Descrizione

In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

mercoledì 18 novembre 2015

John F. Kennedy. Discorso Il presidente e la stampa. La Dichiarazione di una Guerra Segreta:- Speech The President and the Press. The Declaration of a Secret War


John F. Kennedy Discorsi
Il presidente e la stampa: Rivolto prima alla American
Newspaper Publishers Association, 27 Apr 1961


Questo è il discorso completo che secondo me erroneamente viene chiamato "Discorso sulle Società Segrete", la descrizione che si può leggere nei documenti allegati è :
"Nel suo discorso il presidente Kennedy rivolge il suo malcontento per la copertura delle notizie della stampa prima, durante e dopo l'incidente della Baia dei Porci, suggerendo che vi è la necessità di "una gran lunga maggiore informazione pubblica" e "un molto più grande segreto d'ufficio".
Quello che si evince dalla lettura del discorso è che si preoccupa del fatto che il nemico visibile, il comunismo, possa apprendere informazioni riservate dai giornali ma si concentra sul fatto che nello stesso tempo la popolazione debba essere informata, informata di :
"una cospirazione monolitica e spietata che si basa principalmente su mezzi segreti per espandere la sua sfera di influenza", una Guerra Segreta non dichiarata e che  "le  dimensioni della sua minaccia incomberanno all'orizzonte per molti anni". Questo pare essere l'argomento principale semi mascherato del discorso : "E questo è il nostro obbligo di informare e allertare il popolo americano".
Quindi se si volesse rinominare il titolo del discorso quanto mai attuale a cinquant'anni dal suo pronunciamento anche tenendo presente i fatti e le realtà attuali incontrovertibili che sono giornalmente sotto gli occhi di tutti e conseguentemente ne paghiamo le conseguenze, il titolo dovrebbe essere "Discorso sulla Guerra Segreta", una Guerra Segreta all'Umanità e per questo insieme ad altre questioni : 
  • L'opposizione alla Federal Reserve con la stampa delle United States Notes.
  • L'opposizione alla Bomba Atomica Israeliana.
  • La persecuzione che ovviamente avallava di suo fratello Bob Kennedy alla mafia.
  • Il ritiro delle truppe USA dal Vietnam con conseguente uscita dalla futura guerra.
  • Le riforme applicate per aumentare la spesa pubblica, soprattutto per ciò che riguardava le esplorazioni spaziali, programmi sociali, e tentativi di integrazione razziale.
  • L'avvicinamento con Nikita Krusciov e la svolta per la pace con i nemici comunisti.
  • L'iniziò un segreto dialogo con Fidel Castro, allo scopo di normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Cuba. 
  • il New York Times riportò che Kennedy disse a uno dei più alti funzionari della sua amministrazione di voler «ridurre la CIA in mille pezzi e gettarli al vento».
gli sono costate la vita, stando alle conoscenze attuali ben si può capire che la matrice degli interessi lesi dal Presidente che a questo punto ha dato la vita per tutti noi era sempre la stessa, resta quindi del tutto inutile chiedersi ancora chi abbia ucciso i due fratelli Kennedy, a questo punto mi pare di scoprire l'acqua calda.
Ben mi guardo di avallare l'operato del Presidente Obama ma in occasione del cinquantenario dell'assassinio del Presidente nella serata della consegna delle medaglie presidenziali della libertà, la più importante onorificenza conferita negli Usa a civili, istituita dal presidente Harry Truman nel 1945 e reintrodotta da Kennedy nel 1963, pochi mesi prima che venisse assassinato, ha detto :
"Questa è l'eredità di un uomo che avrebbe potuto ritirarsi in una vita di lusso e agio, ma che ha scelto di vivere la vita sul campo", "Navigando a volte contro il vento, a volte con il vento",
queste parole spiegano e riepilogano tutto, mi pare, ricco, bello e famoso poteva tranquillamente farsi i fatti suoi navigando con il vento come ha certamente dovuto fare per arrivare dove è arrivato ed invece navigando contro il vento ci ha lasciato la pelle.
Queste dinamiche valgono per tutti, ovviamente a livelli diversi, rimane una questione di dignità e di coscienza, chi ne è fornito e chi no, è una bella differenza.
Per chiudere questa analisi aggiungerei che l'argomento del discorso sembra abbinarsi inesorabilmente a quello che scrisse cinque anni prima ma molto più occultato perchè parlava del solo comunismo, il nuovo volto del comunismoEdgar Hoover, il Capo dell' FBI :
"L'individuo è handicappato dal trovarsi faccia a faccia con una cospirazione così mostruosa che non può credere che esista. La mente americana semplicemente non è venuta ad una realizzazione del male che è stato introdotto in mezzo a noi. E respinge anche l'ipotesi che creature umane potrebbero sposare una filosofia che in definitiva deve distruggere tutto ciò che è buono e decente". "The Elks Magazine (agosto 1956)".
Il "numero 1" dei "complottisti" dell'epoca moderna pare essere il Presidente John F. Kennedy e non a caso il termine "Teoria del Complotto" fu introdotta dalla CIA verso chi metteva in dubbio la vergognosa versione ufficiale dell'assassinio di Dallas, dove fu scelta una data fortemente simbolica, il 22 novembre, 22 e 11. Il numero 11, con i suoi multipli, è spesso la firma degli Oscurati, come per l'11 settembre 2001 o l'altro giorno 13/11/2015 per "la Guerra" a Parigi.

