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In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

giovedì 4 febbraio 2016

GUERRA ALLA LIBERTA': Il ruolo dell’Amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre di Nafeez Mosaddeq Ahmed - Come e perchè l'America è stata attaccata

LIBRI
La tesi centrale di Guerra alla libertà è riassunta nella prefazione al volume: “Esistono prove convincenti che l’amministrazione Usa abbia istigato il terrorismo in quanto esso è un pretesto perfetto per giustificare una politica estera aggressiva; e questo è valso anche per gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle e al Pentagono”. Come si vede, è una tesi molto controversa, destinata a suscitare molte polemiche. Eppure, la sua ampia documentazione – raccolta da documenti e resoconti ufficiali del governo statunitense e delle agenzie di sicurezza e riscontrabile per chiunque – il rigore delle trattazioni, la lucidità delle conclusioni, le consulenze favorevoli di storici e politologi hanno convinto Fazi Editore a pubblicare il libro in prima europea e ad acquisirne la gestione dei diritti per l’Europa. Ecco alcuni degli argomenti “forti” del testo:
1. La strage dell’11 settembre non è stata il vero motivo della guerra in Afghanistan. Essa era già prevista da mesi per l’ottobre 2001 ed era funzionale all’istituzione di un nuovo regime più “morbido” nei confronti degli investimenti economici statunitensi in Asia Centrale, e in particolar modo sul passaggio di gasdotti e oleodotti attraverso il paese. 
2. Già dal 1995, e con particolare frequenza dall’agosto del 2001, vi sono state segnalazioni di possibili attentati suicidi aerei da parte di Al Qaeda con bersaglio le Torri Gemelle e il Pentagono – segnalazioni che non sono state raccolte dall’Amministrazione. Tre funzionari dell’FBI hanno persino dichiarato di conoscere i nomi degli attentatori settimane prima dell’11 settembre. 
3. La famiglia Bush è rimasta in rapporti economici con la famiglia di Bin Laden fino a dopo l’11 settembre; inoltre, vi sono prove che Bin Laden è in contatto – e non, come si dice, in rotta – con la propria famiglia. La guerra in Afghanistan avrà come esito un grande arricchimento personale di Bush e della sua famiglia (e non solo NdR).

Sono andato a recuperare questo articolo/libro perchè lo ricordavo molto interessante ed in effetti lo è, ritornando a questo argomento ed a quella atmosfera compilando l'articolo Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull'11 settembre 2001, ma che non avete mai osato chiedervisopratutto quello di ieri La data che cambiò la storia economica: Cina nel WTO, 11 Dicembre 2001, rileggendo questo e come si conclude, altri che ho in preparazione, riflettevo, certo non scoprirò l'acqua calda ma dato che lo pensavo, non c'era bisogno di tutto stò pandemonio per attaccare l'Afganistan, bastava qualsiasi cazzata molto meno compromettente, Bush è un idiota e come tutti i politici è un burattino, quando non lo vogliono essere escono a gambe in avanti, troppe implicazioni dirette, chiare o meno, "INSIDERTRADING" 11 settembre 2001. VALORE 15 MILIARDI DI DOLLARI, Ultimenotizie sul Rabbi Zakheim e dei migliaia di miliardi di Dollari scomparsi, la vendita per la prima volta del WTO sei mesi prima, la relativa assicurazione ed un guadagno di 4 miliardi di dollari, le 12 tonnellate d'oro "magicamente" scomparse dai sotterranei; le conseguenze indirette, guadagno delle industrie d'armi, petrolio, tutta un'altra serie di guadagni, la destabilizzazione voluta dell'occidente, la restrizione delle libertà personali. Tutto ciò fà pensare ad un burattinaio o meglio un gruppo di burattinai che solo possono essere come al solito i banksters e non a caso Rockefeller mesi prima sapeva : Intervista ad Aaron Russo. Il Nuovo Ordine Mondiale, la cooptazione, l'11settembre, il femminismo, il microchip ..., il Mossad all'esecuzione, "gli israeliani danzanti", e la CIA per le coperture, tutte cose conosciute ma ho pensato di fare una sintesi "Tuttele guerre sono guerre di banchieri" - “All wars are bankers’wars” questo per finire ... (NdR)
di Simone Santini
Luglio 2004

Pubblicato nel 2002 ad un anno dai tragici eventi americani dell’11 settembre, il volume di Nafeez Mosaddeq Ahmed rappresenta lo studio più completo, lucido ed approfondito sugli attacchi terroristici subiti dalla più grande democrazia del mondo. Si tratta di uno studio notevole per l’approccio anticonformista e per la ricchezza delle fonti utilizzate, molte delle quali difficilmente reperibili su canali ufficiali. In questo modo Ahmed, giovane ma apprezzatissimo ricercatore inglese di chiara origine asiatica, smonta pezzo dopo pezzo le ricostruzioni fornite dalle autorità e dai maggiori media. Quello che ne risulta è un quadro inquietante che ci costringe a riflettere duramente sul destino delle libertà e delle democrazie dei popoli occidentali. “Attacco alla Libertà” è in questo senso anche un atto di accusa, ma che non deriva mai dall’invettiva o dalle prese di posizione precostituite, quanto esclusivamente da analisi obiettive basate su fatti, dati, testimonianze. Chiunque abbia a cuore il destino del mondo e voglia capire davvero lo stato delle cose nella situazione politica internazionale, che di anno in anno diventa più drammatica dal 2001, non potrà esimersi dal leggere questo saggio. L’obiettivo che ci siamo proposti con il seguente lavoro è appunto questo: che attraverso la sintesi i lettori vengano stimolati a reperire l’intero volume, in modo da apprezzarne, oltre i contenuti essenziali che proponiamo, l’imponente mole di documentazione, utile anche per ulteriori ricerche ed approfondimenti. Al termine della sintesi, svolta capitolo per capitolo, proveremo a trarre alcune conclusioni e proporre un personale commento.

Nafeez Mosaddeq Ahmed
GUERRA ALLA LIBERTA’
Il ruolo dell’Amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre
(The war on freedom: how and why America was attacked, September 11th,2001) 

Traduzione: Pietro Meneghelli
2002, Fazi Editore

Capitolo 1: Il ruolo della comunità internazionale nella crisi afgana

L’analisi di Ahmed comincia col delineare la situazione di un paese, l’Afghanistan, improvvisamente diventato, dopo l’11 settembre, fulcro per la comprensione della politica internazionale.
Il paese era già stato terreno di scontro negli anni ’80 con l’invasione delle truppe sovietiche a sostegno di un governo filo-comunista, e la conseguente guerriglia sostenuta dagli Stati Uniti. Ma già prima dell’occupazione sovietica (dicembre 1979), lo scontro tra le due potenze per “ottenere il controllo di una regione dall’altissimo significato geostrategico” era in atto. In particolare, sia l’ex direttore della CIA Robert Gates, che l’allora consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, hanno in seguito confermato che l’appoggio americano ai guerriglieri anticomunisti era cominciato almeno sei mesi prima dell’invasione. Anzi, Brzezinski si è vantato del fatto che
“non abbiamo spinto i russi all’invasione, ma abbiamo consapevolmente accresciuto la possibilità che la compissero […] Quell’operazione segreta fu un’idea eccellente. L’effetto fu di attirare i russi nella trappola afgana”. I piani americani prevedevano infatti “il reclutamento di leaders e signori della guerra locali, per formare gruppi ribelli mercenari […] in modo tale da dar vita a un nuovo regime che fosse sotto il loro controllo”.
Ma in realtà, appare più probabile che lo scopo principale della strategia non fosse quello di sostituire nel breve termine il governo filo-sovietico con uno filo-americano, quanto piuttosto destabilizzare la regione e impantanare l’armata rossa in una infinita guerra di logoramento. Resta il fatto che è proprio in quel preciso frangente che comincia il rapporto pericoloso tra i servizi di sicurezza americani, i servizi segreti pakistani, e i guerriglieri islamici afgani. Scrive infatti Ahmed:
“La CIA, insieme ai servizi d’informazione dell’esercito pakistano, fornì segretamente ai ribelli afgani aiuti militari, addestramento e istruzione. L’operazione sponsorizzata dagli Stati Uniti includeva anche la creazione di una ideologia religiosa estremista derivata dall’islam, ma che ne distorceva gli effettivi insegnamenti”.
Ma con il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989 in seguito agli accordi tra Usa e Urss, in base ai quali nessuna delle due parti avrebbe continuato a fornire aiuti alle fazioni in campo, la guerra civile afgana non si ferma. I vari signori della guerra, anche quelli un tempo alleati, continuano a combattersi per l’egemonia sull’ormai martoriato paese. Tra il 1992 e il 1996, dopo alcuni anni di resistenza del precedente governo filo-sovietico, giunge al potere l’Alleanza del Nord, ma subito dopo la conquista di Kabul la guerra scoppia in seno alla stessa alleanza. I nomi dei signori della guerra diverranno tristemente noti: Hekmatyar, Dostum, Massud. Il giornalista Robert Fisk, specialista inglese di Medio Oriente, giudica così questi personaggi: “una banda di terroristi, confederazione di signori della guerra, patrioti, stupratori e torturatori […] che abbandonando la città (Kabul, n.d.r.) si è lasciata alle spalle cinquantamila morti”.
Nel 1994 intanto, dall’unione di due gruppi di ispirazione islamica, era nato il movimento dei Talebani. Quando nel ’96 conquistano il potere, il professor Peter Dale Scott dell’università di Berkley, giudica che a quel momento 
“il sostegno pakistano ai talebani godesse dell’approvazione diretta o indiretta delle autorità saudite, della CIA, e della società petrolifera americana UNOCAL”.
Esisteva del resto una continuità tra finanziatori, organizzatori e gruppi islamici che avevano preso parte alle guerriglia contro i sovietici negli anni ’80.
La lista delle brutalità e repressioni di cui si macchieranno i talebani durante il loro governo non sarà minore rispetto a quella dei predecessori, comprendendo, secondo Amnesty International, anche il genocidio e la pulizia etnica, ma, fino al 2000, il loro potere non verrà mai messo sostanzialmente in discussione in occidente.

