sempre la forma o manifestazione esteriore del valore monetario e solo entro questi limiti è accettabile la sua strumentalità o il suo valore che dir si voglia.
Anche l'oro ha valore di moneta non perché sia oro, ma perché ci si è messi d'accordo che lo abbia. Tanto è vero ciò, che si usa ormai normalmente la carta per espletare la funzione tradizionalmente assunta dall'oro e nessuno si scandalizza se si usa correntemente oro carta, cioè moneta formalmente manifestata mediante un simbolo di costo nullo.
Quando si distinguono i beni materiali da quelli immateriali in base alla considerazione che i primi sarebbero percepiti mediante i sensi (qui tangi possunt) ed i secondi mediante l'intelletto, non si comprende il punto essenziale della funzione della forma.
Anche i beni immateriali si manifestano infatti mediante un mezzo sensibile: ad esempio carta ed inchiostro nel diritto d'autore o nel disegno del brevetto o dell'opera dell'ingegno.
Non è dunque questo il criterio distintivo tra le due categorie di beni. La verità è invece che i beni materiali si distinguono dai beni immateriali, perché in quelli la strumentalità risiede nella materia, in questi invece risiede in una realtà spirituale.
Il valore che è elemento comune a tutti i beni - sia quelli materiali che quelli immateriali - consiste sempre in una realtà spirituale, cioè - come abbiamo detto - in una previsione, che è una dimensione dello spirito perché è un modo di essere del tempo.
Così come non è concepibile la vita senza tempo, non è concepibile valore senza vita, tanto è vero che non esiste ricchezza in un mondo dì motti. E' dunque la nostra esperienza vivente che ci rende consapevoli di questa verità.
Se la moneta fosse puramente e semplicemente merce, cioè materia, essa sarebbe concepibile anche in un mondo senza vita. Per reductio ad absurdum, dunque, questa tesi è da respingere.
b) collettivo in quanto ha la caratteristica di essere ad un tempo unità di misura convenzionale del valore dei beni e valore della stessa misura che diventa pertanto oggetto di scambio.
E' la collettività stessa che accettando la moneta come unità di misura e mezzo di pagamento ne crea e conserva il valore, sicché la moneta non sarebbe concepibile se non nell'ambito di una collettività che ne usa. Questa caratteristica assume importanza di grande rilievo nell'ordinamento internazionale del sistema monetario, perché quando di questa convenzione monetaria partecipano differenti Stati, nasce un interesse comune alla stabilità ed alla difesa dei valori monetari che costituisce un incentivo alla pacifica coesistenza ed al coordinamento dei sistemi economici.
c) di aver un valore condizionato dalla esistenza di beni da misurare nel valore.
Questa condizione è comune a qualsiasi unità di misura. Ed è questa una precisazione fondamentale per evitare l'equivoco di ritenere la moneta "rappresentativa" del valore dei beni esistenti sul mercato quasi fosse una specie di titolo di credito o fede di deposito.
Il valore monetario è infatti, come abbiamo visto, convenzionale e non creditizio.
Avere consapevolezza di questa verità significa anche comprendere che, all'atto della nascita, questo bene deve essere regolato anche come oggetto di diritto; occorre cioè stabilire per legge, all'atto dell'emissione monetaria, di chi sia la proprietà della moneta. Una valida riforma del sistema monetario internazionale non è concepibile se a monte non accoglie il principio fondamentale di considerare ogni popolo proprietario della sua moneta. E' infatti la collettività dei cittadini che con la sua attività mentale crea il valore convenzionale monetario.
Come abbiamo già detto, e torniamo a ricordare, il valore della moneta è creato dal fatto che ognuno è disposto ad accettare moneta contro merce perché, a sua volta, prevede di poter scambiare moneta contro merce. Questa previsione del
comportamento altrui come condizione del proprio è la fonte del valore convenzionale monetario.
Dunque, ogni popolo va riconosciuto proprietario della sua moneta in quanto è lui stesso che la crea. Il mancato chiarimento di questo concetto ha consentito il secolare equivoco dell'emissione monetaria. La banca infatti si è attribuita la proprietà della moneta perché l'ha emessa mediante indebitamento dei mercato, prestandola, e siccome i e prestare denaro è sempre prerogativa dei proprietario, con un rovesciamento contabile, si è attribuita la proprietà della moneta, il cui valore è, invece, creato dai cittadini.
Particolarmente significativa e rivelatrice la considerazione di E. POUND (11):
“Lo scopo della guerra civile americana venne scoperto in un numero dell'Hazard Circular del 1862:
“Il grande debito che i nostri amici capitalisti dell'Europa faranno creare da questa guerra, verrà adoperato per controllare la circolazione. Noi non possiamo permettere che i greenbacks (biglietti di stato) circolino, perché non possiamo averne il dominio".
(l0) Digesto 2, 14; 1, 3.
(11) Ezra Pound, op. cit., pag. 69.