Per ascoltare il discorso qui
 vedi i documenti correlati qui




Presidente John F. Kennedy
Waldorf-Astoria Hotel, New York
27 apr 1961

Signor Presidente, signore e signori:

Apprezzo molto il vostro invito generoso per essere qui stasera.

Voi portate pesanti responsabilità in questi giorni e un articolo che ho letto qualche tempo fa mi ha ricordato come particolarmente pesantemente gli oneri degli attuali eventi del giorno gravano sulla vostra professione.

Si può ricordare che nel 1851 il New York Herald Tribune con il patrocinio e la pubblicazione di Horace Greeley, impiegavano come corrispondente da Londra un giornalista oscuro con il nome di Karl Marx.

Ci viene detto che il corrispondente estero Marx, completamente senza denaro, e con una famiglia malata e denutrita, faceva costantemente appello a Greeley ed al caporedattore Charles Dana per un aumento del generoso stipendio di $ 5 per puntata, uno stipendio che lui ed Engels ingratamente etichettavano come una "pidocchiosa truffa piccolo-borghese".

Ma quando sono stati rifiutati tutti i suoi appelli finanziari, Marx si guardò intorno per altri mezzi di sostentamento e fama, alla fine chiuse il suo rapporto con il Tribune e dedicò il suo talento a tempo pieno alla causa che ha lasciato in eredità al mondo i semi del leninismo, lo stalinismo, la rivoluzione e la guerra fredda.

Se solo questo giornale capitalistico di New York lo avesse trattato con più gentilezza; se solo Marx fosse rimasto un corrispondente estero, la storia avrebbe potuto essere diversa. E spero che tutti gli editori terranno questa lezione in mente la prossima volta che riceveranno un povero appello per un piccolo aumento del conto spese di un giornale da un uomo oscuro.

Ho scelto come titolo del mio intervento questa sera "Il Presidente e la stampa". Alcuni potrebbero suggerire che questo sarebbe stato più naturale formularlo "Il presidente Contro la Stampa". Ma quelli non sono i miei sentimenti stasera.

E' vero, tuttavia, che quando un noto diplomatico di un altro paese ha chiesto di recente che il nostro Dipartimento di Stato ripudiasse certi attacchi dei giornali alla sua collega non era necessario per noi rispondere che questa Amministrazione non era responsabile per la stampa, perchè la stampa aveva già messo in chiaro che non era responsabile di questa Amministrazione.