Capitolo 2: Stati Uniti, Afghanistan e talebani dal 1994 al 2001


Gli Stati Uniti hanno sempre negato di aver sostenuto il regime talebano. Il vicesegretario di Stato dell’amministrazione Clinton, Robin Raphel, negò che 
“ci fosse stata una qualsiasi influenza o aiuto da parte degli Stati Uniti alle fazioni dell’Afghanistan, rigettando l’ipotesi dell’esistenza di un interesse strategico.” 
Eppure, la France Presse denunciò che la stessa Raphel, nei mesi precedenti la presa del potere dei talebani, condusse una intensa serie di incontri diplomatici con le varie autorità afgane, tra cui gli stessi talebani. Infatti, 
“Robin Raphel era la rappresentante dell’oleodotto UNOCAL […] Oltre che a controllare le nuove fonti di energia, il progetto serviva ad un obiettivo di interesse strategico di primo piano per gli Stati Uniti: isolare un nemico giurato, l’Iran, liquidando, dicono gli esperti, la tanto discussa ipotesi di un oleodotto rivale appoggiata da Teheran”. 
E in effetti, dopo la presa del potere dei talebani,
“i soli paesi che hanno apertamente accettato come legittimo quel governo sono stati il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, tutti quanti, guarda caso, legati agli Stati Uniti e ai paesi occidentali. […] In realtà, se a volte ha condannato, a parole, la disumana politica dei talebani, l’Occidente ha chiuso gli occhi di fronte al comportamento dei paesi della regione, con i quali aveva rapporti economici e che stavano sostenendo attivamente la politica di aiuti al regime afgano. Il risultato è stato un vero e proprio segnale di via libera ai talebani affinché continuassero per la loro strada.” 
In effetti, la sponsorizzazione da parte della CIA del movimento talebano, tramite il Pakistan e l’Arabia Saudita, è stata documentata da vari studiosi ed esponenti politici, tra cui Michel Chossudovsky dell’Università di Ottawa, William Beeman della Brown University, e dall’ex ministro dell’interno dello stesso Pakistan che ha dichiarato come “la CIA stessa ha introdotto il terrorismo nella regione, e adesso sta versando lacrime di coccodrillo”.
Ma la testimonianza più preziosa è quella del deputato americano Dana Rohrabacher, che si occupò di Afghanistan fin dall’inizio degli anni ottanta come assistente speciale dell’allora presidente Ronald Reagan. Di fronte al comitato per gli affari esteri del Senato americano, nel 1999, Rohrabacher ha affermato: 
“Sono stato coinvolto a fondo nella politica americana in Afghanistan per circa vent’anni, e mi sono chiesto se questa amministrazione abbia o no messo in atto una politica segreta che ha rafforzato i talebani e consentito al loro feroce movimento di assumere il potere. Anche se il presidente e il segretario di Stato hanno espresso chiaramente il loro disprezzo per le efferatezze compiute dai talebani, e specialmente per la repressione delle donne, nei fatti la politica adottata dagli Stati Uniti ha ripetutamente avuto l’effetto opposto. […] Affermo che questa amministrazione ha messo in atto una politica segreta per offrire sostegno al governo dei talebani affinché assumessero il controllo dell’Afghanistan. […] Questa scelta amorale, o immorale, si basava sull’ipotesi che i talebani avrebbero portato stabilità in Afghanistan e consentito la costruzione di un oleodotto dall’Asia centrale fino al Pakistan attraverso l’Afghanistan […] Credo che l’amministrazione abbia mantenuto segreto questo obiettivo, e tenuto all’oscuro il Congresso sulla sua politica di sostegno ai talebani, il regime più antioccidentale, più antifemminile e avverso ai diritti umani del mondo.”
In effetti, contrariamente a quanto affermato ufficialmente, gli Stati Uniti (e in generale il mondo anglosassone), hanno fin dai tempi di sir Halford MacKinder, considerato fondamentale il controllo dell’Heartland, ossia di quello spazio geografico dell’Asia centrale che è un crocevia tra il continente europeo, il subcontinente indiano e la Cina. Oggi quel controllo si colora e si specifica ulteriormente, essendo il controllo dell’Afghanistan centrale per l’approvvigionamento delle risorse energetiche dal bacino del Caspio, per tenere sotto pressione e intaccare gli interessi dell’Iran, per controllare gli stati asiatici che facevano parte dell’Unione sovietica, per avere un avamposto da cui affrontare, se e quando se ne dovesse aver bisogno, l’ascesa di India e Cina.

Il sostegno americano verso i talebani cominciò a scemare dal 1999, quando si resero conto che quel regime stava assumendo un atteggiamento sempre meno servile nei confronti degli statunitensi, e che il permanere di quella oligarchia non soddisfaceva i loro piani geostrategici per la regione. I progetti di compagnie petrolifere come la UNOCAL per la costruzione di un importante oleodotto che doveva attraversare il paese andavano a rilento, fino ad interrompersi definitivamente nel 2001. I contatti e i negoziati furono intensi fino a quell’estate, quando gli americani arrivarono addirittura a minacciare direttamente il regime talebano. Durante uno di questi incontri avvenuto a Berlino, il rappresentante americano Tom Simons, già ambasciatore in Pakistan, avrebbe dichiarato:
“O i talebani si comportano come si deve, o il Pakistan li riesce a convincere, oppure faremo ricorso ad un’altra opzione”.
Voci di stampa autorevoli riportavano infatti come fin dalla primavera le forze armate americane stessero preparando piani d’attacco operativi contro l’Afghanistan.
Scrive Ahmed: 
“Il cambiamento avvenuto nella politica USA verso l’Afghanistan, da pro-talebana ad antitalebana, aveva dunque le sue radici nel tentativo dell’America di fare i propri interessi strategici ed economici. Visto che l’atteggiamento dei talebani non era più adeguatamente ossequioso, la politica USA si era fatta sempre più ostile alla fazione. […] Il cambiamento di politica nei confronti del regime, che si è verificato senza discussione pubblica, senza consultare il Congresso, fu definitivamente suggellato in agosto, anche se era già stato deciso prima. Il piano di guerra contro l’Afghanistan a quel punto era del tutto definito. Tutto quel che serviva era qualcosa che lo facesse scattare.”
Ad avviso di chi scrive, questo apparente cambiamento nella politica estera americana, non è da inscriversi essenzialmente nell’ostinato rifiuto talebano di assecondare solo gli interessi economici americani. Il cambiamento epocale che avverrà con l’11 settembre, sarà tale da definire una nuova fase storica che i progetti americani sfrutteranno, come sappiamo oggi, con l’occupazione militare dell’Iraq oltre che dell’Afghanistan, e questa fase è ancora a metà del percorso visto che si attende, da qui a qualche anno, la normalizzazione di paesi come l’Iran e la Siria. Appare dunque superfluo che i talebani si opponessero ai progetti della UNOCAL o meno, anzi, come nel caso di Saddam Hussein, la politica imperiale americana cerca sempre di scegliersi i propri nemici, per usarli quando servono ed eliminarli quando hanno esaurito la loro funzione. Insomma, il regime talebano, nel Big game per il dominio sul mondo, non era altro che un minuscolo (addirittura auspicabile) incidente di percorso.