14) Brevi cenni sulla evoluzione storica dei simboli monetari di costo nullo.

Non si può comprendere come sia stata possibile la realizzazione storica di questa strategia monetaria, se non si, considera la fondamentale esperienza del popolo ebraico dopo la fuga dall'Egitto. Questo popolo si fermò e visse per quarant'anni
nel deserto del Sinai, in un periodo storico in cui l'economia era prevalentemente agricola. Per sopravvivere non aveva altra alternativa che spendere il tesoro sottratto agli egiziani, consumando definitivamente la ricchezza acquistata, ovvero
trovare un espediente per appropriarsi senza costo, dei beni prodotti dagli altri popoli.
E' storicamente provato che il popolo ebraico, invece di comprare merce mediante l'oro e l'argento, introdusse nel mercato come mezzi di pagamento, i titoli rappresentativi dell'oro e dell'argento, ed i mercanti stranieri erano ben disposti ad acquistare questi simboli (mamrè o menrà) in luogo delle monete metalliche, sia perché, usando i titoli rappresentativi evitavano il rischio di essere rapinati dai predoni (che non avendo alcuna cultura scritturale non raffiguravano nei simboli documentali alcun valore monetario), sia perché avevano nel simbolo il massimo affidamento, in quanto questa cambiale emessa dal componente il popolo israelita era garantita solidalmente da tutta la collettività ebraica.
Non ci si può spiegare infatti l'assoluta fiducia riconosciuta dal mercato al simbolo documentale, così come se fosse stato esso stesso d'oro, se non si considera il poderoso influsso che ebbero nel popolo ebraico alcuni fondamentali comandamenti mosaici. Mosè infatti comandò al suo popolo l'obbligo del prestito reciproco in caso di bisogno e la remissione dei debiti ogni sette anni, in ricorrenza dei cosiddetto anno sabbatico (Deuteronomio, 15, 1 6). Nel rispetto collettivo di questi precetti, per l'ebreo era indifferente prestare o non prestare denaro al proprio fratello, perché avendo prestato denaro, ognuno a sua volta era in condizioni di pretendere il prestito da un altro ebreo, ed era altresì indifferente che nell'anno sabbatico si avesse la remissione dei debiti perché - per quanto grande fosse stato l'ammontare dei debiti estinti - si era sempre nella condizione di poterli riaccendere all'inizio del nuovo settennio.
Da questi comandamenti mosaici derivò che, ogni qual volta la cambiale veniva presentata per l'incasso, veniva regolarmente pagata, perché il debitore insolvente poteva rivolgersi per un prestito ad un altro ebreo, e questi glielo concedeva per
comandamento religioso, tanto più perché, se a sua volta avesse avuto necessità di denaro, poteva pretenderlo nei confronti di altro componente il popolo ebraico.
Così avvenne che ogni titolo di credito emesso da un qualunque componente il popolo ebraico, era sorretto dalla responsabilità solidale di tutti gli ebrei.
La certezza dell'adempimento divenne tale che, chi aveva in mano il titolo di credito, riteneva più comodo tenerlo presso di sé, piuttosto che presentarlo all'incasso. Infatti, il valore originariamente previsto come conseguibile alla scadenza del credito, ovvero alla presentazione all'incasso, diveniva un valore
conseguito immediatamente, mediante il possesso del documento, per la certezza del diritto nata dalla fiducia e dalla esperienza mercantile. Era, infatti, la certezza del diritto a causare nell'animus del creditore portatore del titolo, l'anticipazione al momento attuale dei valori previsti come conseguibili al momento della scadenza
ed a far sì che il titolo di credito acquistasse immediatamente un valore nuovo, attuale ed autonomo. Così ci si spiega come il portatore si riteneva soddisfatto del credito rappresentato nel titolo, senza presentarlo all'incasso, per il solo fatto di avere in mano il documento.
Si modificava in tal modo la natura originaria del documento perché esso perdeva la natura creditizia per assumere quella di valore convenzionale monetario. Ecco perché nella pratica mercantile il documento monetario emesso dal componente il popolo ebraico acquistò un valore equivalente o addirittura maggiore di quello
dell’oro.
La monetizzazione dei debiti come espediente per spacciare moneta di costo nullo è acutamente rilevata da Ezra Pound (12) quando afferma:
"La Banca d'Inghilterra fu basata sulla scoperta che, invece di prestare denaro, si sarebbero potute prestare le cambiali della Banca".
E' evidente che, su queste basi, ha avuto origine una vera e propria strategia di dominazione in cui il sistema bancario riesce ad indebitare i mercati del valore monetario che crea dal nulla, e con tanta maggiore efficacia, in quanto alla incorporazione del valore monetario nei simboli cartacei, corrisponde la contestuale demonetizzazione dell'oro, dell'argento ed in genere di tutte le monete merci tradizionali.