Tuttavia, il mio scopo qui stasera non è di esprimere il solito assalto alla cosiddetta stampa del partito. Al contrario, negli ultimi mesi ho raramente sentito alcuna lamentela circa pregiudizio politico sulla stampa, tranne da alcuni repubblicani. Né è il mio scopo stasera è per discutere o difendere la trasmissione televisiva di conferenze stampa presidenziali. Penso che sia estremamente utile avere 20.000.000 americani seduti regolarmente in queste conferenze per osservare, se così si può dire, le incisive, intelligenti qualità cortesi visualizzate dai vostri corrispondenti di Washington.

Né, infine, sono queste osservazioni lo scopo di esaminare il corretto grado di privacy che la stampa dovrebbe consentire a qualsiasi presidente e alla sua famiglia.

Se negli ultimi mesi i vostri giornalisti e fotografi della Casa Bianca sono stati ad assistere alle funzioni religiose con regolarità, sicuramente non ha fatto loro alcun male.

D'altra parte, mi rendo conto che le agenzie di stampa ed i fotografi di servizio possano lamentarsi che non godono degli stessi privilegi ai verdi campi da golf locali come facevano una volta.

E 'vero che il mio predecessore non ha obiettato come faccio le immagini dell'abilità del golf in azione. Ma né d'altra parte ha mai "testa" un uomo dei servizi segreti.

Il mio argomento stasera è una più sobria preoccupazione per i giornalisti e gli editori.

Io voglio parlare di nostre responsabilità comuni di fronte a un comune pericolo. Gli eventi delle ultime settimane possono aver contribuito ad illuminare quella sfida per alcuni; ma le dimensioni della sua minaccia incomberanno all'orizzonte per molti anni. Qualunque sia le nostre speranze possono essere per il futuro - per ridurre questa minaccia o per vivere con essa - non può sfuggire né la gravità o la totalità della sfida per la nostra sopravvivenza e per la nostra sicurezza - una sfida che si pone di fronte in modi inconsueti in ogni sfera dell'attività umana.

Questa sfida mortale impone alla nostra società due requisiti che riguardano direttamente sia alla stampa che il Presidente - due requisiti che possono sembrare quasi in tono contraddittorio, ma che devono essere riconciliati ed evasi se vogliamo far fronte a questa pericolo nazionale. Mi riferisco, in primo luogo, alla necessità di una ben maggiore informazione pubblica; e dall'altra, alla necessità di un gran lungo maggior segreto d'ufficio.

I

La stessa parola "segreto" è ripugnante in una società libera ed aperta; e noi siamo come popolo intrinsecamente e storicamente opposti alle società segrete, ai giuramenti segreti ed alle procedure segrete. Abbiamo deciso molto tempo fa che i pericoli di un eccessivo e ingiustificato occultamento di fatti pertinenti ha di gran lunga superato i pericoli che vengono citati per giustificarlo. Ancora oggi, c'è poco valore nel contrastare la minaccia di una società chiusa imitando le sue restrizioni arbitrarie. Ancora oggi, c'è poco valore per assicurare la sopravvivenza della nostra nazione se le nostre tradizioni non sopravvivono con essa. E c'è un molto grave pericolo da una annunciata necessità di una maggiore sicurezza che sarà presa da coloro che sono ansiosi di espandere il suo significato ai limiti della censura ufficiale e di occultamento. Che io non intendo consentire nella misura in cui è in mio potere. E nessun ufficiale della mia Amministrazione, sia il suo rango alto o basso, civile o militare, dovrebbe interpretare le mie parole qui stasera come una scusa per censurare le notizie, per soffocare il dissenso, per coprire i nostri errori o trattenere alla stampa i fatti che il pubblico merita di sapere.

Ma chiedo ad ogni editore, ogni redattore, e ad ogni giornalista della nazione di riesaminare i propri standard, e di riconoscere la natura del pericolo del nostro paese. In tempo di guerra, il governo e la stampa si sono abitualmente uniti in uno sforzo in gran parte basato sulla auto-disciplina, per impedire la divulgazione non autorizzata al nemico. In tempo di "pericolo chiaro e presente", la giurisprudenza ritiene che anche i diritti privilegiati del primo emendamento devono cedere il bisogno del pubblico alla sicurezza nazionale.