Capitolo 3: Il progetto strategico dietro i piani di guerra americani

Nel terzo capitolo Ahmed delinea brevemente, ma in modo preciso, quale sia la posta in gioco che sta dietro i fatti dell’11 settembre. Egli scrive: 
“i fatti fin qui presentati chiariscono, oltre ogni ragionevole dubbio, che la guerra iniziata in ottobre dagli USA contro l’Afghanistan era stata pianificata del tutto indipendentemente dagli attacchi dell’11 settembre. Piuttosto che costituire il motivo scatenante, sembra che gli attacchi siano stati un pretesto per giustificare e mettere in atto i piani già esistenti per un’invasione militare.”
In molteplici studi ed articoli citati nel volume, si fa riferimento all’interesse che dalla caduta dell’Urss e per tutti gli anni ’90, le amministrazioni americane hanno avuto per il controllo dell’Asia centrale. Ne riportiamo uno particolarmente sintetico e illuminante del giornalista James Dorian per l’Oil and Gas Journal: 
“Coloro che controlleranno le rotte del petrolio proveniente dall’Asia centrale potranno determinare la direzione e la quantità delle future erogazioni, nonché la distribuzione dei proventi della nuova produzione”. E in particolare “Parte degli sforzi sono stati rivolti al persistente tentativo di evitare l’intrusione di altre potenze, in particolare della Russia e dell’Europa, nella corsa per il controllo delle vie d’accesso alle risorse della regione”.
Quindi è lecito affermare, come fa Ahmed, che “i piani politici USA in Asia centrale affondano le loro radici in un più ampio contesto determinato dal tentativo di conquistare l’egemonia.” Del resto, in un documento del Pentagono si afferma apertamente:
“Il primo obiettivo degli Stati Uniti è di impedire che si affacci sulla scena un nuovo rivale che possa minacciare il dominio USA sulle risorse globali.”
Non è difficile mettere in relazione questi scenari con l’agenda politica estera degli Stati Uniti per tutti gli anni ’90, ossia dalla caduta dell’Urss. Gli Stati Uniti hanno cominciato ad occupare militarmente con lo scopo della stabilizzazione e del controllo, rispettivamente (e con motivazioni sempre variabili, ed appunto “giustificatrici”): i confini Arabia Saudita/Iraq ed il Kuwait in seguito alla guerra contro l’Iraq del ’91; la Bosnia Erzegovina in seguito all’intervento Nato per la pacificazione della guerra civile jugoslava; il Kosovo e la Macedonia in seguito alla guerra contro la Jugoslavia del ’99; l’Afghanistan e quindi di nuovo e completamente l’Iraq in seguito all’11 settembre. A fianco di questi che sono stati interventi bellici diretti, dobbiamo menzionare politiche di influenza che hanno attirato in maniera “dolce”, ma non per questo meno efficace, zone che precedentemente facevano parte integrante dell’Urss o del Patto di Varsavia. In particolare l’apparato militare americano dispone ora di basi o ha influenza diretta sul Mar Nero (Bulgaria), nel Caucaso (Azerbaigian e Georgia), nelle Repubbliche asiatiche ex sovietiche (in particolare Uzbekistan e Kazakistan). Osservando una cartina si può notare come, durante questi anni, gli Stati Uniti abbiano messo sotto protettorato militare un’area geografica che si estende dall’Europa orientale (Balcani), attraverso il Medio Oriente, la Penisola arabica, il Caucaso e l’Asia centrale, fino ai confini della Cina. Dalla stessa cartina si può notare come gli ultimi due tasselli necessari per completare il puzzle siano ormai rimasti solo la Siria e soprattutto l’Iran. In questo contesto è giusto almeno ricordare, poiché un’analisi ci porterebbe troppo lontano, l’alleanza strategica per il controllo del Medio Oriente intercorsa tra Stati Uniti e Israele.
Questo immane sforzo imperiale si è svolto in tempi relativamente brevi, se consideriamo che l’origine della strategia egemonica nordamericana può farsi addirittura risalire alla fine del XIX secolo (guerra per Cuba e occupazione delle Filippine). Ad un certo punto del tragitto, affinché questo potesse dispiegarsi completamente senza ostacoli e quindi concludersi, è stato necessario il prodursi di un evento catalizzatore (“una nuova Pearl Harbor”, è stato ben detto) che spingesse verso quella direzione tutta l’opinione pubblica americana, nonché tutta la sua classe dirigente e politica.
Tornando alle pagine di Ahmed, facciamo riferimento all’opera del già citato consulente strategico americano Zbigniew Brzezinski che in uno studio del 1997 per il Council of Foreign Relations (uno dei think tank che racchiude tra le menti più influenti dell’intellighenzia americana) dal titolo “The Grand Chessboard - La Grande Scacchiera”, illustrava perfettamente gli imperativi per l’egemonia globale americana, individuandoli appunto nel controllo dell’Eurasia. Fare questo era necessario e non più rinviabile, poiché la minaccia che altre potenze potessero occupare delle posizioni di contrasto nella zona cruciale sarebbe diventato un pericolo per la stabilità degli Stati Uniti e dell’intero pianeta. Scrive Brzezinski: 
“[Le repubbliche dell’Asia centrale] sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle ambizioni storiche per almeno tre dei più prossimi e più potenti vicini, e cioè la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre anche la Cina mostra un crescente interesse politico per la regione”. Quindi “ne consegue che è primario interesse dell’America contribuire a far sì che nessuna singola potenza conquisti il controllo di questo spazio geopolitco, e che la comunità globale possa avervi accesso finanziario ed economico senza incontrare alcuno ostacolo”. Questo perché “se non c’è un coinvolgimento americano diretto e prolungato, in tempi non così lunghi le forze del disordine globale potrebbero giungere a dominare la scena del pianeta. La possibilità di una dissoluzione è insita nelle tensioni politiche non solo dell’attuale Eurasia, ma del mondo in generale.” Al fine di evitare ciò, continua Brzezinski: “Per metterla in una terminologia che ricorda la brutale durezza degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono quelli di prevenire la collusione e perpetuare tra i vassalli la dipendenza finalizzata alla sicurezza, mantenere i tributari docili e protetti e impedire ai barbari di mettersi insieme”. E questo è necessario fare qui e subito perché: “dato che l’America sta diventando una società sempre più multiculturale, può essere difficile suscitare un consenso sulle questioni della politica estera, eccetto che nel caso di una minaccia esterna diretta, veramente grande e percepita in modo generalizzato (corsivo nostro, n.d.r.).”

Capitolo 4: avvisaglie dell’11 settembre e “fiaschi” dell’intelligence

Nel quarto capitolo Ahmed comincia l’analisi dei fatti relativi all’11 settembre.
Le dichiarazioni ufficiali ai massimi gradi dei servizi di sicurezza e delle forze armate americane hanno assicurato l’impossibilità di prevedere gli attacchi alle Torri gemelle ed al Pentagono. In particolare, il servizio antiterrorismo della CIA, pur tenendo sotto stretto controllo Osama bin Laden da anni, non si era accorto di ciò che stava avvenendo; per l’aviazione americana l’attacco era “una cosa che non avevamo mai visto prima, alla quale non avevamo neppure mai pensato”; per l’FBI “non c’era stato alcun segno premonitore” e l’idea di utilizzare aerei come bombe contro edifici “non era mai venuta fuori”. Ahmed porta fatti e fonti che smentiscono categoricamente queste dichiarazioni.
Fin dal 1995 l’ipotesi di dirottare aerei e utilizzarli come bombe era nota ai servizi segreti americani. In quell’anno infatti, la polizia filippina aveva arrestato degli appartenenti ad un gruppo islamico legato ad Al Qaeda che stava progettando un attentato contro il Papa in occasione di un suo viaggio pastorale nelle Filippine. Nel computer di uno dei terroristi venne rinvenuto un piano dettagliato per dirottare contemporaneamente un grande numero di aerei civili (una decina) da far schiantare poi contro edifici: tra gli obiettivi c’era anche il World Trade Center. Di questo piano, denominato “progetto Bojinka” (dal serbo-croato significa “grande botto”) si parlò molto anche durante il processo al terrorista pakistano Ramzi Yousef che aveva ideato l’attacco con un’autobomba al World Trade Center nel 1993. La cellula terroristica di Yousef era indagata oltre che per quell’attentato, per il progetto contro il Papa e per il “progetto Bojinka”, e dopo il suo arresto (1996) quella eventualità venne presa molto sul serio dalle autorità americane.
L’FBI, in particolare, decise di mettere sotto controllo le scuole di volo negli Stati Uniti come possibili centri di addestramento di terroristi sotto copertura, e per i giochi olimpici di Atlanta si adottarono “complesse procedure per prevenire gli attacchi dall’aria”. Tra il ’99 e il 2001, rapporti in tal senso delle varie agenzie si moltiplicarono, sostenuti anche dalle intercettazioni della rete ECHELON, finché il coordinatore dell’antiterrorismo, Richard Clarke, allertò durante l’estate 2001 tutte le agenzie per la sicurezza nazionale, dalla Guardia Costiera alla Federal Aviation Administration, in merito ad un “imminente attacco”.
In particolare, Echelon avrebbe anche penetrato i codici con cui venivano criptati i messaggi tra bin Laden e i membri della sua organizzazione, e come riferito dal senatore americano Orrin Hatch dello Utah, dal 1995 fino al giorno stesso dell’11 settembre, le comunicazioni di Al Qaeda sarebbero state sotto controllo.
Le autorità dell’aviazione erano pertanto state messe a conoscenza del “progetto Bojinka”, ma la FAA rifiutò di prendere in considerazione gli avvertimenti e non adottò misure precauzionali come armare i piloti o collocare agenti di polizia sugli aerei, nonostante i ripetuti suggerimenti in tal senso. Secondo il Los Angeles Times

