Descrizione

La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi” - Honorè de Balzac -

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano !" - Isaac Newton -

Contra factum non valet argumentum”

martedì 20 ottobre 2015

Giuristi e Stato Corporativo. Antonio Esposito

di Antonio Esposito
«L’ordinamento sindacale corporativo è la pietra angolare dello Stato fascista, è la creazione che conferisce “originalità” alla nostra rivoluzione. […] Questi ordinamenti sono inseparabili dal regime, poiché lo identificano, lo differenziano, lo distaccano nettamente da tutti gli altri. Lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista». 
- Benito Mussolini -

Il progetto corporativo, disegnato dal fascismo, si sviluppò attraverso un ambizioso programma di riforme sociali ed economiche.
L’obiettivo principale, della rivoluzione in camicia nera, era quello di smantellare il vecchio impianto istituzionale della vecchia Italia liberale e consegnare alla storia un paese moderno, tecnologicamente avanzato, finanziariamente forte, all’avanguardia nella tutela delle politiche sociali e del lavoro.
Per raggiungere tale scopo, il regime di Mussolini non mancò di servirsi degli uomini migliori, soprattutto in campo giuridico. Giuristi in grado di creare un impianto corporativo talmente solido da riuscire a contrastare e sostituire l’inefficacia e l’inefficienza del sistema liberale individualista.
Tale impostazione è sempre stata marchiata, dalla maggior parte degli storici e dagli studiosi, come un apparato inadeguato e privo di una reale efficacia.

Ma nell’epoca del trionfo mondiale del capitalismo finanziario, che logora i popoli e dissolve le nazioni, appare d’obbligo rivedere quelle teorie storiche, quasi sempre influenzate dalla politica e dal denaro, attraverso una rielaborazione, in chiave storico-giuridica, dello Stato Corporativo e della sua concreta e multiforme efficacia, non solo sul piano sociale ed economico ma anche su quello spirituale e morale.
Fascio
“Mille candele insieme fanno splendore. La luce di nessuna candela danneggia la luce di un’altra. Così la libertà dell’individuo nello Stato ideale e fascista”.

Ezra Pound - Carta da visita, 1942

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Ringraziamo l'autore per aver fornito il materiale

La prima recensione: 
"Il testo è molto interessante perché è una panoramica storico-giuridica sulla nascita e lo sviluppo del modello corporativo. Il lavoro è abbastanza obbiettivo e punta a confutare tutte le tesi della storiografia dominante che hanno sempre delineato un'immagine del corporativismo come sostanziale fallimento.
L'analisi si svolge attraverso l'opera dei giuristi più importanti del regime tra i quali: Rocco (ovviamente), Costamagna, Spirito, Panunzio e anche Bottai.
E' spiegata anche molto bene la nascita e i meccanismi della Carta del Lavoro.
Punti di forza: L'argomento è molto interessante ed il libro è abbastanza breve, si legge in tre giorni. Prezzo modico.  Punti deboli: a mio parere in alcuni punti è un po' tecnico"

Lucio Severo - 

Eh beh "Giuristi e stato corporativo" più che tecnico ...  😊

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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 154 pagine
Editore: youcanprint (1 settembre 2015)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8893067544
ISBN-13: 978-8893067546
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Giuristi e Stato corporativo
Indice
Introduzione Pag 11

CAPITOLO I: Il sistema corporativo nella rivoluzione fascista: dalla crisi dello Stato liberale al consolidamento dello Stato totalitario.

1. L’inadeguatezza del sistema liberale e la necessità di uno Stato sociale. Pag. 23

2. I primi anni del fascismo al potere e la legge Acerbo. Pag. 32

3. Le innovazioni giuridiche del fascismo : la fase sindacale e quella costituzionale. Pag. 36

4. La nuova figura del Primo Ministro Capo del Governo Segretario di Stato. Pag. 50

CAPITOLO II: Il percorso verso lo Stato corporativo e la fase sindacale. Dall’accordo di Palazzo Vidoni alla Carta del Lavoro.

1. La legislazione fascista di Alfredo Rocco, l’“architetto” del regime. Pag. 54

2. La legge Rocco sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, la natura giuridica dei sindacati e l’avvicendarsi del principio di unicità del sindacato. Pag. 64

3. La Carta del Lavoro: fondamento dell’apparato corporativo e l’aspirazione a porre la questione sindacale come una questione
costituzionale. Pag. 79

4. I principi e la struttura della Carta del Lavoro. Pag. 86

CAPITOLO III: Il periodo successivo all’emanazione della Carta del Lavoro, dalla fase sindacale a quella corporativa. Una Rivoluzione mancata?

1. Reazioni alla Carta del Lavoro e l’inizio dello Stato corporativo. Pag. 94

2. Bottai, il Ministero e il Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Pag. 101

3. Costamagna e la nuova dottrina dello Stato. Un’alternativa all’impostazione di Bottai. Pag. 112

4. Lo Stato corporativo e l’economia fascista. Pag. 120

5. L’attuazione della Carta del Lavoro nel Codice civile e l’esperienza della Corporazione proprietaria nella R.S.I. Pag. 127


Mussolini, Discorso Dello Stato Corporativo
dinanzi al Consiglio Nazionale delle
Corporazioni, il 14 novembre 1933
INTRODUZIONE 
Parlare di fascismo non è mai semplice ed il presente lavoro ha per contenuto la ricostruzione dell’esperienza corporativa in Italia proprio durante gli anni del regime.
Non è mai semplice perché, a quasi cento anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento ed a oltre settanta dalla sconfitta del fascismo nella seconda guerra mondiale, il movimento politico ed il regime fondati da Benito Mussolini continuano a subire gli strascichi demonizzanti di una propaganda diffamatoria, la quale non sembra essersi minimamente affievolita con il passare dei decenni.
Nonostante il tempo trascorso infatti, i toni delle campagne mediatiche denigratorie non hanno mostrato alcuna attenuazione nel trattare il fenomeno che per noi (ma non soltanto per noi) continua ad essere il nocciolo duro del Novecento.
L’obiettivo che si pone questo libro, in particolare, si concentra su un singolo aspetto del fascismo, forse quello più importante, quello predominante: ricostruire storicamente la nascita e l’evoluzione del sistema corporativo, dedicando un’attenzione speciale alla posizione della Carta del Lavoro quale centro di questo sistema.

Si ritiene opportuno sottolineare, inoltre, che il tutto sarà ancorato ad una ricostruzione storico/giuridica, improntata all’analisi degli avvenimenti e soprattutto dei personaggi che contribuirono alla costruzione dell’impianto corporativo, soffermandosi, in particolare, sull’operato di quei giuristi che non si limitarono a rivestire il semplice ruolo di “tecnici”, ma che occuparono una posizione di primo piano anche nel panorama politico-istituzionale. Per parlare di corporativismo fascista si ritiene utile partire dalle parole di Mussolini:
“L’ordinamento sindacale corporativo è la pietra angolare dello Stato fascista, è la creazione che conferisce “originalità” alla nostra rivoluzione. […] Questi ordinamenti sono inseparabili dal regime, poiché lo identificano, lo differenziano, lo distaccano nettamente da tutti gli altri. Lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista” [1]
Le parole dell’allora Capo del Governo ci portano a comprendere il primo dato fondamentale e cioè che il corporativismo fu il punto focale della Rivoluzione Fascista. Si cominciò a parlarne, infatti, sin dalla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento avvenuta il 23 marzo 1919, in piazza San Sepolcro a Milano. Ma l’ideale corporativo mostrava di avere radici ben più profonde. Il corporativismo, infatti, fu concetto caro anche al sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento, come quello di Alceste De Ambris, che inserì lo schema delle Corporazioni nell’impalcatura costituzionale della Fiume dannunziana, ossia nella celebre Carta del Carnaro. Si potrebbe anche citare il Manifesto del Partito futurista italiano, firmato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1918, a guerra ancora in corso.

In particolare, tale documento, al punto 4 prevedeva la
“trasformazione del Parlamento mediante un’equa partecipazione di : industriali, di agricoltori, di ingegneri e di commercianti al Governo del Paese”. [2]
La tematica corporativa era, in verità, già nota nell’Italia del diciannovesimo secolo sebbene in fase embrionale, grazie alle tesi di Giuseppe Mazzini, precursore dell’associazionismo e del cooperativismo, che la considerava frutto di un’ idea nazionalista e di collaborazione che contraddistinse tutto il periodo dell’Unità. Da un punto di vista più moderato e sostanzialmente diverso dal corporativismo “in camicia nera”, si può pensare anche all’enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII (1891) e, più in generale, al corporativismo cattolico che in Italia ebbe come massimo rappresentante Giuseppe Toniolo. Rivisitando le tappe salienti dell’idea corporativa se ne possono trovare tracce fino a partire dalle Corporazioni di arti e mestieri che, nel lontano Medioevo, controllavano la vita sociale ed economica in molti Comuni d’Italia.

Questi “corporativismi”, disseminati nella storia, seppur con notevoli differenze tra loro, costituirono le “profonde radici”, “un’eredità ideologica” su cui crebbe l’idea corporativa fiorita nella prima metà del Novecento. Quell’idea, di cui si occuparono numerosi intellettuali ed esponenti degli orientamenti politico-culturali più vari, divenne poi la spina dorsale dell’impianto istituzionale ed economico progettato dal fascismo. La fortuna (nazionale ed internazionale) della suggestione corporativa deve essere ricondotta alla circolazione, in Italia ed in Europa prima, durante e dopo la Grande Guerra, di riflessioni sulle lacerazioni sociali prodotte dalla crisi del pluralismo individualistico (liberalismo) e dal crollo del mito del mercato autoregolato (liberismo).

Congresso Sindacale Fascista
Il corporativismo si offriva, infatti, come soluzione per affrontare la fragilità, economica e sociale, dello Stato liberale ed ottemperare alle esigenze della nuova società di massa che stava emergendo nell’Europa postbellica, ma non solo.
Infatti, un po’ ovunque nel mondo occidentale si ricorse a sperimentazioni di tipo corporativo, con l’Italia fascista, ovviamente, in prima linea, tanto che si assistette alla nascita di vari e diversificati tentativi di imitazione del “modello italiano”.