E' ovvio infatti che, con la emissione e circolazione dell'oro carta, la gran parte del potere d'acquisto monetario veniva estratto dai simboli merce ed incorporato nei simboli di costo nullo. Questa alterazione dell'equilibrio monetario è stata una delle cause determinanti anche dei sistemi politici. Così, ad esempio, non è senza significato la circostanza che la decadenza dell'Impero Romano si verifichi contestualmente alla tosatura delle monete, operata dagli imperatori per colmare i vuoti monetari causati nell'erario dalla demonetizzazione dell'oro. Sicché si era costretti, per conservare una adeguata liquidità monetaria, a ridurre il peso delle monete o a fondere nel conio metalli nobili con metalli vili, come è provato dalla storia numismatica, (13).
Il sistema bancario ha quindi compreso che, spostando la convenzione monetaria dal simbolo merce al simbolo di costo nullo, del quale peraltro controllava il monopolio dell'emissione per privilegio legislativamente riconosciuto, poteva conseguire il risultato di appropriarsi del valore monetario creato dal mercato. Su
questo principio, per successivi graduali passaggi, il sistema bancario ha estratto dall'oro la gran parte. se non addirittura, in alcuni casi, la totalità del valore dell'oro.
La demonetizzazione dell'oro, conseguente a questa strategia di dominazione dei mercati, ha sottratto ai vertici economici e politici tradizionali il valore monetario di cui disponevano, cioè la loro stessa potenzialità economica, e con essa, la sovranità politica. Si. è realizzata così una forma macroscopica ed occulta di lucro, in cui i forzieri pieni d'oro delle monarchie della vecchia Europa e di tutti i
risparmiatori, che erano per tradizione assuefatti a fare affidamento su questo simbolo monetario, erano svuotati non del loro contenuto materiale, ma del contenuto immateriale: il valore.
Su questi presupposti la decadenza dei sistemi politici è regolarmente causata dalla esplosione dei debiti che, non a caso, nella storia ha sempre coinciso con la demonetizzazione dell'oro. Una volta estratto dall'oro il suo valore monetario, esso era acquistato dal sistema bancario, cioè dai produttori di simboli monetari di costo nullo, che diventavano i nuovi padroni del mondo.
La realizzazione di questo strumento è stato possibile mediante il dominio assoluto della forma (monopolio dell'emissione), oltre che dalla consapevolezza culturale che la incorporazione dei valore convenzionale nel simbolo consente la possibilità di oggettivare il valore in un nuovo bene, manifestarlo, conservarlo ed attribuirne la
proprietà al portatore dei documento. Su questa premessa, poiché il primo portatore è l'emittente, la banca si attribuisce la proprietà del denaro che emette, tanto è vero che lo emette prestandolo e, come si sa, prestare denaro è una prerogativa esclusiva del proprietario. La famosa frase del Paterson:
"Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla",
che appare spregiudicatamente sincera, in effetti nasconde la parte più importante della verità, perché non è vero che il banco si arricchisce solo dell’interesse, ma anche e innanzi rutto della stessa moneta, il cui valore - come abbiamo visto - non è creato
dalla banca, ma dalla collettività.
All'atto dell'emissione monetaria è stato applicato un principio ben noto alle scuole dell'alta diplomazia, per cui, quando si vuole fare accettare dalla controparte una condizione che quella non avrebbe mai accettato se ne avesse avuto la consapevolezza, si pone la clausola come parte implicita del contratto. Così avviene che, chi prende denaro in prestito da una banca di emissione esplicitamente riconosce di essere debitore, ma fa implicitamente altre due dichiarazioni ben più importanti, di cui non si rende conto, perché egli riconosce ai documenti ricevuti la qualità di denaro e ne attribuisce contestualmente la proprietà alla banca, perché prestare denaro è una prerogativa del proprietario.
Per nazionalità di una moneta non deve intendersi quindi che la collettività di quella nazione è proprietaria di quella moneta, ma, viceversa, che ne è stata espropriata ed indebitata all'atto dell'emissione dalla banca centrale di quella nazione. E' come se taluno si rivolgesse al proprio cassiere e invece di dirgli "dammi denaro" gli dicesse "prestami denaro". In quel momento si realizza un macroscopico rovesciamento contabile per cui il denaro non più suo ma dei cassiere. Esattamente in questi termini il rapporto che si instaura tra il governo o la collettività di quella nazione e la rispettiva banca centrale.
E' ovvio che questa grave degenerazione del sistema monetario può essere eliminata solo a patto di sanare all’origine il vizio di fondo.
La proprietà della moneta all'atto dell'emissione va sottratta al sistema delle banche centrali e restituita alle collettività nazionali, il che significa sostituire ai "biglietti di banca" i "biglietti di stato", analogamente a quanto avveniva con i greenbacks americani, prima della guerra di secessione.