“la burocrazia federale e le lobby delle linee aeree hanno rimandato e reso meno efficace una serie di provvedimenti, raccomandati da una commissione presidenziale, che avrebbero aumentato la sicurezza – uno di questi interventi, afferma ora un dirigente dell’industria aerea, avrebbe potuto impedire gli attacchi terroristici dell’11 settembre.”
Oltre ai voli, la sorveglianza riguardava personaggi che erano stati identificati come presunti terroristi. Il 16 agosto 2001 venne arrestato dall’FBI un franco-algerino, Zacarias Moussaoui, personaggio sospetto che stava prendendo lezioni di volo sui 747 e che i servizi segreti francesi consideravano un sospetto terrorista legato ad Al Qaeda. In realtà gli agenti locali dell’FBI di Minneapolis avevano immediatamente riconosciuto Moussaoui come un presunto terrorista, ma il dipartimento di Giustizia e gli alti funzionari del Federal Bureau negarono l’autorizzazione per ulteriori e più penetranti indagini “per ragioni di sicurezza nazionale”. Solo dopo l’11 settembre si arrivò alla conclusione che il sospettato sarebbe dovuto essere uno dei kamikaze delle Torri gemelle.
Allo stesso modo, il presunto capo dei dirottatori, Mohamed Atta, era tenuto sotto controllo dai servizi di sicurezza egiziani e dalla polizia tedesca dopo alcune intercettazioni telefoniche che lo collegavano a gruppi fondamentalisti islamici. Addirittura per la televisione canadese Atta aveva acquistato grandi quantità di prodotti chimici per la fabbricazione di esplosivi ed era implicato in un attentato terroristico in Israele e per questo tenuto sotto sorveglianza dall’FBI. Ma tutto ciò non gli impedì di viaggiare per ben tre volte nell’ultimo anno tra l’Europa e gli Stati Uniti, e benché i suoi visti di ingresso come studente nelle scuole di volo americane fossero scaduti o irregolari, gli fu sempre permesso l’ingresso senza difficoltà, questo dunque non perché “le leggi sui visti fossero permissive, ma perché furono intenzionalmente violate”.
Come per Moussaoui e Atta, la circostanza che personaggi sospetti fossero all’interno degli Stati Uniti era nota alle autorità americane. Sulla cosiddetta “lista di sorveglianza”, cioè un elenco governativo di persone cui teoricamente sarebbe precluso l’ingresso nel paese, c’erano altri due terroristi dirottatori, Khalid Al Midhar e Nawaq Alhamzi, ma i loro nomi non furono mai segnalati dall’FBI ai funzionari delle aviolinee, quindi l’11 settembre poterono tranquillamente imbarcarsi sul volo 77 che avrebbe colpito il Pentagono. Secondo il “Washington Post” molte della cinquantina di persone coinvolte nella preparazione dell’attacco erano nella “lista di sorveglia”, erano da tempo nel paese, vi entravano e uscivano senza controllo, non venivano fermati, non si tentò di infiltrarli, “queste persone si sentivano tanto al sicuro quanto non insediate dalle forze dell’ordine”. Da un’inchiesta di “Newsweek” appare come almeno cinque dei dirottatori fossero stati addestrati negli anni ’90 presso installazioni protette dall’esercito USA, e che in generale l’addestramento degli allievi stranieri nelle scuole militari era pagato dagli stati di provenienza: 15 su 19 dirottatori erano cittadini dell’Arabia Saudita. Vengono rivelati sia i nomi dei terroristi (Atta, Alomari, Alghamdi) sia le strutture o le scuole dove venivano addestrati, ma ufficialmente i funzionari americani dichiararono che si trattasse soltanto di omonimie. Alle richieste di approfondimento di senatori o giornalisti, le autorità negarono ogni risposta che non fosse evasiva e contraddittoria, finché “a metà ottobre 2001 le indagini dell’FBI su questi particolari erano avvolte nel mistero; non era stata trovata una risposta precisa che fosse abbastanza credibile da poter essere presentata al pubblico. Il 10 ottobre agli agenti dell’FBI venne ordinato di troncare le loro indagini sui dirottamenti, con un’ordinanza che descriveva le attività investigative già svolte come “le più approfondite della storia”. Su questa situazione, il “Washigton Post” ha indicato i massimi gradi dell’FBI, tra cui il direttore Robert Mueller, come responsabili di menzogne e inerzia nelle indagini.

I due centri attraverso cui passarono quasi tutti i terroristi erano due scuole di volo di Venice, Florida: “le due scuole hanno addestrato il nocciolo duro della squadra dei piloti terroristi”. Sui proprietari di questi centri si sarebbero dovute aprire delle indagini, in particolare su uno dei due, Rudi Dekkers, la cui biografia apre la porta a molti sospetti, mentre fin dall’inizio si dette come per scontata la sua mancante implicazione nella vicenda. Su un’altra società, la Britannia Aviation, che aveva la disponibilità di usare gli hangar della scuola di Dekkers, si concentrano altri sospetti: dalla possibilità di avere appalti governativi senza le necessarie prerogative, dai rapporti privilegiati con agenzie come la DEA (autorità che combatte il narcotraffico negli Usa), il Dipartimento di Giustizia e la polizia locale, i rapporti di forniture con altre compagnie che erano note per essere, secondo giornalisti investigativi, società di proprietà della CIA usate come copertura per operazioni segrete. Ancora più inquietante è la testimonianza di Michael Springmann, capo dell’ufficio visti del Consolato americano di Jeddah in Arabia Saudita, in un’intervista rilasciata all’emittente CBC. Secondo Springmann, negli anni del suo servizio, tra il 1987 e il 1989, la CIA stava reclutando centinaia di persone e il dipartimento di Stato violò ripetutamente le regole per far loro ottenere i visti di ingresso negli Stati Uniti, malgrado fossero palesemente “persone non idonee”. Da quegli anni, la prassi non sembrò mutare, visto che la maggior parte dei terroristi dell’11 settembre ottenne i visti di ingresso proprio dal Consolato di Jeddah. Secondo Springmann esiste una continuità di prassi inquietanti, e all’epoca tutte le rimostranze da lui presentate presso tutti gli uffici competenti (dall’ambasciata di Riyadh al dipartimento di Stato) non vennero prese in considerazione. Dichiara Springmann:
“Le reclute… venivano negli Stati Uniti per essere addestrate come terroristi… l’Afghanistan era l’utente finale dei loro servizi… e i paesi che li avevano messi a disposizione non li rivolevano indietro” 
Secondo il procuratore americano David Philip Schippers, già responsabile delle indagini giudiziarie della Commissione Giustizia della Camera, per cui “il lungo primato di indiscutibile competenza e la vastità di esperienza ne fanno una fonte altamente credibile”, gli impedimenti e le inerzie nelle indagini vennero decise “ai livelli più alti dell’FBI e del dipartimento di Giustizia”.
Secondo la sua testimonianza, infatti, molte fonti, tra cui funzionari di base dell’FBI, “lo avevano avvicinato fornendo informazioni sugli imminenti attacchi”. Tali informazioni erano particolarmente precise. Gli agenti conoscevano nomi dei dirottatori, obiettivi degli attacchi, date programmate, fonti di finanziamento. Ma gli alti dirigenti avevano bloccato le indagini e i funzionari erano stati minacciati di essere perseguiti ai sensi del National Security Act se avessero rivelato quanto a loro conoscenza. Per cui, nel tentativo di superare il blocco, i funzionari si rivolsero a Schippers. Il procuratore contattò vari membri del Congresso e soprattutto il ministro della Giustizia John Ashcroft delineando la gravità della situazione. Nessuno lo prese sul serio, in particolare Ashcroft evitò di contattarlo. Tutto questo avveniva settimane prima l’11 settembre. Secondo Schippers, numerose persone dei servizi di sicurezza si erano rese conto di ciò che stava per accadere, ma i loro avvertimenti e le indagini furono troncate di netto dalla “èlite di burocrati di Washington”. Uno di quegli uomini disse a Schippers: 
“se si fosse consentito di andare avanti con le indagini, i fatti dell’11 settembre non sarebbero mai accaduti”.
E un altro di questi funzionari dichiarò alla testata “New American”:
“è terribile pensarlo, ma devono aver consentito che questa cosa succedesse perché era nei programmi di qualcuno”.
Anche a livello internazionale da molte parti ci si era accorti che una tragedia era imminente. Informazioni in tal senso provenivano dal Mossad (servizio segreto militare israeliano), dai servizi segreti francesi, dal presidente russo Vladimir Putin, dal presidente egiziano Mubarak. Insomma, tutti sapevano tranne gli americani.
In particolare, il monitoraggio e l’analisi di alcuni flussi finanziari precedenti agli attacchi erano molto significativi. Sia i titoli delle compagnie aeree che quelli di molte aziende che avevano i loro uffici nelle Torri gemelle, subirono nei giorni precedenti l’11 settembre una serie di speculazioni che fruttarono ad ignoti profitti per milioni di dollari. “Queste transazioni finanziarie multiple, così imponenti e senza precedenti, indicano senza margini di dubbio che c’erano investitori che stavano speculando in anticipo sulla catastrofe di metà settembre 2001, che avrebbe coinvolto la United Airlines, l’American Airlines e gli uffici delle Torri gemelle – un chiaro segnale del fatto che sapevano in anticipo, o addirittura erano coinvolti negli attacchi dell’11 settembre”. Ma è altrettanto significativo sapere che tali attività di scambio erano costantemente monitorate dalle autorità di molti paesi, proprio perché possibili indicatori di atti terroristici. Infatti sia la CIA americana, che il Mossad israeliano, che il Financial Services Authority inglese, hanno dipartimenti che si occupano “del controllo delle transazioni, per sorvegliare i movimenti sospetti delle azioni”. Il monitoraggio è puntuale e in tempo reale, utilizzando programmi di software altamente evoluti. Un’indagine su quegli scambi sospetti metterebbe allo scoperto gli investitori coinvolti e i loro collegamenti con gli attentatori. Ma tali indagini, ad oggi, non sono ancora state effettuate, almeno dalle autorità competenti. Mentre il lavoro svolto da un analista investigativo, Michael Ruppert, che ha seguito le tracce degli investimenti sospetti intorno all’11 settembre, consentirebbe di arrivare fin dentro il cuore della CIA. Per le speculazioni sarebbe stata usata la filiale americana della Deutsche Bank, di cui è stato direttore fino al 1998 A. B. “Buzzy” Krongard, che dal marzo 2001 era stato nominato dal presidente Bush direttore esecutivo della Central Intelligence. Nei suoi studi Ruppert ha rivelato un intreccio costante e pluridecennale tra attività finanziarie e operazioni coperte, spesso illegali e riprovevoli (come il traffico internazionale di stupefacenti).
Ma non tutti gli avvertimenti sono caduti nel vuoto. In alcuni casi singoli, essi sono stati utilizzati con precisione. In quelli che sono tre casi documentati (e si ignora quanti e quali, oltre questi, siano rimasti ignoti), si rivela che, nella prossimità dell’11 settembre, ad alcune personalità vennero sconsigliati i voli aerei, tra questi il sindaco di San Francisco, lo scrittore Salman Rushdie e un “gruppo di altissimi funzionari del Pentagono”. Ma l’allarme riguardò solo loro, non la generalità dei passeggeri.