Le difficoltà principali che si sono incontrate nell’esposizione di queste argomentazioni sono state dettate, per lo più, dalla mole enorme di opere e pubblicazioni ammassate nel corso degli anni, sia durante il Ventennio mussoliniano e sia nei decenni successivi. Opere caratterizzate dalla diversità delle posizioni in merito, da parte dei vari autori, non soltanto sulla natura del sistema corporativo, ma anche e soprattutto, sulla sua efficacia e sulla sua presunta incompiutezza.
Durante gli anni del regime, infatti, posta la meta corporativa quale obiettivo fondamentale della Rivoluzione fascista, la maggior parte della giuspubblicistica del tempo se ne occupò quasi esclusivamente. Tanto che nel 1942 Alfredo Gradilone, raccogliendo tutto il materiale bibliografico sul tema, pubblicò, in più di 1.100 pagine, l’elenco di circa 12.000 volumi.
Davanti a questa impressionante quantità di materiale diventa però di fondamentale una sostanziale differenziazione tra storiografia politica e storiografia giuridica. Parte degli autori, in particolare Aldo Mazzacane, mette in evidenza un innegabile ritardo della storiografia giuridica rispetto a quella politica, dovuta essenzialmente alla scarsa diffusione della storia del diritto al di fuori dei circuiti universitari, questo ha fatto si che rimanessero nell’ombra questioni essenziali del diritto fascista che ancora oggi appaiono consegnate alle pagine inserite in narrazioni storiche più generali.

Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, infatti, le interpretazioni sul fascismo furono caratterizzate dall’ assenza di una riflessione sulle sue caratteristiche peculiari. In particolare, il fenomeno fascista, fu trattato solo nella sua generalità e non nei suoi singoli aspetti giuridici e culturali.
Il fascismo fu etichettato, dai maggiori studiosi italiani ed internazionali, come “malattia morale” e questo ne ha generalmente impedito un analisi oggettiva e libera da preconcetti dettati da ragioni di convenienza politica. Norberto Bobbio, ad esempio, seguito in questo da autori delle più diverse estrazioni, arrivò a dichiarare che il fascismo non avesse avuto alcuna ideologia e che fosse stato soltanto il risultato di eventi storici nefasti, frutto della guerra e della violenza. Per di più, come messo in evidenza da Alessandra Tarquini e Mirella Serri, spesso molti intellettuali e studiosi tentarono di nascondere il proprio passato fascista (come ad esempio lo stesso Bobbio), attraverso rivisitazioni di parte e pesanti critiche rivolte al regime, al solo scopo di “rifarsi una verginità politica”.
Questo clima di superficialità e di rinnegazione, quasi mai libero dalle interferenze della politica, ha ritardato di molti anni la ricerca storica su uno dei fenomeni più rilevanti del Novecento. Ed inoltre ha fatto sì che il corporativismo venisse inquadrato come logica incapace di prevaricare gli schemi del capitalismo e che l’accertata scarsezza di risultati, occultata dalla trionfalistica propaganda di regime, fosse la conseguenza di un evidente difficoltà di conseguire realizzazioni concrete.

Tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta, infatti, le uniche analisi degne di nota furono esposte soltanto da parte di alcuni dei “vinti” della Seconda Guerra Mondiale, tra cui: Camillo Pellizzi e Giuseppe Bottai. Uomini che avevano contribuito all’edificazione della dittatura e che dopo la sconfitta cominciarono a riflettere sugli “errori” commessi durante il Ventennio, in particolare in campo sociale. Più in dettaglio, Pellizzi descrisse una “rivoluzione mancata”, in quanto la pesante intrusione della politica nelle strutture corporative ne avrebbe irrimediabilmente frenato la spontaneità e l’evoluzione. Su posizioni simili si espresse Bottai (con un evidente intento auto assolutorio di fondo) in quanto anche per lui, le riforme sociali del fascismo si bloccarono davanti ad un’eccessiva centralizzazione delle decisioni ed alla mancanza di elezioni all’interno delle Corporazioni : 
“elettiva era la via maestra: la si abbandonò, per buttarsi alle scorciatoie delle investiture dall’alto, dietro il Partito”. 
E così :
“invece del corporativismo, con la sua esigenza di organizzazione molteplice e snodata di categorie, avemmo il “totalitarismo”, furiosamente accentrato, monopolistico. Tutto d’un pezzo”. [3]
Numero di adesione TD1992.20.2

Negli anni Sessanta arrivò la “svolta” per gli studi sul fascismo in generale e sul corporativismo in particolare, provocata dall’opera e dalle pubblicazioni di studiosi di rilievo. In alcuni casi considerati “revisionisti”; primo fra tutti Renzo De Felice, che cominciò a trattare in maniera più analitica il fascismo e di conseguenza la tematica corporativa.

Fondamentale è stata anche l’opera di Sabino Cassese che, negli anni Settanta, rilanciò la formula bottaiana di “corporativismo senza Corporazioni”, nel senso che, tutta l’architettura sociale del regime, dietro agli enfatici proclami, avrebbe funzionato in maniera lenta e disorganica e con una totale mancanza di incisività, tanto che la gestione dell’economia pubblica, in cui il successo del fascismo fu evidente, venne realizzata attraverso le grandi holdings statali come l’IRI, quindi al di fuori dell’ordinamento corporativo.
Successivamente, Perfetti e Parlato negli anni Ottanta, apportarono un notevole contributo per lo studio delle meccaniche corporative, in particolare, attraverso l’esame delle variegate anime della c.d. “sinistra fascista” che premevano per formare uno Stato corporativo di impronta esclusivamente anticapitalistica.

Nonostante l’enorme valore accademico di queste opere che si occuparono del fenomeno fascista si deve considerare, in verità, che solo la storiografia più recente, ha cercato di sviluppare un sistema di analisi non politicizzata sul corporativismo, ovvero, non influenzata dal quel coinvolgimento emotivo che le discussioni sul fascismo inevitabilmente accendono.
In tempi recenti, dunque, si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti del corporativismo fascista, che si è tradotto nell’uscita di taluni pregevoli studi di varia impostazione.

Hanno visto la luce, infatti, diversi lavori specificamente dedicati al fenomeno. Tra i più rilevanti troviamo quelli di Gianpasquale Santomassimo e Irene Stolzi, che hanno ripercorso l’intera parabola del “mito corporativo”, analizzandone prevalentemente l’impianto ideologico e giuridico. Alessio Gagliardi, invece, ha ricostruito i meccanismi di funzionamento delle strutture corporative, cercando di tracciare un primo bilancio della effettiva capacità operativa delle Corporazioni. Quest’autore ha infatti tratteggiato un ritratto del “corporativismo realizzato”, in parte divergente dall’immagine di totale fallimento generalmente tramandata dalla ricerca storica tradizionale. L’opera di Gagliardi individua nelle Corporazioni il luogo di compensazione di molteplici interessi dei diversi attori della vita economica e sindacale del Paese. Egli propone uno studio dell’attività concreta delle Corporazioni, dimostrando come questi furono luoghi di scontro e mediazione tra le parti sociali, spesso fruttuosi per i lavoratori. L’azione del sistema corporativo secondo questo autore non fu senza esito perché accompagnò, e a tratti favorì, le profonde trasformazioni nella organizzazione delle classi sociali, curando il loro rapporto con lo Stato.
La ricerca di Gagliardi, in alcuni casi, ha anche ridimensionato le opere degli autori che lo hanno preceduto. Sabino Cassese, ad esempio, in un recente lavoro è tornato su alcuni suoi precedenti studi, per proporre l’immagine di una macchina corporativa che, per quanto riguarda l’aspetto produttivo e distributivo, fu 
“efficace strumento nelle mani degli attori economici e fu vero autogoverno delle autonomie”. [4] 
Una macchina che, sia per l’aspetto sindacale, sia per quello economico, produsse una “verticalizzazione” della società, in maniera tale da creare un ordine gerarchico piramidale, e riuscì a ricondurre le nuove aggregazioni corporative nell’ambito dello Stato. Concesse ad alcuni gruppi di interesse (c.d. organizzati) un accesso privilegiato ai processi decisionali, assegnando loro un notevole potere di autoregolamentazione, ma sempre sotto il controllo dello Stato.

A questo punto, risulta comprensibile come non sia affatto un’impresa semplice disegnare un profilo chiaro dello Stato corporativo. Per questo motivo si è scelto di partire dall’individuazione e dall’analisi dello scenario storico nel quale il fascismo gettò le sue basi, con particolare riferimento alla crisi di sovranità che afflisse lo Stato liberale.
Tale modello istituzionale, caratterizzato sostanzialmente da un’impalcatura a base democratica e da una netta divisione dei poteri dello Stato, era un tipico esempio dello schema di “Stato moderno”, nato durante la Rivoluzione Francese ed affermatosi in buona parte dell’Europa. Si parlava anche di “Stato minimo” per sottolineare la caratteristica propria dello Stato liberale di porsi come unico obiettivo la tutela dei diritti fondamentali. Infatti, contrariamente allo Stato sociale, quello liberale prediligeva il rispetto e la salvaguardia dell’iniziativa privata in opposizione ad ogni tentativo di dirigismo statale.

Il compito fondamentale non era quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale. Ne consegue l’idea di un apparato “alleggerito”, incentrato sulla tutela di pochi diritti essenziali ed in grado di lasciare la massima libertà all’iniziativa dei singoli ma contemporaneamente lasciando i destini dei più deboli alla mercé della “legge del più forte”.
La crisi in cui entrò lo Stato liberale occupò, come vedremo, un segmento temporale molto più ampio rispetto ai soli anni del primo dopoguerra. Essa, infatti, affondava le sue radici già negli anni finali dell’Ottocento e derivò essenzialmente dall’erodersi della struttura dello Stato monoclasse, creando un sistema “balbettante” nella politica economica, incapace di provvedere alle esigenze sociali e di assistenza della popolazione.
A questo si aggiunse il deficit di rappresentanza politica accusato dalle varie organizzazioni e gruppi d’interesse che si andavano formando già nei primi anni del Novecento, sempre più ansiosi di partecipare alle decisioni politiche. La prima conseguenza di questa crisi, infatti, fu il successivo riconoscimento di queste nuove organizzazioni di massa; organizzazioni portatrici degli interessi delle diverse categorie sociali e professionali che, stabilizzandosi e moltiplicandosi, cominciarono ad erodere la sovranità dello Stato e del Parlamento.

L’identificazione in queste organizzazioni, da parte dei cittadini, portò ad una perdita di legittimità della rappresentanza politica ed al successivo “collasso” del Parlamento. Quest’ultimo, infatti, risultava essere sempre più emarginato dal centro delle decisioni politiche, incapace di farsi interprete delle esigenze sociali, già presenti dalla fine dell’Ottocento e solo accentuatesi dopo il primo conflitto mondiale.

