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In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

martedì 5 luglio 2016

Blue di Derek Jarman, film capolavoro sull’HIV, unico nel suo genere - ITA




“You say to the boy open your eyes
When he opens his eyes and sees the light
You make him cry out. Saying
O Blue come forth
O Blue arise
O Blue ascend
O Blue come in”
Inizia così Blue un film del 1993 di Derek Jarman, l'ultimo diretto dal regista britannico (1942-1994), e rappresenta il suo testamento filmico. Al momento di girarlo, il regista era divenuto cieco a causa delle complicazioni dovute all'Aids.
Il regista Derek Jarman, ammalato di AIDS, sta morendo: la sua voce sembra assumere il valore di una sorta di testamento spirituale e di documento del suo modo di affrontare l'ultimo tratto della sua parabola esistenziale. Rivivono in queste memorie sonore, alternate a brani di musica strumentale e vocale, l'avanzare inesorabile del male, il tormento della retina che si sta distaccando e della visione deformata, lo squallore della degenza in ospedale, le trafitture della flebo, il ricordo degli amici morti per la terribile malattia prima di lui, il tutto come immerso in questo blu, in cui galleggiano ricordi, amarezze, gioie trascorse e rimpianti del regista. Che non fa certo mistero della sua omosessualità, ma anzi tende a proporla come una sorta di carisma. Un excursus sulla pazzia di Van Gogh lo trascina in una lunga disquisizione sul giallo, il colore preferito dal pittore suicida, confrontato con l'amato blu, che a poco a poco sembra assurgere i contorni ossessivi di una soglia iniziatica che porta nell'aldilà. 

Il film consiste in un unico fotogramma di colore blu (la tonalità di blu oltremare "International Klein Blue", creata dall'artista francese Yves Klein) che fa da sfondo alla traccia sonora, composta da Simon Fisher Turner, comprendente Coil e altri artisti, ed alla voce di Jarman che parla della sua vita e della sua filosofia artistica.
Blue, il film testamentario di Derek Jarman, l’ultimo della sua vita, girato nel 1993 mentre era già debilitato dall’Aids e uscito quattro mesi prima della sua morte. Come qualcuno ricorderà, è anche un esperimento estremo di cinema, 80 minuti di blu, un solo fotogramma blu immobile a riempire il grande schermo, mentre una partitura di voci e suoni scende sullo spettatore. Effetto ipnotico e di massima concentrazione sulle parole: un flusso verbale (anche musicale) in cui si alternano più voci, quelle di tre attori cari al regista – John Quentin, Nigel Terry, Tilda Swinton – svarianti tra squarci poetici e visionari, citazioni, digressioni narrative sul tema del blu, e quella dello stesso Jarman che racconta della propria malattia, della morte ineludibile, degli amici che già se ne sono andati.