Capitolo 5: l’11 settembre e il tracollo delle procedure operative

Cosa accadde il giorno degli attacchi? Le procedure difensive erano inadeguate o non funzionarono? Gli aerei potevano essere fermati prima che portassero a compimento la loro missione di morte?

Prima di tutto è necessario stabilire quale fosse la risposta standard delle autorità di difesa aerea in caso di allarme. In tal senso le procedure operative della FAA (Federal Aviation Administration) e del dipartimento della Difesa sono estremamente precise e dettagliate, prevedendo ogni tipo di emergenza, dall’errore del pilota al dirottamento. Tutti i voli, sia quelli di privati che, a maggior ragione, quelli di linea, sono tenuti sotto stretta sorveglianza dalle stazioni di controllo a terra (come avviene in ogni parte del mondo) che sono in contatto diretto con la centrale radar militare del NORAD. Ogni volo ha un suo piano e una sua linea di percorrenza che deve essere rispettata in modo preciso, essendo scandita dai cosiddetti “fix”, punti immaginari su cui si svolge la rotta. Se un aereo salta o si discosta da uno di questi fix, scatta immediatamente l’allarme. La procedura prevede che l’addetto al controllo aereo si metta immediatamente in contatto radio con il pilota, ma se il contatto risulta impossibile o questi non risponde, si passa in maniera automatica all’intercettazione. L’addetto passa l’allarme ai militari, senza ulteriore autorizzazione, i quali faranno alzare gli intercettori che si trovano più prossimi al volo sotto allarme. Nel termine di pochi minuti, dunque, un caccia militare avrà preso contatto visivo diretto con l’aereo fuori rotta o in difficoltà. In un caso documentato dalla stampa che coinvolse il jet privato di un noto giocatore professionista di golf, dal momento della perdita della rotta all’intercettazione da parte degli F-16, trascorsero ventuno minuti. L’11 settembre tale procedura fu totalmente ignorata. Tutti gli aerei dirottati decollarono tra le 7,59 e le 8,14 di quel mattino. Il primo fu dirottato e venne perso dalla torre di controllo alle 8,20, nel giro di pochi minuti vennero persi tutti gli altri. Già a questo punto, con quattro aerei che venivano persi contemporaneamente, l’allarme sarebbe dovuto essere generale, e il NORAD, in collegamento diretto col computer centrale dell’aviazione civile doveva essere al corrente di tutto. Alle 8,45 il primo aereo si schianta contro la Torre nord a New York, a 25 minuti dal dirottamento. Alle 9,03 l’altro aereo si schianta sulla Torre sud. A questo punto nessuno può dubitare che sia in corso un attacco terroristico che utilizza aerei di linea come bombe. Ma alle 9,40, un altro aereo si schianta contro il Pentagono, ben 37 minuti dopo la seconda torre e addirittura un’ora e 20 minuti dal primo dirottamento che avrebbe dovuto far scattare l’allarme e la procedura per l’intercettazione automatica.
Il 13 settembre, il generale Myers, Capo di Stato Maggiore in carica, dichiarava alla Commissione per i Servizi Armati del Senato che l’ordine di far decollare i caccia per intercettare gli aerei dirottati era stato, per quanto ne sapesse “successivo al momento in cui venne colpito il Pentagono”. Lo stesso dichiarava il portavoce del NORAD, maggiore Mike Snyder. Lo stesso vicepresidente Dick Cheney, il 16 settembre, in un incontro con la stampa, non contestò tale racconto.
Ma la versione ufficiale cambiò improvvisamente. “Contraddicendo le versioni e le testimonianze iniziali dei funzionari americani, veniva più tardi affermato che in realtà, quando era stata colpita la prima torre, erano stati fatti decollare dei caccia dalla base Otis, Massachusettes”. Questo almeno salverebbe coloro che, in caso contrario, avrebbero tenuto a terra gli aerei per oltre un’ora, in contraddizione con tutte le procedure standard mentre era in corso l’allarme più grave della storia degli Stati Uniti. Ma apre la porta a molte e più inquietanti domande.
Che la seconda versione appaia alquanto dubbia viene alla luce dalla semplice considerazione dei tempi di reazione: se gli aerei intercettori della base Otis decollarono alle 8,52 (con già grave ritardo rispetto ai tempi medi di risposta), perché non riuscirono ad intercettare in tempo l’aereo che si schiantò sulla seconda torre 11 minuti dopo? E perché non furono allertati gli aerei della base McGuire a soli centoquattordici chilometri da New York che avrebbero potuto raggiungere la città in meno di sette minuti? Allo stesso modo, secondo la ricostruzione del “New York Press”, gli aerei che partirono dalla base di Langley alle 9,30 (con ritardo gravissimo e ingiustificabile) non fecero in tempo ad intercettare il Boeing sul Pentagono, mentre la base di Andrews si trova a pochissimi chilometri da Washigton. Inoltre, secondo la versione ufficiale, gli F-15 e gli F-16 avrebbero dovuto volare a 500 Km/h per non raggiungere in tempo i loro obiettivi, mentre la loro potenza massima tocca i 3000 Km/h. Pur trattandosi di un’emergenza volarono al 20% del loro potenziale. Insomma, “questa storia, che ormai è divenuta la versione ufficiale, solleva più domande di quante ne soddisfi”.
A conclusioni analoghe giungono vari esperti che hanno analizzato i dati forniti. Stan Goff, pluri veterano di guerra e docente di scienza e dottrina militare a West Point, osserva che tutta la sequenza degli avvenimenti sembra “costruita a bella posta”, e risulta davvero abnorme il ritardo con cui sarebbero stati fatti alzare gli intercettori dell’Air Force. In particolare, la dinamica dello schianto sul Pentagono appare del tutto incredibile: un pilota addestrato su Piper e Cesna avrebbe effettuato una delle manovre più incredibili e difficili su un boeing di linea, cioè una vorticosa spirale verso il basso in tempi strettissimi, un volo radente che porta l’aereo a tagliare i fili elettrici davanti il Pentagono, quindi uno schianto perfetto su un edificio molto basso alla “velocità di ottocentocinquanta chilometri l’ora”.
Anatoli Kornukov, comandante in capo delle forze aeree russe, ha dichiarato:
“In genere è impossibile portare a termine un atto terroristico in un contesto come quello […] Appena qualcosa di simile succede qui, io lo vengo a sapere immediatamente, e nel giro di un minuto siamo tutti in azione”.
I russi sarebbero più bravi degli americani? Non si direbbe consultando i manuali di ingaggio della FAA e del National Military Command Center: “Il coordinatore FAA per i casi di dirottamento… in servizio presso il quartier generale di Washington chiederà alle Forze armate di fornire una scorta quando viene confermato un dirottamento aereo”, e secondo le istruzioni del Capo di Stato Maggiore “nel caso di un dirottamento, l’NMCC sarà informato nel modo più veloce dalla FAA… Gli Stati Uniti debbono dunque far decollare gli aerei militari nel momento stesso in cui viene confermato un dirottamento”. La verità dunque, è che l’ “11 settembre le normative precise che regolano gli interventi d’emergenza delle autorità aeree sono state sistematicamente infrante”. Perché è accaduto?
Alla verifica dei fatti solo due ipotesi sono in piedi: grave negligenza o complicità? Secondo l’agenzia di stampa militare, il generale Myers, Capo di Stato Maggiore, quella mattina aveva una riunione con un senatore, Max Cleland, e avrebbe saputo in diretta dalla televisione dello schianto sulla prima torre. Ritenendo si trattasse di un incidente, cominciò ugualmente la sua riunione, e solo al termine sarebbe venuto a conoscenza del secondo schianto, proprio mentre giungeva la notizia dell’attacco al Pentagono. Solo a quel punto si sarebbe messo in contatto col generale Ralph Eberhart, comandante del NORAD. Insomma, per oltre un’ora, l’ora decisiva, il capo delle forze armate americane sarebbe stato all’oscuro di tutto, e avrebbe cominciato a concertare la risposta militare agli attacchi con il capo del NORAD solo quando tutto era praticamente finito.
Se i vertici delle forze armate dimostrarono uno “sbalorditivo quadro di indifferenza”, non da meno fu la risposta dei vertici politici. Al momento degli attacchi il presidente Bush si trovava in una scuola elementare in Florida per un incontro con gli studenti. Secondo la stampa che lo seguiva nel viaggio, fu immediatamente avvertito del primo schianto, ma lui continuò nella sua visita limitandosi ad annunciare una dichiarazione per le ore successive. È da mettere in rilievo che il grande pubblico capì che si trattasse di terrorismo solo dopo la seconda torre, ma le Forze armate e i servizi di sicurezza, anche al seguito del presidente, potevano sapere (e dunque dovevano sapere) che il primo schianto era stato causato da un aereo dirottato e che in quel momento ce n’erano altri tre senza controllo sui cieli degli Stati Uniti. “Ma invece di iniziare immediatamente una riunione di emergenza sulla situazione, per decidere quali istruzioni dare agli intercettori, Bush è rimasto alla scuola elementare dove era andato per fare una lettura ai bambini” mentre Myers era in una riunione di routine dalla quale non venne minimamente distolto. È possibile che quanto accaduto sia la conseguenza di una “sistematica, non intenzionale, incompetenza. […] Un’incompetenza di questo genere sarebbe la conseguenza di una incompetenza istituzionale grottesca, diffusa in tutti i servizi di emergenza di FAA, NORAD, Air Force e di altre importanti istituzioni. Ma le tracce di tanta incompetenza istituzionale avrebbero dovuto venire alla luce anche in altre circostanze, nel corso dei normali interventi d’emergenza già verificatesi. Ma non c’è alcuna traccia del genere.” La conclusione più logica che si possa trarre, è dunque che “la responsabilità per la sicurezza del paese è tanto stupefacente quanto rivelatrice: indica un livello di negligenza che equivale di fatto a una effettiva complicità”.