Questa debolezza del sistema parlamentare e la stabilizzazione delle organizzazioni sociali sfociarono in una crisi istituzionale che a sua volta generò una spaccatura tra Stato e società.
In questa spaccatura si inserì l’opera del fascismo nato come movimento di massa, come “rivoluzione dal basso”, portatore di un progetto corporativo ritenuto in grado di dare la soluzione ad un problema che lo Stato liberale era stato incapace di affrontare.
Attraverso l’ordinamento corporativo, infatti, si tentò di disciplinare e di regolare i rapporti tra Stato e gruppi d’interesse, mediante un’organizzazione in grado di sistemare la vita sociale, economica e politica, sorta dal tramonto dello Stato moderno.

Il progetto corporativo rappresentò il tentativo di superare quella dissociazione tra Stato e società, tra capitale e lavoro, attraverso la riaffermazione della centralità dello Stato e, contemporaneamente, tramite l’assemblaggio di un asse politico-istituzionale di cui facessero parte, non soltanto le nuove organizzazioni di massa, ma anche e soprattutto il Partito Nazionale Fascista.
In pratica, si prospettava la costruzione di uno Stato, unico e forte, in grado di inglobare tutti quegli enti e tutti quei gruppi, sorti a causa della crisi dello Stato liberale, e modellarli all’interno dello schema “del Nuovo Stato e della Nuova società” voluti dal regime.

A livello costituzionale, gli interventi legislativi che potremmo considerare cardine almeno a livello formale, furono sostanzialmente: l’istituzionalizzazione delle Corporazioni [5] e la creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. [6] Queste due impalcature trovarono una base d’appoggio comune in un 

documento a loro precedente: la Carta del Lavoro, che fu approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella notte tra il 21 e il 22 Aprile 1927. Tale documento, che nelle intenzioni del regime doveva essere una specie di “Costituzione del Lavoro”, possiede una natura giuridica ambigua sulla quale si sono alternati diversi orientamenti dottrinali. Secondo un primo filone questa sarebbe un documento abbastanza confuso, nella quale si alternano affermazioni di carattere generale e prescrizioni legislative di dettaglio, che non produssero nessun risultato di tipo positivo, anzi avrebbe avuto uno scopo esclusivamente politico, volto a dare al regime una patina di socialità. Secondo altri autori, invece, fu l’espressione di un cambiamento senza precedenti, in quanto documento “costituzionale” proprio perché non semplicemente legislativo, capace di tracciare le linee guida per la costruzione dell’edificio corporativo che, anche se fu probabilmente debole sul piano istituzionale (il suo completamento avvenne solo nel 1939 a ridosso della seconda guerra mondiale) non sarebbe stato di uguale inconsistenza sul piano economico e sociale in cui il fascismo operò, forse, la sua vera rivoluzione.

Note
1. B. Mussolini, La crisi economica mondiale (1930), in Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. 44, La Fenice, Firenze 1951-1963, poi Volpe, Roma 1978-1980, vol. XXIV.
2. Il testo integrale è riportato in appendice al volume di R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.
3. G. Bottai, Vent’anni e un giorno, Garzanti, Milano, 1949.
4. S. Cassese, Lo Stato fascista, Il Mulino, Bologna, 2010.
5. L. del 5 Febbraio 1934, n. 163. 
6. L. del 19 Gennaio 1939, n. 129.

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Quel Bilancio attivo. Osservazioni stranamente profetiche di Mussolini

Sì, noi ebrei comandiamo Hollywood ed anche i media, Wall Street ed il governo! - Who runs Hollywood ? C'mon


QUANTO È EBRAICA HOLLYWOOD ?  

Un sondaggio scopre che un numero maggiore di americani sono in disaccordo con l’affermazione che “Gli ebrei comandano Hollywood”. Ma ecco un ebreo che non è d'accordo.

Aggiungerei che è interessante il fatto che oltre i "maledetti complottisti" qualcun altro sappia o meglio ammetta pubblicamente sul Los Angeles Times che gli States e di conseguenza tutto il resto, il mondo totalmente, sono comandati da "qualcun altro" non ufficialmente però ...
Beati voi che vivete nel mondo delle favole ...

Chiaramente questa affermazione come altre simili o sondaggi tesi a evidenziare la supremazia della razza giudaica, arrivano sempre da fonte giudaica, sono auto celebrative ed hanno appunto questo fine, propagandare la supremazia giudaica nei confronti dei gojim, i gentili, tutti gli altri umani che però per loro sono soltanto bestie da sottomettere e schiavizzare, il Talmud insegna, non ci sono chiacchiere che tengano ...
Nulla mai succede per caso e con "certa" gente che controlla nell'ombra tutto ciò che sostengono men che meno, ora andate un pò a chiedervi come mai succedono "certe" cose ...



Contribuisci ora per la gioia di Sion ☺


Chi gestisce Hollywood? Andiamo, forza
19 dicembre 2008
Non sono mai stato così deluso da un sondaggio in vita mia. Solo il 22% di americani ora pensano che “le industrie del cinema e della televisione sono pressoché controllate dagli ebrei”, rispetto a circa il 50% che lo pensava nel 1964. La Anti-Defamation League, che ha pubblicato i risultati del sondaggio il mese scorso, vede in questi numeri una vittoria contro gli stereotipi. In realtà, essi mostrano solo quanto stupida sia diventata l’America. Gli ebrei comandano Hollywood, totalmente.

È Hollywood gestita da Ebrei? Scommetti!
Articolo 2006
Quanto profondamente ebraica è Hollywood ? Quando i capi degli studio hanno messo un’inserzione a tutta pagina sul Los Angeles Times poche settimane fa per chiedere che la Screen Actors Guild [Sindacato degli attori dello schermo] accettasse il contratto, la lettera aperta era firmata da: il Presidente di News Corp. Peter Chernin (ebreo), il Presidente di ParamountPictures Brad Grey (ebreo), il Presidente di Walt Disney Co. Robert Iger (ebreo), il Presidente di Sony Pictures Michael Lynton (sorpresa: ebreo olandese), il Presidente di Warner Bros. Barry Meyer (ebreo), il Presidente di CBS Corp. Leslie Moonves (così ebreo che il suo prozio fu il primo Primo Ministro d’Israele), il Presidente di MGM Harry Sloan (ebreo) e il Presidente di NBC Universal Jeff Zucker (mega ebreo). Se avessero firmato anche i fratelli Weinstein, questo gruppo non solo avrebbe il potere di far cessare la produzione di tutti i film ma di formare un minyan [1] con in mano una quantità sufficiente di acqua delle Fiji per adempiere un mikvah [2].

Joel Stein
La persona con cui se la prendevano in quell’inserzione era il Presidente di SAG Alan Rosenberg (tirate a indovinare). La rovente confutazione di quell’inserzione è stata scritta dal super-agente dello spettacolo Ari Emanuel (ebreo con genitori israeliani) sull’Huffington Post, che è di proprietà di Arianna Huffington (non ebrea, e non ha mai lavorato a Hollywood).

Gli ebrei sono così dominanti, che ho dovuto setacciare gli operatori del settore per trovare sei gentili nelle alte cariche delle company dello spettacolo. Quando ho chiesto loro di parlare del loro incredibile avanzamento, cinque hanno rifiutato di parlarmi, a quanto pare per paura di insultare gli ebrei. Il sesto, il Presidente di AMC Charlie Collier, si è rivelato essere un ebreo.
Macrolibrarsi

In quanto ebreo orgoglioso, voglio che l’America conosca i nostri traguardi. Sì, noi controlliamo Hollywood. Senza di noi, vi ritrovereste a dover scegliere in tv tutto il giorno tra “The 700 club” e “Davey and Goliath” [Davide e Golia].

Così mi sono impegnato a convincere di nuovo l’America che gli ebrei comandano Hollywood lanciando una campagna di pubbliche relazioni, perché è quello che facciamo meglio. Sto pensando a diversi slogan, tra cui: “Hollywood: più ebraica che mai!”; “Hollywood: dal popolo che ti ha portato la Bibbia”; e “Hollywood: se vi piacciono la tv e i film allora, dopo tutto, vi piacciono gli ebrei”.

Ho chiamato il presidente della ADL Abe Foxman, che era a Santiago, in Cile, dove, mi ha detto con mia sorpresa, non stava dando la caccia ai nazisti. Egli ha liquidato tutta la mia tesi dicendo che il numero delle persone che pensano che gli ebrei comandano Hollywood è ancora troppo alto. Il sondaggio dell’ADL, ha fatto notare, ha mostrato che il 59% degli americani pensa che i manager di Hollywood “non condividono i valori religiosi e morali della maggior parte degli americani”, e che il 43% pensa che l’industria dello spettacolo sia impegnata in una campagna organizzata “per indebolire l’influenza dei valori religiosi di questo paese”.

Questa è una sinistra calunnia, ha detto Foxman. “Significa che pensano che gli ebrei si incontrano da Canter’s Deli di venerdì mattina per decidere cosa è meglio per gli ebrei”. L’argomento di Foxman mi ha fatto riflettere: devo mangiare da Canter più spesso.
Copertina Moment agosto
1996 
: "Gli Ebrei Comandano
Hollywood. E Allora?"
“Questa è una frase molto pericolosa: ‘gli ebrei controllano Hollywood’. Ciò che è vero è che a Hollywood vi sono molti ebrei”, ha detto. Invece di “controllano”, Foxman preferirebbe che la gente dicesse che molti manager della industria “per caso sono ebrei”, poiché “tutti gli otto studi cinematografici più importanti sono diretti da uomini che per caso sono ebrei”.

Ma Foxman ha detto di essere orgoglioso dei traguardi degli ebrei americani. “Penso che gli ebrei siano rappresentati in modo sproporzionato nell’industria creativa. Sono sproporzionati come avvocati e anche, probabilmente, nella medicina”, ha detto. Egli sostiene che questo non significa che gli ebrei facciano film pro ebrei più di quanto essi facciano degli ambulatori pro ebrei. Sebbene altri paesi, ho notato, non siano così favorevoli alla circoncisione.

Apprezzo le preoccupazioni di Foxman. E forse la mia vita passata in un bozzolo filo semita come quello di New Jersey-New York/Bay Area-L. A. mi ha fatto rimanere ingenuo. Ma non mi importa se gli americani pensano che noi comandiamo i media delle news, Hollywood, Wall Street o il governo. Mi importa che continuiamo a comandarli.

