Descrizione

In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.

“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac

Contra factum non valet argumentum”

sabato 24 ottobre 2015

Antisemitismo, l'incitamento razziale La deificazione della razza. Una disputa interna ebraica. Antisemitismus, Rassenhetze, Rassenvergottung. Eine innerjüdische Auseinanderset­zung

LIBRI
Gurewitsch Abraham
Gianantonio Valli

<< Tra i più lucidi avversari ebrei del sionismo comunque inteso è l’«apostata» Abraham Gurewitsch, membro dei Knaanim, un gruppo che si definisce "Je­wish World Orga­ni­zation for truth, liberty, honour, justi­ce and peace" “Organiz­za­zione Mondiale Ebraica per la verità, la libertà, l’onore, la giustizia e la pace”. Indignato per l’ag­gressività razzistica dimostrata contro i tedeschi dai confratelli dopo la «campagna del­le svastiche» scate­nata da Natale 1959 a metà feb­braio 1960 (ottocentotrentatré atti di «antisemiti­smo»: im­brat­tamento di muri con svasti­che, vio­la­zione di cimi­te­ri, danni a pro­prie­tà ebrai­che, etc. scatenati a Colonia e nell’intera Re­na­nia da assoldati della Stasi/KGB agli ordini del generale sovieti­co Aga­yanz della Se­zio­ne Dezinfor­ma­cija), l’antisioni­sta, dopo avere rilevato l’impro­prietà semanti­ca del termine «antisemi­ta», va al cuore della Judenfrage:

«L’antigiudai­smo nacque nel momento in cui il capo del no­stro po­polo, il rabbino Moshe, o meglio Mosè, gli die­de, da­vanti al monte Sinai e in circostanze oltremodo misteriose [unter ganz myste­riösen Umständen] – metodi noti a tutti i capi religiosi e ancor oggi usuali presso gli sciamani negri – il Decalogo (asseret ha-diwrot, i Dieci Comanda­menti, nucleo della Legge ebraica rivelata sul Sinai) e poi la Torah, martellando e rimartellando nel cer­vel­lo del nostro popolo [und ihm immer wieder einhämmerte] il concetto che era il Popolo Scelto dal­l’Unico Dio […] Resta da chiedersi se gli fossero chiare le conse­guenze di quella fede, che vincolò all’obbe­dienza il nostro popolo e ci condusse, per prima cosa e senza provocazio­ne, a sferrare il primo attacco con­tro l’u­manità. In tal modo estromet­tendo­ci dalla famiglia delle nazioni. Un fatto è in ogni caso assodato: da allora il pre­giu­di­zio contro le altre nazioni impedì al nostro popolo di stringere rapporti di umana fiducia e amicizia con gli altri popoli [in menschlich vertraute, freund­schaftliche Bezie­hungen zu anderen Völkern zu treten]. A dispetto di ogni dato scientifico sul divenire umano, la fede nell’elezio­ne e nella prete­sa di dominio mon­dia­le si è mantenuta intatta nel nostro popolo fino ad oggi. Ancor oggi centinaia di migliaia di membri del nostro popo­lo ripetono nelle preghiere: Ato bochartonu mi kol ho om, Tu, Dio, ci hai scelto tra tutti i popoli […] Il nostro popolo, saldamente radicato nella fede discesa da Mosè, restò perseverante fino ad oggi […] Noi ebrei ci siamo separati dai mem­bri dei popoli che ci hanno ospitato, abbiamo vissuto secon­do i nostri peculiari costumi, costituito in tal modo un popolo all’interno del popolo che ci ospitava o, per dir meglio, uno Stato nello Stato. La reazione del popolo che ci ospi­tava fu quindi di evitarci, anzi, perfino di odiarci. Comin­ciarono allora a farsi avanti il pensiero sionista e la nostalgia di Sion. Il pensiero sionista divenne realtà con l’organizza­zione mondiale chiamata Sio­ni­smo, fondata al primo Congresso del nostro popolo a Basilea nel 1897. Tale or­ga­nizzazio­ne mondia­le, che aveva mete solo politiche, fu integrata in senso religioso dai nostri ortodossi, recependo­li nell’organiz­zazione. Ora la pretesa di dominio mon­diale può realizzarsi attraverso la politica, l’e­cono­mia e la religione. Così la pensano i sionisti, ma non noi Knaanim. Noi rigettia­mo il sionismo con la sua brama di pote­re; perché il sioni­smo non è che il becchino del nostro popolo […] All’inizio il sioni­smo fu un fatto razziale, ma oggi, come fattore economico, non lo è più. Nelle sue file ci sono oggi anche non-ebrei […] Oggi questi non-ebrei sono i fautori e gli usufruttuari del piano sionista. Sostenere il piano sionista è la premessa per essere accettati […] Noi, ebrei lungimiranti, vedia­mo che tale piano non apporte­rà alcun van­taggio alla massa del nostro popo­lo, che esso è un crimi­ne contro tutti i popoli e che mai giungerà a compimen­to, in quanto contrario alle leggi naturali e basato uni­camente sulla furbizia, l’ipocri­sia e la violenza [da er naturwi­drig und nur auf List, Heuchelei und Gewalt auf­ge­baut ist]».

«Coloro che, facenti parte del nostro o degli altri popoli, ci hanno seguito fin qui» – continua Gurewitsch – «devono riconoscere che l’universo è retto da tut­t’al­tre leg­gi che non quelle imposte dal Talmud e dalla Torah […] l’Essere del­l’u­niverso non è un dio personale come ci ha insegnato Mosè e come acri­ti­camente hanno ripetuto i po­poli cri­stiani. 
È l’Esse­re di tutti gli esseri, l’Anima di tutti gli esseri, è in noi e vive in ogni cosa; in breve, l’intero Universo nella sua Totalità è Dio! È infinito ed eterno. 
Dopo approfonditi studi anche noi Knaanim l’abbia­mo compreso. Ora, il mon­do dirà che è impossibile, che in ogni campo filosofico, scientifico, etc. gli ebrei sono troppo stupidi e che possono solo copiare ciò che altri hanno indicato. Tale at­teg­giamento sarebbe però un pregiudizio, equiva­lente alla divinizza­zione razziale (i­dea di elezione) del no­stro popolo, che vive ancor oggi; perché ancor oggi, come di­cemmo, il nostro popolo si tiene all’idea che siano state create due categorie di esseri umani, l’una, la prediletta, nata con gli speroni del dominatore – la nostra – e l’altra nata con la sella, per farci da serva [als die Knechte und die Diener für uns]». >>…

La fonte del testo sopra riprodotto è il Dott. Gianantonio Valli, tra i massimi conoscitori mondiali di “cose elette“; precisamente un brano tratto dalle 4000 (quattromila) pagine della sua Opera massima "I complici di Dio. Genesi del Mondialismo", edito da Effepi di Genova nel 2009, 465 la pagina. La citazione del dott. Valli è tratta dal testo dell’ebreo Gurewitsch Abraham, "Antisemitismus, Rassenhetze, Rassenvergottung – Eine innerjüdische Auseinanderset­zung""Antisemitismo - l'incitamento razziale Deificazione della razza [1]. Una disputa interna ebraica", edito da Pfeiffer nel 1966. Ringraziamo il Dott. Valli per l’alta assistenza e per la generosità e la gentile disponibilità.

1. Deificazione 1 Innalzamento di un mortale alla condizione divina SIN divinizzazione. 2 fig. Attribuzione di lodi, di onori a qualcuno che viene innalzato al di sopra delle persone comuni.


"I complici di Dio. Genesi del Mondialismo"
Gianantonio Valli
Quest'opera, articolata e affascinante, di non facile lettura, individua e spiega la scaturigine e il corso degli avvenimenti che rendono singolare la nostra epoca. Questa ricerca, basata su 10.00 tra libri, saggi e articoli, e che come filo portante analizza 800 tra le maggiori pellicole sull'Olocausto e sul Sogno Americano, non è solo un'indagine sulla cinematografia, ma una vera e propria opera di storia, non solo generale, dell'ebraismo, dell'Olocausto, del liberalismo, dell'americanismo e del comunismo. La vastità del lavoro - 4050 pagine delle quali duecento di bibliografia - ha indotto l'editore a scegliere il supporto multimediale allegato al libro.


Per andare al cuore del problema, il Talmud recita :

‘Dalla nascita l’israelita deve cercare di svellere gli sterpi dalla vigna, cioè sradicare ed estirpare i cristiani dalla terra poiché non può essere data a Dio Benedetto maggior letizia che quella di adoperarci a sterminare gli empi ed i cristiani da questo mondo.’ 

Dio ha ordinato di praticare l’ usura con un gentile e di non prestare a lui sino a quando non paghi tutti gli interessi, in modo tale che cosi’ – anziché facilitargli la vita – gliela renderemo assolutamente insostenibile.’ 
E’ proibito prestare senza usura al non ebreo’ citato nel trattato ‘Hadrà’ .- 

Metti a fil di spada tutti i maschi, ma le donne, i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città , tutto quanto il suo bottino, portalo via con te e goditi dei beni dei tuoi nemici che il Signore Dio tuo ti avrà data’ Deuteronomio 20, 13-14)
 e ancora 
Io manderò innazi a te il mio terrore, metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale tu entrerai’ (Esodo 23,27) - 

Secondo le disposizioni del loro Signore ‘Non devono essere lasciati superstiti’ (Giosuè 11) quindi non deve sorprendere che un popolo che si auto nomina Dio e si innalza al rango della Divinità sia autorizzato dalla propria casta rabbinica a compiere omicidi rituali contro quelli che ritiene i Goy, i popoli impuri, i popoli che sarebbero stati creati solo per servire Israele. Il Talmud descrive chiaramente come , nel giorno del Giudizio Finale, il Dio d’Israele (meglio ancora il Dio talmudico) chiamerà dinnanzi a sé tutti i popoli della terra , che verranno condannati all’infuori d’Israele. Il primo a esser condannato sarà quello di Roma. ‘Se i popoli e le nazioni avessero saputo quanto male si facevano distruggendo il Tempio di Gerusalemme , avrebbero pianto più dei figli d’Israele’

il Talmud insegna: «Non dimenticare - ogni volta che si prende un giuramento, voto, e impegno - ricorda la preghiera Kol Nidre che recitato nel Giorno dell'Espiazione, e che esenta da adempierlo".