Capitolo 6: i legami dell’America con l’uomo più ricercato della terra

In questo capitolo Ahmed analizza la figura di Osama bin Laden, mettendo in luce relazioni inquietanti in un intreccio di affari, servizi segreti e uomini politici.
Secondo la linea ufficiale, non esistono e non sarebbe mai esistiti legami tra Al Qaeda e il governo degli Stati Uniti, bin Laden sarebbe stato ripudiato dalla sua famiglia e condannato dal governo saudita. Insomma, questo genio del male sarebbe divenuto tale in maniera autonoma ed indipendente.
La famiglia bin Laden è una delle più ricche del Medio Oriente, e i suoi interessi sono ormai estesi a livello planetario. Il padre di Osama, lo sceicco Muhammad bin Laden, fu un leggendario costruttore e creò un impero finanziario costruendo grandi strade, aeroporti, infrastrutture. Fin dalla fine degli anni ’70, tale impero era governato in gran parte da uno dei figli più giovani, Osama, appunto. Quando in quel periodo, il giovane e idealista bin Laden decise di mettere le sue fortune a disposizione della lotta dei mujaheddin afgani contro l’invasione sovietica, tale attività avvenne “con la piena approvazione del regime saudita e della CIA”. L’ex capo dell’ufficio visti americano a Jeddah, in Arabia, alla fine degli anni ’80, Michael Springmann, vide in prima persona come i servizi segreti americani e bin Laden lavorassero in simbiosi. Springmann cercò di opporsi a quelle prassi che violavano le regole dell’immigrazione e d’ingresso negli Usa:
“Ciò cui io mi opponevo era, in realtà, un tentativo di portare reclute raccolte da Osama bin Laden negli Stati Uniti perché fossero addestrate al terrorismo dalla CIA. Sarebbero poi state rispedite in Afghanistan per combattere contro i sovietici di allora”.
Ancora nel ’90 bin Laden cercò di organizzare una forza di veterani della guerra afgana per combattere l’Iraq di Saddam che aveva invaso il Kuwait. Da quel momento in poi, comincerebbe la parabola discendente dei rapporti tra Osama, la sua stessa famiglia, la famiglia reale saudita e gli americani.
Storicamente esistono anche numerosi rapporti di affari tra le famiglie bin Laden e Bush. In particolare il gruppo Carlyle, di cui George Bush sr. è un alto dirigente, ha rapporti finanziari molto stretti e di lunga data con il gruppo bin Laden. Di questo sodalizio hanno fatto parte, per tutti gli anni ’90, oltre Bush, anche l’ex segretario di Stato James Baker e l’ex segretario alla Difesa Frank Carlucci, come dire i pezzi chiave di una intera Amministrazione presidenziale americana. Nel momento in cui Osama bin Laden cominciava a diventare, nel corso degli anni ’90, la punta di diamante del terrorismo islamico internazionale, cominciavano anche le indagini su questi “legami pericolosi”. Queste indagini furono costantemente osteggiate dalla famiglia Bush, finché addirittura sospese quando George Bush jr. diventò presidente nel 2000. Dopo l’11 settembre, tali legami, che avrebbero potuto essere quanto meno sospetti, rimasero nell’ombra. Mentre successivamente agli attentati venivano arrestati migliaia di sospetti e testimoni, un volo charter in partenza dagli Stati Uniti portava “in tutta fretta fuori scena, verso l’Arabia Saudita, undici membri della famiglia di Osama bin Laden”. Secondo la linea ufficiale, i parenti di Osama avevano da tempo ripudiato la “pecora nera” della famiglia e non c’era motivo di indagare su di loro. Invece fonti di stampa riportano che l’FBI era “sulle tracce di altri membri della famiglia bin Laden per via dei loro legami con organizzazioni terroristiche, prima e dopo l’11 settembre.”
Secondo analisti e fonti di stampa, anche i rapporti tra Osama bin Laden e i sauditi non si sarebbero affatto interrotti. Secondo il “New Yorker” nel ’94, re Fahad cercava di controllare le fazioni islamiche fondamentaliste fornendo loro cospicui finanziamenti. Secondo il “Los Angeles Times”, il principe saudita Turki al-Faisal, capo dei servizi segreti sauditi fino al 2001, “manteneva stretti rapporti con bin Laden e i talebani”. I rapporti tra Osama bin Laden, intelligence saudita e intelligence americana, risultano essere una sorta di triangolazione, visti gli stretti rapporti tra questi servizi segreti. Secondo “New Statesman”:
“Bin Laden e la sua banda non sono che i tentacoli; la testa è al sicuro in Arabia Saudita, sotto la protezione delle forze americane”.
Lo studio più approfondito su questa realtà è stato realizzato dal celebre giornalista della televisione svizzera Richard Labevière, il quale, utilizzando fonti dei servizi segreti europei, può dichiarare: 
“L’Arabia Saudita sta finanziando le reti di bin Laden [… e il suo potere si è accresciuto] grazie all’appoggio attivo di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e di altre monarchie del petrolio, e con la benevolenza dei servizi di intelligence americani impegnati in quelle aree. […Al Qaeda] è stata protetta perché quella rete era stata concepita per riuscire utile alla politica estera e agli interessi militari degli Stati Uniti”.
Esemplare in questo contesto la storia di un ex sergente americano di origine egiziana, Ali Mohamed. Nel 1984 venne espulso dall’esercito egiziano perché ritenuto un estremista religioso, quindi si trasferiva negli Stati Uniti, dove, benché ritenuto in un primo momento inaffidabile, diventava cittadino ed entrava nell’esercito fino ad avere il grado di sergente. Lavorava come istruttore e teneva corsi sul Medio Oriente per l’esercito americano, fungeva da collegamento tra la CIA e la guerriglia afgana negli anni ’80. Nel 1989 si congedava con onore, ma negli anni ’90 continuava privatamente il proprio lavoro, addestrando estremisti islamici, in particolare membri di Al Qaeda che avrebbero compiuto gli attacchi alle ambasciate americane in Africa (Kenya e Tanzania). Benché arrestato e ritenuto colpevole per questi fatti, Mohamed
“continua a essere tenuto sotto custodia dagli americani in una località protetta e segreta […] e non è stato condannato […]. A tutt’oggi permane una cortina di segretezza, mantenuta dal governo americano, sul ruolo avuto da Mohamed, sui suoi rapporti contemporanei con l’intelligence militare americana e con Al Qaeda e sulla loro durata”.
Anche sul piano dei tentativi di cattura di bin Laden da parte degli americani, i conti non tornano. Nel ’96 lo sceicco si trovava in Sudan, protetto dalle autorità di quel paese, le quali però, a fronte delle pressioni internazionali, decisero di scaricare lo scomodo alleato. Il generale Elfaith Erwa, allora ministro della Difesa sudanese, in un intervista al “Washington Post”, dichiarò che il suo paese era ben disposto a consegnare bin Laden agli americani pur di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma che i funzionari di Washington preferirono un’altra soluzione: consentirgli di lasciare il Sudan, purché non si trasferisse in Somalia. Alla notizia che bin Laden sarebbe andato in Afghanistan, i funzionari americani avrebbero detto: “lasciatelo stare”.
L’uomo più impegnato nella cattura del capo di Al Qaeda è stato senz’altro l’agente dell’FBI John O’Neill, che lo perseguì fin dalle implicazioni con l’attentato del World Trade Center del 1993. O’Neill, che era diventato nel corso degli anni direttore dell’antiterrorismo dell’FBI, era talmente rammaricato dall’ostruzionismo ricevuto nella caccia a bin Laden che nell’agosto del 2001 si dimise dal suo incarico e accettò le mansioni di capo della sicurezza alle Torri gemelle. Come per un fatale scherzo del destino, morirà quell’11 settembre sotto gli attacchi.