Fonte e Traduzione Andrea Carancini.
Testo originale Los Angeles Times

[1] Termine giudaico che indica il quorum di dieci ebrei adulti richiesto per certi obblighi religiosi. “L’attività più comune che richiede un minyan è la preghiera pubblica”
[2] Mikveh termine giudaico che indica il bagno utilizzato per le immersioni rituali


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Who runs Hollywood ? C'mon
JOEL STEIN
December 19, 2008

I have never been so upset by a poll in my life. Only 22% of Americans now believe "the movie and television industries are pretty much run by Jews," down from nearly 50% in 1964. The Anti-Defamation League, which released the poll results last month, sees in these numbers a victory against stereotyping. Actually, it just shows how dumb America has gotten. Jews totally run Hollywood.

How deeply Jewish is Hollywood? When the studio chiefs took out a full-page ad in the Los Angeles Times a few weeks ago to demand that the Screen Actors Guild settle its contract, the open letter was signed by: News Corp. President Peter Chernin (Jewish), Paramount Pictures Chairman Brad Grey (Jewish), Walt Disney Co. Chief Executive Robert Iger (Jewish), Sony Pictures Chairman Michael Lynton (surprise, Dutch Jew), Warner Bros. Chairman Barry Meyer (Jewish), CBS Corp. Chief Executive Leslie Moonves (so Jewish his great uncle was the first prime minister of Israel), MGM Chairman Harry Sloan (Jewish) and NBC Universal Chief Executive Jeff Zucker (mega-Jewish). If either of the Weinstein brothers had signed, this group would have not only the power to shut down all film production but to form a minyan with enough Fiji water on hand to fill a mikvah.

The person they were yelling at in that ad was SAG President Alan Rosenberg (take a guess). The scathing rebuttal to the ad was written by entertainment super-agent Ari Emanuel (Jew with Israeli parents) on the Huffington Post, which is owned by Arianna Huffington (not Jewish and has never worked in Hollywood.)

The Jews are so dominant, I had to scour the trades to come up with six Gentiles in high positions at entertainment companies. When I called them to talk about their incredible advancement, five of them refused to talk to me, apparently out of fear of insulting Jews. The sixth, AMC President Charlie Collier, turned out to be Jewish.

As a proud Jew, I want America to know about our accomplishment. Yes, we control Hollywood. Without us, you'd be flipping between "The 700 Club" and "Davey and Goliath" on TV all day.

So I've taken it upon myself to re-convince America that Jews run Hollywood by launching a public relations campaign, because that's what we do best. I'm weighing several slogans, including: "Hollywood: More Jewish than ever!"; "Hollywood: From the people who brought you the Bible"; and "Hollywood: If you enjoy TV and movies, then you probably like Jews after all."

I called ADL Chairman Abe Foxman, who was in Santiago, Chile, where, he told me to my dismay, he was not hunting Nazis. He dismissed my whole proposition, saying that the number of people who think Jews run Hollywood is still too high. The ADL poll, he pointed out, showed that 59% of Americans think Hollywood execs "do not share the religious and moral values of most Americans," and 43% think the entertainment industry is waging an organized campaign to "weaken the influence of religious values in this country."

That's a sinister canard, Foxman said. "It means they think Jews meet at Canter's Deli on Friday mornings to decide what's best for the Jews." Foxman's argument made me rethink: I have to eat at Canter's more often.

"That's a very dangerous phrase, 'Jews control Hollywood.' What is true is that there are a lot of Jews in Hollywood," he said. Instead of "control," Foxman would prefer people say that many executives in the industry "happen to be Jewish," as in "all eight major film studios are run by men who happen to be Jewish."

But Foxman said he is proud of the accomplishments of American Jews. "I think Jews are disproportionately represented in the creative industry. They're disproportionate as lawyers and probably medicine here as well," he said. He argues that this does not mean that Jews make pro-Jewish movies any more than they do pro-Jewish surgery. Though other countries, I've noticed, aren't so big on circumcision.

I appreciate Foxman's concerns. And maybe my life spent in a New Jersey-New York/Bay Area-L.A. pro-Semitic cocoon has left me naive. But I don't care if Americans think we're running the news media, Hollywood, Wall Street or the government. I just care that we get to keep running them.


venerdì 16 ottobre 2015

Rivelazioni non Autorizzate - Il sentiero occulto del potere- Il colossale inganno perpetrato da una casta di banchieri che domina il mondo.. Marco Pizzuti

Rivelazioni non Autorizzate Il sentiero occulto del potere
su Il Giardino dei Libri a prezzo scontato
Marco Pizzuti

Molti interrogativi riguardo ai grandi capovolgimenti della storia qui trovano inquietanti risposte. I documenti raccolti da svariati ricercatori sono ormai in grado di dimostrare come un super-governo ombra, diretto dall'alta finanza internazionale, coordina da tempo le azioni e i programmi dei nostri rappresentanti di ogni colore politico per realizzare disegni di dominio assoluto, di globalizzazione.

Si tratta di ciò che la massoneria ama eufemisticamente definire "Nuovo Ordine Mondiale", un piano secolare che contempla la concentrazione di tutte le risorse del pianeta nelle mani di una infima élite di super-banchieri. Solo conoscendo i retroscena e gli obiettivi delle società occulte a cui sono appartenuti e appartengono tutt'ora tutti i maggiori protagonisti della storia possiamo provare a comprendere realmente il passato, il presente, e forse anche il nostro futuro.

Un'analisi dettagliata e approfondita del vero ruolo esercitato dalle società segrete nel corso della storia. Un libro esplosivo, che attraverso documenti raccolti da svariati ricercatori, fa finalmente luce su eventi epocali, come i conflitti mondiali, il terrorismo internazionale e la nascita delle grandi ideologie. È solo fantapolitica, come amano farci credere le versioni ufficiali ?


E' un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole, un sogno. Contiene verità che fa male conoscere, ma è importantissimo conoscere e diffondere. In Italia la maggior parte della popolazione prende le idee e forma la sua opinione sulla televisione. leggere libri come questo aiuta ad aprire gli occhi sulle falsità che ci raccontano ogni giorno i media e i politici. Rivelazioni non autorizzate è un libro che ci svela chi e perchè ha provocato la prima e la seconda guerra mondiale. rivelazioni non autorizzate parla della massoneria, di chi ha fondato gli Stati Uniti e lo guida a tutt'oggi, della rivoluzione francese, di chi ha fatto l'Italia (sic), chi c'è dietro la dittatura comunista subita dal popolo russo, di Israele, del Nuovo Ordine (Massonico) Mondiale, della truffa del debito, che i media chiamano crisi e dei padroni del pianeta, le elite finanziarie. L'autore spiega in modo molto dettagliato le dinamiche che utilizzano i poteri forti per "comandare" nel vero senso della parola, senza essere esposti direttamente ai popoli. Emblematico è il disegnino nelle prime pagine in cui vi è rappresentato un vitello che può scegliere tra due strade, una a DESTRA l'altra a SINISTRA ma che conducono entrambe al macello. Probabilmente siamo in questa situazione anche noi che diamo la colpa ai politici, ma in realtà i politici stessi sono spesso vittime (BEN RETRIBUITE) e non carnefici di questo sistema. Ci sono poteri tanto invisibili quanto forti che obbligano i governi mondiale ad eseguire ciò che loro chiedono. Vengono presentati i retroscena della Ia e IIa guerra mondiale, del venerdì nero (il crollo della borsa di New York) e della grande depressione. Anche se sono cose che gridano vendetta al cielo, sconsiglio la rivoluzione, perchè ormai gli USA, la Russia, la Cina e l'India (e per la verità anche l'Europa) sono nuclearizzate (cioè dotate di arsenale nucleare) e quindi una rivoluzione potrebbe innescare una apocalisse nucleare. Quindi meglio orientarsi a soluzioni più politiche. L'organizzazione di miliardari massoni di cui si parla nel libro, gli "illuminati", sarebbero satanisti (vedi la voce Teoria del complotto su wikipedia).

Un estratto del libro è inserito nell'articolo "Il Comunismo e il Nuovo Ordine Mondiale: La frode utopistica di Wall Street - School of Darkness di Bella Dodd" dove si spiega come attraverso la dialettica hegeliana venne fomentata e da chi la Rivoluzione Bolscevica e la successiva nascita dell'Unione Sovietica, attraverso un libro che rivela come il comunismo non fu altro che una farsa perpretata dai finanzieri internazionali "per controllare l'uomo comune" e promuovere la tirannia mondiale, il tutto come parte di un piano ben più ampio. Scritto da Bella Dodd nata Maria Assunta Isabella Visono.ex dirigente, fino al 1949 dirigente del Consiglio Nazionale del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA).
"L'improbabile “spedizione dei Mille” guidata dal massone Giuseppe Garibaldi è stata mitizzata dai libri di scuola come una grande impresa militare, quando invece è noto a tutti gli storici più intellettualmente onesti che i garibaldini da soli non avrebbero mai potuto conseguire alcuna reale vittoria sul campo".
“La Massoneria è un'istituzione ebraica, la cui storia, i gradi, gli incarichi, le parole di passo, le interpretazioni, sono ebraiche dall'inizio alla fine.” 
“La vera forza motrice della Massoneria non è mai stata la sua ideologia mistica, ma gli enormi finanziamenti che ha sempre ricevuto nel massimo riserbo dalla casta dei banchieri più ricca e potente del mondo”.
“Il signoraggio bancario è all'origine del disastro economico mondiale in cui stiamo precipitando”.
La responsabilità di chi scrive i programmi didattici per le scuole e redige i libri di testo sono enormi. Fatta eccezione per la grammatica, la matematica e la geografia, materie ‘dimostrabili’, la Storia può essere soggetta a manipolazioni pericolose. Cresciamo con l’idea che esistano verità inconfutabili per il solo motivo che così ci è sempre stato detto e insegnato. Dopo la scuola difficilmente si va ad approfondire ciò che si è imparato tra i banchi. Spesso si impara un mestiere e dell’Unità d’Italia non ci frega più nulla. Oppure si continua a studiare la Storia all’università, ma su libri spesso scritti dal docente che tiene il corso o comunque imposti dalla programmazione d’istituto. Per chi non ha voglia di sgobbare sui libri, ci sono invece i documentari televisivi e i film storici, in larga parte americani, prodotti che spesso non fanno altro che corroborare le nostre convinzioni, i nostri dogmi culturali. Basta pensare alla sterminata filmografia sulla Shoah, la guerra in Vietnam o l’attacco a Pearl Harbour. Questi film sono stati le nostre lezioni di storia, con Spielberg e Stone a farci da insegnanti, trasformando le sale cinematografiche e i salotti domestici in aule scolastiche.