“… un frammento di un lavoro senza limiti, il blu del paesaggio della libertà…”
E’ il celebre testamento del regista Derek Jarman. Sullo schermo completamente blu e senza immagini, scorrono le voci dei suoi attori di sempre, Tilda Swinton, Nigel Terry e John Quentin, accompagnate dalle musiche composte da Simon Fisher Turner.
Il film è lo straziante e profondo racconto dei pensieri del regista sulla malattia che lo ha portato alla morte, sui sentimenti, l'arte, la poesia, il cinema, la memoria, il tempo, il disfacimento fisico. In Blue, la fine della vita viene affrontata con la passione e la volontà di vivere che ha sempre contraddistinto Barman.
E’ nata così un’opera d’arte originale quanto carica d’umanità: il testo del film, slegato ma sempre acuto ed emozionante, si snoda attraverso riflessioni ed episodi, amari ed incisivi, sulla malattia, che evidenziano innanzitutto come essa muti profondamente i rapporti con se stessi, con gli altri, col proprio corpo e con la propria mente.
Ma sa essere anche beffardamente sardonico, nella sua tragicità, quando racconta in una sorda litania i devastanti effetti collaterali dei medicinali utilizzati.
Blue risale al 1993 ed è l'ultima, commovente opera di Derek Jarman che morirà alcuni mesi più tardi di AIDS; rappresenta il suo testamento spirituale, artistico e non solo per ragioni biografiche. E’ un inno alla vita ed all’arte; Jarman, mortalmente malato non rinuncia all'ironia e sperimenta una visione integrale dei limiti dei sensi visivi. Su schermo monocromo blue le quattro voci riflettono altrettante sfaccettature di una stessa coscienza discorrono, raccontano, riflettono.
Il film è come suddiviso in tanti piccoli paragrafi, il cui inizio, scandito da una riflessione che ha come tema il blue, è richiamato dal medesimo suono, una sorta di "rintocco" simile a quello che si può ottenere sfiorando un bicchiere di cristallo con una posata. Il tutto è accompagnato da musiche e suoni d’ambiente spesso in rapporto tautologico con la voce: all’inizio, quando viene 
annunciata la presenza in un caffè di alcuni giovani della Bosnia, paese in guerra, in sottofondo si ode il rumore delle bombe; altrove, quando vengono nominati frigorifero e lavatrice, sono questi oggetti che si odono.
Ma lo snodo centrale è sempre la soggettività dell’autore. Il suo intimo svelarsi procede lento, ma è chiaro da subito come sia il perno di referenzialità di ogni oggetto.
"Tutto ciò che riguarda vita e morte avviene dentro di me".
La malattia di Jarman è il filo conduttore dell’"intreccio", è la condizione sine qua non il film non esisterebbe. Il progressivo distacco della retina causato dall’avanzare del virus dell’AIDS ha costretto il suo autore a una quasi totale cecità, alterandone la capacità percettiva. E Jarman ha saputo dare un colore al suo sogno, al suo mondo, che è il blu, nella tonalità in cui lo dipingeva Klein.
Lo spunto è stata l’opera del pittore Yves Klein, morto a 34 anni nel 1962, che fece del blu il suo unico colore per “una ricerca dell’indefinibile in pittura”. Una volta scartata l’idea di una storia del blu in chiave alchemica, Jarman ha poi pensato di farne un film sull’Aids, in un primo momento chiamato Blueprint, collegato al proprio diario del soggiorno in ospedale.
E’ un testo retorico, di struggente poeticità, in cui la voglia di vivere viene a patti con uno stoico senso della morte. Un percorso interiore che trova in quel “blu” il suo totale, fatale acquietamento: quello che è il colore del mare, del cielo, dell’universo, dell’infinito invisibile e impalpabile come la cecità che ora attanaglia quasi del tutto Jarman, è il colore dove
“nelle onde ruggenti, sentivo le voci degli amici morti”,
ma è anche il porto sereno della speranza.
“Pensateci un attimo: dove siete quando tutto ciò che avete davanti è il blu? Siete davanti all’infinito. Non c’è un dentro e un fuori”,
"il blu trascende la geografia solenne dei limiti umani",
"il sangue della sensibilità è blu e mi dedico alla ricerca della sua espressione più compiuta",
"il blu è l’amore universale in cui ci si immerge".
Ed è un blu caldo e freddo allo stesso tempo, è il colore del riscatto, è il colore di uno stato d’animo, anche, in cui emergono e contrastano le tinte "della malattia", come quel rosso e giallo di Vangoghiana memoria che di essa sono il pendant naturale.
Le citazioni sono diverse, a cominciare dal colore dello schermo che, come già detto, intende omaggiare Yves Klein, per arrivare a Shakespeare e, in filosofia, a Wittgenstein in quanto analista delle funzioni simboliste del linguaggio. Spicca una citazione di "seconda mano" di carattere musicale, ed è la ripresa di alcuni versi di una semisconosciuta canzone dei Beatles, The Inner Light, a loro volta parafrasati dalla dottrina filosofica taoista :
"si può conoscere il mondo intero senza uscire di casa, scorgere la via del cielo senza guardare fuori dalla finestra, si può andare sempre più lontano e conoscere sempre meno."
Ed è proprio come se la cercasse, Jarman, questa luce interiore che invece balena davanti ai suoi occhi con lampi blu. Nel finale vengono citati anche Jean Cocteau e, proprio nel passo in cui si parla di suicidio, il tema musicale di Fuoco Fatuo di Louis Malle, perché il punto di arrivo e di riferimento è sempre e comunque il cinema, anche se destrutturato e rimontato nelle sue componenti fondamentali.


Channel 4, che finanziò e distribuì gran parte delle opere di Jarman, trasmise il film nel formato letterbox, con le consuete bande nere al di sopra e sotto lo schermo blu. Durante la sua trasmissione televisiva, Channel 4 e BBC Radio 3 collaborarono per una trasmissione simultanea alla radio. Più tardi la colonna sonora del film venne pubblicata anche su CD. Blue è stato pubblicato su DVD in Italia nel 2004, dalla casa di distribuzione Mikado Film.




Uno dei più iconici esempi di film-testamento del cinema recente, l'ultima opera del regista britannico Derek Jarman è un lavoro unico e irripetibile, alieno da tutto, che trasforma il dramma della malattia nella rinnovata possibilità di un'autoanalisi estrema e terminale, realizzabile solo attraverso gli strumenti del cinema. 

«La cosa peggiore della malattia è l'insicurezza»: ma è proprio da questa condizione di drammatica dubbiosità che l'autore, vedendo sgretolare tutte le sue certezze e percependo su di sé l'approssimarsi della fine, decide di fare i conti col “cieco fato”, mettendo a nudo la propria interiorità e i propri fantasmi in un'opera che stimola l'immaginazione percettiva dello spettatore, chiamato a colmare il vuoto sullo schermo, sul quale scorrono voci, suoni, citazioni e stralci poetici, Jarman nel film parla di sé, della sua esistenza e del suo stare al mondo, ma ogni sospetto di narcisismo o di disperazione nichilista è spazzato via dal vivido approccio del regista, che rende universale il suo sentimento di spaesamento e perdita con impareggiabile profondità, impreziosita tra l'altro da raffinate citazioni filosofiche e letterarie. Raramente la videoarte è stata così vicina al cinema, animata da un'urgenza spaventosa dinanzi alla quale è davvero difficile rimanere impassibili.

A fare da traccia sonora non sono solo le parole, gravi, pensose, drammatiche e profonde, ma anche le scelte musicali fortemente marcate (la soundtrack, encomiabile, è stata elaborata dal regista con Simon Fisher Turner). Nel film sono presenti le voci di alcuni fedelissimi di Jarman come Tilda Swinton, Nigel Kerry e John Quinton, ad amplificare la sensazione di diario intimo. Presentato alla Biennale di Venezia nel 1993.
Fonti  wikipedia  ilpentagrammamagazine  nuovocinemalocatelli  apav  longtake

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