(12) Ezra Pound, op. cit., pag. 69.
(13) Non possiamo esimerci a questo proposito dal confutare la tesi sostenuta da autorevole dottrina per cui la decadenza dell'Impero romano sarebbe da attribuire all'avvento del cristianesimo, che invece come portatore dei valori dei diritto naturale non poteva non armonizzarsi con la tradizione romana.

CAPITOLO III

PRINCIPI ED ORIENTAMENTI PER UNA RIFORMA DEL SISTEMA MONETARIO

SOMMARIO: 15. L'inutilità della riserva monetaria. 16. La rarità monetaria. 17. I recenti sviluppi della politica monetaria internazionale. 18. La funzione monetaria. Considerazioni critiche. La c. d. piramide rovesciata. 19. Il diritto tributario uniforme come strumento del sistema monetario internazionale. 20. La moneta
pesante come strumento di politica monetaria. 21. Linee per una riforma del sistema monetario internazionale. 15) L'inutilità della riserva monetaria Da queste premesse si può definitivamente chiarire l'equivoco tradizionale di far derivare il valore della moneta dalla merce posta a sua garanzia. Se fosse vera questa tesi, il dollaro coperto da oro e convertibile in oro, dopo le esplicite. dichiarazioni di Nixon dell'agosto 1971, non dovrebbe avere alcun valore, così
come gli stessi diritti speciali di prelievo emessi dal Fondo Monetario Internazionale come moneta di riserva, perché a loro volta carenti di ogni forma di riserva. Si poteva ancora concedere una parvenza di attendibilità ai sostenitori della necessità della riserva monetaria (per conferire potere di acquisto ad una
moneta concepita come titolo di credito), fin quando erano in vigore i patti di Bretton Woods.
Ma oggi, dopo l'abrogazione di questa convenzione, conservare al dollaro la qualità di moneta di riserva, significa accettare esplicitamente una vera e propria subordinazione coloniale nei confronti del sistema bancario americano. Infatti, mentre il dollaro - pur senza riserva d'oro - ha il riconoscimento internazionale di
moneta legittima, ciò non avviene per le altre monete, vincolate alla necessità di una riserva in dollari. Come dire che mentre il dollaro, pur senza riserva, ha il valore dell'oro, ciò non avviene per le altre monete.
Le grandi linee della politica monetaria mondiale si basano oggi sulla teoria della doppia verità. Mentre per le banche di emissione di moneta di riserva (U.S.A., U.R.S.S., F.M.I.) vale il principio per cui il valore monetario è puramente convenzionale, per le altre banche di emissione (ed a maggior ragione per quelle che non emettono moneta), vale il principio che la moneta abbia valore creditizio in quanto concepita come pseudo fede di deposito di moneta di riserva.
Possiamo ben dire che il sistema bancario internazionale è retto da una struttura gerarchica di tipo feudale, in cui, dalla sovranità imperiale delle banche che emettono moneta di riserva, dipende, per germinazione spontanea, una proliferazione di banche coloniali. Per economia di espressione e per esattezza concettuale, proponiamo di definire come banche imperiali quelle capaci di
emettere moneta di riserva e banche coloniali le altre, che per emettere la propria moneta, necessitano, o per meglio dire, stabiliscono di avere necessità di moneta di riserva.