Rivelazioni non autorizzate si pone come un efficace antidoto contro le ‘imposture’ della Storia, per dirla con Roberto Scarpinato, a cui la nostra società ci ha abituato. Questo libro passa in rassegna la storia dei popoli e dei suoi momenti cruciali negli ultimi tre secoli, svelando al lettore le macchinazioni occulte che hanno influenzato in maniera determinante gli eventi che tutti conosciamo. Con rigorosa precisione nel citare le fonti ed incalzante ritmo narrativo, l’autore Marco Pizzuti ci spiega perchè la Storia che noi conosciamo non è il semplice risultato di spontanee iniziative dei popoli o gesti isolati inattesi e fuori controllo, ma l’incredibile prodotto dei piani di dominio di una ristrettissima èlite di uomini potenti, provenienti dal mondo della finanza e dell’industria, e accomunati dall’appartenenza a quella Massoneria presente ormai troppo spesso quando si discute dell’origine delle nostre infrastrutture economiche e societarie.

Accompagnati dalla consapevolezza di rivedere in toto le nostre convinzioni, la lettura di queste pagine ci fa ripercorrere gli anni della guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti, della Rivoluzione Bolscevica, della Rivoluzione Francese, delle guerre mondiali, fino al conflitto israelo-palestinese ed alla recente guerra al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti, spalleggiati da altre potenze occidentali, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001. Pizzuti riscrive la Storia con analisi impietose e radicali, povere di opinioni personali ma fertili di dati e documenti facilmente rintracciabili. La grande verità che emerge dalla sterminata mole di nozioni presente nel libro è una sola, e sferza le nostre vite, il nostro passato e il nostro futuro, con la mannaia della consapevolezza e dell’informazione: le unioni europee, le unità nazionali, le propagandate guerre di religione e le rivoluzioni ideologico-popolari non sono appannaggio esclusivo del nostro attivismo politico, ma rispondono a precisi progetti premeditati da coloro i quali detengono il potere economico, e cioè dalle lobbies finanziarie, per lo più di origine ebrea, e dalle multinazionali. Questi uomini non hanno credi religiosi. Il loro unico dio è il profitto e non si riconoscono in nessuna ideologia politica che non rechi loro vantaggio personale. Sono al di sopra di esse, mentre lasciano che gli uomini dibattano e si infervorino sulla politica quel tanto che basta per tenerli all’oscuro della grande scacchiera su cui essi vengono inconsapevolmente movimentati.


Il Maggiordomo Bertinotti difende il Signoraggio

L’èlite striscia silenziosa all’interno di organizzazioni come il Bohemian Club o il Bilderberg Group e di società segrete massoniche. Tra queste la più importante è la setta degli Illuminati di Baviera, bollata come eretica dalla Chiesa, ma successivamente risorta e tramandata alle aristocrazie internazionali. L’èlite congiura per sfinire l’umanità e asservirla ai suoi interessi. Non fanno appello ad alcuna moralità o senso civico. Non rispettano le identità culturali dei popoli e i loro desideri di autodeterminazione. Fomentano guerre finanziando entrambi i fronti di battaglia. Come avvenne nel secondo conflitto mondiale, in cui i tedeschi non avrebbe mai conquistato mezza Europa se non avessero ricevuto ingenti carichi di armamenti di provenienza americana e britannica, ossia da quei paesi entrati in conflitto proprio contro il Terzo Reich. Il partito nazionalsocialista di Hitler, racconta Pizzuti, fu finanziato da Wall Street e la sua cerchia di banchieri, tra cui figurano i soliti nomi: Rothschild, Rockefeller, Warburg e Morgan. Tutto questo mentre in patria, nel cosiddetto ‘mondo libero’ a stelle e strisce, la propaganda nazionale tracciava il profilo del folle dittatore tedesco e preparava la strada ad un’entrata in guerra che di lì a poco la vicenda Pearl Harbour avrebbe propiziato.

La lettura di Rivelazioni non autorizzate offre la possibilità di capire cosa ha reso possibile lo scoppio delle guerre e il nascere delle rivoluzioni che hanno sconvolto gli assetti sociali fino ai giorni nostri. Apprendere che Stalin e Lenin erano massoni di origine ebraica che stringevano accordi con le lobbies affinchè si ingannasse la popolazione russa con la falsa utopia comunista, o che Prescott Bush, capostipite di una famiglia che ha generato due presidenti degli Stati Uniti, era in affari con Hitler da cui ricevette anche un riconoscimento ufficiale per la collaborazione offerta, notizie queste incredibilmente e colpevolmente trascurate dai testi storici ufficiali, è fondamentale per comprendere e decifrare la geopolitica attuale.

Il libro di Pizzuti descrive un modus operandi, un copione cioè sempre uguale a se stesso, che un gruppo elitario di uomini estremamente facoltosi attua da secoli per guadagnarsi la supremazia mondiale sulle genti e le risorse dei territori. L’elemento essenziale del potere dell’èlite è il controllo esercitato sulla emissione del denaro, attraverso ad esempio la pratica del signoraggio bancario, e sulle coscienze, attraverso la propaganda mediatica diffusa da organi di informazione al servizio del sistema. Il controllo del denaro garantisce la possibilità di generare crisi finanziarie laddove è necessario creare disagio sociale e quindi possibilità di intervento, mentre disporre dei mezzi di comunicazione consente di ottenere il sostegno dell’opinione pubblica su ogni operazione militare e sociale che le lobbies decidono di mettere in pratica.

Le tematiche trattate in Rivelazioni non autorizzate riconducono per molti versi alla Geometria del Male raccontata da Sigismondo Panvini, che affronta l’argomento ponendo però l’accento non già sui principali avvenimenti storici guidati dalla Massoneria, ma sulla natura esoterica e simbolica delle èlite di potere internazionali. Come spesso sono solito ricordare, libri come questo non devono essere il punto di partenza e di arrivo del nostro studio, ma semplici stazioni di passaggio, o stanze intermedie le cui porte possono condurci ad approfondire le nostre conoscenze e confrontare diverse fonti per verificare l’attendibilità delle tesi riportate.

Nonostante timidi e sporadici segnali di coscienza proveniente dalla politica attuale, come l’interrogazione parlamentare sul signoraggio dell’on. Buontempo, siamo purtroppo ancora molto lontani dal capire le circostanze che hanno portato l’umanità a vivere condizioni di ingiusta sperequazione delle ricchezze e soprattutto dal conoscere e riconoscere i responsabili.

Interrogazione parlamentare sul signoraggio dell’on. Buontempo
"Quel che accade nel mondo non avviene per caso. Sono eventi fatti succedere, sia che abbiano a che fare con questioni nazionali o commerciali; e la maggioranza di questi eventi sono inscenati da quelli che maneggiano i soldi". 
- Denis Healey - Ministro della Difesa britannico dal 1960 al 1974
"L’individuo e’ talmente in difficolta’ quando viene faccia a faccia con una cospirazione cosi enorme che non puo’ credere che esista".
- Edgar Hoover - direttore dell’FBI dal 1924 al 1972

“Studiando […] il vero ruolo interpretato dalla Massoneria nel corso della storia, risulta del tutto evidente quanto i decantati obiettivi filantropici e spirituali dell'ordine servano solo come pelle d'agnello sotto cui celare l'astuzia e la ferocia del lupo. Da portatori di luce in senso metaforico (la fiaccola è uno dei loro simboli), i massoni e i loro segreti burattinai costituiscono in pratica uno strumento di supremazia di casta fine a se stesso, che si pone contro il libero progredire delle nazioni. Non è quindi certo un caso se spesso piovono accuse di satanismo nei confronti delle logge, dove si riuniscono nel massimo riserbo ogni sorta di avventurieri in cerca di potere. Tuttavia non si può ignorare il fatto che, almeno formalmente, la Massoneria persegue scopi umanitari a cui hanno aderito in buona fede alcuni dei suoi più illustri promotori storici, come Giuseppe Garibaldi o George Washington (entrambi eletti Gran Maestri dell'ordine). Costoro infatti non compresero mai il vero scopo per cui venne fondato l'ordine stesso.

“La grande massa di personalità che si avvicina alla potentissima confraternita, insomma, aspira solo a ottenere vantaggi personali. Per tale ragione si tratta di un'associazione sconosciuta al popolino, ma molto ben frequentata da politici, industriali, magistrati, avvocati. Far parte della Massoneria significa quindi entrare sotto la protezione di un club molto esclusivo, a cui però non si può disobbedire. Un magistrato che diviene massone, per esempio, sarà sempre prima di tutto un ubbidiente membro della confraternita e solo in un secondo momento anche un servitore dello stato. Un principio, questo, che vale per ogni categoria di mestiere e che ha consentito a chi tira le fila dell'organizzazione di realizzare qualsiasi tipo di capovolgimento della società, politico, culturale ed economico, rimanendo sempre nell'ombra”.

Marco Pizzuti è nato a Roma nel 1971. Laureato in Legge, scrittore e conferenziere, ex ufficiale dell'esercito, lavora per una nota società di servizi presso le più prestigiose istituzioni dello Stato (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Consiglio di Stato). Attualmente si occupa di sperimentazione scientifica e collabora a livello didattico con il Museo dell'Energia del Ministero delle Attività Produttive. Ospite frequente di diverse emittenti radio in qualità di esperto di controinformazione e opinionista, ha tenuto decine di conferenze in tutta Italia, effettuando anche esperimenti in pubblico di trasmissione di energia senza fili con la tecnologia Tesla che hanno suscitato grande interesse. Nel campo della sperimentazione scientifica ha stabilito il nuovo record mondiale (TEDx Bologna 2011) di distanza nella trasmissione di corrente elettrica senza fili in forma di corrente alternata (senza l'impiego del sistema witricity). La dimostrazione si è svolta applicando esclusivamente la tecnologia Tesla di fine '800. Scrive inoltre articoli per numerose riviste del settore e da anni conduce appassionate ricerche indipendenti. Quì tutti gli suoi altri libri, molto interessanti, di cui qualcuno ho già la recensione in preparazione. 

RFK L'altra Dallas - Chi ha ucciso Robert Francis Kennedy ?


Plateale, incredibilmente plateale, almeno in Italia sembra che cerchino di nasconderle per quel che vale, in America forse ne han fatte così tante ed eclatanti che non si preoccupano più di tanto. 
Anche se come per il fratello JFK, per nulla importante chi ha eseguito l'assassinio quanto i mandanti, con le esecuzioni pasticciate e le relative coperture vengono fuori le macchinazioni, forse fatte apposta per dare l'avvertimento "arriviamo ovunque", l'impunibilità poi è assoluta.