Un testo talmudico reca: «Partecipare qualcosa della nostra legge ad un "gentile" equivale alla morte di tutti gli ebrei, perché se i Goyim (gentili) venissero a conoscere ciò che noi insegniamo nei loro riguardi, senza dubbio ci sterminerebbero»

Gesu’ si oppose durante la sua Missione tanto ai sadducei quanto ai farisei. Ai primi li qualificava come credenti troppo ‘tiepidi’, incapaci di credere alla resurrezione finale dei morti e al Giudizio Divino. Ai secondo invece riservo’ gli epiteti di ‘vipere’,‘sepolcri imbiancati’ e ‘figli di Satana’ di cui si parla anche nei Vangeli.
Nel Vangelo di Giovanni, il più vituperato dall’ebraismo, Gesù annuncia a entrambi, sadducei e farisei, che ‘la Verità vi renderà liberi’ (8,31) . La risposta sprezzante del Sinedrio porterà il Messia a replicare: ‘Se il vostro padre fosse Dio, mi amereste… Non siete capaci di ascoltare la mia parola… Il Demonio è vostro padre e volete compiere i desideri del padre vostro: quello è stato omicida fin dall'’inizio e non si mantenne nella verità'’ I capi del Gran Sinedrio che lo condannarono a morte mediante crocefissione, Anas e Caifa, erano sadducei e sostanzialmente si mossero per interessi di natura ‘politica’, temendo che Gesu’ proclamandosi Messia avesse bassi scopi materiali di dominio sul popolo d’ Israele.
Fu’ per questo motivo che essi proclamarono testualmente che ‘Conviene che muoia un uomo solo e che si salvi un intero popolo’.



Dal Vecchio Testamento, libro dei salmi :

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.» (Salmo 137,1-2)
Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
«Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra.» (Salmo 137,9)


Precedenti Storici

Pane azzimo
A parte i millenari, ufficiali, documentati, processati e condannati omicidi rituali, di cui non si può parlare altrimenti si viene accusati di paradossale antisemitismo, le cui vittime spesso erano bambini ovviamente "gentili" che venivano crocefissi, torturati, dissanguati per poter fare il "pane azzimo", in ebraico מצה, matzah, IPA: ma'tsa) durante la settimana pasquale (15-21 di Nisan) nella cena rituale di Pesach, celebrata in ricordo dell'uscita del popolo israelita dall'Egitto. Vedi il Corriere l'accusa del sangue nell'articolo "Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre del medioevo" , con il libro "Pasque di sangue" di Ariel Toaff, docente di storia, figlio del Rabbino di Roma.

Abbiamo poi il caso seguente con un regolamento per difendere i cristiani e per chiudere un avvertimento di Dante nella Divina Commedia, il tutto unito a quanto sopra riportato vorrà pur dire qualcosa ... forse ...

Amedeo VIII di Savoia fu antipapa con il nome di Felice V, da laico amministrava la giustizia, poi da eremita si negava e difficilmente qualcuno era ammesso alla sua presenza. Il richiamo alla giustizia è legato all’attività legislativa del Savoia: 1403 aveva emanato i primi statuti generali; nel 1423 li aveva consolidati e il 17 giugno 1430 aveva promulgato il codice dal castello di Chambery lo "Statuto Generale", "Statuta Sabaudiae".
Una promulgazioni di leggi per i vecchi e nuovi territori acquisiti che unificava tutte le leggi vigenti nei suoi territori. Gli statuti, organizzati intorno al tema della giustizia e influenzati dalla predicazione in Piemonte e Savoia di Vincenzo Ferrer (tra il 1402 e il 1403), davano indicazioni per la vita di tutti i giorni, limitavano lo sperpero nella chiesa sabauda, stabilivano condanne per gli eretici, i bestemmiatori e gli empi, prescrivevano la messa due volte al giorno e tre nei giorni festivi, la quotidiana lettura del breviario e dei salmi. Contribuirono inoltre a spargere la voce della sua benevolenza nei confronti degli ebrei, ma sedici capitoli del primo libro di questi Statuti sono dedicati al problema ebraico : in essi si prescrivano i limiti della tolleranza fissati agli ebrei per abitare negli Stati del Duca Sabaudo. 

Qui sopra e sotto riproduciamo in fac-simile due passi degli "Statuti Generali" di Amedeo VIII, Duca Sabaudo.
I passi qui riprodotti riguardano :
* l'obbligo agli ebrei di abitare in luogo separato dai Cristiani;
* l'obbligo agli ebrei di portare un segno distintivo sulla spalla sx.

Nel primo editto viene stabilito che gli Ebrei devono abitare insieme, in luogo separato dai Cristiani. "in unum Iocum securum et clausura", dal quale non possano uscire dal cadere fino al risorgere del sole,"unde a solis occasu sque ad ortum exire non presumant" salvo casi eccezionalissimi di cui veniva dato l'elenco: " Ne mentes fidelium ex vicinitate ludeorurn corrumpantur, ipsique ludei Christianis quantum vellent nocere non valeant" affinché le menti dei fedeli non siano corrotte dalla vicinanza dei Giudei, e gli stessi Giudei non possano "quanto vogliono" nuocere ai Cristiani. Dove, oltre alla ammessa contaminazione spirituale dei Cristiani per il contatto con gli Ebrei, non viene esclusa l'intenzionalità, da parte di questi di agire perniciosamente contro quelli.

Col secondo editto viene fatto obbligo a tutti gli Ebrei, uomini e donne, a partire da sette anni di portare cucito sul vestito nella spalla sinistra un contrassegno di panno con il simbolo di una ruota bianca e rossa. Il motivo: "Ut infideles a fidelibus discernantur"".
Ai Cristiani dava la possibilità di scansare gli Ebrei in modo da non entrare in rapporto con essi, mettendoli così in stato di vigile difesa.
(Fonte: G. Marro: "Il Giuda ímpiccato del Canavesio",
con una tav. « Archivio di Antropologia Criminale, Psichiatrica e Medicina Legale». Torino, 1925-III).

“Uomini siate e non pecore matte, si che di voi – tra voi – il Giudeo non rida” (Dante Alighieri – “La Divina Commedia” – Paradiso, 72-81).  11 aprile 1472.

Lingua Knaanic 

Knaanic (chiamato anche Canaanic, leshonKnaan, giudeo-ceco, o giudaico-slavo) è una lingua estinta slava occidentale ebraica, già parlata nelle terre della slavi occidentali, in particolare le terre ceche, ma anche le terre di moderna Polonia, Lusazia e di altre regioni sorabo. Si estinse nel tardo medioevo.

Il nome deriva dalla terra di Knaan, termine geo-etnologico che denota le popolazioni ebraiche che vivono ad est del fiume Elba fiume (in contrasto con gli ebrei ashkenaziti che vivono in Occidente di esso, o gli ebrei sefarditi della penisola iberica). In quanto tale, la terra è spesso semplicemente tradotto come Slavonia, o slava in Europa.

Il termine deriva dall'antica Canaan (in ebraico כנען "kəna'an"). Il termine di Canaan è stato utilizzato dagli ebrei in Europa per i popoli slavi, come riferimento giochi di parole per la cosiddetta "maledizione di Canaan" (Genesi 9:25), che Canaan «essere uno schiavo".[Citazione necessaria]

La lingua si estinse in qualche tempo nel medioevo, probabilmente a causa dell'espansione della cultura ashkenazita e la propria lingua yiddish sulla base del tedesco. Questa ipotesi è spesso sostenuta con un gran numero di loanwords Yiddish di origine slava, molti dei quali non erano più in uso nelle lingue slave stesse al momento dell'espansione Ashkenazi. Questi sono ritenuti essere prestati dal Knaanic anziché dal ceco, sorabo o polacchi lingue. Il linguista Paul Wexler ha ipotizzato che Knaanic è infatti il diretto predecessore dello yiddish e che la lingua più tardi divenne germanizzata. In altre parole, i Knaanim, cioè le persone che parlano le lingue giudeo-slave, sono stati la principale causa di cambiamenti all'interno lingua yiddish. Questo punto di vista è stato licenziato tra quasi tutti gli accademici tradizionali, tuttavia, e contrasta con le più accreditate teorie di Max Weinreich, che ha sostenuto che i prestiti slavi sono stati assimilati solo dopo yiddish era già completamente formato.

Un possibile primo esempio di Knaanic è una lettera del 9° secolo per una comunità ebraica di Rutenia. Uno dei pochissimi esempi comunemente accettati di Knaanic sono iscrizioni su bracteates emessi sotto Mieszko il Vecchio e Leszek Bianco, due governanti polacchi del 12 ° e 13 ° secolo. L'ultima prova di uso della lingua (scritta con alfabeto ebraico) provengono da 16 ° secolo.

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Le ragioni delle iscrizioni Knaanic (che utilizzano lettere ebraiche) compaiono sulle monete coniate per un duca polacco è che nel momento in cui ha affittato alcune zecche agli ebrei. I maestri di conio erano responsabili per la raccolta di lingotti e monete suggestivi, nonché periodicamente prendendo e facendo reinnesco delle monete esistenti.

Le iscrizioni sulle monete variano ampiamente. Alcuni sono nomi ebraici, forse dei zecchieri. Alcuni sono il nome della città in cui ha operato la zecca, per esempio Kalisz, il luogo di sepoltura di Mieszko il Vecchio. Alcuni hanno il nome del duca. Uno nella Banca nazionale della Polonia 's collezione numismatica reca la parola "Bracha", in ebraico benedizione.

Iscrizione (Knaaic)   משקא קרל פלסק
Trascrizione   mškɔ KRL PLSK
Interpretazione (polacco)  Mieszko, król Polski
Traduzione  Mieszko, re di Polonia