Per completare il quadro, è necessario fare riferimento ai legami tra la CIA, Al Qaeda, e l’ISI, ovvero l’Inter Services Intelligence, il servizio segreto militare del Pakistan. Anche questo è un collegamento storico che risale alla guerra afgana contro i sovietici. “Tra il 1982 e il 1992 circa trentacinquemila estremisti musulmani di quaranta paesi si sono uniti alla lotta dell’Afghanistan. Altre decine di migliaia di musulmani sono andate a studiare nellemadrasa (scuole coraniche, n.d.r.) pakistane. Alla fine, più di centomila estremisti musulmani stranieri sono stati influenzati direttamente dal jihad afgano”. Secondo il “Washington Post” tramite l’ISI pakistana,
“la CIA addestrò e sostenne sotto copertura i combattenti afgani. In questo frangente l’ISI era l’intermediaria, attraverso la quale la CIA procurava ai ribelli afgani armi, pianificazione e addestramento”.
Dal 1985 tali aiuti divennero cospicui grazie alla direttiva 166 del presidente Reagan. Anche con la fine della guerra e con amministrazioni diverse, la crescita restò costante finché nel 1997 ammontava a sessantacinquemila tonnellate in forniture di armi, oltre ad un “flusso incessante di specialisti della CIA e del Pentagono che visitavano il quartier generale di Rawalpindi, in Pakistan. Lì gli specialisti della CIA incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni”. In questo modo e nel corso degli anni, “l’ISI pakistana divenne un vero e proprio strumento della politica estera americana in quella regione” tanto che la pubblicazione “Jane’s Defence Weekly” non esitò a definire questo rapporto come un “modello di guerra per procura”. Tramite questo meccanismo si arrivò al 1988 quando “Bin Laden creò – fatto noto agli Stati Uniti – Al Qaeda (La Base): un agglomerato di cellule di terroristi islamici, quasi indipendente fra loro, disseminate in almeno ventisei paesi”. L’americano Selig Harrison, analista esperto di Asia meridionale, ritiene addirittura che “i talebani siano una creazione della CIA americana in collaborazione con la direzione dell’ISI pakistana”. Questo fenomeno di stretta collaborazione può aver avuto connessioni con i fatti dell’11 settembre? 
Molte fonti di stampa (Reuters, New York Times, Daily Telegraph) hanno riportato che proprio in quei giorni fosse in corso un vertice tra i massimi dirigenti dell’ISI, tra cui il direttore generale Mahmoud Ahmad, con gli omologhi americani del Pentagono e del National Security Council, e che pertanto i vertici dell’ISI si trovassero in America proprio nella settimana degli attacchi terroristici. Ufficialmente, secondo le fonti del dipartimento di Stato, si sarebbe trattata di una “visita di routine”. Ma le coincidenze non finiscono qui. Pochi giorni dopo quei fatti, quando stavano per cominciare i bombardamenti americani sull’Afghanistan, il generale Mahmoud Ahmad veniva destituito in modo repentino da direttore dell’ISI. Dietro la defenestrazione ci sarebbero motivazioni gravissime. Secondo il più importante giornale indiano, “Times of India”:
“le fonti locali hanno confermato martedì che il generale è stato licenziato per via delle prove fornite dall’India che dimostrano i suoi legami con uno degli attentatori suicidi che hanno abbattuto il World Trade Center. Le autorità degli Stati Uniti hanno chiesto il suo allontanamento dopo che è stato confermato che lo sceicco Ahmad Umar, su istruzione del generale Mahmoud, aveva inviato al dirottatore Mohammed Atta centomila dollari dal Pakistan”.
L’India poteva avere buone ragioni per screditare il nemico storico, il Pakistan, di fronte agli alleati americani, ma la notizia venne ripresa anche da altre fonti insospettabili, la France Press e addirittura il Wall Street Journal, secondo cui la rimozione del generale Ahmad sarebbe stata richiesta dagli americani, dopo che l’FBI aveva accertato, in base alle informazioni dell’intelligence indiana, il legame tra il capo dell’ISI e il capo dei terroristi dell’11 settembre. Secondo la fonte della France Press (un alto funzionario governativo), le prove fornite dagli indiani 
“sono per loro natura ben più importanti ed estese che un semplice pezzo di carta che collega un generale disonesto a qualche maldiretto atto di terrorismo”.
Ci si troverebbe davanti alla prova schiacciante che, come hanno pensato numerosi analisti di alto livello, le operazioni dell’11 settembre avrebbero alle spalle una organizzazione e un livello di preparazione ben più complesso e articolato di quello che poteva essere fornito da bin Laden e Al Qaeda. Riportiamo per semplificare solo una di queste voci, particolarmente attendibile, Mohamed Heikal, ex ministro degli Esteri egiziano, considerato il più accreditato commentatore politico del mondo arabo:
“Bin Laden non ha la capacità di condurre un’operazione di questa portata. Quando sento Bush che parla di Al Qaeda come se fosse la Germania nazista o il partito comunista dell’Unione Sovietica, rido, perché so di cosa si tratta veramente. Bin Laden è stato sotto sorveglianza per anni: ogni sua telefonata veniva controllata, e in Al Qaeda si è infiltrata l’intelligence americana, quella pakistana, quella saudita, quella egiziana. Non avrebbero mai potuto tenere segreta un’operazione che richiedeva un tale grado di organizzazione e di complessità”.
Ma com’è possibile che fatti di questa gravità abbiano avuto così poca eco sui media internazionali, e che gli americani si siano accontentati dell’allontanamento in sordina del capo di un servizio segreto straniero, tra l’altro di uno stato così importante e fondamentale come il Pakistan, su cui esistevano le prove di una complicità con i dirottatori delle Torri gemelle? La risposta fornita dall’autore è semplicemente logica. Scrive infatti Ahmed: 
“Facendo pressione sull’allora direttore generale dell’ISI perché se ne andasse senza rumore, con il pretesto di una ristrutturazione del personale, gli Stati Uniti hanno di fatto bloccato ogni tipo di indagine sulla questione. Hanno impedito che ci fosse un’eco più vasta e hanno consentito al capo dell’ISI, chiaramente complice degli attacchi terroristici, di andarsene in assoluta libertà. Sembra che gli USA abbiano tentato di proteggere l’ex direttore generale dell’ISI, e l’ISI nel suo complesso, da qualsiasi pericolosa rivelazione su eventuali complicità e implicazioni negli attacchi aerei”.
Capitolo 7: la nuova guerra: potere e profitti dentro e fuori i confini