RFK L'altra Dallas - Chi ha ucciso Robert Francis Kennedy ?

di Massimo Mazzucco
"Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione"
- Robert Francis Kennedy -

4 Aprile 1968 : Robert Kennedy sta facendo un discorso elettorale a Indianapolis, davanti a un pubblico prevalentemente di neri, quando gli viene comunicato l'assassinio di Martin Luther King, appena avvenuto a Memphis, nel Tennessee. Senza nessuna preparazione, Kennedy improvvisa uno dei discorsi più famosi dell'intera storia americana:



Il 6 Giugno 1968 veniva assassinato all'Hotel Ambassador di Los Angeles un senatore che aveva appena vinto le primarie in California, guadagnandosi la nomination alle presidenziali per il partito democratico. Nonostante fosse il fratello del famoso presidente ucciso a Dallas nel 1963, e nonostante avesse egli stesso ottime possibilità di diventare presidente, la sua vita e la sua morte sono finite nell'oblio.


Shiran Bishara
Shiran

Soprattutto la seconda, avvenuta ufficialmente per mano di Shiran Bishara Shiran, è stata sbrigativamente archiviata dalla storia senza mai essere stata presa seriamente in esame. D'altronde, mentre a Dallas abbiamo forse il più intricato "giallo" della storia moderna, Shiran ha sparato sotto gli occhi di tutti, e di cospirazione vera e propria - almeno a livello popolare - non si è mai parlato.

Richard Nixon - Vittoria 1968
Ma la storia, com'è noto, "è scritta dai vincitori". Ed il vincitore di quella tornata elettorale fu lo stesso Richard Nixon che aveva inaspettatamente perso, otto anni prima, contro lo sconosciuto John Kennedy, e che rischiava ora di fare la stessa figura contro il fratello più giovane. Rimasto invece senza avversari, nell'autunno Nixon riuscì finalmente a rientrare in quella Casa Bianca da cui era uscito nel 1959, come vice di Eisenhower, convinto di fare una semplice passeggiata elettorale.

(Nel 1964 Nixon aveva saggiamente scelto di non candidarsi, visto che in quel momento la popolarità di Johnson, appena succeduto a Kennedy, era alle stelle. Johnson infatti stravinse contro Barry Goldwater, mentre fu lui stesso a dover rinunciare a candidarsi, nel 1968, sotto il peso delle disastrose notizie che arrivavano dal Vietnam. Questo aprì la strada alla candidatura di Bob Kennedy - che era contrario a restare in Vietnam - e che venne così a trovarsi in piena rotta di collisione con il rientrante Nixon).

Vale la pena di ricordare una frase emblematica, pronunciata da Kennedy poco prima di candidarsi :
"Soltanto i poteri di un presidente permetteranno un giorno di rivelare al mondo la verità sull'assassinio di mio fratello". 
E' chiaro quindi che la sua morte deve aver giovato sia chi ha poi vinto quelle elezioni, sia chi nel passato aveva tramato per la morte del fratello. Sempre che non si trattasse della stessa persona.
"Il coraggio morale è ancora più raro e prezioso del coraggio in battaglia, o di una grande intelligenza. Ma è una dote assolutamente indispensabile per chi voglia cambiare un mondo che accetta così faticosamente il cambiamento. Ogni volta che una persona si batte per un'idea, agisce nell'intento di migliorare la situazione degli altri, o si scaglia contro un' ingiustizia, mette in moto sottili rivoli di speranza che, convergendo da mille sorgenti di energia e di coraggio, vanno a formare una corrente in grado di travolgere il più poderoso muro di oppressione e resistenza" 
- Robert Francis Kennedy -

"L'altra Dallas - Chi ha ucciso Robert Kennedy?" Film completo

Il perfetto omicidio del programma MK-Ultra. Documentario integrale di Massimo Mazzucco (2008).


Robert Kennedy discorso Los Angeles
All'Ambassador Hotel di Los Angeles è passata da poco la mezzanotte del 5 Giugno, quando Robert Kennedy conclude il suo discorso di ringraziamento alla platea che lo festeggia per la vittoria nelle primarie, che gli vale anche la candidatura alle presidenziali. A quel punto il programma prevede che il Senatore lasci il palco alla sua sinistra, per raggiungere la sala stampa dove lo attendono i giornalisti. Ma una sua guardia del corpo, Bill Barry, annuncia che il percorso è completamente bloccato dalla folla, e dirige tutti ad uscire invece dal lato opposto (vedi grafico, più avanti). Dopo un corridoio ci sono due porte metalliche "a molla", che danno alle cucine dell'albergo. Kennedy è preceduto dal maitre dell'hotel, Karl Uecker, che lo tiene per il polso e gli apre la strada fra la gente che gli viene incontro. Sul lato destro di Kennedy cammina Thane Eugene Ceasar, la nuova guardia del corpo che ha sostituito all'ultimo momento quella abituale del Senatore. L'altra guardia del corpo di Kennedy, Bill Barry appunto, è rimasto inspiegabilmente indietro.

Robert Kennedy omicidio
Mentre procedono, Kennedy risponde alle domande di un giornalista, che sta trasmettendo via radio, senza saperlo, gli ultimi istanti della sua vita. Una volta nelle cucine, Kennedy si ferma a stringere la mano a camerieri e cuochi che lo festeggiano. L'ultimo a farlo è un bus-boy di 18 anni, John Romero, che resterà immortalato con lo sguardo fisso nel vuoto, accanto al Senatore morente.



In quel momento Uecker "sente qualcosa insinuarsi fra lui e il tavolo metallico che ha davanti". E' il braccio di Shiran, che punta verso Kennedy una calibro .22 ed inizia a sparare. Kennedy lo vede, e alza le mani davanti a sè, in un gesto instintivo di protezione. Uecker ed altri si avventano sul polso di Shiran, e cominciano a sbatterlo furiosamente contro il bordo del tavolo metallico. Ma Shiran non molla la presa, e ne nasce una colluttazione che sembra non finire mai, con le urla di chi ha paura, le urla di Shiran, e quelle di chi grida agli altri cosa fare per immobilizzarlo.

Quando Shiran viene finalmente disarmato, Kennedy si ritrova a terra con tre pallottole in corpo. Una quarta gli ha forato la giacca, sotto l'ascella destra, senza ferirlo. Il Senatore fa ancora in tempo a chiedere "is everybody allright?" (stanno tutti bene?), e poi crolla in una pozza di sangue. Viene operato d'urgenza al vicino Good Samaritan Hospital, mentre l'intera nazione attende, col fiato in sospeso, davanti ai televisori. Ma l'incubo di Dallas si ripete : Kennedy non supera la crisi, e muore, alle 1.44 del mattino, senza aver più ripreso conoscenza.

Dalla registrazione dell'intervista in corso, si sente con chiarezza solo il primo colpo, e forse il secondo sovrapposto (subito dopo la parola "camouflage"), poi le urla dei presenti coprono tutto ciò che accade. Nel parapiglia risulteranno ferite 5 altre persone: Ira Goldstein, che ha ricevuto due colpi (uno gli ha attraversato il pantalone, senza ferirlo, l'altro l'ha colpito alla natica), Paul Schrade (che si trovava immediatamente dietro a Kennedy, e ha ricevuto una pallottola in testa), William Weisel, Richard Lubic ed Elizabeth Evans, anche lei colpita alla testa ma, come gli altri quattro, miracolosamente sopravvissuta.


Shiran viene arrestato, giudicato e condannato in tempi molto brevi. Basti dire che il referto autoptico, rallentato a sua volta da strani problemi burocratici, arrivò in tribunale quando già Shiran, pur non ricordando assolutamente nulla dell'attentato, aveva ammesso la propria colpevolezza, nella speranza di ricevere una pena più mite.

Sembrò a tutti un caso chiuso.
Ma se si prova a fare il conteggio dei proiettili, scopriamo che dovremmo averne quattro per Kennedy, due per Goldstein, e uno ciascuno per gli altri quattro feriti, il che porta ad un totale di dieci proiettili, quando la pistola di Shiran - ammesso e non concesso che li abbia sparati tutti - poteva contenerne soltanto otto.

In realtà furono poi sette i proiettili estratti dal corpo delle varie vittime, due risultarono conficcati nello stipite della porta alle spalle di Kennedy, e due fori furono trovati nel pannello del soffitto proprio sopra di lui, portando il minimo a undici proiettili sparati.

Decisamente troppi per il solo Shiran.


Di fronte alla necessità di scovare un secondo sparatore - e quindi di ammettere anche una "cospirazione" - inizia a questo punto, nella versione ufficiale della polizia, un balletto di proiettili di fronte al quale il famoso "magic bullet" di Dallas è una certezza statistica inconfutabile.

Qui infatti l'unico modo per fare tutti quei danni con otto proiettili è che a) il proiettile che ha forato la giacca di Kennedy sotto l'ascella, abbia poi compiuto una deviazione di 80 gradi verso l'alto, per colpire la testa di Shrade che era subito dietro di lui (non a caso Paul Schrade, che non è mai stato indennizzato, è stato fra i più instancabili nel chiedere una riapertura del caso). Che b) il proiettile che ha colpito il pantalone di Ira Goldman dal davanti sia poi rimbalzato su una piastrella dietro di lui, per rientrargli nella natica in direzione opposta, ma soprattutto che c) un colpo imprecisato abbia subito anch'esso una deviazione verso l'alto di 90 gradi, per forare il pannello del soffitto sopra Kennedy, rimbalzare su "qualcosa" di non meglio identificato nell'interstizio, tornare indietro praticando un secondo foro accanto al primo, e ferire infine Kennedy dall'alto. Insomma, una specie di cartone animato, in cui le pallottole instancabili rimbalzano dappertutto, mentre nessuno riesce a impedire a Shiran di sparare nemmeno uno degli otto colpi che aveva in canna.



Nella foto sopra a sinistra, i due fori rilevati nello stipite della porta, contenenti un proiettile ciascuno (il che sarebbe già sufficiente a far "saltare" la tesi di Shiran come assassino unico, poichè 7+2=9). Nella foto a destra i due fori rilevati nel pannello del soffitto, proprio sopra il punto in cui si trovava Kennedy, per i quali invece "nessuna pallottola è mai stata trovata".

Ci si domanderà a questo punto come sia stato possibile condannare il solo Shiran, di fronte ad una contraddizione matematica così lampante.