La mia considerazione

Al netto di ciò che sostiene il Sig. Abraham che mi pare una lucidissima lettura di quanto stà succedendo, mi sembra un pò un precursore dei tempi considerando che lo ha scritto nel 1966 anche se di questa storia se ne parla e non poco da 300 anni, da quando questo piano è stato scoperto in Baviera, precursore perchè inserisce pubblicamente la partecipazione dei non ebrei.
Non è quindi un problema razziale o di religione, probabilmente non lo è mai stato, si inserisce è vero in quella che chiamano psicopatologia del popolo ebraico, ma solo in alcuni come vediamo, ho qualche altra testimonianza ebraica, in attesa, negli stessi termini o forse anche peggio.
Il giochino è nascondersi dietro un popolo che nemmeno tutto è d'accordo con il piano criminale.
I cosiddetti  Gentili partecipano per avidità, potere e psicopatologia, gli esempi sono molti, Obama, Prodi, Monti, Letta, Renzie, tutto il PD, Tronchetti Provera, la Regina d'Inghilterra, Elkan, Napolitano e perchè no, Santoro e Travaglio, non inserisco De Benedetti, Bush, Merkel e Sarkozy perchè come molti altri sono o hanno origini ebree. Tutti i politici che evidentemente non fanno gli interessi nazionali, tutti i magistrati, Magistratura Democratica, che aggrediscono le nostre imprese per agevolare quanto deciso dal Club di Roma, la deindustrializzazione dell'Italia, o che processano i politici che non si adeguano, Craxi, Andreotti e Berlusconi per fare qualche nome o che insabbiano i processi dei fratelli.
Al netto di quanto riporta il Talmud, nemmeno da ripetere.
Al netto della situazione attuale dove una famiglia, i Rothshield & leccapiedi vari si arrogano il diritto di creare il denaro dal nulla e così  devastando l'intera umanità senza considerare il fomentamento e il finanziamento di TUTTE le guerre e rivoluzioni da 300 anni a questa parte, saremo sul miliardo di morti almeno senza contare i morti per droga.
Per non parlare delle ingerenze di Israele nelle nazioni esterne, per fare due casi, si vantano ed hanno il controllo degli States dove il miglior modo per accedere a cariche istituzionali è avere il doppio passaporto, americano e mica giamaicano, israeliano e obbligatoriamente far parte di organizzazioni mondialiste, CFR, Bilderberg Club, Bohemian Club, Trilateral Commission, Aspen Institute, meglio tutte.
In Italia ci possiamo accontentare di avere la fila di politici al gates dei voli per Tel Aviv, anche Salvini si è premurato di andare a baciare il sionistico culo di Israele, ma quella è l'origine della Lega per chi non lo sapesse. La menorah simbolo di Israele, del Mossad e del B’nai B’rith l'alta massoneria ebraica, lo abbiamo disegnato dal 1998, governo PCI, PDS, PD, Ulivo, Quercia o come cazzo lo vuoi chiamare, all'entrata del parlamento, nel cortile di Montecitorio così al mattino quando entrano i politici si ricordano chi è il padrone.
E per non farci mancare niente il consigliere economico del Premier eletto dai Banksters ha il doppio passaporto, pare una moda, non Thailandese ma come al solito israeliano, ex Mossad come se io fossi l'ex di me stesso.
Quindi abbiamo il consigliere del primo ministro, eletto dai banchieri sionisti, agente segreto di una potenza nemica che decide cosa dobbiamo fare per impiccarci meglio.
Se qualcuno ha dei dubbi che sia follia, non posso credere che, consiglio di andarsi a risentire il discorso di JFK sulle società segrete e poi rivedersi che fine han fatto lui, suo fratello e suo figlio.
La conclusione è che puoi essere Giapponese, Congolese, Ebreo, Taoista, Eskimese, Animista o del Turkmenistan ma se non hai soldi abbastanza per far parte del Club o non hai un posto di potere o non sevi alla causa per cui non puoi essere cooptato e corrotto e cerchi di capire come salvarti il culo vieni accusato dai tuoi aguzzini come anti semita, notare che nell'accozzaglia non c'è l'ombra di un semita, e puoi essere fatto ammazzare o condannare dei tuoi aguzzini ... 
et voilà.

giovedì 22 ottobre 2015

Netanyahu: Hitler non voleva sterminare gli ebrei. Netanyahu: Hitler Didn't Want to Exterminate the Jews

Il primo ministro afferma al Congresso Mondiale Sionista che Hitler voleva solo espellere gli ebrei, ma il Gran Mufti di Gerusalemme lo convinse a sterminarli, un'istanza che è stata respinta dalla maggior parte degli studiosi accettati dell'Olocausto .

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha suscitato clamore pubblico quando il Mercoledì ha affermato che il Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, è stato colui che ha inserito l'idea dello sterminio degli ebrei europei nella mente di Adolf Hitler. Il sovrano nazista, Netanyahu ha detto, non aveva alcuna intenzione di uccidere gli ebrei, ma solo di espellerli.
In un discorso davanti al Congresso Sionista Mondiale a Gerusalemme, Netanyahu ha descritto un incontro tra Husseini e Hitler il 28 novembre del 1941: 

"Hitler non ha voluto sterminare gli ebrei, al momento, voleva espellere gli Ebrei e Haj Amin al-. Husseini andò da Hitler e disse: 'Se li espellete, vorranno tutti venire qui (in Palestina).' Secondo Netanyahu, Hitler poi chiese: «Che cosa devo fare con loro?", E il mufti ha risposto: ". Bruciali"
Le osservazioni di Netanyahu si sono affrettate a innescare una tempesta mediatica sociale, anche se Netanyahu aveva fatto una simile affermazione durante un discorso alla Knesset nel 2012, dove ha descritto la Husseini come "uno dei più importanti architetti" della soluzione finale.

Netanyahu: Hitler non voleva sterminare gli ebrei.

L'affermazione che Husseini fù quello ad iniziare lo sterminio degli ebrei europei era stata suggerita da un certo numero di storici ai margini della ricerca sull'Olocausto, ma è stata respinta dagli studiosi più accettati.
Incontro Hitler ed il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini


L'argomento riguardante il ruolo di Husseini è stato recentemente citato in un libro di Barry Rubin e Wolfgang G. Schwanitz, "Nazis, Islamists, and the Making of the Modern Middle East."
"Nazisti, islamici, e la realizzazione del moderno Medio Oriente". Gli autori, come Netanyahu, tracciano una linea retta tra il sostegno del muftì a Hitler e la politica dell'Organizzazione per la Liberazione Palestinese sotto Yasser Arafat.
Hitler ed il Gran Mufti di Gerusalemme, 

Amin al-Husseini
Ma anche questi due ricercatori non sostengono che il dialogo descritto da Netanyahu abbia mai avuto luogo. Dicono che Hitler è giunto alla conclusione dello sterminio degli ebrei a causa del suo desiderio di nutrire Husseini, che si opponeva al trasferimento degli ebrei al pre-stato di Israele.
Il seguito :
Ovviamente ne è seguito il delirio planetario, dichiarazioni e ovviamente la retromarcia di Netanyahu, figlio di uno storico, è indubbio che la dichiarazione è nel contesto attuale Israelo- Palestinese, interessante un articolo dello stesso giornale israeliano :
Scuse al FuhrerIl tentativo di Netanyahu per posizionare il muftì al centro del conflitto israelo-palestinese dimostra quanto siano in bancarotta gli estremisti in Israele. Si tratta di una dichiarazione di guerra totale contro il popolo palestinese. E' 'noi o loro'.
e questa notizia in un articolo dell'Ansa:
Lo scontro procede anche all'Unesco, l'assemblea ha votato una risoluzione di condanna della gestione israeliana della Spianata delle Moschee a Gerusalemme ma non ha riconosciuto, come da richiesta palestinese, il Muro del Pianto come parte integrante della moschea di Al Aqsa, e dunque luogo di culto islamico. La risoluzione è stata respinta totalmente da Israele che l'ha definita "vergognosa perchè mira a trasformare il conflitto israelo-palestinese in uno scontro di religioni".

Sarà per caso la "famosa terza guerra mondiale" di cui parlavano nel 1871 Albert Pike e Giuseppe Mazzini che per ora cercano di farla fare a noi contro i mussulmani. Per quanto riguarda le altre due non avevano sbagliato .... 

Le dichiarazioni :
Un alto funzionario Usa ha detto mercoledì che gli Stati Uniti si aspettano che sia Israele che i palestinesi si astengano da dichiarazioni incendiarie che potrebbero degenerare la situazione, riferendosi alle osservazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu su Adolf Hitler e il Gran Mufti di Gerusalemme.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha attaccato Netanyahu: "Ha esonerato Hitler del crimine contro gli ebrei in Europa e ha accusato il muftì di Gerusalemme? Netanyahu vuole cambiare la storia, la storia del popolo ebraico".

Il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat ha respinto le affermazioni di Netanyahu sulla Shoah. "Lo Stato di Palestina le ritiene moralmente indifendibili ed infiammatorie".

Il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert : "non c'è nessun motivo per cambiare la storia, conosciamo bene l'origine dei fatti, ha aggiunto e conosciamo la responsabilità dei nazionalsocialisti della Shoah. E sappiamo di doverla tramandare sempre alle generazioni future".

Il capo dell'opposizione Isaac Herzog ha accusato Netanyahu di avere compiuto una "pericolosa distorsione storica" "Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah... e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo"

Efraim Zuroff del Centro Wiesenthal di Gerusalemme ha parlato di "affermazioni totalmente senza basi": "che il Muftì spingesse sui nazisti e volesse l'invasione della Palestina è fuori discussione, ma Hitler non doveva essere convinto da nessuno".

La retromarcia di Netanyahu
La rettifica: "Io equivocato, non ho avuta alcuna intenzione di sollevare Hitler dalla responsabilità per l'Olocausto e la Soluzione Finale. Hitler è il responsabile della Soluzione Finale e dell'eliminazione dei 6 milioni di ebrei. Lui ha preso la decisione. Allo stesso modo è assurdo ignorare il ruolo svolto dal Muftì di Gerusalemme al-Husseini, un criminale di guerra che incitò, spronò Hitler, Ribbentrop, Himmler e altri a sterminare gli ebrei di Europa".

Quando cerchi di fomentare o scusare dei cataclismi, comunque manipoli, in un primo tempo per incrementare lo scontro con i palestinesi ha detto la verità su Hitler, poi "richiamato" dal padrone, probabilmente, perchè burattini non sono solo i nostri politici, ha dovuto rientrare la "gaffe" che avallava il revisionismo storico per altro ben documentato ma occultato alla meno peggio.
Quì una spiegazione dell'Accordo di Haavara il trasferimento pacifico e concordato degli ebrei tedeschi in Palestina durante la guerra e su wikipedia.
Dalla Merkel non ci si poteva aspettare altro vista la sua storia ...
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Netanyahu: Hitler Didn't Want to Exterminate the Jews

Prime minister tells World Zionist Congress that Hitler only wanted to expel the Jews, but Jerusalem's Grand Mufti convinced him to exterminate them, a claim that was rejected by most accepted Holocaust scholars.

Prime Minister Benjamin Netanyahu sparked public uproar when on Wednesday he claimed that the Mufti of Jerusalem, Haj Amin al-Husseini, was the one who planted the idea of the extermination of European Jewry in Adolf Hitler's mind.The Nazi ruler, Netanyahu said, had no intention of killing the Jews, but only to expel them.

Netanyahu: Hitler Didn't Want to Exterminate the Jews

In a speech before the World Zionist Congress in Jerusalem, Netanyahu described a meeting between Husseini and Hitler in November, 1941: "Hitler didn't want to exterminate the Jews at the time, he wanted to expel the Jew. And Haj Amin al-Husseini went to Hitler and said, 'If you expel them, they'll all come here (to Palestine)'.According to Netanyahu, Hitler then asked: "What should I do with them?" and the mufti replied: "Burn them."

Netanyahu's remarks were quick to spark a social media storm, though Netanyahu made a similar claim during a Knesset speech in 2012, where he described the Husseini as "one of the leading architects" of the final solution

The claim that Husseini was the one to initiate the extermination of European Jewry had been suggested by a number of historians at the fringes of Holocaust research, but was rejected by most accepted scholars.