Oggi nessuna guerra è stata dichiarata - e comunque una feroce lotta può essere, non potrà mai essere dichiarata in maniera tradizionale. Il nostro modo di vita è sotto attacco. Quelli che sono il nostro nemico avanzano in tutto il mondo. La sopravvivenza dei nostri amici è in pericolo. Eppure nessuna guerra è stata dichiarata, senza che i confini siano stati attraversati dalla marcia dei soldati, non sono stati sparati missili.

Se la stampa è in attesa prima di una dichiarazione di guerra che impone l'auto-disciplina delle condizioni di combattimento, allora posso solo dire che nessuna guerra non ha mai posto una minaccia per la nostra sicurezza. Se si aspetta la constatazione di un "pericolo chiaro e presente", allora posso solo dire che il pericolo non è mai stato più chiaro e la sua presenza non è mai stata più imminente.

Esso richiede un cambiamento di prospettiva, un cambiamento di tattica, un cambiamento delle missioni - dal governo, dal popolo, per ogni uomo d'affari o leader di lavoro, e da tutti i giornali. Noi siamo opposti in tutto il mondo da una cospirazione monolitica e spietata che si basa principalmente su mezzi segreti per espandere la sua sfera di influenza - in infiltrazione invece di invasione, sulla sovversione invece delle elezioni, su intimidazioni invece della libera scelta, sulla guerriglia di notte invece che di eserciti di giorno. Si tratta di un sistema che ha arruolato vaste risorse umane e materiali nella costruzione di una stretta maglia, una macchina altamente efficiente che combina operazioni militari, diplomatiche, di intelligence, economiche, scientifiche e politiche.

Le sue preparazioni sono nascoste, non pubblicate. I suoi errori sono sepolti, non in evidenza. I suoi dissidenti sono messi a tacere, non lodati. Nessuna spesa è messa in discussione, nessuna voce viene stampata, non un segreto viene rivelato. Conduce la Guerra Fredda, in breve, con una disciplina da tempo di guerra che nessuna democrazia potrebbe mai potuto sperare o desiderato eguagliare.

Tuttavia, ogni democrazia riconosce le limitazioni necessarie di sicurezza nazionale - e la domanda rimane se tali restrizioni devono essere più strettamente rispettate se vogliamo contrastare questo tipo di attacco, così come l'invasione a titolo definitivo.

I fatti della questione sono che i nemici di questa nazione hanno apertamente vantato di acquisire tramite il nostro giornali informazioni che altrimenti avrebbero dovuto assumere agenti per acquisire mediante furto, corruzione o spionaggio; che i dettagli di preparazioni segrete di questa nazione per contrastare operazioni segrete del nemico sono stati disponibili ad ogni lettore del giornale, amici e nemici; che le dimensioni, la forza, la posizione e la natura delle nostre forze e di armi, ed i nostri piani e la strategia per il loro uso, sono stati tutti individuati nella stampa e altri mezzi di informazione in misura sufficiente a soddisfare qualsiasi potenza straniera; e che, almeno in un caso, la pubblicazione di dati riguardanti un meccanismo segreto con cui i satelliti sono stati seguiti ha richiesto la sua alterazione a scapito di tempo e denaro.

I giornali che hanno stampato queste storie erano leali, patriottici, responsabili e ben intenzionati. Se fossimo stati impegnati in una guerra aperta, certamente non avrebbero pubblicato tali articoli. Ma in assenza di una guerra aperta, hanno rispettato solo i parametri del giornalismo e non i parametri della sicurezza nazionale. E la mia domanda è se stasera parametri aggiuntivi non devono essere adottati.

E' una domanda a cui solo voi potete rispondere. Nessun funzionario pubblico dovrebbe rispondere per voi. Nessun piano governativo dovrebbe imporre le restrizioni contro la vostra volontà. Ma io mancherei al mio dovere alla nazione, nel considerare tutte le responsabilità che noi oggi portiamo e tutti i mezzi a disposizione per soddisfare queste responsabilità, se non raccomandassi questo problema alla vostra attenzione, e invitarvi ad una sua premurosa considerazione.