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IL PROCESSO
La risposta è che tutte queste informazioni non arrivarono mai alla giuria. Non dimentichiamo che nel sistema americano il giudice ha enormi poteri nel condurre il processo a suo piacimento, e questo ovviamente torna molto comodo nell'ipotesi di una cospirazione. Inoltre, l'avvocato d'ufficio di Shiran, che fu scelto dallo stesso giudice, mostrò una scarsissima predilezione per il semplice calcolo aritmetico, preferendo concentrare tutti i suoi sforzi per far apparire Shiran come uno psicopatico. Ciò appariva ai giurati come un nobile tentativo per alleviarne i termini di una condanna ormai sicura, ma in realtà sviava radicalmente il processo da quello che avrebbe dovuto essere il suo corso naturale. Vi fu poi un grosso "intoppo procedurale", come già detto, per cui la giuria non potette nemmeno vedere l'autopsia sul corpo di Kennedy, che avrebbe smentito in pieno - come vedremo in seguito - la versione ufficiale dei fatti.

A questa procedura chiaramente deformata, si aggiunga il fatto che tutti gli elementi rimossi dal luogo del delitto (lo stipite della porta, i pannelli del soffitto, e la pistola stessa di Shiran) o "andarono perduti" dopo il processo, oppure "furono buttati via" dalla polizia di Los Angeles, perchè "occupavano spazio inutilmente". Che nessuno si sognasse mai, in altre parole, di riaprire un caso chiuso così abilmente sotto gli occhi di tutti.

(Sorte simile era toccata agli appunti di 7 ore di interrogatorio a Lee Harvey Oswald, che furono "buttati via" dalla polizia di Dallas, subito dopo la sua morte, perchè "tanto era chiaro che era stato lui". Strano paese, dove ti registrano su nastro persino la deposizione per una multa non pagata, ma poi se ammazzano il presidente buttano via tutto quello che ha detto l'assassino).
"Pochi sono disposti a sfidare la disapprovazione dei compagni, la critica dei colleghi, e la rabbia della società, in nome della semplice verità".
- Robert Francis Kennedy -


IL CORONER DELLE CELEBRITA' 


Ma il problema più grosso, per la versione ufficiale, si chiama Thomas Noguchi. Noguchi non è stato semplicemente un coroner (il medico legale, responsabile dell'autopsia), ma colui che ha trasformato alla radice il concetto stesso di indagine post-mortem, nella storia della criminologia americana. Soprannominato "Coroner of the Stars", per aver operato da sempre su Los Angeles, Noguchi partecipò già all'autopsia di Marylin Monroe (in cui suggerì la soluzione all'enigma del finto suicidio), condusse quelle di Robert Kennedy, di Sharon Tate (la moglie di Polansky uccisa dai seguaci di Manson), di John Belushi e di tanti altri personaggi dello spettacolo, e fu inoltre colui che dimostrò, per conto della famiglia Calvi, l'impossibilità del suicidio del "banchiere di Dio", trovato impiccato sotto un ponte di Londra.

La differenza fra Noguchi e gli altri coroners sta nell'approccio globale con cui affronta i casi a lui affidati. Noguchi non esamina semplicemente il cadavere sul tavolo della morgue, ma vuole arrivare a "ricollocarlo" (idealmente, s'intende) nella precisa dinamica dell'azione. E' quindi in realtà un investigatore a sè stante, che tende ad integrare le osservazioni sul cadavere con i rilevamenti sul luogo del delitto. (Ad esempio: muovendo nelle varie posizioni il braccio destro di Kennedy, Noguchi notò che solo ad una certa angolazione il foro di entrata di un proiettile sotto l'ascella risultava perfettamente rotondo. Grazie a questo dedusse che quel colpo poteva essere giunto solo quando il Senatore aveva già alzato il braccio davanti a sè, arrivando a stabilire con precisione in che punto della sequenza fosse partito quel colpo).

Purtroppo il suo metodo, invece di venire apprezzato per l'evidente contributo che può dare alle indagni, è stato spesso osteggiato dalla polizia di Los Angeles, che ha sempre visto in Noguchi un personaggio troppo ingombrante e difficile da controllare. E avevano tutt'altro che torto.


F.B.I. contro L.A.P.D. (Los Angeles Police Department)
A differenza di Dallas, dove l'FBI tolse di forza la giurisdizione del caso alla polizia locale (storico l'episodio in cui lo sceriffo di Dallas si mette di traverso nel corridoio dell'ospedale, cercando di bloccare gli uomini di Kennedy che se lo stanno portando via nella bara) la polizia di Los Angeles seppe prendere in mano il caso e portarlo fino alla conclusione senza alcun intervento federale. Questo ha reso molto più facile controllare, ad esempio, certe testimonianze scomode, come quelle di chi inizialmente aveva sentito la famosa "ragazza in polka-dot" dire "abbiamo ucciso Kennedy", ma poi al processo, stranamente, non si ricordava più di nulla. Ma soprattutto, non dovendo spiegazioni a nessuno, hanno potuto concedersi tutte le "distrazioni" già citate, alle quali si possono aggiungere episodi come l'incenerimento "accidentale" di 2400 fotografie, "convinti che fossero solo dei duplicati". La misura della sfacciataggine è qui anche la misura dell'impunità in cui sapevano di muoversi gli alti livelli del dipartimento di polizia.
Tutto questo ha da sempre tagliato le gambe in partenza ad un'eventuale riapertura del processo: oggi di quegli elementi esistono solo le fotografie pubblicate in questa pagina, e poche altre.

Nove anni dopo però l'FBI fu costretta ad entrare in gioco, quando il giudice indipendente Thomas Kranz fu incaricato dal procuratore della Contea di Los Angeles di una revisione del caso, in seguito alle montanti proteste da parte di un numero crescente di voci pubbliche, a cui stava a cuore la verità. Il rapporto fu il solito atto di equilibrismo verbale - molto simile a quello della commissione HSCA nel caso JFK - che tendeva a ristabilire almeno una parte di verità, per accontentare le voci più esigenti, senza per questo smentire pubblicamente le stesse autorità che avevano agito inizialmente per coprirla del tutto.

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IL RAPPORTO KRANZ

Nel 1977 Kranz consegnò ai suoi superiori un rapporto completo sull'assassinio di Robert Kennedy (qui l'originale in pdf.zip, 3 vol. 7.7 Mb), nel quale riportava, fra le altre cose, i risultati dell'autopsia di Noguchi. Leggendoli, diventa più facile capire perchè quest'ultima faticò così tanto ad arrivare in tempo utile al processo.


Ecco cosa dice, in sintesi, il passaggio sopra citato (che compare a pagina 7 del I Volume): il colpo mortale (3, nello schema di Noguchi a sx.) ha penetrato il cranio dietro all'orecchio destro, frantumandosi poi al suo interno. Bruciature di polvere da sparo sull'orecchio indicano che il colpo è stato sparato da circa 3-4 cm. di distanza. (Tutti i presenti hanno testimoniato che Shiran non si è mai avvicinato a meno di un metro da Kennedy).

Altri due colpi sono penetrati accanto alla scapola e sotto l'ascella destra (il primo si è piantato nelle vertebre cervicali di Kennedy, il secondo è fuoriuscito all'altezza della spalla).

A destra vedete la giacca di Kennedy, con i fori di entrata e uscita del colpo n. 2. Anche questi colpi risultarono sparati da distanza ravvicinata.
Il paradosso è impossibile da ignorare. Shiran spara da davanti, in orizzontale, e Kennedy viene colpito da dietro, tre volte, in verticale dal basso verso l'alto (da cui i buchi nel soffitto).


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CHI ERA SHIRAN BISHARA SHIRAN
Che Shiran sia stato il classico "patsy" della situazione è evidente almeno quanto il fatto che non possa aver fatto tutti quei disastri da solo. A conferma di ciò, notiamo la "solita" fantasia sfrenata della polizia (sempre dal rapporto Kranz, sotto), che per rafforzare la


colpevolezza di Shiran non ha trovato di meglio che scoprire, nel cruscotto della sua macchina, un biglietto da visita e una ricevuta, datata pochi giorni prima, per l'acquisto di munizioni per una calibro .22. Per un totale di 200 proiettili, più altri proiettili sparsi un pò dappertutto, e scatole vuote sempre per proiettili rigorosamente di quel calibro. A questo si aggiunga la testimonianza di una persona che avrebbe udito Shiran dire a voce alta, mentre li acquistava, "mi raccomando, mi dia dei proiettili di quelli che non fanno mai cilecca, è importante che questi non facciano assolutamente cilecca".

Come dire, quando il troppo storpia. Anche Oswald si era dimenticato di buttare via la ricevuta con cui avrebbe acquistato il fucile di Dallas, così come fece Timothy Mc Veigh con la ricevuta per i composti chimici che avrebbe usato per fabbricarsi la bomba di Oklahoma City. (Noi invece siamo più sofisticati, e abbiamo gli anarchici che prendono il taxi per fare cento metri, con la bomba già innescata nella borsa, pur di farsi riconoscere dal taxista subito dopo la strage).

Shiran Bishara Shiran
Vi è però una cosa che non si è ancora riuscito a capire di Shiran, e cioè la misura esatta del suo coinvolgimento nell'attentato, poichè di fatto tutti lo videro sparare a Kennedy col chiaro intento di ucciderlo.

Negli anni si sono venute accavallando le tesi più fantasiose, arrivando anche ad ipotizzare una specie di "Manchurian Candidate" programmato per uccidere e poi dimenticare tutto. Ma anche se non a quei livelli, qualcosa del genere deve essere successo, poichè lo stesso Shiran sostiene, a tutt'oggi, di non ricordare assolutamente nulla di quei momenti. Conserva un buco di memoria totale, che va dall'ingresso nell'albergo, fino al "risveglio" nella macchina della polizia.

Egli stesso si dice convinto di essere stato vittima di una macchinazione in cui, dopo averlo condizionato mentalmente, l'avrebbero drogato perchè arrivasse a commettere l'omicidio in uno stato di tale confusione mentale da non registrare nemmeno gli eventi di cui era protagonista. In effetti Shiran fu visto bere, poco prima dell'omicidio, un vistosissimo intruglio alcolico, per quanto tutti sappiano che fosse astemio sin dalla nascita.

Shiran inoltre non aveva un solo precedente penale, non aveva motivi particolari per uccidere Kenendy (anzi, disse che intendeva votare per lui alle presidenziali), ed è sempre stato un detenuto modello, nei quasi 40 anni trascorsi in prigione. (Inizialmente Shiran fu condannato a morte, ma nel 1978 la sentenza fu commutata in ergastolo, quando la California abolì la pena capitale).