The argument concerning Husseini's role was recently mentioned in a book by Barry Rubin and Wolfgang G. Schwanitz, "Nazis, Islamists, and the Making of the Modern Middle East." The authors, like Netanyahu, draw a straight line between the mufti's support of Hitler and the policy of the Palestinian Liberation Organization under Yasser Arafat.

But even these two researchers do not claim that the dialogue described by Netanyahu ever took place. They say Hitler reached the conclusion to exterminate the Jews because of his desire to nurture Husseini, who opposed the transfer of Jews to pre-state Israel.
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Apologies to the Fuhrer
Netanyahu’s attempt to place the mufti at the center of the Israeli-Palestinian conflict shows just how bankrupt the extremists in Israel have become. It’s a declaration of all-out war on the Palestinian people. It’s ‘us or them.’


martedì 20 ottobre 2015

Quel Bilancio attivo. Osservazioni stranamente profetiche di Mussolini

L’11 NOVEMBRE 2011 HO SENTITO PARLARE BENITO MUSSOLINI

di Filippo Giannini  

mercoledì 16 novembre 2011


Sì, Signori, l’11 novembre 2011, Benito Mussolini ha parlato, anche se per pochi attimi, nella trasmissione televisiva "L’ultima parola".


Per meglio spiegarci si rende necessario tutta una serie di premesse.

Premessa 1)

andiamo indietro nel tempo e precisamente agli anni 1944-1945. Il medico tedesco George Zachariae, che aveva in cura Mussolini, ha lasciato scritto (Mussolini si confessa, pag. 192): 


“Con l’8 settembre si è perduto qualcosa di molto prezioso: che l’Italia faticherà duramente a riconquistare: l’onore nazionale e il rispetto che sino ad ieri essa aveva in tutto il mondo.
Un popolo senza rispetto e senza onore diventa un giocattolo nelle spire degli interessi politici dei vincitori.
Non sarà difficile all’ipocrisia del tradizionalismo britannico trovare dei pretesti con cui mascherare i suoi sentimenti di vendetta e tutto sarà fatto nel nome della democrazia, delle giustizia e della libertà: un paravento dietro il quale si nascondono gli interessi del più sudicio capitalismo, venga questo da Londra o da New York o da Mosca.Il popolo italiano vivrà un periodo amarissimo, che vedrà scardinati e travolti tutti i principi dell’onestà e della morale.. Probabilmente nei paesi vinti si provvederà immediatamente a imporre una così detta costituzione democratica: ne seguiranno liti parlamentari, scandali politici e turpitudini morali senza fine, da cui ci si potrà attendere di tutto eccetto che qualcosa di buono e di costruttivo”.

C’è qualcosa di errato che il dottor George Zachariae, ripetiamo: nel lontano 1944-45, non abbia previsto e denunciato? Attendiamo risposte.

Premessa 2)
Ricordiamo che il 2 giugno 1992 approdò a Civitavecchia il panfilo Britannia, affittato da una lobby angloamericana; a bordo era un forte gruppo (detti: gli invisibili) di alti finanzieri, di capitalisti e di maneggioni vari. Presero graziosamente posto anche Mario Draghi e Giulio Tremonti. Di cosa trattò questa bella gente? Giulietto Chiesa (così avrebbe parlato il Duce) nella trasmissione televisiva sopra indicata, accusa la finanza mondiale di voler mettere le mani sui residui beni dell’Unione europea. Si chiede Giulietto Chiesa: da cosa è rappresentato il debito pubblico di quasi 2 mila milioni? Esso è rappresentato dal rifinanziamento bancario. Ora arriva un altro rappresentante dell’alta finanza per ricapitalizzare le banche, già a suo tempo ricapitalizzate. Questo debito non va pagato, perché illegale e iniquo. Soprattutto è stato frutto della più grande truffa mai prima messa in atto dal reddito da signoraggio.
In altre parole le banche centrali si sono impossessate, truffaldinamente, di un reddito che appartiene ai cittadini.
Ecco, allora, spiegato il perché dell’astronomico debito pubblico messo a nostro carico, ecco perché, nel lontano 1936 Benito Mussolini mise a punto la legge bancaria, legge che poneva lo Stato a controllo dell’arroganza delle banche.
A tutto questo marciume, c’è una soluzione?

Premessa 3)
Così parlò il Duce (e siamo, lo ripetiamo di nuovo, nel 1944-45). Al centro del pensiero di tutte le azioni politiche di Mussolini era il nuovo ordine sociale dell’Italia : 
“Io sono entrato come socialista nella vita politica e come tale la lascerò”. 
Così si confidò con il dottor Georg Zachariae (Vol. cit. pag. 149): 
“Mi formai inoltre il convincimento che un socialismo attuato secondo i concetti di Marx non avrebbe mai consentito di liberare effettivamente gli operai dalla loro schiavitù sociale. Malgrado ciò, dedicandovi molti degli anni più belli della mia vita, ho tentato con le parole, con gli scritti e con l’azione di pervenire alla migliore realizzazione dell’idea socialista. Allorché soggiornai in Svizzera, quale rifugiato politico, frequentai per un certo tempo l’ambiente di Lenin ed ebbi modo e possibilità di rendermi conto che, ad eccezione di Lenin stesso che indubbiamente era un uomo di straordinaria intelligenza, tutti gli altri non erano che dei chiacchieroni e degli stupidi. Ero ormai decisamente convinto che per poter mettere in pratica il vero socialismo, si dovevano gettare solide fondamenta nella coscienza degli uomini. Io stesso sentivo maturare in me, di anno in anno, la certezza che proprio l’idea della lotta di classe fosse sbagliata, ossia quel vecchiume di metodi frusti e di idee sballate. Noi vediamo ora nell’Unione Sovietica l’esperimento più grandioso e significativo della messa in pratica del marxismo puro. Quali sono gli effetti pratici? Non un progresso sociale della classe alla quale il marxismo avrebbe dovuto recare forza, decoro e prosperità, ma la decadenza totale delle masse, una decadenza morale e materiale della peggior specie. Oggi possiamo constatare con orrore la miseria delle masse, quindi dobbiamo dedurre che questa forma di socialismo, malgrado tutte le promesse, non potrà mai portare a quel successo che i veri socialisti auspicavano.
Se il socialismo deve essere realizzato, esso presuppone che i suoi attuatori non lo abbiano concepito soltanto come idea, ma è necessario che essi siano passati attraverso una dura scuola, capace di innalzare gli uomini, anziché abbassarli. Ė sbagliato sostenere che il socialismo, come generalmente si afferma, voglia arrivare a una stupida uguaglianza di valori, di capacità, di meriti. Il socialismo può essere tradotto in pratica soltanto quando gli uomini migliori e di carattere più forte di un popolo, anziché venire allontanati o soppressi, come è stato fatto in Russia, siano educati al servizio delle nuove idee affinché possano adoperare tutte le loro forze e la loro intelligenza non solo a proprio vantaggio, ma al servizio della comunità. Primo nostro dovere è dunque quello di trovare il mezzo di formare un nucleo-base di uomini superiori che sappiano con puro disinteresse mettersi al servizio della comunità, e soltanto allora potremo incominciare ad assolvere il compito di dare al mondo un nuovo ordine sociale. Se si dà uno sguardo profondo agli avvenimenti che causarono il lento processo di inquinamento e di decadimento, si vedrà che la colpa non è delle dittature, ma del così detto ordine democratico. Perciò io ho tentato di far rinascere nel fascismo le antiche virtù del popolo romano e cioè: la dedizione alla comunità, la fedeltà, il coraggio, lo spirito di sacrificio, sperando di poter ricostruire su di esse il nuovo impero. Non ho perseguito queste idee e queste mete per cupidigia di potere o per sete di conquista, né tanto meno per farmi un nome nella storia; lo scopo delle conquiste fasciste era soltanto quello di raggiungere una prima meta, da cui poter trarre i mezzi per la creazione di un nuovo ordine sociale.
Non è forse vero che le forze lavoratrici nei parlamenti democratici non sono in grado di cambiare questo stato di cose che anche nei paesi più ricchi e progrediti l’operaio deve ancora pregare ed implorare, senza avere il diritto di partecipare agli utili prodotti dal suo lavoro? Tutto ciò deve e può essere cambiato con altri ordinamenti. Lo Stato non ha il compito di adoperare la sua forza per mantenere il privilegio del capitale privato o del capitale dello Stato. Alla socializzazione sono adatte soltanto quelle aziende e quegli impianti che servono a tutti i cittadini e che debbono essere in ugual misura a disposizione di tutti. Fanno parte di queste le ferrovie, le poste, la radio, le società di navigazione, le linee aeree ed altre aziende industriali che possono svilupparsi soltanto nel libero gioco delle energie cooperanti e nell’ordine naturale di forti richieste; dovranno invece continuare col sistema attuale buona parte delle piccole e medie aziende. 
Se dovrò scomparire dalla scena prima che le mie idee socialiste possano avere piena attuazione sono convinto che, sia pure dopo altri errori, il nuovo ordine del mondo sarà creato nel senso da me indicato. Si dica quel che si vuole, le mie idee sono le sole che tengono conto degli interessi e delle necessità delle grandi masse lavoratrici e perciò esse saranno vittoriose, malgrado tutti gli ostacoli. Allora, e solo allora, il mondo cambierà aspetto”.

Premessa 4)
I media mondiali ci hanno propinato da decenni la visione di Mussolini affacciato al balcone di Palazzo Venezia quel 10 giugno 1940, con le mani ai fianchi dichiarare quella guerra, non voluta e disperatamente cercata di evitare, affacciato, abbiamo scritto, con fare truce, ma mai ci hanno ricordato quanto ebbe a dire in quella occasione per giustificare quella tragica necessità.

Mussolini fra l’altro attestò: 

“Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano (…)”.
Il perché di quella guerra lo scrive lo storico Rutilio Sermonti (L’Italia del XX Secolo):
“Le democrazie plutocratiche volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira ad evidenziare la realtà storica: soprattutto dell’Italia”. 

Disponiamo di un’ampia documentazione per attestare che condividiamo quanto scritto da Rutilio Sermonti, e il perché lo abbiamo visto dagli avvenimenti accaduti dal dopoguerra ad oggi: la conquista da parte dei paesi demoplutocratici dei beni dell’intero globo, giusto i dettami della così detta Dottrina Monroe, concepita nel 1823.

Premessa 5)
Ė superfluo indicare quali siano le finalità delle Bilderberg e della Goldman Sachs. E queste finalità, giusto quanto scrisse Sermonti si potevano ottenere con la sconfitta dei fascismi, cosa avvenuta nel 1945.