In molte occasioni precedenti, ho già detto - i vostri giornali e ho sempre detto - che questi sono tempi che fanno appello al senso di ogni cittadino di sacrificio e autodisciplina. Chiamano ogni cittadino a soppesare i suoi diritti e le sue comodità di fronte ai suoi obblighi nei confronti del bene comune. Non posso ora credere che quei cittadini che lavorano nel business dei giornali si considerassero esenti da tale appello.

Non ho alcuna intenzione di stabilire un nuovo Ufficio di Informazioni di Guerra per governare il flusso di notizie. Non sto suggerendo eventuali nuove forme di censura o eventuali nuovi tipi di classificazioni di sicurezza. Non ho una risposta facile al dilemma che ho posto, ed eviterei di cercare di imporlo se ne avessi una. Ma io chiedo all'industria ed ai membri della professione giornalistica di questo paese di riesaminare le proprie responsabilità, di prendere in considerazione il grado e la natura del pericolo attuale, e di ascoltare il dovere di autocontrollo che questo pericolo impone a tutti noi .

Ogni giornale ora si chiede, per quanto riguarda ogni storia: "E' una notizia?" Tutto quello che suggerisco è che si aggiunga la domanda: "E' nell'interesse della sicurezza nazionale" E spero che tutti i gruppi in America - sindacati, imprenditori e funzionari pubblici ad ogni livello - farsi la stessa domanda sui loro sforzi, e sottoporre le loro azioni alle stesse prove impegnative.

E se la stampa d'America considerasse e raccomandasse l'assunzione volontaria di specifici nuovi passi o macchinari, vi posso assicurare che noi coopereremo con tutto il cuore, con tali raccomandazioni.

Forse non ci saranno raccomandazioni. Forse non c'è una risposta al dilemma affrontato da una società libera e aperta in una guerra fredda e segreta. In tempo di pace, qualsiasi discussione di questo argomento, e qualsiasi azione che ne risulti, sono dolorose e senza precedenti. Ma questo è un momento di pace e pericolo che non conosce precedenti nella storia.

II

E' la natura senza precedenti di questa sfida che dà anche origine ad un vostro secondo obbligo - un obbligo che condivido. E questo è il nostro obbligo di informare e allertare il popolo americano - per accertarsi di possedere tutto quello di cui hanno bisogno, e capire  pure loro - i pericoli, le prospettive, gli scopi del nostro programma e le scelte che abbiamo di fronte..

Nessun presidente dovrebbe temere il controllo pubblico del suo programma. Poiché dal controllo viene la comprensione; e da quella comprensione proviene il sostegno o l'opposizione. Ed entrambi sono necessari. Non sto chiedendo i vostri giornali per sostenere l'Amministrazione, ma io chiedo il vostro aiuto nel tremendo compito di informare e allertare il popolo americano. Io ho piena fiducia nella risposta e la dedizione dei nostri cittadini ogni volta che sono pienamente informati.

Io non solo non riuscivo a soffocare la polemica tra i vostri lettori. Me ne rallegro. Questa Amministrazione intende essere sincera sui propri errori; come un uomo saggio una volta disse: "Un errore non diventa un errore fino a quando si rifiuta di correggerlo". Abbiamo intenzione di accettare la piena responsabilità dei nostri errori; e ci aspettiamo che ce li indichiate quando non ce ne rendiamo con.

Senza discussione, senza critiche e senza amministrazione nessun paese può avere successo - e nessuna repubblica può sopravvivere. Ecco perché il legislatore ateniese Solone decretò un crimine per qualsiasi cittadino che si tirasse indietro dal dibattito. Ed è per questo la nostra stampa è protetta dal Primo Emendamento - l'unica attività in America specificamente protetta dalla costituzione - non principalmente per divertire e intrattenere, non per enfatizzare il banale ed il sentimentale, non semplicemente per "dare al pubblico ciò che che vuole "- ma per informare, suscitare, per riflettere, per affermare i nostri pericoli e le nostre opportunità, per indicare le nostre crisi e le nostre scelte, a condurre, plasmare, educare e talvolta anche la rabbia dell'opinione pubblica.