Su sua richiesta, Shiran si è anche sottoposto ad una seduta ipnotica, per cercare di ritrovare nella memoria qualche fotogramma di quegli istanti fatali. Ma mentre alla domanda "parlami di Bob Kennedy", Shiran reagiva scrivendo ripetutamente "Bob Kennedy deve morire", alla domanda "chi ha ucciso Bob Kennedy" dall'incoscio di Shiran è emerso un disarmante "Non lo so, non lo so, non lo so".

Ecco un dettaglio delle note, scritte sotto ipnosi, in cui Shiran ripete ossessivamente "Robert Kennedy must die", "Robert Kennedy must be assassinated" (Robert Kennedy deve morire, Robert Kennedy deve essere assassinato). Verso la fine compare anche, cerchiato, un "prima del 5 Giugno 1968".



Shiran è stato descritto da tutti i testimoni come un invasato che sparava a Kennedy urlando meccanicamente "Robert Kennedy must die!" "Robert Kennedy must die!"

Il fratello e l'attuale avvocato di Shiran, Lawrence Teeter, non hanno ancora perso tutte le speranze per far riaprire il processo, anche se non si rischia molto a scommettere che questo non avverrà mai. Per chi fosse interessato all'attuale status legale, questo è il sito ufficiale del difensore di Shiran.



THANE EUGENE CESAR
Thane Cesar,
Molto meno rumore ha fatto invece la storia di Thane Cesar, l'uomo verso il quale puntano il dito tutti gli indizi emersi finora. Presto scomparso nel nulla, fu lo stesso capo della polizia di Los Angeles a suggerire a Kennedy questa guardia del corpo privata, dopo che una delle sue aveva improvvisamente dato forfait per la serata all'Ambassador. Thane Cesar risultò poi essere un fervente sostenitore di George Wallace, il governatore del Texas a sua volta candidato presidenziale di quell'anno per l'estrema destra. Un dichiarato sostenitore del Ku-Klux-Klan, Wallace, che combatteva praticamente ogni riforma propugnata da Kennedy, sarebbe finito a sua volta su una sedia rotelle, nel 1972, in seguito ad un attentato. (L'elezione del 1968 fu poi vinta da Nixon, contro Wallace appunto, e contro Hubert Humphrey, il candidato democratico che Kennedy aveva appena sconfitto nelle primarie, e che era rientrato in lizza dopo l'assassinio).

Notiamo inoltre come la società di detectives che aveva fornito le prestazioni di Cesar a Kennedy, la Ace Security, fosse di proprietà della Lockeed Corporation, un ambiente tutt'altro che "liberal" dal punto di vista ideologico. Stupisce infatti che nell'entourage di Kennedy non abbiano pensato di rivolgersi a organizzazioni più "amiche", nell'affrontare il delicato problema della sostituzione. Ma non va dimenticato che fu proprio Bill Barry, la prima guardia del corpo di Kennedy, a suggerire all'ultimo momento la deviazione attraverso le cucine dell'Ambassador (dove si trovava Shiran in attesa), e che lui stesso poi "non riuscì" ad essere accanto all'uomo che doveva proteggere, nel momento del bisogno.

            



LA TESI PIU' ACCREDITATA
Thane invece marciava immediatamente alla destra di Kennedy, e lo tirò a terra "per proteggerlo" - come da manuale - immediatamente dopo i primi spari. E' quindi l'unico ad aver potuto sparare a Kennedy da dietro, a bruciapelo e verso l'alto, e fu anche l'unico a farsi ritrovare con una pistola in mano, alla fine della sparatoria. Non disse però se la pistola avesse sparato o meno, e nessuno si preoccupò mai di chiederglielo. E nonostante questa fosse una calibro .22 - esattamente come quella di Shiran - non fu mai esaminata al processo, e scomparve poi nel nulla, insieme agli altri mille elementi "scomodi" sequestrati dalla polizia di Los Angeles. Stessa fine fece la pistola di Shiran, a causa di una "confusione fra due buste", in cui fu gettata naturalmente quella sbagliata.

C'è infatti chi ha suggerito che la pistola di Shiran fosse caricata a salve (nel qual caso basterebbe un rapido esame per scoprirlo), per evitare di ferire Thane Cesar mentre svolgeva il suo lavoro, coperto dalle urla e dai suoi colpi a vuoto. Questo sarebbe possibile, nonostante gli 11 colpi (che a sua volta non può aver sparato Thane da solo), se si considerano due testimonainze colte sul momento, ma poi significativamente ignorate dal giudice al processo: una certa Lisa Urso disse di aver notato, subito dopo la sparatoria, un uomo biondo, vestito di grigio, che riponeva la pistola in una fondina, mentre un altro testimone disse di aver visto un uomo coi capelli scuri, vestito di scuro, sparare due colpi e allontanarsi in fretta dalla cucina. (Con Thane, e forse altri, che sparavano a Kennedy da dietro, diventa anche pù facile spiegare il colpo ricevuto nella natica da Ira Goldsten, che invece prima obbligava a suggerire un improbabile "rimbalzo su una piastrella alle sue spalle").

Qualunque sia stata la dinamica effettiva dell'omicidio, è chiaro che ruota tutta intorno a Thane Cesar, ed alla sua posizione privilegiata 

al fianco di Kennedy.



A destra vedete una foto emblematica, che ritrae proprio Thane Cesar accanto a Shiran, subito dopo l'attentato. Sarebbe interessante conoscere i loro rispettivi pensieri in quel preciso momento. (Per non pensare alla faccia che avrebbero fatto i due uomini sulla destra, se gli avessero detto che l'assassino di Kennedy non è quello che tengono fermo, ma quello accanto, in divisa, che li sta aiutando a farlo).
Alcuni vedono le cose come sono, e si chiedono "perchè". Io sogno cose che non sono mai state, e mi chiedo "perchè no".
- Robert Francis Kennedy -
                       

CONCLUSIONE
Bob Kennedy
Troppo idealista forse, per poter accettare i compromessi necessari a guidare una nazione come l'America, e forse troppo delicato caratterialmente, per poter reggere il peso di un ruolo così impegnativo, non sapremo mai se Robert Kennedy avrebbe saputo portare a termine con successo un'eventuale sua presidenza. Difficile immaginare in lui la fermezza - o perlomeno la grandiosa capacità di bluff - che il fratello John aveva messo in mostra in occasione della crisi dei missili nel 1962, oppure quando promise, all'inizio della gara spaziale con i Russi, di "piazzare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio".

Sta di fatto che la morte di Bob Kennedy aprì la strada ad un periodo di predominio della destra repubblicana - guerrafondaia, razzista e restauratrice - che iniziò con Nixon e si protrasse, fatto salvo per la parentesi Carter 1976-80, attraverso lo stesso Nixon, rieletto nel '72, Jerry Ford che ne completò il mandato (in seguito a Watergate), Ronald Reagan, che stravinse sia nel 1980 che nel 1984, e George H. Bush, che vinse nell'88, pur perdendo contro Clinton, nel 1992. 

In seguito alla morte di Bob Kennedy ci sarebbero stati quindi ben 20 anni su 24 di dominio repubblicano alla Casa Bianca.

Se poi si considera l'intero periodo post-bellico, le presidenze Kennedy-Johnson, Carter e Clinton appaiono in realtà come piccole "macchie" democratiche in un arco compatto di predominio repubblicano, che iniziò con Eisenhower, passò per il periodo sopra descritto, e riprese infine, dopo gli 8 anni di Clinton, con le due vittorie consecutive dell'attuale presidente George W. Bush (2000 e 2004).

Solo 20 anni su 56 di Casa Bianca, da Eisenhower ad oggi, sono sfuggiti al controllo dei grandi gruppi di potere rappresentati dal partito repubblicano.

In questo senso il 1968 fu un anno cruciale  
Bob Kennedy e Martin Luther King
per la storia americana, con la drammatica escalation in Vietnam (a cui Kennedy avrebbe immediatamente posto fine), e l'esplosione contemporanea dei movimenti giovanili e di quelli per i diritti civili, che lo stesso Kennedy e Martin Luther King rischiavano di unificare in una miscela inarrestabile di rinnovamento, se il giovane Senatore avesse conquistato la presidenza (non è escluso che intendesse scegliere proprio King come vicepresidente). Un'ipotesi evidentemente inaccettabile, per chi decise prima di far uccidere Martin Luther King, nell'Aprile di quell'anno (v. video, sotto), e poi determinò che in ogni caso Robert Kennedy non dovesse arrivare vivo alle elezioni del Novembre 1968. 

Chiunque sia stato costui, di certo non fu Shiran Bishara Shiran.

Scritto da Massimo Mazzucco per www.luogocomune.net

Fonti:
The Assassination of Robert F. Kennedy, di Jon Christian e William Turner
The Second Gun Expose, di Ted Charach
University of Massachussets RFK Archives



IL PRODOTTO NAZIONALE LORDO 
 SECONDO BOB KENNEDY
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo. Il prodotto nazionale lordo comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il prodotto nazionale lordo mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la morte della fauna nel Lago Superiore. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. [Siamo nel 1968 - ndr]
Il prodotto nazionale lordo si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, non calcola però molte altre cose. Non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. E' indifferente alla decenza del luogo di lavoro o alla sicurezza nelle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."
- Robert Francis Kennedy -

Fonte  Luogo Comune

Update 19 novembre 2015

Moltissime le incongruenze emerse nelle indagini e durante il processo, tanto che l'ipotesi di complotto sarebbe tutt'altro che da escludere. Migliaia di foto e reperti distrutti sono alla base di questi sospetti ma soprattutto la registrazione audio, peraltro involontaria, fatta da un reporter polacco dell'attentato che analizzata di recente con moderne tecnologie audio d'indagine forense ha rivelato il reale numero di colpi sparati nell'agguato: ben 13 (Discovery Channel - RFK Assassination). Il modesto revolver di Sirhan, modello economico, inaffidabile e impreciso, aveva però solo 8 colpi e questo di fatto inserisce nello scenario un altro sicario. Nella registrazione inoltre vengono individuati 2 colpi sparati in rapidissima successione, precisamente a 120 ms l'uno dall'altro, tempo impossibile da registrare per un singolo sparatore col revolver di Sirhan (prove balistiche riveleranno una velocità massima di 360ms fra un colpo e l'altro).(Robert Kennedy Assassination)

Fu ipotizzato come mandante dell'assassinio il sindacalista Jimmy Hoffa (Gianni Bisiach, I due Kennedy, film documentario RAI, 1970). Il figlio David Anthony, 13 anni al momento dell'assassinio, si trovava davanti alla televisione e per lo shock non fu più lo stesso (morirà per overdose di droga successivamente).


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