Premessa 6)
I lettori della nostra generazione ricorderanno il personaggio Mandrake, il grande mago che con il potere delle sue mani compiva dei veri e propri miracoli, quindi passiamo alla

Conclusione 7)
Vorremmo essere in errore, ma ci sembra che il nostro Presidente, Giorgio Napolitano, abbia compiuto un miracolo che sarebbe riuscito solo a Mandrake. Ha trasformato uno studioso della finanza in politico, e ci riferiamo alla botta da maestro, avvenuta in questi giorni su Mario Monti. Speriamo di essere in errore, ma la cosa ci puzza ‘nu pocariello. Vediamo: Mario Monti ha studiato in una Università americana, ha lavorato per la Bilderberg e, successivamente è stato Consigliere alla Goldman Sahcs. Qualcuno attestò che pensar male è peccato, ma a volte ci si indovina. Loukas Papademos da poche ore eletto anche lui Capo del Governo dell’altro Paese inguaiato, la Grecia, come si dice, inguaiato, dalle voraci bocche d’oltre oceano. Aggiungiamo che il salto effettuato dall’altro grande della finanza, Mario Draghi, il quale (che strano) anche lui ha studiato al Massachusset Institute, tutti personaggi, chiamiamoli americani. Non lo nascondiamo e lo ripetiamo: la cosa ci puzza ‘nu pocariello. Se così fosse abbiamo, che fortuna, i governi dei banchieri.
L’abbiamo scritto ripetutamente e nel tempo, di economia non siamo delle volpi, allora come soluzione suggeriremmo, almeno come primo passo, l’immediata uscita dall’Euro e il ripristino della Lira, così da riappropriarci della sovranità monetaria.



Conclusione 8)
a sbugiardare il Direttore di Rai/1 (Minzolini?) che, affacciatosi al video il 14 novembre 2011 ebbe a dire che l’Italia non chiude il bilancio in attivo da oltre cento anni. Menzogna!

Riportiamo quanto ha scritto il Professor Antonio Pantano: 
“L’attivo di bilancio si raggiunse nel 1924 e 1925 e, per 20,9 miliardi di lire nel 1944/45, addirittura durante la guerra, grazie alla Repubblica Sociale Italiana, che ebbe Ministro delle Finanze il prof. Domenico Pellegrini Giampietro, il quale commissariò, ponendola a TOTALE dipendenza dello Stato, la Banca d’Italia”.

Il Professor Pantano conclude:
“ATTIVO di bilancio riconosciuto e certificato anche sulla stampa italiana il 25 agosto 1945 dalla Commissione Ispettiva del Senato U.S.A., presieduta dal Senatore Winkersham”.
Osserviamo e chiudiamo: il Senatore Winkersham fu inviato in Italia dal governo americano per studiare e capire come fosse stato possibile un miracolo del genere.

Rispondiamo: allora c’era un certo Benito Mussolini e riconosciamolo quel po’ po’ di studioso che era Domenico Pellegrini Giampietro. Oggi al loro posto siedono i vermetti furbetti…

Sarà magari per questo tipo di atteggiamento ? :

Lettera di Benito Mussolini all'Alfa Romeo
Fonte    blog Signoraggio

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Mussolini si confessa  


Mussolini si confessa. Georg Zachariae

LIBRI

Georg Zachariae

 

Zachariae, fu un ufficiale medico tedesco. Negli ultimi 19 mesi di vita di Benito Mussolini era la persona a lui più vicina. Inviato direttamente da Hitler, nel 1943, come medico personale del duce, gli rimase accanto fino all'aprile 1945. In quei mesi ebbe innumerevoli occasioni di conversare con Mussolini sugli argomenti più diversi, conquistando la sua fiducia.

Mussolini si confessa. è la traduzione autorizzata del volume Als arzt und vertrauter freund beu Mussolini di Georg Zachariae.


Prefazione di Silvio Bertoldi
Saggi Bur - Rcs
Anno 2004, 220 pagine. Prezzo € 8,50
Foto copertina: Mussolini e Zachariae nella villa di Gargnano nel 1944

DALLA PAGINA DI FONDO
















Parla il medico del Duce a cui, forse inconsapevolmente, forse per scelta, Mussolini affidò tutti i suoi segreti.
Il Duce, solo di fronte all’immagine di se stesso, sceglie, per confessarsi, un estraneo e un laico: il medico che per caso gli era accanto, e con lui si sfoga, parla senza reticenze del suo passato, dei suoi amori, dei suoi rimpianti, gli racconta aneddoti curiosi, traccia giudizi sui contemporanei.
Una preziosa testimonianza che rivela un Mussolini intimo e inedito: esitante dinanzi alle decisioni più gravi, che non si atteggia più a infallibile, che parla con franchezza dei protagonisti del suo tempo: odiava Badoglio, era scettico sulla funzione della Chiesa, provava stima e ammirazione per Churchill, frustrante sentimento di dipendenza nei confronti di Hitler, alta considerazione per Goebbels, disprezzo per Goering.
“La sua fede in una vittoria finale del socialismo e di una più alta giustizia sociale e umana lo sostenne fino alla fine e gli fece sopportare tutte le umiliazioni e le amarezze dei giorni che seguirono”. G. Zachariae
L'AUTORE 

Georg Zachariae, ufficiale medico tedesco scomparso nel 1965, fu negli ultimi 19 mesi di vita di Benito Mussolini la persona a lui più vicina. Inviato direttamente da Hitler nel 1943, come medico personale del Duce, gli rimase accanto fino all’aprile 1945. In quei mesi ebbe molteplici occasioni di conversare con Mussolini sugli argomenti più diversi, conquistando la sua fiducia.

LA RECENSIONE DI GIUSEPPE MINNELLA

Chi vuole conoscere l’uomo, il politico, che ha guidato l’Italia per 23 anni dal 1922 al 1945 non può non leggere questo libro. Non è mio modo di fare quello di lanciarmi in messaggi pubblicitari verso le opere che consigliamo ai visitatori e lettori del sito ma questo libro di testimonianza (insieme ad un'altra opera da noi censita, “Mussolini, Duce si diventa” di Remigio Zizzo), rappresenta un vero e proprio capolavoro di storia e verità in quanto scritto non da storici a libro paga degli antifascisti, ma da un medico che ha avuto il compito di stare per quasi due anni a contatto con il Duce in momenti particolarmente tragici per l’Italia.
George Zachariae infatti viene mandato in Italia direttamente da Adolf Hitler affinchè curi il Duce afflitto ormai da diversi anni da un’ulcera che ne tormentava le giornate costringendolo, talvolta, a dolori atroci che si riacutizzavano nei momenti peggiori della guerra e ad ogni cattiva notizia dal fronte. Zachariae accetta poco volentieri il compito affidatogli da Hitler ma lo stesso rappresentava un ordine ben preciso a cui era impossibile porre rifiuto. Con il tempo finirà per ricredersi apprezzando il soggiorno italiano e offrendo addirittura al Duce la possibilità di scappare all’estero pochi giorni prima di essere ucciso assumendosi lui il rischio di farlo sconfinare in Svizzera. Mussolini ovviamente si opporrà.
Zachariae al suo arrivo in Italia trova un Mussolini allo stremo delle forze, quasi un cadavere: tanto è progredita infatti la malattia curata malissimo dai medici italiani. E’ costretto dunque a visitare quotidianamente il Duce per accertarsi che la nuova cura produca presto effetti positivi. Ed è cosi durante questi incontri che Mussolini si apre al medico tedesco con il quale scambia le proprie opinione politiche e culturali: è in tal modo che Zachariae diventa il confessore di Mussolini.
Il medico tedesco inizia così a conoscere un Duce spartano, che vive dell'essenziale senza concedersi alcun lusso. Questo stile di vita di colui che è a capo del Governo italiano da oltre vent'anni lo stupisce e lo rende incredulo ("...tutte le voci su fantastici tesori che egli avrebbe accumulato devono ritenersi, e ber buoni motivi menzognere. Questo d'altronde potrà confermare chiunque abbia avuto occasione di conoscerlo e di vivergli vicino").
Ha modo di apprezzare cosi le doti umane, fisiche e intellettuali del Duce italiano.Osserva i rapporti che lo stesso ha con i suoi famigliari (Su Edda: "Io so quanto Mussolini soffrisse per questo distacco, poichè egli amava Edda in modo particolare") e con Claretta Petacci ("tutto quello che viene raccontato di lei dopo il 25 luglio 1943 non corrisponde per niente alla verità dei fatti"). Descrive le personalità della RSI che ha conosciuto, i ministri, il generale Graziani di cui ha grande stima. Ci racconta di un Duce maestro delle arti: appassionato di musica, arte, letteratura. Una conoscenza smisurata per Zachariae.("Hitler, che certamente non era uno stupido, gli era inferiore per cultura, per acutezza, per intelligenza e per memoria. [...] Appunto perchè il Duce era spiritualmente superiore, poteva essere più liberale nelle sue azioni e nei suoi pensieri di quanto non lo fosse Hitler, e non pretendeva, com'era tipico del Fuhrer, che soltanto il suo giudizio fosse giusto".). Zachariae racconta le giornate del Duce durante l'RSI e rimane sempre più stupito dal lato umano di Mussolini e dell'amore che serbava verso gli italiani ("nessun italiano che abbia rivolto una preghiera a lui potrà dire che questa non sia stata esaudita"). Descrive i momenti di amarezza come quelli della morte del genero in cui Mussolini avverte la stanchezza e l'impotenza del momento, i tradimenti del re e di Badoglio ma anche i periodi di relativa felicità come quelli della visita in Germania alle divisioni della RSI che lì si addestravano.
Narra dei retroscena della politica interna e estera del Ventennio. E sull'omicidio Matteotti :"Sperai che il partito Socialista, sotto la guida di Matteotti, mi avrebbe seguito, perchè conoscevo molti membri di questo partito e mi aspettavo un forte apporto di linfa vitale ai quadri del mio movimento. [...] Allorchè appresi che Matteotti era stato ucciso da elementi irresponsabili ne rimasti costernato: non sapevo dapprima come spiegare il movente di così assurdo e nefando crimine. Compresi subito però che la morte di Matteotti non rappresentava per soltanto una grave delusione, ma che si trattava invece di un avvenimento assolutamente non necessario, che, facendo cadere tutti i miei progetti, avrebbe segnato una svolta decisiva alla politica fascista". 
Gli incontri con i politici stranieri: "Incontrai Churchill a Roma quando non faceva ancora parte del governo inglese. Debbo dirle subito con estrema franchezza che le conversazioni con quest'uomo mi furono sempre assai gradite, nonostante i contrasti delle nostre opinioni e la diversità di certi punti di vista. Quando lo accompagnai alla stazione di Roma, Churchill mi disse al momento dell'addio: "Se io fossi italiano state pur certo, Duce, che sarei fascista anch'io".
Cresce a dismisura con il passare del tempo la stima che il dott. Zachariae ha nei confronti di Mussolini tanto da arrivare a criticare la sua stessa Germania e Rahn (l'ufficiale delle SS plenipotenziario in Italia durante l'RSI) per l'incapacità di capire le doti di Mussolini e il non avergli lasciato autonomia di agire nella repubblica del nord. Le giornate di colloquio il Duce sono tante e tanti gli argomenti trattati: dalle idee politiche e il suo socialismo alla visione del futuro a guerra finita, al rapporto con Dio, "Io penso che ogni uomo porti il suo Dio in se stesso senza nessun vincolo di religione o sacramento". E in merito agli ebrei : "Non posso approvare la maniera con cui è stato risolto il Germania il problema ebraico, poichè i metodi adottati non sono conciliabili con la libera vita del mondo civile e ridondano a danno dell'onore tedesco".
L'ultima tragica settimana di aprile Zachariae offre al Duce la possibilità di fuggire con lui in Svizzera e richiedere asilo politico: "Egli era visibilmente commosso e mi strinse la mano senza poter rispondere [....]. Allorchè alle cinque mi recai in Prefettura da lui, egli mi dichiarò che non poteva seguire i miei buoni consigli perchè non voleva, in quella ora estrema, abbandonare i suoi amici. Sarebbe stato per lui un tradimento, per mettere in salvo la propria vita abbandonare i suoi uomini: un'azione simile non l'avrebbe mai compiuta. Il suo onore gli imponeva di restare fedele fino alla fine ai suoi compagni."