Ciò significa una maggiore copertura e analisi delle notizie internazionali - perché più è lontano e straniero ma è a portata di mano e locale. Significa una maggiore attenzione a una migliore comprensione delle notizie, come pure il miglioramento della trasmissione. E significa, infine, che il governo a tutti i livelli, deve rispettare l'obbligo di fornire informazioni il più possibile al di fuori dei limiti stretti della sicurezza nazionale - e abbiamo intenzione di farlo.

III

E 'stato all'inizio del secolo XVII che Francis Bacon rimarcato che tre invenzioni recenti stavano già trasformando il mondo: la bussola, la polvere da sparo e la stampa. Ora i legami tra le nazioni prima forgiati dalla bussola ci hanno reso tutti i cittadini del mondo, le speranze e le minacce di uno diventano le speranze e le minacce di tutti noi. Negli sforzi del mondo per vivere insieme, l'evoluzione della polvere da sparo al suo limite ultimo ha messo in guardia l'umanità delle terribili conseguenze di un fallimento.

E così è per la stampa - al registratore delle azioni dell'uomo, il custode della sua coscienza, il corriere della sua notizia - in cui cerchiamo forza e assistenza, sicuri che con il vostro aiuto l'uomo sarà ciò per cui era nato per essere libero e indipendente.

Fonte : JOHN F. KENNEDY PRESIDENTIAL LIBRARY AND MUSEUM
Newspaper Publishers Association, April 27, 1961

President John F. Kennedy
Waldorf-Astoria Hotel, New York City
April 27, 1961

Mr. Chairman, ladies and gentlemen:

I appreciate very much your generous invitation to be here tonight.

You bear heavy responsibilities these days and an article I read some time ago reminded me of how particularly heavily the burdens of present day events bear upon your profession.

You may remember that in 1851 the New York Herald Tribune under the sponsorship and publishing of Horace Greeley, employed as its London correspondent an obscure journalist by the name of Karl Marx.

We are told that foreign correspondent Marx, stone broke, and with a family ill and undernourished, constantly appealed to Greeley and managing editor Charles Dana for an increase in his munificent salary of $5 per installment, a salary which he and Engels ungratefully labeled as the "lousiest petty bourgeois cheating."

But when all his financial appeals were refused, Marx looked around for other means of livelihood and fame, eventually terminating his relationship with the Tribune and devoting his talents full time to the cause that would bequeath the world the seeds of Leninism, Stalinism, revolution and the cold war.

If only this capitalistic New York newspaper had treated him more kindly; if only Marx had remained a foreign correspondent, history might have been different. And I hope all publishers will bear this lesson in mind the next time they receive a poverty-stricken appeal for a small increase in the expense account from an obscure newspaper man.

I have selected as the title of my remarks tonight "The President and the Press." Some may suggest that this would be more naturally worded "The President Versus the Press." But those are not my sentiments tonight.

It is true, however, that when a well-known diplomat from another country demanded recently that our State Department repudiate certain newspaper attacks on his colleague it was unnecessary for us to reply that this Administration was not responsible for the press, for the press had already made it clear that it was not responsible for this Administration.

Nevertheless, my purpose here tonight is not to deliver the usual assault on the so-called one party press. On the contrary, in recent months I have rarely heard any complaints about political bias in the press except from a few Republicans. Nor is it my purpose tonight to discuss or defend the televising of Presidential press conferences. I think it is highly beneficial to have some 20,000,000 Americans regularly sit in on these conferences to observe, if I may say so, the incisive, the intelligent and the courteous qualities displayed by your Washington correspondents.

Nor, finally, are these remarks intended to examine the proper degree of privacy which the press should allow to any President and his family.

If in the last few months your White House reporters and photographers have been attending church services with regularity, that has surely done them no harm.

On the other hand, I realize that your staff and wire service photographers may be complaining that they do not enjoy the same green privileges at the local golf courses that they once did.

It is true that my predecessor did not object as I do to pictures of one's golfing skill in action. But neither on the other hand did he ever bean a Secret Service man.