In questo settimo e ultimo capitolo l’autore completa la sua analisi, definendo presupposti ed effetti della guerra successiva all’11 settembre. Prima di tutto delinea come l’Amministrazione americana si trovasse in una grave crisi di consensi derivante soprattutto dalla recessione economica e dalle scarse prospettive di ripresa senza un evento che rivoluzionasse e rivitalizzasse il quadro generale. In politica internazionale gli USA erano isolati, soprattutto in crisi erano i rapporti con gli alleati europei per visioni diverse in merito ad aspetti fondamentali del futuro sviluppo del pianeta (inquinamento globale, difesa missilistica, istituzione di un tribunale internazionale), e dovevano anche affrontare le crescenti critiche del movimento anti-globalizzazione, il movimento sociale più imponente e diffuso dagli anni intorno al ’68. 
“Alcuni potenti settori dell’élite di potere americana hanno dunque visto nei fatti dell’11 settembre, un’opportunità favorevole per mettere in atto un programma mirante a difendere più ampi interessi strategici ed economici, tramite l’espansione e il consolidamento dell’influenza militare”.
Questo, come sappiamo, è avvenuto sul piano esterno con la guerra mossa contro l’Afghanistan prima, e quella contro l’Iraq successivamente, ma anche sul piano interno non sono mancate notevoli ripercussioni. Scriveva il Washington Post:
“E’ più che mai vero ora che il Congresso e gli altri discutono dell’eventuale necessità di sacrificare la privacy, la libertà di movimento o altre libertà alle esigenze di sicurezza interna”.
I crescenti timori di un restringimento delle libertà costituzionali tanto care agli americani, si è materializzato con l’approvazione del USA Patrioct Act che ha
“dato nuovi, enormi poteri sia alle forze addette alla tutela della legge all’interno della nazione sia alle agenzie internazionali di intelligence, e ha soppresso quei controlli incrociati che precedentemente attribuivano ai tribunali la possibilità di accertarsi che non si verificassero abusi di potere”.
Anche sul piano economico si sono presentate interessanti possibilità. Come ha rilevato il professor Chossudovsky dell’Università di Ottawa:
“la nuova direzione dell’economia americana genererà un surplus di centinaia di miliardi di dollari di profitti, che andranno ad arricchire le tasche di un pugno di grandi società”.
Insomma, per dirla con le parole dell’economista filippino Walden Bello,
“la missione di Al Qaeda a New York, nella congiuntura storica dell’11 settembre, è stato il miglior regalo possibile agli Stati Uniti e all’establishment globale”.
E il peggiore possibile al mondo islamico (NdR)


Commento a "Guerra alla Libertà" di Simone Santini.
Commentare “Guerra alla Libertà” è in un certo senso fin troppo facile.
Facile perché le analisi svolte nel volume parlano da sole. Qualunque sia l’angolo di visuale da cui si parte, tutte le indicazioni portano nella medesima direzione. Lo scenario geostrategico imperiale, le connessioni economiche di grande rilevanza, i decennali e ambigui rapporti tra servizi segreti “alleati” e ambienti islamici estremistici, gli errori madornali dell’intelligence americana che doveva prevenire gli attentati, l’inspiegabile tracollo delle procedure operative di difesa riferite all’11 settembre. Tutto, insomma, ci dice che quel giorno sono accaduti avvenimenti che vanno ben aldilà, e in maniera davvero inquietante, delle semplicistiche ricostruzioni ufficiali.
Un adagio degli avvocati penalisti suona più o meno così: se capita una volta è un caso; se capita due volte è una coincidenza; se capita tre volte è una prova. Siamo di fronte alla prova che ambienti all’interno degli Stati Uniti sono stati complici degli attentati? Bisogna distinguere tra quelle che possono essere considerate prove processuali, e quelli che sono indizi su cui si possono basare persone comuni per giudizi di tipo politico. Nel primo caso, gli spunti raccolti e le relative analisi svolte da Ahmed, non possono certamente essere considerati come prove legali, essendo soprattutto fonti giornalistiche, investigazioni indipendenti, testimonianze di persone influenti e a conoscenza di retroscena, ma certamente non confessioni. Mentre d’altro canto, ce n’è davvero in abbondanza per farsi un’idea personale (e in questo senso, “oltre ogni ragionevole dubbio”) su come si siano svolti realmente i fatti. In realtà non mancherebbero davvero spunti (anzi, ne vengono forniti molteplici e tutti precisi) per delle inchieste giudiziarie, ma se le considerazioni svolte hanno colto nel segno (e personalmente non ne dubitiamo) è ben difficile che le maggiori autorità americane incriminino se stesse. Ne sono un chiaro segnale i risultati della recente Commissione di inchiesta parlamentare, la quale si è concentrata su fatti in qualche modo marginali e conseguenti l’11 settembre, come la fabbricazione delle false prove relative alle armi di distruzione di massa irachene. La Commissione ha bensì rilevato errori, incongruenze, negligenze nella cosiddetta comunità dell’intelligence, ma senza mai indicare precise responsabilità dirette e personali. Del resto, con tempismo perfetto, seguendo uno schema più volte ripetuto, uno dei possibili responsabili, il direttore della CIA George Tenet, si era precedentemente dimesso per motivi personali, tagliando così alla radice possibili speculazioni e coinvolgimenti che lo riguardassero.

Si conoscerà mai pubblicamente la verità sull’11 settembre? Probabilmente no, a meno di un mutamento davvero sconvolgente ed epocale negli indirizzi geopolitici del pianeta. Certo resteranno le voci, i misteri, le accuse di dietrologia, col rischio che tutto e il contrario di tutto venga considerato plausibile. Del resto, se vogliamo fare un esempio, gli americani sanno bene in che ambienti venne decisa la morte di Kennedy, ma ciò non è stato sufficiente per mettere sotto accusa e in discussione un intero sistema: crediamo che anche a livello popolare medio siano troppe le paure di perdere i pochi o tanti privilegi dell’essere il popolo imperiale. Insomma, in una società in cui, a vari livelli, si sovrappongono coloro che ignorano tutto, coloro che preferiscono non sapere, coloro che sanno benissimo e hanno tutti i vantaggi di tale situazione (e questi detengono il potere economico e culturale della nazione), rimane ben poco spazio per coloro che vorrebbero avere una parola onesta e veritiera sui destini del pianeta e della propria nazione. Tali ambienti non mancano in America, è sicuro. Ne sono una prova lampante i casi già citati nel saggio di Ahmed, in cui numerosi funzionari di base delle agenzie di sicurezza (soprattutto l’FBI) hanno messo a repentaglio la vita pur di evitare la tragedia che si stava svolgendo sotto i loro occhi. In quel caso la posta in gioco era troppo alta, e il loro tentativo è fallito. Probabilmente gli stessi ambienti (che potremmo definire semplicemente patriottici) si sono presi una rivincita quando subito dopo l’11 settembre scoprirono le tracce di una pista interna per i casi degli attacchi all’antrace, i quali dovevano servire a far ricadere la colpa sull’Iraq. La conseguenza fu che la campagna irachena cominciò con un anno di ritardo, e le prove che vennero fabbricate successivamente risultarono grossolanamente artefatte.
Se esistono delle sacche di resistenza all’interno degli Stati Uniti, ci domandiamo perché in Europa gli ambienti dell’intelligence, quelli diplomatici e militari, appaiano al contrario totalmente asserviti. Il cuore del vecchio continente potrebbe essere l’epicentro di un terremoto in grado di sconvolgere gli equilibri mondiali. E i tempi sarebbero maturi, visto che la conduzione della politica internazionale americana si sta dimostrando chiaramente opposta agli interessi, puri e semplici, dei popoli e delle nazioni europee.

In ultima analisi ci sembra opportuno, alla luce di quanto emerso e analizzato finora, delineare almeno una sorta di atto di accusa, quasi a futura memoria, che si inscriva a chiare lettere almeno nella coscienza dei nostri lettori.
Ebbene, si accusano centri di potere occulti americani, che hanno diramazione o influenza sui più alti vertici dei settori politici, militari, industriali e di intelligence, di avere concepito la realizzazione di gravissimi atti terroristici contro il proprio stesso popolo. Tali atti, utili per il perseguimento di fini non democratici, allo scopo di consolidare e determinare il dominio di tali poteri occulti sull’intero pianeta (così come avvenuto lungo tutta la storia, recente e non, degli Stati Uniti d’America), devono essere considerati come un colpo di stato contro l’ordinamento costituzionale ed il popolo americano, e come tale dunque, un atto criminale di alto tradimento. Per la realizzazione di tali atti, ci si è avvalsi della manovalanza di gruppi terroristici di matrice islamica (di cui non si conosce il grado di consapevolezza), e soprattutto della regia, preparazione, aiuto, in diverse forme e gradi, di ambienti dei servizi segreti di nazioni alleate, segnatamente l’Arabia Saudita ed il Pakistan (senza escludere la partecipazione di altri). Nel caso del Pakistan, esisterebbero addirittura le prove, fornite dai servizi segreti dell’India, di un coinvolgimento diretto e specifico dei massimi vertici della sua intelligence con i gruppi terroristici. In tal senso, è possibile che il livello di complicità dei settori interni agli Stati Uniti non sia mai stato di azione diretta, quanto piuttosto nel senso di impedire che forze sane potessero prevedere, scoprire e dunque far fallire i piani predisposti. Tuttavia, ciò non ne limita in alcun modo il grado di responsabilità.
Si auspica che, prima o poi, analoghe forze americane, ma ad esse contrapposte, possano formulare capi d’imputazione giudiziari contro le persone, al momento ancora ignote, che hanno incarnato tale complotto, affinché possano essere giudicate per i loro crimini in modo democratico e secondo le leggi di quello stato.

Fonti   clarissa  clarissa  fazieditore