Che dire di più? Un libro da acquistare e leggere tutto d'un fiato per conoscere il vero Mussolini e non quello spietato dittatore descritto da nefandi testi scolastici o di presunti storici faziosi. Questa di Zachariae è storia vera perchè vissuta in prima persona, perchè riporta solo ed esclusivamente i resoconti di lunghi colloqui fatti a Villa Feltrinelli a Gargnano. Per me un capolavoro. Tutto qui.
DAL LIBRO:

“Una volta fui presente quando giunse un pacco di generi alimentari, che un prefetto, preoccupato per la salute del Duce, gli aveva mandato; egli aprì il pacco, s’infuriò e inviò subito il contenuto al vicino ospedale di Gardone. Quanto al prefetto, che certamente aveva avuto delle buone intenzioni, ricevette da lui, in luogo di ringraziamenti, una lettera energica che lo richiamava duramente ai suoi doveri e lo rimproverava di averlo fatto segno ad un atto di privilegio”.
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Con il migliorare della situazione di salute “si verificò una rinascita della forza spirituale del malato”. Il Duce tornava ad essere sé stesso! “..Dopo qualche mese notai però che, malgrado tutte le cure, il peso del malato anziché aumentare diminuiva. Non mi spiegavo questa circostanza ….scoprì poi con l’aiuto del cuoco che il malato, cosa molto caratteristica in lui, rifiutava molto energicamente di mangiare di più e in modo diverso da quanto non fosse possibile fare al popolo italiano a cagione delle difficoltà di approvvigionamento e del tesseramento di guerra”. “Egli si irritava sempre, mi disse il cuoco, quando doveva mangiare qualche cosa che il popolo italiano non poteva avere”.
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L'uomo Mussolini era una creatura dal cuore buono e generoso, dotato di una rettitudine rara e sempre disposto ad aiutare chi si rivolgeva a lui, solo che ciò fosse nelle sue possibilità.
Ricordo che nel marzo del '44 arrivò a Gargnano, proveniente da Cassino, una famiglia di contadini profughi per chiedere aiuto al Duce: marito, moglie, cinque bambini che si trovavano in uno stato indescrivibile.
L'unica cosa che possedevano era la fiducia che il Duce li avrebbe aiutati subito. Allorchè questa povera famiglia arrivò alla villa, le guardie non volevano farla passare. Il Duce, che per combinazione ebbe sentore della cosa, ordinò immediatamente di introdurre quei meschini alla sua presenza. Li intrattenne cordialmente, diede loro del denaro di sua tasca, e impartì tassative disposizioni al questore di Gargnano perchè provvedesse all'istante ai bisogni della famiglia fornendo alloggio, viveri, indumenti; nè ebbe pace finchè al capo famiglia non fu trovato del lavoro. Erano dei contadini, ma non voleva umiliarli con una semplice elemosina. Egli era irritatissimo perchè le sentinelle, che dopo tutto obbedivano agli ordini loro impartiti, si erano credute in dovere di dover respingere questi poveri diavoli quasi fossero banditi.
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"Nei giorni precedenti il crollo, quando non c’era più alcun dubbio che la guerra era persa, egli, che era dotato di una capacità fisica e spirituale molto superiore a quella normale, ebbe un vero collasso. …Egli non dormiva e non mangiava quasi più; in queste circostanze anche l’arte medica non poteva fare niente per lui."
                                             

Mussolini previde questi tempi


Gargnano, Villa Feltrinelli, ultima dimora di Mussolini e Palazzo Feltrinelli quartier generale dalla R.S.I.

Villa Feltrinelli
Mussolini arriva a Villa Feltrinelli l'8 ottobre 1943. Da qui ogni mattina il Duce raggiunge il Quartier Generale alla Villa delle Orsoline (Palazzo Feltrinelli) spostandosi con l'auto. Gli edifici più significativi affacciati sul percorso furono requisiti dalle truppe germaniche e dalle S.S. Il 29 ottobre 1943 Mussolini viene raggiunto a Villa Feltrinelli dalla moglie Rachele e dai figli Annamaria e Romano. Mussolini resterà a Villa Feltrinelli fino al 18 Aprile 1945, quando si trasferirà a Milano per terminarvi 10 giorni dopo la sua vicenda umana e politica.
Gargnano durante la R.S.I. era suddivisa con ben tre posti di blocco o zone; per muoversi all'interno c'era bisogno di tre lasciapassare: pl primo posto di blocco si trovava poco scostato dal Chiostro di San Francesco e consentiva di entrare nella Zona A. Un secondo posto di blocco con sbarra era collocato all'inizio di Via Rimembranza, a pochi metri dal quartier generale; da questo punto si entrava nella Zona B. La Zona C invece era il punto più presidiato ed equivaleva al perimetro nel quale si trova Villa Feltrinelli. Giardinieri e operai che lavoravano nella Villa erano forniti di un lasciapassare del tutto particolare.

Il riparo da eventuali attacchi aerei viene garantito da un rifugio alle spalle della Villa, verso il monte; in questo ex rifugio si trovano ora le caldaie della lussuosa struttura.

Durane la permanenza di Mussolini sul tetto della Villa furono sistemati due cannoncini e mitragliatori antiaerei e per ragioni di sicurezza fu fatta demolire la parte sommitale della torre. Su Gargnano si contarono una decina di bombardamenti aerei da parte degli Anglo-Americani, nessuno dei quali stranamente colpì i punti nevralgici della R.S.I.: Villa Feltrinelli e Palazzo Feltrinelli.

Palazzo Feltrinelli
Palazzo Feltrinelli. era la Villa delle Orsoline. Requisito dalla R.S.I., ne divenne il quartier generale. 
Ogni mattina da Villa Feltrinelli, situata in località San Faustino, il Duce raggiungeva questo palazzo, dove aveva il suo studio. Nello stesso palazzo operavano: la segreteria politica guidata da Vito Mussolini e la segreteria particolare; la supervisione delle due segreterie era affidata al figlio Vittorio. Nel Palazzo era operativo anche il comando di collegamento delle truppe germaniche presso il Duce. Al quartier generale Mussolini riceveva ministri, capi delle province della R.S.I., militari e civili.

Tra le visite più assidue risultano quelle dell'ambasciatore tedesco Rudolph Von Rahn e del generale Karl Wolff (comandante in capo delle S.S. in Italia), che da Gardone Riviera (dove risedeva presso la Villa dei Signori Besana, allora proprietari dell'Hotel Savoy Palace) si recava anche tre volte alla settimana a Palazzo Feltrinelli.

Giuristi e Stato Corporativo. Antonio Esposito

LIBRI



di Antonio Esposito

«L’ordinamento sindacale corporativo è la pietra angolare dello Stato fascista, è la creazione che conferisce “originalità” alla nostra rivoluzione. […] Questi ordinamenti sono inseparabili dal regime, poiché lo identificano, lo differenziano, lo distaccano nettamente da tutti gli altri. Lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista». 
Benito Mussolini


Il progetto corporativo, disegnato dal fascismo, si sviluppò attraverso un ambizioso programma di riforme sociali ed economiche.
L’obiettivo principale, della rivoluzione in camicia nera, era quello di smantellare il vecchio impianto istituzionale della vecchia Italia liberale e consegnare alla storia un paese moderno, tecnologicamente avanzato, finanziariamente forte, all’avanguardia nella tutela delle politiche sociali e del lavoro.
Per raggiungere tale scopo, il regime di Mussolini non mancò di servirsi degli uomini migliori, soprattutto in campo giuridico. Giuristi in grado di creare un impianto corporativo talmente solido da riuscire a contrastare e sostituire l’inefficacia e l’inefficienza del sistema liberale individualista.
Tale impostazione è sempre stata marchiata, dalla maggior parte degli storici e dagli studiosi, come un apparato inadeguato e privo di una reale efficacia.
Ma nell’epoca del trionfo mondiale del capitalismo finanziario, che logora i popoli e dissolve le nazioni, appare d’obbligo rivedere quelle teorie storiche, quasi sempre influenzate dalla politica e dal denaro, attraverso una rielaborazione, in chiave storico-giuridica, dello Stato Corporativo e della sua concreta e multiforme efficacia, non solo sul piano sociale ed economico ma anche su quello spirituale e morale.
Fascio
“Mille candele insieme fanno splendore. La luce di nessuna candela danneggia la luce di un’altra. Così la libertà dell’individuo nello Stato ideale e fascista”.Ezra Pound (Carta da visita – 1942)
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Ringraziamo l'autore per aver fornito il materiale

La prima recensione: 
"Il testo è molto interessante perché è una panoramica storico-giuridica sulla nascita e lo sviluppo del modello corporativo. Il lavoro è abbastanza obbiettivo e punta a confutare tutte le tesi della storiografia dominante che hanno sempre delineato un'immagine del corporativismo come sostanziale fallimento.
L'analisi si svolge attraverso l'opera dei giuristi più importanti del regime tra i quali: Rocco (ovviamente), Costamagna, Spirito, Panunzio e anche Bottai.
E' spiegata anche molto bene la nascita e i meccanismi della Carta del Lavoro.
Punti di forza: L'argomento è molto interessante ed il libro è abbastanza breve, si legge in tre giorni. Prezzo modico.Punti deboli: a mio parere in alcuni punti è un po' tecnico".  Lucio Severo 

Eh beh "Giuristi e stato corporativo" più che tecnico ...  :)

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Ed inoltre in 4.500 librerie in tutto il territorio nazionale. elenco
Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 154 pagine
Editore: youcanprint (1 settembre 2015)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8893067544
ISBN-13: 978-8893067546
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Giuristi e Stato corporativo

Indice

INTRODUZIONE.  Pag 11

CAPITOLO I: Il sistema corporativo nella rivoluzione fascista: dalla crisi dello Stato liberale al consolidamento dello Stato totalitario.