My topic tonight is a more sober one of concern to publishers as well as editors.

I want to talk about our common responsibilities in the face of a common danger. The events of recent weeks may have helped to illuminate that challenge for some; but the dimensions of its threat have loomed large on the horizon for many years. Whatever our hopes may be for the future--for reducing this threat or living with it--there is no escaping either the gravity or the totality of its challenge to our survival and to our security--a challenge that confronts us in unaccustomed ways in every sphere of human activity.

This deadly challenge imposes upon our society two requirements of direct concern both to the press and to the President--two requirements that may seem almost contradictory in tone, but which must be reconciled and fulfilled if we are to meet this national peril. I refer, first, to the need for a far greater public information; and, second, to the need for far greater official secrecy.

I

The very word "secrecy" is repugnant in a free and open society; and we are as a people inherently and historically opposed to secret societies, to secret oaths and to secret proceedings. We decided long ago that the dangers of excessive and unwarranted concealment of pertinent facts far outweighed the dangers which are cited to justify it. Even today, there is little value in opposing the threat of a closed society by imitating its arbitrary restrictions. Even today, there is little value in insuring the survival of our nation if our traditions do not survive with it. And there is very grave danger that an announced need for increased security will be seized upon by those anxious to expand its meaning to the very limits of official censorship and concealment. That I do not intend to permit to the extent that it is in my control. And no official of my Administration, whether his rank is high or low, civilian or military, should interpret my words here tonight as an excuse to censor the news, to stifle dissent, to cover up our mistakes or to withhold from the press and the public the facts they deserve to know.

But I do ask every publisher, every editor, and every newsman in the nation to reexamine his own standards, and to recognize the nature of our country's peril. In time of war, the government and the press have customarily joined in an effort based largely on self-discipline, to prevent unauthorized disclosures to the enemy. In time of "clear and present danger," the courts have held that even the privileged rights of the First Amendment must yield to the public's need for national security.

Today no war has been declared--and however fierce the struggle may be, it may never be declared in the traditional fashion. Our way of life is under attack. Those who make themselves our enemy are advancing around the globe. The survival of our friends is in danger. And yet no war has been declared, no borders have been crossed by marching troops, no missiles have been fired.

If the press is awaiting a declaration of war before it imposes the self-discipline of combat conditions, then I can only say that no war ever posed a greater threat to our security. If you are awaiting a finding of "clear and present danger," then I can only say that the danger has never been more clear and its presence has never been more imminent.

It requires a change in outlook, a change in tactics, a change in missions--by the government, by the people, by every businessman or labor leader, and by every newspaper. For we are opposed around the world by a monolithic and ruthless conspiracy that relies primarily on covert means for expanding its sphere of influence--on infiltration instead of invasion, on subversion instead of elections, on intimidation instead of free choice, on guerrillas by night instead of armies by day. It is a system which has conscripted vast human and material resources into the building of a tightly knit, highly efficient machine that combines military, diplomatic, intelligence, economic, scientific and political operations.

Its preparations are concealed, not published. Its mistakes are buried, not headlined. Its dissenters are silenced, not praised. No expenditure is questioned, no rumor is printed, no secret is revealed. It conducts the Cold War, in short, with a war-time discipline no democracy would ever hope or wish to match.

Nevertheless, every democracy recognizes the necessary restraints of national security--and the question remains whether those restraints need to be more strictly observed if we are to oppose this kind of attack as well as outright invasion.

For the facts of the matter are that this nation's foes have openly boasted of acquiring through our newspapers information they would otherwise hire agents to acquire through theft, bribery or espionage; that details of this nation's covert preparations to counter the enemy's covert operations have been available to every newspaper reader, friend and foe alike; that the size, the strength, the location and the nature of our forces and weapons, and our plans and strategy for their use, have all been pinpointed in the press and other news media to a degree sufficient to satisfy any foreign power; and that, in at least in one case, the publication of details concerning a secret mechanism whereby satellites were followed required its alteration at the expense of considerable time and money.