16) La rarità monetaria.

E' ovvio che questa struttura regge sul monopolio culturale dei vertici bancari. Solo su questi presupposti, la grande opinione pubblica deculturizzata è assuefatta a valutare, come fenomeno naturale, che la moneta sia a volte esasperatamente rara.
Dire che un paese non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro - afferma un anonimo ricordato da Ezra Pound (14) - è come dire che non si possono costruire strade per mancanza di chilometri.
La rarità dei simboli monetari, tradizionalmente causata dalla rarità della merce con cui il simbolo era coniato (oro), oggi viene accettata come un fatto del tutto normale, pur essendo la moneta di riserva producibile senza limite e senza costo, in quantitativi arbitrariamente stabiliti dai vertici delle banche imperiali. Allo stato
attuale delle cose, tutti i popoli del mondo sono ridotti al livello di colonie del sistema bancario internazionale, con l'aggravante di non saperlo, perché tutte le iniziative dì politica monetaria sono promosse sul presupposto che la riserva sia necessaria per conferire alle rispettive monete nazionali il proprio valore.
Con questo sistema la banche imperiali sottraggono alle banche coloniali ogni discrezionalità, ogni libertà decisionale, per adeguare gli incrementi monetari allo sviluppo economico del proprio paese. Quando infatti questi incrementi sono commisurati alla quantità di moneta di riserva, sono sostanzialmente stabiliti dalle banche imperiali. La moneta infatti è come il sangue: la sua quantità va
proporzionata all'entità del corpo da irrorare.
Per rendersi conto di questa verità basti considerare un esempio elementare: se sul mercato vi sono dieci penne e dieci lire, si potranno mediamente vendere le penne al prezzo unitario di una lira; ma se si devono produrre altre dieci penne, si dovrà mettere sul mercato altre dieci lire, ché altrimenti si potranno vendere le penne solo al prezzo di mezza lira. E se la penna costa ad esempio sessanta
centesimi, è ovvio. che il procedimento produttivo, in mancanza di incremento di liquidità monetaria, si arresta. Questo significa che, ogni libertà decisionale sullo sviluppo o la recessione economica dei mercati, non sta nelle mani dei produttori di beni reali, ma in quelle del sistema bancario (15) che produce moneta di riserva.

(14) E. Pound, A che serve il denaro?, ed. S. Giorgio, Napoli, 1980, pag. 15.
(15) In questo senso, significativo il passo di BRUX ADAMS, (The New Empire, 1903, MacMillan, New York):
"forse non è mai esistito un finanziere più capace di Samuele Lloyd. Certo egli ha capito come pochi, anche nelle generazioni seguenti, la macchina potente del tallone unico ( ... ). Egli comprese che, una volta stabilita una contrazione della circolazione fiduciaria la si potrebbe portare all'estremo, e che quando la moneta avesse raggiunto un prezzo fantastico, come nel 1825, i debitori si vedrebbero costretti a rilasciare la loro proprietà alle condizioni (qualsiasi) dettate dai creditori".
Nihil sub sole novi. E' ciò che sta oggi accadendo con la sopravvalutazione del dollaro. Il sistema bancario non solo ha la possibilità di realizzare subordinazioni coloniali ma, addirittura, quella di espropriare il mondo.

In Lavorazione, da finire.
Prima edizione :Maggio 1981
Seconda edizione : Aprile 1985

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