1. L’inadeguatezza del sistema liberale e la necessità di uno Stato sociale. Pag. 23

2. I primi anni del fascismo al potere e la legge Acerbo. Pag. 32

3. Le innovazioni giuridiche del fascismo : la fase sindacale e quella costituzionale. Pag. 36

4. La nuova figura del Primo Ministro Capo del Governo Segretario di Stato. Pag. 50

CAPITOLO II: Il percorso verso lo Stato corporativo e la fase sindacale. Dall’accordo di Palazzo Vidoni alla Carta del Lavoro.

1. La legislazione fascista di Alfredo Rocco, l’ “architetto” del regime. Pag. 54

2. La legge Rocco sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, la natura giuridica dei sindacati e l’avvicendarsi del principio di unicità del sindacato. Pag. 64

3. La Carta del Lavoro: fondamento dell’apparato corporativo e l’aspirazione a porrela questione sindacale come una questione
costituzionale. Pag. 79

4. I principi e la struttura della Carta del Lavoro. Pag. 86

CAPITOLO III: Il periodo successivo all’emanazione della Carta del Lavoro, dalla fase sindacale a quella corporativa. Una Rivoluzione mancata?

1. Reazioni alla Carta del Lavoro e l’inizio dello Stato corporativo. Pag. 94

2. Bottai, il Ministero e il Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Pag. 101

3. Costamagna e la nuova dottrina dello Stato. Un’alternativa all’impostazione di Bottai. Pag. 112

4. Lo Stato corporativo e l’economia fascista. Pag. 120

5. L’attuazione della Carta del Lavoro nel Codice civile e l’esperienza della Corporazione proprietaria nella R.S.I. Pag. 127


Mussolini, Discorso Dello Stato Corporativo
dinanzi al Consiglio Nazionale delle
Corporazioni, il 14 novembre 1933



INTRODUZIONE

Parlare di fascismo non è mai semplice ed il presente lavoro ha per contenuto la ricostruzione dell’esperienza corporativa in Italia proprio durante gli anni del regime.
Non è mai semplice perché, a quasi cento anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento ed a oltre settanta dalla sconfitta del fascismo nella seconda guerra mondiale, il movimento politico ed il regime fondati da Benito Mussolini continuano a subire gli strascichi demonizzanti di una propaganda diffamatoria, la quale non sembra essersi minimamente affievolita con il passare dei decenni.
Nonostante il tempo trascorso infatti, i toni delle campagne mediatiche denigratorie non hanno mostrato alcuna attenuazione nel trattare il fenomeno che per noi (ma non soltanto per noi) continua ad essere il nocciolo duro del Novecento.
L’obiettivo che si pone questo libro, in particolare, si concentra su un singolo aspetto del fascismo, forse quello più importante, quello predominante: ricostruire storicamente la nascita e l’evoluzione del sistema corporativo, dedicando un’attenzione speciale alla posizione della Carta del Lavoro quale centro di questo sistema.
Si ritiene opportuno sottolineare, inoltre, che il tutto sarà ancorato ad una ricostruzione storico/giuridica, improntata all’analisi degli avvenimenti e soprattutto dei personaggi che contribuirono alla costruzione dell’impianto corporativo, soffermandosi, in particolare, sull’operato di quei giuristi che non si limitarono a rivestire il semplice ruolo di “tecnici”, ma che occuparono una posizione di primo piano anche nel panorama politico-istituzionale. Per parlare di corporativismo fascista si ritiene utile partire dalle parole di Mussolini:

“L’ordinamento sindacale corporativo è la pietra angolare dello Stato fascista, è la creazione che conferisce “originalità” alla nostra rivoluzione. […] Questi ordinamenti sono inseparabili dal regime, poiché lo identificano, lo differenziano, lo distaccano nettamente da tutti gli altri. Lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista” [1]
Le parole dell’allora Capo del Governo ci portano a comprendere il primo dato fondamentale e cioè che il corporativismo fu il punto focale della Rivoluzione Fascista. Si cominciò a parlarne, infatti, sin dalla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento avvenuta il 23 marzo 1919, in piazza San Sepolcro a Milano. Ma l’ideale corporativo mostrava di avere radici ben più profonde. Il corporativismo, infatti, fu concetto caro anche al sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento, come quello di Alceste De Ambris, che inserì lo schema delle Corporazioni nell’impalcatura costituzionale della Fiume dannunziana, ossia nella celebre Carta del Carnaro. Si potrebbe anche citare il Manifesto del Partito futurista italiano, firmato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1918, a guerra ancora in corso.
In particolare, tale documento, al punto 4 prevedeva la “trasformazione del Parlamento mediante un’equa partecipazione di : industriali, di agricoltori, di ingegneri e di commercianti al Governo del Paese”. [2]
La tematica corporativa era, in verità, già nota nell’Italia del diciannovesimo secolo sebbene in fase embrionale, grazie alle tesi di Giuseppe Mazzini, precursore dell’associazionismo e del cooperativismo, che la considerava frutto di un’ idea nazionalista e di collaborazione che contraddistinse tutto il periodo dell’Unità. Da un punto di vista più moderato e sostanzialmente diverso dal corporativismo “in camicia nera”, si può pensare anche all’enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII (1891) e, più in generale, al corporativismo cattolico che in Italia ebbe come massimo rappresentante Giuseppe Toniolo. Rivisitando le tappe salienti dell’idea corporativa se ne possono trovare tracce fino a partire dalle Corporazioni di arti e mestieri che, nel lontano Medioevo, controllavano la vita sociale ed economica in molti Comuni d’Italia. Questi “corporativismi”, disseminati nella storia, seppur con notevoli differenze tra loro, costituirono le “profonde radici”, “un’eredità ideologica” su cui crebbe l’idea corporativa fiorita nella prima metà del Novecento. Quell’idea, di cui si occuparono numerosi intellettuali ed esponenti degli orientamenti politico-culturali più vari, divenne poi la spina dorsale dell’impianto istituzionale ed economico progettato dal fascismo. La fortuna (nazionale ed internazionale) della suggestione corporativa deve essere ricondotta alla circolazione, in Italia ed in Europa prima, durante e dopo la Grande Guerra, di riflessioni sulle lacerazioni sociali prodotte dalla crisi del pluralismo individualistico (liberalismo) e dal crollo del mito del mercato autoregolato (liberismo).

Congresso Sindacale Fascista


Il corporativismo si offriva, infatti, come soluzione per affrontare la fragilità, economica e sociale, dello Stato liberale ed ottemperare alle esigenze della nuova società di massa che stava emergendo nell’Europa postbellica, ma non solo.
Infatti, un po’ ovunque nel mondo occidentale si ricorse a sperimentazioni di tipo corporativo, con l’Italia fascista, ovviamente, in prima linea, tanto che si assistette alla nascita di vari e diversificati tentativi di imitazione del “modello italiano”.


Le difficoltà principali che si sono incontrate nell’esposizione di queste argomentazioni sono state dettate, per lo più, dalla mole enorme di opere e pubblicazioni ammassate nel corso degli anni, sia durante il Ventennio mussoliniano e sia nei decenni successivi. Opere caratterizzate dalla diversità delle posizioni in merito, da parte dei vari autori, non soltanto sulla natura del sistema corporativo, ma anche e soprattutto, sulla sua efficacia e sulla sua presunta incompiutezza.
Durante gli anni del regime, infatti, posta la meta corporativa quale obiettivo fondamentale della Rivoluzione fascista, la maggior parte della giuspubblicistica del tempo se ne occupò quasi esclusivamente. Tanto che nel 1942 Alfredo Gradilone, raccogliendo tutto il materiale bibliografico sul tema, pubblicò, in più di 1.100 pagine, l’elenco di circa 12.000 volumi.
Davanti a questa impressionante quantità di materiale diventa però di fondamentale una sostanziale differenziazione tra storiografia politica e storiografia giuridica. Parte degli autori, in particolare Aldo Mazzacane, mette in evidenza un innegabile ritardo della storiografia giuridica rispetto a quella politica, dovuta essenzialmente alla scarsa diffusione della storia del diritto al di fuori dei circuiti universitari, questo ha fatto si che rimanessero nell’ombra questioni essenziali del diritto fascista che ancora oggi appaiono consegnate alle pagine inserite in narrazioni storiche più generali.
Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, infatti, le interpretazioni sul fascismo furono caratterizzate dall’ assenza di una riflessione sulle sue caratteristiche peculiari. In particolare, il fenomeno fascista, fu trattato solo nella sua generalità e non nei suoi singoli aspetti giuridici e culturali.
Il fascismo fu etichettato, dai maggiori studiosi italiani ed internazionali, come “malattia morale” e questo ne ha generalmente impedito un analisi oggettiva e libera da preconcetti dettati da ragioni di convenienza politica. Norberto Bobbio, ad esempio, seguito in questo da autori delle più diverse estrazioni, arrivò a dichiarare che il fascismo non avesse avuto alcuna ideologia e che fosse stato soltanto il risultato di eventi storici nefasti, frutto della guerra e della violenza. Per di più, come messo in evidenza da Alessandra Tarquini e Mirella Serri, spesso molti intellettuali e studiosi tentarono di nascondere il proprio passato fascista (come ad esempio lo stesso Bobbio), attraverso rivisitazioni di parte e pesanti critiche rivolte al regime, al solo scopo di “rifarsi una verginità politica”.
Questo clima di superficialità e di rinnegazione, quasi mai libero dalle interferenze della politica, ha ritardato di molti anni la ricerca storica su uno dei fenomeni più rilevanti del Novecento. Ed inoltre ha fatto sì che il corporativismo venisse inquadrato come logica incapace di prevaricare gli schemi del capitalismo e che l’accertata scarsezza di risultati, occultata dalla trionfalistica propaganda di regime, fosse la conseguenza di un evidente difficoltà di conseguire realizzazioni concrete.
Tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta, infatti, le uniche analisi degne di nota furono esposte soltanto da parte di alcuni dei “vinti” della Seconda Guerra Mondiale, tra cui: Camillo Pellizzi e Giuseppe Bottai. Uomini che avevano contribuito all’edificazione della dittatura e che dopo la sconfitta cominciarono a riflettere sugli “errori” commessi durante il Ventennio, in particolare in campo sociale. Più in dettaglio, Pellizzi descrisse una “rivoluzione mancata”, in quanto la pesante intrusione della politica nelle strutture corporative ne avrebbe irrimediabilmente frenato la spontaneità e l’evoluzione. Su posizioni simili si espresse Bottai (con un evidente intento auto assolutorio di fondo) in quanto anche per lui, le riforme sociali del fascismo si bloccarono davanti ad un’eccessiva centralizzazione delle decisioni ed alla mancanza di elezioni all’interno delle Corporazioni : 
“elettiva era la via maestra: la si abbandonò, per buttarsi alle scorciatoie delle investiture dall’alto, dietro il Partito”. 
E così :
“invece del corporativismo, con la sua esigenza di organizzazione molteplice e snodata di categorie, avemmo il “totalitarismo”, furiosamente accentrato, monopolistico. Tutto d’un pezzo”. [3]