The newspapers which printed these stories were loyal, patriotic, responsible and well-meaning. Had we been engaged in open warfare, they undoubtedly would not have published such items. But in the absence of open warfare, they recognized only the tests of journalism and not the tests of national security. And my question tonight is whether additional tests should not now be adopted.

The question is for you alone to answer. No public official should answer it for you. No governmental plan should impose its restraints against your will. But I would be failing in my duty to the nation, in considering all of the responsibilities that we now bear and all of the means at hand to meet those responsibilities, if I did not commend this problem to your attention, and urge its thoughtful consideration.

On many earlier occasions, I have said--and your newspapers have constantly said--that these are times that appeal to every citizen's sense of sacrifice and self-discipline. They call out to every citizen to weigh his rights and comforts against his obligations to the common good. I cannot now believe that those citizens who serve in the newspaper business consider themselves exempt from that appeal.

I have no intention of establishing a new Office of War Information to govern the flow of news. I am not suggesting any new forms of censorship or any new types of security classifications. I have no easy answer to the dilemma that I have posed, and would not seek to impose it if I had one. But I am asking the members of the newspaper profession and the industry in this country to reexamine their own responsibilities, to consider the degree and the nature of the present danger, and to heed the duty of self-restraint which that danger imposes upon us all.

Every newspaper now asks itself, with respect to every story: "Is it news?" All I suggest is that you add the question: "Is it in the interest of the national security?" And I hope that every group in America--unions and businessmen and public officials at every level-- will ask the same question of their endeavors, and subject their actions to the same exacting tests.

And should the press of America consider and recommend the voluntary assumption of specific new steps or machinery, I can assure you that we will cooperate whole-heartedly with those recommendations.

Perhaps there will be no recommendations. Perhaps there is no answer to the dilemma faced by a free and open society in a cold and secret war. In times of peace, any discussion of this subject, and any action that results, are both painful and without precedent. But this is a time of peace and peril which knows no precedent in history.

II

It is the unprecedented nature of this challenge that also gives rise to your second obligation--an obligation which I share. And that is our obligation to inform and alert the American people--to make certain that they possess all the facts that they need, and understand them as well--the perils, the prospects, the purposes of our program and the choices that we face.

No President should fear public scrutiny of his program. For from that scrutiny comes understanding; and from that understanding comes support or opposition. And both are necessary. I am not asking your newspapers to support the Administration, but I am asking your help in the tremendous task of informing and alerting the American people. For I have complete confidence in the response and dedication of our citizens whenever they are fully informed.

I not only could not stifle controversy among your readers--I welcome it. This Administration intends to be candid about its errors; for as a wise man once said: "An error does not become a mistake until you refuse to correct it." We intend to accept full responsibility for our errors; and we expect you to point them out when we miss them.

Without debate, without criticism, no Administration and no country can succeed--and no republic can survive. That is why the Athenian lawmaker Solon decreed it a crime for any citizen to shrink from controversy. And that is why our press was protected by the First Amendment-- the only business in America specifically protected by the Constitution- -not primarily to amuse and entertain, not to emphasize the trivial and the sentimental, not to simply "give the public what it wants"--but to inform, to arouse, to reflect, to state our dangers and our opportunities, to indicate our crises and our choices, to lead, mold, educate and sometimes even anger public opinion.

This means greater coverage and analysis of international news--for it is no longer far away and foreign but close at hand and local. It means greater attention to improved understanding of the news as well as improved transmission. And it means, finally, that government at all levels, must meet its obligation to provide you with the fullest possible information outside the narrowest limits of national security--and we intend to do it.

III

It was early in the Seventeenth Century that Francis Bacon remarked on three recent inventions already transforming the world: the compass, gunpowder and the printing press. Now the links between the nations first forged by the compass have made us all citizens of the world, the hopes and threats of one becoming the hopes and threats of us all. In that one world's efforts to live together, the evolution of gunpowder to its ultimate limit has warned mankind of the terrible consequences of failure.

And so it is to the printing press--to the recorder of man's deeds, the keeper of his conscience, the courier of his news--that we look for strength and assistance, confident that with your help man will be what he was born to be: free and independent.