TD1992.20.2


Negli anni Sessanta arrivò la “svolta” per gli studi sul fascismo in generale e sul corporativismo in particolare, provocata dall’opera e dalle pubblicazioni di studiosi di rilievo. In alcuni casi considerati “revisionisti”; primo fra tutti Renzo De Felice, che cominciò a trattare in maniera più analitica il fascismo e di conseguenza la tematica corporativa.
Fondamentale è stata anche l’opera di Sabino Cassese che, negli anni Settanta, rilanciò la formula bottaiana di “corporativismo senza Corporazioni”, nel senso che, tutta l’architettura sociale del regime, dietro agli enfatici proclami, avrebbe funzionato in maniera lenta e disorganica e con una totale mancanza di incisività, tanto che la gestione dell’economia pubblica, in cui il successo del fascismo fu evidente, venne realizzata attraverso le grandi holdings statali come l’IRI, quindi al di fuori dell’ordinamento corporativo.
Successivamente, Perfetti e Parlato negli anni Ottanta, apportarono un notevole contributo per lo studio delle meccaniche corporative, in particolare, attraverso l’esame delle variegate anime della c.d. “sinistra fascista” che premevano per formare uno Stato corporativo di impronta esclusivamente anticapitalistica.
Nonostante l’enorme valore accademico di queste opere che si occuparono del fenomeno fascista si deve considerare, in verità, che solo la storiografia più recente, ha cercato di sviluppare un sistema di analisi non politicizzata sul corporativismo, ovvero, non influenzata dal quel coinvolgimento emotivo che le discussioni sul fascismo inevitabilmente accendono.
In tempi recenti, dunque, si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti del corporativismo fascista, che si è tradotto nell’uscita di taluni pregevoli studi di varia impostazione.
Hanno visto la luce, infatti, diversi lavori specificamente dedicati al fenomeno. Tra i più rilevanti troviamo quelli di Gianpasquale Santomassimo e Irene Stolzi, che hanno ripercorso l’intera parabola del “mito corporativo”, analizzandone prevalentemente l’impianto ideologico e giuridico. Alessio Gagliardi, invece, ha ricostruito i meccanismi di funzionamento delle strutture corporative, cercando di tracciare un primo bilancio della effettiva capacità operativa delle Corporazioni. Quest’autore ha infatti tratteggiato un ritratto del “corporativismo realizzato”, in parte divergente dall’immagine di totale fallimento generalmente tramandata dalla ricerca storica tradizionale. L’opera di Gagliardi individua nelle Corporazioni il luogo di compensazione di molteplici interessi dei diversi attori della vita economica e sindacale del Paese. Egli propone uno studio dell’attività concreta delle Corporazioni, dimostrando come questi furono luoghi di scontro e mediazione tra le parti sociali, spesso fruttuosi per i lavoratori. L’azione del sistema corporativo secondo questo autore non fu senza esito perché accompagnò, e a tratti favorì, le profonde trasformazioni nella organizzazione delle classi sociali, curando il loro rapporto con lo Stato.
La ricerca di Gagliardi, in alcuni casi, ha anche ridimensionato le opere degli autori che lo hanno preceduto. Sabino Cassese, ad esempio, in un recente lavoro è tornato su alcuni suoi precedenti studi, per proporre l’immagine di una macchina corporativa che, per quanto riguarda l’aspetto produttivo e distributivo, fu 
“efficace strumento nelle mani degli attori economici e fu vero autogoverno delle autonomie”. [4] 
Una macchina che, sia per l’aspetto sindacale, sia per quello economico, produsse una “verticalizzazione” della società, in maniera tale da creare un ordine gerarchico piramidale, e riuscì a ricondurre le nuove aggregazioni corporative nell’ambito dello Stato. Concesse ad alcuni gruppi di interesse (c.d. organizzati) un accesso privilegiato ai processi decisionali, assegnando loro un notevole potere di autoregolamentazione, ma sempre sotto il controllo dello Stato.
A questo punto, risulta comprensibile come non sia affatto un’impresa semplice disegnare un profilo chiaro dello Stato corporativo. Per questo motivo si è scelto di partire dall’individuazione e dall’analisi dello scenario storico nel quale il fascismo gettò le sue basi, con particolare riferimento alla crisi di sovranità che afflisse lo Stato liberale.
Tale modello istituzionale, caratterizzato sostanzialmente da un’impalcatura a base democratica e da una netta divisione dei poteri dello Stato, era un tipico esempio dello schema di “Stato moderno”, nato durante la Rivoluzione Francese ed affermatosi in buona parte dell’Europa. Si parlava anche di “Stato minimo” per sottolineare la caratteristica propria dello Stato liberale di porsi come unico obiettivo la tutela dei diritti fondamentali. Infatti, contrariamente allo Stato sociale, quello liberale prediligeva il rispetto e la salvaguardia dell’iniziativa privata in opposizione ad ogni tentativo di dirigismo statale.
Il compito fondamentale non era quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale. Ne consegue l’idea di un apparato “alleggerito”, incentrato sulla tutela di pochi diritti essenziali ed in grado di lasciare la massima libertà all’iniziativa dei singoli ma contemporaneamente lasciando i destini dei più deboli alla mercé della “legge del più forte” .
La crisi in cui entrò lo Stato liberale occupò, come vedremo, un segmento temporale molto più ampio rispetto ai soli anni del primo dopoguerra. Essa, infatti, affondava le sue radici già negli anni finali dell’Ottocento e derivò essenzialmente dall’erodersi della struttura dello Stato monoclasse, creando un sistema “balbettante” nella politica economica, incapace di provvedere alle esigenze sociali e di assistenza della popolazione.
A questo si aggiunse il deficit di rappresentanza politica accusato dalle varie organizzazioni e gruppi d’interesse che si andavano formando già nei primi anni del Novecento, sempre più ansiosi di partecipare alle decisioni politiche. La prima conseguenza di questa crisi, infatti, fu il successivo riconoscimento di queste nuove organizzazioni di massa; organizzazioni portatrici degli interessi delle diverse categorie sociali e professionali che, stabilizzandosi e moltiplicandosi, cominciarono ad erodere la sovranità dello Stato e del Parlamento.
L’identificazione in queste organizzazioni, da parte dei cittadini, portò ad una perdita di legittimità della rappresentanza politica ed al successivo “collasso” del Parlamento. Quest’ultimo, infatti, risultava essere sempre più emarginato dal centro delle decisioni politiche, incapace di farsi interprete delle esigenze sociali, già presenti dalla fine dell’Ottocento e solo accentuatesi dopo il primo conflitto mondiale.
Questa debolezza del sistema parlamentare e la stabilizzazione delle organizzazioni sociali sfociarono in una crisi istituzionale che a sua volta generò una spaccatura tra Stato e società.
In questa spaccatura si inserì l’opera del fascismo nato come movimento di massa, come “rivoluzione dal basso”, portatore di un progetto corporativo ritenuto in grado di dare la soluzione ad un problema che lo Stato liberale era stato incapace di affrontare.
Attraverso l’ordinamento corporativo, infatti, si tentò di disciplinare e di regolare i rapporti tra Stato e gruppi d’interesse, mediante un’organizzazione in grado di sistemare la vita sociale, economica e politica, sorta dal tramonto dello Stato moderno.
Il progetto corporativo rappresentò il tentativo di superare quella dissociazione tra Stato e società, tra capitale e lavoro, attraverso la riaffermazione della centralità dello Stato e, contemporaneamente, tramite l’assemblaggio di un asse politico-istituzionale di cui facessero parte, non soltanto le nuove organizzazioni di massa, ma anche e soprattutto il Partito Nazionale Fascista.
In pratica, si prospettava la costruzione di uno Stato, unico e forte, in grado di inglobare tutti quegli enti e tutti quei gruppi, sorti a causa della crisi dello Stato liberale, e modellarli all’interno dello schema “del Nuovo Stato e della Nuova società” voluti dal regime.
A livello costituzionale, gli interventi legislativi che potremmo considerare cardine almeno a livello formale, furono sostanzialmente: l’istituzionalizzazione delle Corporazioni
[5] e la creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. [6] Queste due impalcature trovarono una base d’appoggio comune in un 

documento a loro precedente: la Carta del Lavoro, che fu approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella notte tra il 21 e il 22 Aprile 1927. Tale documento, che nelle intenzioni del regime doveva essere una specie di “Costituzione del Lavoro”, possiede una natura giuridica ambigua sulla quale si sono alternati diversi orientamenti dottrinali. Secondo un primo filone questa sarebbe un documento abbastanza confuso, nella quale si alternano affermazioni di carattere generale e prescrizioni legislative di dettaglio, che non produssero nessun risultato di tipo positivo, anzi avrebbe avuto uno scopo esclusivamente politico, volto a dare al regime una patina di socialità. Secondo altri autori, invece, fu l’espressione di un cambiamento senza precedenti, in quanto documento “costituzionale” proprio perché non semplicemente legislativo, capace di tracciare le linee guida per la costruzione dell’edificio corporativo che, anche se fu probabilmente debole sul piano istituzionale (il suo completamento avvenne solo nel 1939 a ridosso della seconda guerra mondiale) non sarebbe stato di uguale inconsistenza sul piano economico e sociale in cui il fascismo operò, forse, la sua vera rivoluzione.

Note
1. B. Mussolini, La crisi economica mondiale (1930), in Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. 44, La Fenice, Firenze 1951-1963, poi Volpe, Roma 1978-1980, vol. XXIV.
2. Il testo integrale è riportato in appendice al volume di R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.
3. G. Bottai, Vent’anni e un giorno, Garzanti, Milano, 1949.
4. S. Cassese, Lo Stato fascista, Il Mulino, Bologna, 2010.
5. L. del 5 Febbraio 1934, n. 163. 
6. L. del 19 Gennaio 1939, n. 129.

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